Rapporto professoressa-alunna

Inviata da Giuly Femi · 20 ott 2019

Buongiorno, mi chiamo Caterina, sono una ragazza di diciannove anni e vi contatto per chiedervi un consiglio. Premetto che cercherò di essere il più obiettiva e sincera possibile (nonostante i sentimenti siano inevitabilmente condizionanti). Ho frequentato il Liceo Classico e durante tale percorso ho incontrato una bravissima docente di greco e latino che ha seguito la mia classe per due anni. Intransigente e severa, si è da subito rivelata una persona intelligente ed estremamente acculturata, competente ed entusiasta delle materie a lei appartenenti: pur trovando un’enorme difficoltà nel comprendere le lingue antiche, le quali tuttavia continuavano ad appassionarmi, le sue ore sono divenute le mie preferite per la passione che riusciva a trasmettere. Si è dunque guadagnata la mia stima in davvero poco tempo, ma ciò non implicava che fosse la professoressa che preferissi poiché pur essendo gentile e talvolta scherzosa, a molti (e anche alla sottoscritta) risultava soprattutto superba e inavvicinabile, soggetta a frequenti sbalzi d’umore e a scatti d’ira che la dipingevano nell’istituto come “la zitella frustrata”. Il mio istinto e il mio cuore (incapace di non cercare la tenerezza negli altri) continuavano a suggermi che dietro a quell’implacabile freddezza si nascondesse un’indole buona, troppo ferita per concedersi ancora agli altri, e proprio per questo non riuscivo a detestarla come i miei compagni : un giorno andai ad un incontro del club di lettura del Liceo di cui lei faceva parte, perché desiderosa di condividere i miei gusti letterari con altre persone, e mi sorpresi nel scoprire che ella era una persona completamente diversa, dolce e allegra ma ugualmente carismatica. Fu un incontro particolare, il libro di cui si discusse era un romanzo alquanto triste, lei si mise a piangere mentre esponeva agli altri la sua opinione dicendo che “tutti lasciano tutti” o “inutile sperare che le persone restino per sempre con noi”. Mi colpirono quelle lacrime, e così oltre alla mia stima si guadagnò la mia...pietà? Compassione? Non so bene definire ciò che mi scosse, probabilmente fu la rabbia nel sentire i pettegolezzi altrui sul suo conto ancora insistenti e offensivi, il constatare che nessuno (nemmeno un suo collega lì presente) si avvicinò a lei per rasserenarla, per dimostrarle il suo supporto, e io, irrimediabilmente timida, non osai rivolgerle la parola, ma da quel giorno incominciai a volerle un gran bene: essendo stata in passato vittima di bullismo, comprendevo la sua solitudine (non erano rare le occasioni in cui la vedevo seduta a leggere un libro lontana dalla chiacchiere dei suoi colleghi, e assistetti più volte a furiose litigate tra lei e loro, anche durante i consigli di classe). Durante gli anni del Liceo il nostro rapporto fu continuamente travagliato: l’anno successivo ci scambiammo molte mail di carattere culturale (discutevamo di letteratura, di fotografia o di cinema, in quanto entrambe grandi appassionate d’arte) o profondamente filosofiche (mi piaceva parlare con lei di poesie e poi riflettere su di esse e sulla complessità della vita), a scuola invece parlavamo assai poco (io non osavo disturbarla oltremodo), eppure avevo la sensazione che ci cercassimo (ero io a cominciare spesso la conversazione telematica, ma se non mi facevo sentire per un po’ mi arrivava puntualmente un’altra sua mail), capitò spesso che la sorprendessi a guardarmi mentre le passavo accanto o conversavo con gli amici nei corridoi, al colloquio chiese a mia madre se le volessi bene, mia mamma si fece sfuggire che l’ammiravo molto e che descrivevo le sue lezioni come le più entusiasmanti. Così mi decisi a confidarle la mia stima in una lettera all’interno della quale le chiedevo aiuto per affrontare gli anni del Liceo: mi sentivo irrimediabilmente sola e soprattutto incapace, goffa, non riuscivo a raggiungere i voti per cui sudavo tanto. Lei l’accettò senza sbattere ciglio, ebbi la sensazione che conoscesse già il contenuto: mi rispose per mail, mi ringraziò per i complimenti e l’ammirazione, mi disse che ero un’ottima studentessa e che dovevo solo scoprire un approccio differente per migliorarmi, mi promise che ci sarebbe stata lei al mio fianco per costruire il mio castello. Mi intenerì quel messaggio, soprattutto perché ero stanca di vederla continuamente sofferente (non erano rare le occasioni in cui si asciugava le lacrime prima di entrare in classe o sentivamo la sua voce acuta strillare per il corridoio al telefono). Un giorno accadde qualcosa di strano: terminata la lezione, mi chiese di aspettare che tutti gli altri uscissero e quando fu così chiuse la porta dell’aula: si mise di fronte a me e mi chiese se avessi qualcosa da dirle. Sorpresa, non proferii parola (da qualche settimana il nostro tecnologico scambio epistolare era sospeso poiché avevo sempre paura di disturbarla e mi ero ripromessa di diradare i miei messaggi), negai qualsiasi cosa mi stesse chiedendo e me ne andai. Me ne pentii immediatamente dopo, e così il lunedì successivo le ribadii il mio affetto per lei, le promisi che l’avrei resa orgogliosa, che era un mio modello di riferimento, lei sorrise, si commosse, disse che aveva troppi difetti perché qualcuno volesse diventare come lei. Fui orgogliosa del mio coraggio e del rapporto che avevo costruito con lei, che precipitò nuovamente di lì a poco: continuai a scriverle poco per non incrinare ulteriormente tale relazione professionale (sapevo di aver già esagerato valicando il confine studente-docente), lei divenne fredda, capitò che cambiasse scalinata se esisteva il rischio di incrociarci (non fui l’unica ad accorgermene ma fu anche l’impressione di un amico a cui avevo raccontato tutto), quando mi consegnava i compiti corretti sbraiatava con me per gli errori commessi nella traduzione ( i miei stessi compagni se ne sorpresero, con nessuno di loro era così dura, un giorno per un errore di geografia mi urlò che “avevo rischiato di essere uccisa da lei in quei giorni”). Sgomenta, mi scusai con lei per averle rivelato la mia ammirazione, per averle voluto bene, mi rispose dicendo di essere la mia docente e nient’altro. Confusa, mi allontanai, eppure sapevo che continuava a guardarmi quando le passavo accanto, un giorno stavo parlando con un’altra docente, lei si avvicinò e dopo il mio saluto, constatando che ero totalmente assorbita dalla conversazione con la sua collega, mi afferrò per un polso e mi disse di dovermi parlare di una questione burocratica in quanto rappresentante di classe e così fece, interrompendoci. Divenne indecifrabile, talvolta acida, faticavo a parlare con lei anche di aspetti riguardanti la classe o le gite didattiche, ma a fine anno scolastico, ben sapendo che non sarebbe stata più la mia docente per gli anni successivi, le scrissi che mi dispiaceva e che continuavo a volerle bene. La sua risposta non tardò e mi confidò che aveva aspettato il mio messaggio, che dopo averle confidato la mia ammirazione nei suoi confronti non avevo più detto niente e lei invece ci aveva sperato quindi aveva cercato di farmelo capire ma non ci era riuscita. Se pensavo ormai di non poter litigare ancora, mi sbagliai; l’anno successivo decisi di cambiare scuola per molte ragioni, lei, pur affermando di rispettare la mia scelta, non l’accettò mai e sorresse un muro invalicabile che riuscii a scalare solo l’ultimo giorno prima della mia partenza: fu l’ultima professoressa che salutai, le chiesi un abbraccio ma rifiutò perché ammise di non essere abbastanza forte per quello, mi chiese di scriverci durante l’estate, di non perderci. In estate fui nuovamente colpita dalla durezza delle sue risposte, tutto ciò che mi chiese fu di riconsiderare la mia partenza ma io sapevo bene di non poter tornare in quella scuola per l’incompetenza dei docenti (lei si dimostrò l’unica veramente valida), le ore spropositate di studio che rischiavano di farmi star male fisicamente e mentalmente, volevo cambiare percorso di studi, lei non capì, le dissi che non l’avrei dimenticata e che l’ultimo giorno di scuola glielo volevo dire, lei mi scrisse di “non ricordarsi l’ultimo giorno di scuola”. Quando le chiesi il motivo di tanta freddezza, volle troncare qualsiasi rapporto con la sottoscritta sostenendo che non era mio compito comprendere la ragione delle sue scelte poiché era stata solo la mia docente (specificò “non solo tua, ma anche di tutti i tuoi compagni” e aggiunse “addio, addio”). Smise di rispondere alla mie mail (mi scusai più volte per aver agito d’impulso, per averla disturbata, per aver provato a capire il suo comportamento), provai a parlarle un giorno in cui ci incrociammo per strada ma mi respinse, fu umiliante e a quel punto prevalse la rabbia, decisi di non cercarla più.
Eppure quest’anno abbiamo riallacciato il rapporto, dopo due anni di silenzi e di sguardi scambiati quando è capitato che ci incontrassimo per strada: sono stata io a scriverle poiché un giorno mi è venuta in mente una poesia che mi aveva consigliato, e lei mi ha risposto molto dolcemente, ho ritrovato la persona che avevo perso, la stessa dell’incontro del club di lettura. Assieme al mio migliore amico (ex mio compagno di classe e suo ex alunno) abbiamo fatto colazione assieme due volte, ed è stato molto bello: dopo qualche minuto è stato semplice guardarla negli occhi (mi ha sempre messo un po’ di soggezione), parlarle apertamente delle scelte che ho fatto (il cambio della scuola, com’è stato trasferirsi, l’università), sono state ore piacevoli. Lei con me si è comportata diversamente da quanto abbia fatto negli anni trascorsi assieme: mi ha voluta vicina a lei, ha cercato spesso il contatto fisico (mantenendo per troppo tempo le sue dita sul mio braccio), quando il mio amico si è allontanato per prendere il cappuccino mi ha guardata e si è complimentata con me dicendomi “che bella che sei!”, mi ha preso le braccia per osservare i tatuaggi riconoscendone uno (“A scuola indossavi spesso una maglietta con lo stesso disegno!”). E’ stato strano e imbarazzante. Non penso di avere mai provato attrazione fisica nei suoi confronti pur considerandola una bella donna, e non penso di aver mai suscitato in lei un interesse di tale natura: entrambe abbiamo discusso sempre delle nostre relazioni amorose con persone del sesso opposto, eppure durante i miei anni nella sua scuola ho sempre percepito che non sapesse come avvicinarsi a me, perciò sono stata sorpresa dal suo imprevedibile avvicinamento. Tutto ciò per dire che puntualmente abbiamo ancora litigato. Un giorno l’ho vista in lontananza vicino alla scuola mentre stava discutendo con un suo collega: ero in bici e mi stavo dirigendo verso casa, perché sentisse il mio saluto avrei dovuto attendere che scendesse le scale e giungesse al parcheggio che stavo attraversando (particolarmente di fretta), così ho deciso di non fermarmi con la convinzione che non mi guardasse (sia perché mi sembrava inopportuno e imbarazzante attenderla sia perché, essendo molto timida, ammetto che talvolta prediligo la fuga). Una settimana dopo le ho scritto a nome mio e del mio migliore amico per proporle di fare colazione assieme, e non ha risposto (rispondendo invece alla medesima mail inviata dal mio amico, e accettando di buon grado, non mostrando poi all’incontro nessun risentimento e nessun accenno alla faccenda). Due settimane fa, mentre andavo all’università, l’ho vista nel mio medesimo tram e l’ho salutata in lontananza per poi scendere alla fermata successiva (non per evitarla, ma perché è la più comoda per raggiungere l’aula studio dove dovevo recarmi): lei ha ricambiato con un sorriso. Lo stesso giorno, al ritorno dalle lezioni, ho preso ancora il tram: salendo ho guardato il cellulare per chiamare un’amica e d’istinto mi sono recata lontana dalla porta d’apertura del veicolo per mettermi più comoda su un sedile. Quando ho terminato la telefonata mi sono guardata attorno e mi sono accorta che una donna, girata di spalle vicina all’entrata da cui provenivo, assomigliava alla professoressa. Alla stazione successiva, quando la donna è scesa, ho scoperto che si trattava proprio della professoressa. La sera stessa le ho scritto facendo riferimento al nostro primo incontro in tram, specificando che non avevo volto l’occasione per ringraziarla del libro che mi aveva consigliato durante una nostra colazione che sto proprio leggendo in questo periodo. Inutile dire che non mi ha risposto, e non penso che sia una coincidenza. Come interpretare questo suo silenzio? Posso forse dedurre che entrambe le volte mi ha riconosciuta e si è offesa poiché non mi sono fermata e non l’ho guardata? Cosa posso fare ora? Le voglio molto bene e soprattutto la stimo davvero molto per perdere nuovamente i contatti, vorrei riuscire a trovare una soluzione!

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