Rapporto Cliente-Terapeuta

Inviata da sara · 24 ago 2016 Psicologia risorse umane e lavoro

Buona sera, sono Sara e sto scrivendo una tesi in Counselling incentrata sull'importanza della fase d'incontro del cliente, la preparazione del "campo", l'empatia, l'ascolto... diciamo tutta la parte non-tecnica del colloquio. Vorrei chiedere a chi disponibile e volenteroso di rispondere a questa domanda; affinchè io possa raccogliere esempi e dati necessari per la mia miglior comprensione di questo (da quanto ho capito) essenziale passaggio:

"Cosa succede in noi (terapeuti) e nel cliente, al momento dell'incontro?"
Ringrazio di cuore chi verrà in mio aiuto!
Sara

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Miglior risposta 24 AGO 2016

Gentile Sara,
la mia esperienza riguardo all'incontro con i clienti è questa: innanzi tutto cerco di preparare un ambiente accogliente, sia nello studio, sia nell'incontro con me a partire dal primo momento di contatto, compresa la prima telefonata in cui viene richiesto un appuntamento. Poi mi pongo in ascolto attento di quello che l'altra persona mi porta, si tratta di un ascolto da parte mia non giudicante, ma pronto ad accogliere, comprendere ed empatizzare in modo umano ció che l'altro mi racconta. Sono attenta non solo alle parole verbali, ma anche agli aspetti non verbali come tono di voce, postura, prossemica, abbigliamento, velocitá dell'eloquio.
Si crea uno scambio, una conversazione in cui la persona è libera di esprimersi e di scegliere cosa e come raccontarsi.
Ogni cliente si pone in maniera diversa al primo incontro: c'è chi arriva e si espone timidamente, chi parla a raffica, chi inserisce discorsi nuovi mano a mano che le sedute procedono, c'è chi vorrebbe le ricette infallibili per stare meglio e chi chiede suggerimenti e consigli... una cosa comune ai clienti nei primi incontri è quella comunque di sentirsi accolti e compresi nella loro sofferenza, non giudicati e liberi di parlare di tutto. A volte non sanno bene cosa aspettarsi e cosa succederá quando arrivano dallo psicologo, ma questo si chiarisce man mano che i colloqui vanno avanti.
Ogni persona comunque è una storia a sé, nella mia risposta ho cercato di generalizzare ció che avviene, per quanto una generalizzazione possa comunque essere parziale.
Buon lavoro con la tesi.

Cordiali saluti,

dott.ssa Elisa Canossa, psicologa psicoterapeuta, Mantova

Dott.ssa Elisa Canossa - Studio di psicologia e psicoterapia Psicologo a Sustinente

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30 AGO 2016

Gentilissima Sara,
mi pare riduttivo provare in poche righe a fornirle elementi così importanti per la sua tesi di counseling. Sicuramente la Sua Scuola avrà un tutor da metterle a disposizione e docenti in grado di fornirle un aiuto mirato. Se questo non fosse possibile, si rivolga a una scuola di counseling chiamando direttamente la Direzione e chiedendo un colloquio: Noi, scuole di counseling siamo in genere disponibili a dare suggerimenti ai futuri counselor e a mettere a disposizione dati che alimentino la ricerca e la cultura del counseling.
Buon lavoro!
Cordialmente
Dott.ssa Piera Campagnoli

Centro Psicologia - Terapie e formazione Psicologo a Gorgonzola

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25 AGO 2016

Cara sara, futura collega, Ti consiglio di leggere il libro della Nancy McWilliams, " Psicoterapia Psicoanalitica ". Troverai tutte le risposte che cerchi e molto di più.
Con i migliori auguri, Dr. Marco Tartari, Asti

Dott. Marco Tartari Psicologo a Roatto

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24 AGO 2016

Cara Sara,
pone una domanda importante, difficilmente esauribile.
Vi sono tante sfaccettature che riguardano questo tema e tante possibili letture,
come vedi già alcuni colleghi hanno fornito una loro risposta e ritengo che ciascun terapeuta può portare brillantemente le sue riflessioni, esperienze e conoscenze in merito.
Per rispondere in modo esemplificativo mi viene in mente un vecchio testo di Giampaolo Lai "Le prime parole del primo colloquio". Lai ci spiega molto bene che le prime parole che il paziente dirà nel primo colloquio, già portano in modo completo il suo mondo, il suo passato, il suo presente, la richiesta che formula a noi in quel momento, ma anche la struttura della sua modalità relazionale, nonchè le sue esperienze relazionali.
Facciamo un semplice es., se un individuo ha avuto un'infanzia costellata di tradimenti di persone importanti, di svalutazioni e di solitudine, in seguito al quale ha strutturato difese e modalità tali per cui ha dovuto cavarsela da solo, pensando di non potersi fidare di nessuno, probabilmente potrebbe presentarsi al primo colloquio con una formulazione del tipo: "In questo momento sono stanco di continuare a lottare da solo e sono venuto qui, ma non credo proprio che lei riesca a capirmi e ad aiutarmi, forse sto solo perdendo tempo".
Già in questa frase racconta il suo mondo, le aspettative e lo stile relazionale: chiede ma poi non aspetta la risposta, confermando l'idea che nessuno può aiutarlo. Ha un comportamento di tipo aggressivo passivo e una chiusura verso l'altro.
Venendo ora al terapeuta o consulente, come questi risponderà e interagirà col paziente/utente dipende dallo stimolo e dallo stile dello stesso, ma anche dalla personalità, dalla formazione, esperienza, consapevolezza del terapeuta.
L'inizio del paziente induce rabbia e frustrazione, per cui porterebbe a rispondere in modo controaggressivo, svalutante ed espulsivo del tipo: "Visto che sa già tutto non ha bisogno di me, nè di nessuno, non sta cercando aiuto e può anche andarsene".
Un terapeuta che ha problemi con la propria autostima e con la rabbia potrebbe cedere al controtranfert e rispondere così, entrando nel gioco relazionale del paziente.
Un terapeuta che ha lavorato su sè e su certi temi, riesce a distanziarsi e ad ascoltare la propria rabbia ma anche a vedere le cose da un'altra angolatura e a leggere la comunicazione, come informazioni del mondo relazionale e della storia del paziente.
Questo gli permetterà di sentire la rabbia ma di non controagirla per poter ripresentare, riformulandola la richiesta del paziente, in modo che sia maggiormente leggibile e di aiuto.
La relazione sia nel primo colloquio che nei successivi procede secondo questa danza significativa, sempre meno faticosa nel caso si stabilisca una buona fiducia.
Capita anche che il terapeuta agisca un'emozione o un tema del paziente, l'acting out talvolta è indispensabile per comprendere le tematiche di quella persona, che altrimenti non troverebbero parole.
L'importante anche qui è riprendere distanza e comprendere quanto si è agito, quanto appartiene al paziente e quanto al terapeuta.

Spero di essere stata chiara

Sabrina Costantini
Psicologa Psicoterapeuta
Pisa - Cecina

Sabrina Costantini Psicologo a Pisa

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24 AGO 2016

Buongiorno Sara, molto interessante la sua tesi. Per quel che mi riguarda, vorrei prima dire una cosa: negli ultimi anni la relazione terapeutica si è spostata molto (per me, forse troppo) sulle dinamiche emotive del terapeuta e non parlo solo di controtransfert, ma di qualcosa di più complesso. Da Costruttivista, la mia base è proprio quella di valorizzare al massimo il rapporto terapeuta-paziente (molto maggiore) rispetto a quello della tecnica tout-court. Di fatti, in molte risposte date in questo sito, parlo spesso della differenza clinica che hanno i fattori aspecifici (appunto, la relazione) rispetto a quella dei fattori specifici (le tecniche specifiche di una teoria). Credo, però, che per cercare di comprendere tutti i fattori coinvolti in una psicoterapia, ci si stia sbilanciando verso un polo, quasi dimenticando l'altro (la teoria di riferimento e la parte più tecnica). Dunque, per cercare di rispondere alla sua domanda, io lavoro in questo modo: ho una formazione teorica generale di fondo (cognitiva-comportamentale) in cui si innesta una formazione teorica (ma quando dico teorica, evidentemente, intendo anche le tecniche per applicarla) specifica di un modello, quello Costruttivista-Postrazionalista. Avendo molto chiari questi riferimenti e modelli epistemologici, utilizzo le "mie" tecniche del modello ma anche quelle di altri modelli, utilizzate in modo costruttivista, però, per raggiungere gli obiettivi che io ed il paziente vogliamo raggiungere. L'esperienza mi permette questo perchè sono convinto che non si possano integrare (a livello di epistemologia di base) teorie all'opposto come, ad es., una che vede la patologia che può essere guarita in quanto esiste l'oggettività con una teoria che afferma che l'oggettività non esiste (nel senso che la realtà non è accessibile così com'è), per cui non esistono pensieri irrazionali, oggettivi, ma pensieri più o meno funzionali in modo soggettivo; tuttavia si possono utilizzare anche strumenti diversi da quelli della propria teoria, se lo si sa fare. Fatta questa premessa, per me dovuta, le dico che, già dal primo incontro con il paziente, non posso non utilizzare me stesso come chiave di lettura. Nel senso che devo essere cosciente (e non farmi condizionare più di tanto) del fatto che la sintomatologia o l'esperienza della persona di fronte a me la posso leggere solo con i miei occhi e non posso sapere (utilizzando la metafora di Nagel per cui non possiamo sapere "che effetto fa essere un pipistrello") come si senta, veramente, il paziente (nonostante i neuroni specchio, nonostante uno dei concetti psicologici più fuorvianti come quello di empatia, etc.). Per questo, devo utilizzare me stesso e la mia formazione per cercare di capire il modo di "funzionare" del paziente e cercare di fornirgli un punto di vista (nè migliore, nè più oggettivo, nè altro) diverso. Per me la terapia è "solo" cercare di creare alternative ad una modalità funzionale irrigidita, unica e molto concreta che non è più (ma fino ad un certo punto ha funzionato, quindi non è da "buttare", ma da complessificare) utile alla persona e che gli fa vivere una qualità di vita percepita non buona, scarsa, molto negativa, etc. etc. Quindi, in questo contesto, devo tenere conto come, le mie caratteristiche di personalità, vengono sollecitate (soprattutto emotivamente ed, in seconda battuta, cognitivamente) dalle caratteristiche dell'altro ed utilizzare tale sollecitazione per fornire informazioni (anche in questo caso, emotivo-cognitive) all'altro sofferente. Queste sono risorse relazionali molto difficili da utilizzare e non scontate. Credo, per questo, che tale lavoro (di terapeuta), proprio per la sua complessità ed importanza su quanto possa incidere nella vita delle persone, lo possano fare molte meno persone di quelle che si laureano e specializzano in Psicologia-Psicoterapia. Proprio perchè credono (alcune) di guarire se stesse laureandosi in Psicologia oppure di "sapere come fare" una volta acquisite le informazioni teorico-tecniche di questo lavoro. "in bocca al lupo" per la tesi.

dott. Massimo Bedetti
Psicologo-Psicoterapeuta
Costruttivista-Postrazionalista Roma

Dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta Psicologo a Roma

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24 AGO 2016

Buongiorno Sara,
posso ovviamente parlarti della mia personale esperienza. Per me il primo incontro avviene già durante la prima telefonata, quello che mi dice, come me lo dice, il tono di voce... sono tutti dati fondamentali che mi danno informazioni sullo stato dell'umore, sul temperamento e su alcuni tratti della personalità del paziente. Molte cose poi vengono confermate durante il primo incontro in studio, come entra in stanza, come si siede, da cosa inizia... Sono infiniti i dettagli da guardare ed è misterioso ed imprevedibile cosa succederà ogni volta che un paziente bussa alla mia porta.
Ogni paziente è diverso e ogni seduta con lo stesso paziente è diversa.
Io preparo con cura il mio studio, lo rendo accogliente e preparo me stessa, affichè possa offrire tutta la mia competenza e la mia professionalità nel modo più umano possibile.
Spero di esserti stata utile...

Dott.ssa Monia Crimaldi Psicologo a Palermo

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