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Relazione paziente terapeuta oltre il termine della terapia?

Inviata da Sandra il 16 ott 2013 Orientamento professionale

Salve, ho intrapreso una psicoterapia lunga circa 4 anni, con appuntamenti fissi e regolari (1 alla settimana) per i primi 2 anni e mezzo circa, e successivamente con incontri gradualmente sempre più distanziati l’uno dall’altro (1 volta ogni 2 o 3 mesi per tutto il 4° e ultimo anno).
Ho puntualizzato questo aspetto perché la mia terapeuta, alla fine di quel mio 4° anno di terapia, è andata in pensione e ha cessato l’attività. Io ho avuto l’impressione che volesse in qualche modo “portarmi avanti fino alla fine” e chiarisco ora meglio questa mia espressione.
I nostri incontri avevano la regolarità citata qui sopra e avevano questa caratteristica, chiamiamola “fuori norma”: duravano sistematicamente oltre i 50 minuti pattuiti, per dilatarsi ad un’ora e mezza /due ore (a seconda delle volte) di colloquio. Questo fatto ha avuto inizio improvvisamente (attorno al 2° anno) ed è sistematicamente proseguito, ad ogni seduta, fino al termine della psicoterapia.
La prima volta che successe, si stava discutendo di qualcosa di molto coinvolgente e lei mi ha invitato a proseguire, lasciando perdere l’orologio (la frase esatta era sempre la stessa : “Non si preoccupi, ho tempo.”).
Ad ogni seduta, allo scadere del 50° minuto, tra noi si attuava sempre lo stesso identico rituale: io mi interrompevo e dicevo: “E’ scaduto il tempo.”, e lei rispondeva “Non si preoccupi, ho tempo.”
Mi rendevo conto che c’era qualcosa di strano in quella modalità di relazione, ma come ho sempre ripetuto esplicitamente (e dolorosamente anche) alla mia psicoterapeuta: io “Mi sentivo dipendente da lei.” e anche al contempo “Che era lei a condurre il gioco.”
Ho usato il termine “dolorosamente” perché vivevo un conflitto: bisognosa della sua figura che mi fosse di riferimento (mi è mancato l’appoggio dei genitori da sempre – mia madre è malata di mente con invalidità del 100%, mio padre un uomo violento con cui ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale e sfilacciato) desideravo intensamente che lei mi “concedesse quello spazio”.
Ma al contempo sapevo che c’era qualcosa che andava contro di me in quella dinamica.
Ma essendo io paziente, mi fidavo e non sapevo esattamente cosa pensare. Non ho mai detto esplicitamente: forse questo è sbagliato. Non l’ho mai fatto.
Ci tenevo moltissimo a pagarla con regolarità: le dicevo ogni singola volta: “Questo è il mio modo per sdebitarmi” e lei rispondeva ogni singola volta “Ma non c’è problema…anche se volesse pagarmi in futuro…Lo sa, per me i soldi non sono più un problema, ne ho a sufficienza”.
Ora, a psicoterapia finita, ed avendo io preso la giusta distanza dalla relazione, capisco che il mio pagarla con quella puntualità e precisione era un modo forse non del tutto conscio per tentare di ripristinare ruoli più inquadrati.
Mi scuso per la lungaggine della premessa, arrivo al punto: durante il 4° anno avevo la sensazione durante i colloqui di “parlarmi addosso”, come se lei non fosse più disponibile a partire da quello che le dicevo per lavorarci su. Era come se non volesse aiutarmi a fare la restante parte di lavoro che rimaneva. Così un giorno le dissi con grande difficoltà che mi sembrava non avessimo più nulla da dirci e lei ripose che anche lei pensava lo stesso. Alla fine del 4° anno, dopo mesi in cui portammo avanti la situazione con appuntamenti sporadici, lei andò in pensione.
Ho scritto all’inizio che mi sembrò che intendesse “portarmi avanti fino alla fine” perché accadde che mi chiese di frequentarci al di fuori dello studio perché, diceva, “Lei ormai era in pensione e poteva fare quello che voleva”. A me non pareva vero: così bisognosa della sua presenza, era fantastico pensare che il nostro rapporto potesse proseguire. Quando il momento è arrivato e l’ipotesi di vederci si è fatta reale, ho cominciato ad avere però dei dubbi: percepivo strane sensazioni, confuse, e non belle, dentro di me. Come se ci fosse qualcosa che non andava. Ho preso tempo, ma lei ha insistito, aspettato e poi ancora insistito e alla fine mi ha convinto. Ci siamo viste 2 volte, una in pizzeria per una cena, una a casa sua sempre per una cena.
In quelle occasioni ho capito per la prima volta molte cose, e mi sono sentita davvero molto a disagio, quasi “in pericolo” a voler descrivere l’esatta percezione che ho avuto.
Gliene ho parlato, le ho detto che i ruoli erano estremamente impari, e che sentivo di essere nuda di fronte al fatto che lei sa tutto di me mentre io in realtà “non la conosco al di là del ruolo professionale”. Lei ha più volte risposto che per lei uscire dai ruoli è facile, se per me è difficile, è un mio problema.
Ma io non ritengo di avere un problema in questo senso: ritengo invece che, pensione o no, il rapporto paziente /terapeuta si esaurisce perché il terapeuta “conduce” progressivamente il paziente verso l’autonomia, non perché “magicamente” da oggi non siamo più paziente/terapeuta punto e basta.
La dipendenza può avere un senso “durante” ma, poi -così la penso- dovrebbe essere gestita e diluita nel tempo perché il paziente possa divenire autonomo e vivere la propria vita.
Durante il 4° anno le confessai con grande vergogna (perché mi rendevo conto fosse una proiezione) che per me lei era come una madre. Mi rispose allora, e lo ripeté molte altre volte, che lei “Era felice che la considerassi una madre.” Questa risposta mi ha sempre spaventato ma non ho mai ribattuto nulla.
Avrei desiderato che lei, partendo da quella mia affermazione, mi conducesse e mi aiutasse a riannodare i fili della mia relazione con la mia vera madre. Dicendo che “Era felice di questo.” era come se mi lasciasse sempre nello stesso punto in cui mi trovavo, appesa a lei.
Una volta mi disse che aveva discusso con il suo analista riguardo a me. Dicendomelo mi è quasi parso mi chiedesse una legittimazione a proseguire in quel senso. Io mi spaventai, non presi posizione e lasciai che le cose proseguissero. Alla luce di tutto questo, desidererei se possibile avere un parere professionale riguardo il suo operato e miei eventuali errori di condotta, così da avere elementi di riflessione per elaborare meglio l’accaduto. Grazie mille

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Buongiorno Sandra,
quella che Lei descrive è a mio avviso l'esempio canonico di tutto ciò che la psicoterapia non dovrebbe mai essere.
Detto questo, la mia curiosità mi spinge a chiedere quale orientamento segue la psicoterapeuta in questione, quale tipo di formazione personale ha ricevuto (anche se credo di immaginarlo).
Un percorso di psicoterapia, come ha avuto modo di intuire anche lei, dovrebbe proprio consistere in un percorso che la persona fa per riconquistare una certa autonomia, anche nei confronti di una semplice difficoltà che in quel momento la blocca. Il ruolo del terapeuta dovrebbe essere quello di aiutare la persona a trovare le soluzioni più adatte a tale scopo, evitando di essere parte del problema. Nel momento in cui si ha il sentore che qualcosa non va in questo processo, è un campanello di allarme che non va trascurato né tantomeno sottovalutato, e lo stesso terapeuta dovrebbe rendersene conto proprio per non diventare "parte del problema".
Non se la prenda con se stessa, non ha niente da recriminare nei suoi comportamenti e atteggiamenti. Si consideri invece una persona in gamba perché ha saputo cogliere quei campanelli di allarme.
Un saluto,

Dott. Claudio Stambul

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Buonasera Sandra.
Credo che il vero problema fosse la terapeuta. Ha condotto molto male questa terapia invischiandosi molto. Noi abbiamo la possibilità di parlare delle terapie a dei supervisori o, comunque, a parlarne con altri colleghi qualora emergano dentro di noi certe emozioni e vissuti oppure quando la terapia é in impasse. Quando lei ha detto "mi sembra mia madre" la terapeuta doveva analizzare e riflettere (da sola o con lei) in modo terapeutico il significato di questa affermazione. Probabilmente, invece, per la collega è stata una soddisfazione narcisistica. Mi auguro che intraprenda un altro percorso di psicoterapia (se ne sente il bisogno) con una terapeuta più attenta.

Dott.ssa Masin Anna Maria Rita Psicologo a Cerveteri

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Concordo con tutto ciò che i colleghi le hanno già scritto in precedenza; non so per quale motivo lei fosse in terapia, ma sono sicura che lei il suo percorso e le sue riparazioni emotive verso la serenità in parte le abbia fatte; la sua terapeuta evidentemente no. Ambivalenza, aggressività passiva, controllo, seduttività e molto altro sono stati espressi da questa persona nella "seconda parte" della vostra terapia, e lei ha percepito perfettamente tutto questo, pur senza saperlo dare un nome, con quelle sensazioni di pericolo, sgradevolezza, di qualcosa che non andava.. E a ha lanciato i segnali giusti (come comunicare che sentiva la collega come una madre) per essere aiutata. Si rallegri, la collega ha fatto un buon lavoro iniziale con lei, e appare quasi più integra lei come paziente di questa persona, che probabilmente avrà con il pensionamento sviluppato alcuni pensieri disfunzionali (può capitare, magari per una non accettazione del tempo che passa e della perdita del ruolo). Le consiglio, se potrà, di troncare con gentilezza lei questo rapporto ormai confuso e confusivo, e non più fonte di serenità e benessere psicologico per lei. Le sue percezioni emotive sono corrette, non è più una terapia e non può farle bene concretizzare una frequentazione con questa persona, "idealizzata" da lei come figura di riferimento (come è sano che sia, dentro un setting terapeutico), fuori da quel contesto.

Se sentirà invece in futuro, di riprendere quel pezzo mai affrontato di se, in cui la sua terapeuta non ha voluto con lei addentrarsi, potrà rivolgersi ad un'altra persona, un/una psicoterapeuta, magari non alla soglia della fine della professione, con cui fare una nuova strada.

Le auguro ogni bene

Dott.ssa Elena BELLIA
Psicologa & Psicoterapeuta
Savona Provincia e Genova città

Dott.ssa Elena Bellia Psicologo a Albenga

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Gent.le Sandra, la mia sará una rispota brevissima, la piu breve mai data nelle poche ma sentite argomentate.
Lei ha un dono, una capacitá che, se fosse una professionista del settore, la porterebbe molto lontana ed in grado di comprendere molto della natura della relazione.
Le faccio i miei auguri e complimenti, aggiungendo che, comunque sia stata ed é ora la relazione, lei ha dimostrata un notevole capacitá introspettiva e d'analisi.
Forza...!

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Temo non sia nè logico nè deontologico formulare giudizi sull'operato di una collega ed esprimersi circa suoi possibili errori professionali sulla base del raccorto riportato da una ex cliente. In quanto da lei narrato non si ravvisano gli estremi di abusi penalmente rilevanti, mentre, se ritiene di essere stata vittima di malpractice, le consiglierei di rivolgersi all'Ordine degli Psicologi della Regione di appartenenza della sua ex terapeuta, organismo tenuto a vigilare sulla correttezza degli agiti dei suoi iscritti ed a cui spetta di intraprendere le opportune misure disciplinari, dopo un'istrutturia che garantisca entrambe le parti, in caso rilevi la fondatezza della segnalazione.

Dr.ssa Emanuela Carosso - Psicologa - Psicoterapeuta Psicologo a Torino

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Peccato che una psicoterapeuta non sappia gestire il TEMPO: il tempo pattuito per le sedute, il tempo di durata della terapia, il tempo del distacco perchè lei va in pensione. Se il/la paziente ne è capace, può dIventare lei stessa la garante del tempo, anche se - francamente - ci sarebbe un rovesciamento dei ruoli che, se ci pensa bene, la dice lunga anche sulla terapia...
Si attende un consiglio? Se sì, eccolo: chiuda definitivamente, per non rischiare di "buttare via" tutta questa esperienza, che pure l'ha arricchita.
E' faticoso, ma qualsiasi genere ndi cordone ombelicale - quello con la madre, quello con la terapeuta facente funzioni di madre - fa rescisso se il nuovo nato vuole vivere.
Un abbraccio.
Dott. Brunialti

Dr.Brunialti, psicoterapeuta, sessuologa, psicologa europea Psicologo a Rovereto

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Gentile Sandra,

sebbene la sua terapeuta sia andata in pensione e non vi siano presuppongo obblighi di legge nel rapporto tra ex terapista ed ex paziente, il rischio di intraprendere una relazione personale con un paziente, anche dopo la terapia è di distruggere l'immagine interiorizzata del terapeuta.
Quell'immagine serve proprio al paziente, quando non ha più bisogno della guida, am ne conserva le tracce nella sua interiorità.
A maggior ragione, data la sua pregressa condizione familiare e quindi il suo "transfert" e cioè la proiezione sull'analista di contenuti psicologici, desideri e istinti risalenti all'infanzia e alle figure genitoriali, la sua analista nell'analizzare il suo "contrtransfert" (sentimenti che ti suscita il paziente) avrebbe dovuto resistere alla tentazione di sentirsi lusingata dal suo "vederla come una madre" e in tal senso una figura dotata di potere e connotazione affettiva.
E' chiaro poi, che una terapeuta è anche una PERSONA e in quanto tale, può sbagliare, nel suo caso anche per affetto.
Mi chiedo se questa terapeuta abbia figli e se magari questo possa avere influito sulla relazione terapeutica, non a caso lei si definisce spaventata per il suo "essere felice di sembrare per lei una madre" e più propensa a sentirsi riportare da lei sul rapporto della sua VERA madre.
Idealizzare una figura come la terapeuta soprattutto perchè lìha accompagnata per tutta la sua crescita è abbastanza prevedibile, soprattutto per chè lei non aveva un buon modello di partenza, come è umano, che la terapeuta si sia lasciata coinvolgere in questa proiezione.
Le consiglio di non essere eccessivamente severa, ma di rendersi anche conto che il distacco dal terapeuta, così come quello dalle figure genitoriali, è necessario per evolvere e crescere.

Un grande in bocca al lupo
Saluti
D.ssa Silvia Michelini

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Gentile Sandra,
la sua riflessione mi sembra complessa e lucida, in alcune parti anche sottile ed arguta. Non credo assolutamente che lei abbia fatto errori. La mia opinione è che, anche dopo la fine di una psicoterapia, emergono delle notevoli difficoltà in una relazione "privata" tra terapeuta e paziente, questo in primo luogo per evidenti dinamiche transferali che difficilmente si risolvono in maniera spontanea, proprio perché andrebbero interpretate all'interno del setting psicoterapico.
Questo ultimo passaggio non è stato fatto e proprio per questo si sente (giustamente) incerta nei confronti di una proposta di questo tipo.
Cosa vuole la collega, un'amica, una figlia? Questa è una domanda alla quale non possiamo rispondere.
Che ne pensa?

Cordiali saluti,
Dott. Giuseppe Del Signore - Psicologo Viterbo

Dott. Giuseppe Del Signore Psicologo a Viterbo

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