10 DIC 2025
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Buongiorno Eddy,
in questo caso non si tratta, in realtà, di stabilire se “l’amore vince tutto”, ma di comprendere che tipo di amore è in gioco e quale prezzo psichico comporta attraversare certi confini. Nel rapporto psicoterapeutico esiste una asimmetria strutturale. Il terapeuta dispone di un sapere, di uno statuto e di una posizione che lo collocano in un ruolo di responsabilità e di potere simbolico. Il paziente, per definizione, si affida, si espone, porta parti vulnerabili, regredisce talvolta a configurazioni infantili. La relazione si costruisce dentro questo assetto e lo utilizza intenzionalmente a fini di cura. Proprio per questo, anche quando il trattamento è concluso, la traccia di quella asimmetria non scompare semplicemente con il passare del tempo.
L’idea che un ex paziente “altamente intelligente emotivamente, quasi uno psicologo mancato”, possa costituire un’eccezione rassicurante rischia di confondere due piani. Una buona capacità di introspezione, empatia o pensiero complesso non annulla la storia del transfert né la posizione che il terapeuta ha occupato nella trama psichica del paziente. Può rendere più consapevole la persona dei propri movimenti interni, ma non cancella il fatto che, per un tratto significativo della sua vita, quell’altro sia stato figura di cura, di contenimento, di guida. È su questo vissuto che si innesta il sentimento amoroso, e proprio qui la deontologia invita alla massima cautela. I codici etici non sono pensati per impedire le storie “romantiche”, ma per proteggere chi ha occupato la posizione più esposta. Una relazione affettiva o erotica con un ex paziente tende a sfruttare, anche involontariamente, quel capitale di fiducia, idealizzazione e dipendenza simbolica accumulato negli anni di terapia. Il paziente può sentirsi finalmente “riconosciuto”, quasi promesso sposo di una predestinazione affettiva, quando in realtà sta ancora cercando conferma alla domanda originaria che lo aveva portato in analisi: sono amabile, sono scelto, valgo abbastanza da essere visto in modo unico. Se il terapeuta risponde a questa domanda con un coinvolgimento personale, rischia di sovrapporre il proprio desiderio al luogo della cura e di colludere con la fantasia, anziché rielaborarla. Che cosa cambia se l’ex paziente diventa a sua volta psicologo o psicoterapeuta? A livello simbolico questo può rendere più facile pensare che i ruoli si siano “pareggiati”. In realtà, il fatto di entrare nella stessa comunità professionale aggiunge un ulteriore strato di complessità. L’ex terapeuta diviene al tempo stesso partner, collega, figura di riferimento, possibile supervisore implicito. I confini si moltiplicano e si confondono. Inoltre la scelta di entrare nella stessa professione può essa stessa essere parte della storia transferale e non semplicemente una decisione autonoma, indifferente alla relazione originaria.
Sul piano deontologico, le posizioni dei vari ordini professionali sono generalmente molto prudenti. Non si tratta di una proibizione astratta, ma del riconoscimento, maturato nel tempo, che questi legami espongono entrambe le parti a un alto rischio di confusione, senso di colpa, collasso dei ruoli, ribaltamenti improvvisi tra idealizzazione e rabbia. Nei casi clinici documentati, è frequente che il “grande amore” nato sulle rovine del setting si trasformi, dopo qualche tempo, in una fonte di sofferenza ancora più complessa da elaborare, proprio perché coinvolge il luogo che doveva essere il più protetto. È comprensibile che, dall’interno, una relazione di questo tipo possa essere vissuta come eccezione, come caso “diverso”, come storia che smentisce le regole. Il linguaggio dell’amore tende a rivendicare per sé una sorta di sovranità morale. Dal punto di vista clinico, tuttavia, è più onesto riconoscere che qui non si tratta semplicemente di due adulti che si innamorano, ma di due soggetti il cui rapporto è stato plasmato a lungo da una relazione asimmetrica, in cui uno ha avuto accesso alle vulnerabilità più intime dell’altro.
La domanda “amor omnia vincit?” può essere rovesciata: davvero l’amore, se è tale, chiede di cancellare le differenze di ruolo, di ignorare i vincoli etici, di passare oltre le protezioni pensate per evitare l’abuso, anche inconscio, di una posizione di potere? Oppure, piuttosto, l’amore maturo include il riconoscimento del danno potenziale e rinuncia ad attualizzare un desiderio proprio quando questo metterebbe a rischio l’integrità psichica dell’altro? Non è il quoziente di intelligenza emotiva del paziente né il suo possibile futuro di collega a rendere meno problematico un coinvolgimento sentimentale con l’ex terapeuta. Ciò che resta centrale è il rispetto della storia transferale, della vulnerabilità che quella storia ha esposto e del mandato etico che il terapeuta ha accettato nel momento in cui ha assunto quel ruolo. Le eccezioni, quando vengono idealizzate, dicono spesso più del bisogno di credervi che della loro effettiva bontà.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai