Vi chiedo un consiglio per mio figlio che non riesce ad avere amici e adesso non riesce a fare le interrogazioni pur avendo studiato perché non riesce a parlare davanti tutti i compagni e adesso si è convinto "tanto non ci riesco e non so alza nemmeno quando viene
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28 APR 2026
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Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con attenzione la situazione di suo figlio.
Da quanto descrive, le difficoltà che emergono non sembrano legate alla preparazione, quanto piuttosto a un blocco nella prestazione orale in contesti di esposizione, verosimilmente associato a stati d’ansia e a una marcata sensibilità al giudizio dei pari.
Il fatto che suo figlio studi ma non riesca a esprimersi davanti alla classe è un quadro piuttosto tipico dell’ansia da prestazione. In questi casi, la difficoltà non riguarda il “sapere”, ma il riuscire ad accedere a ciò che si sa in una situazione percepita come valutativa.
La frase che riporta – “tanto non ci riesco” – rappresenta un passaggio importante: indica l’inizio di una convinzione autosvalutante che può portare, nel tempo, a comportamenti di evitamento (come il non rispondere o non alzarsi), contribuendo a mantenere e rinforzare la difficoltà.
In questa fase è particolarmente utile adottare un approccio graduale e non pressante:
* evitare richieste eccessive o rimproveri, che rischiano di aumentare il blocco
* riconoscere e validare la fatica che suo figlio sta vivendo
* valorizzare anche i tentativi parziali, come piccoli passi di esposizione
Un coinvolgimento della scuola può rappresentare un supporto significativo, ad esempio attraverso modalità di interrogazione più progressive e concordate, che permettano al ragazzo di fare esperienza senza sentirsi sopraffatto.
Considerando anche la difficoltà nelle relazioni con i coetanei, può essere utile approfondire il quadro nel suo insieme, poiché questi aspetti spesso si influenzano reciprocamente nel determinare il livello di sicurezza personale.
Qualora la situazione dovesse persistere, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutare suo figlio a comprendere e gestire meglio l’ansia, lavorando sia sul piano emotivo che su quello delle convinzioni legate alle proprie capacità.
Cordiali saluti
Dott.ssa Afrodite Riolli
Psicologa Clinica e di Comunità
OGGI, 13 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno,
da come scrive si sente molto il suo desiderio di aiutare suo figlio e la preoccupazione nel vederlo in difficoltà, sia con i compagni sia nelle interrogazioni. È una posizione delicata anche per un genitore: da una parte si vorrebbe “tirarlo fuori” da questa fatica, dall’altra non è semplice capire come farlo davvero.
Quello che descrive – il blocco nel parlare davanti agli altri, il pensiero “tanto non ci riesco”, il fatto che non si alzi nemmeno quando viene chiamato – fa pensare a un livello di ansia piuttosto alto, che sembra aver preso spazio proprio nelle situazioni sociali e di esposizione.
In questi casi, più che un problema di studio o di capacità, spesso è come se il corpo e la mente “andassero in allarme”: parlare diventa rischioso, esporsi davanti agli altri troppo faticoso, e quindi evitare diventa l’unico modo per proteggersi.
Da questo punto di vista, può essere utile considerare che l’ansia, per quanto scomoda, ha una funzione: sta cercando di difenderlo da qualcosa che lui percepisce come troppo difficile (giudizio, vergogna, paura di sbagliare…). Il problema è che, evitando, nel breve periodo si sente sollevato, ma nel lungo periodo la difficoltà tende a rafforzarsi, insieme all’idea “non ce la faccio”.
È comprensibile che lei voglia delle risposte chiare, ma ogni situazione ha le sue sfumature, quindi è difficile dare indicazioni “valide per tutti”. Ci sono però alcuni modi in cui può stargli vicino che spesso fanno la differenza:
- Accogliere quello che prova, senza minimizzare (“non è niente”) ma nemmeno spingerlo troppo (“devi farlo e basta”).
- Aiutarlo a dare un nome a ciò che sente, magari partendo da momenti tranquilli, non solo quando è in difficoltà.
- Rinforzare i piccoli passi, anche minimi, invece di concentrarsi solo su ciò che non riesce.
- Evitare etichette come “timido” o “insicuro”, che rischiano di diventare identità.
- Mantenere un dialogo con la scuola, per capire se si possono creare condizioni un po’ più graduali (es. esposizioni più brevi, interrogazioni programmate, ecc.).
Accanto a questo, quando l’ansia diventa così limitante, può essere davvero utile un supporto mirato per lui. Gli interventi che oggi si utilizzano più spesso in questi casi includono:
- Percorsi psicologici individuali per lavorare sull’ansia sociale e sull’autostima.
- Tecniche graduali di esposizione (imparare passo dopo passo a stare nelle situazioni che teme).
- Lavoro sulle abilità sociali e comunicative.
- Strategie per gestire i pensieri automatici (“non ce la faccio”, “farò una figuraccia”)
Il fatto che suo figlio dica “tanto non ci riesco” è già un segnale importante: lì c’è un punto su cui lavorare, con delicatezza, perché racconta di come lui sta iniziando a vedersi.
Lei, con la sua presenza e il suo interesse, è già una risorsa per lui. Non deve avere tutte le risposte, ma può essere una base sicura da cui partire. Se vuole, può raccontare qualcosa in più su di lui: età, da quanto tempo succede, com’è nelle altre situazioni. Questo permetterebbe di entrare un po' più nello specifico.
Un caro saluto
Dott.ssa Noemi Bartesaghi
Psicologa clinica
Ricevo anche online
OGGI, 13 MAG 2026
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Gentile Dadodado,
mi dispiace molto per suo figlio e comprendo la sua difficoltà essendo padre.
La madre cosa ne pensa della situazione che ha descritto? Ha la sua stessa percezione riguardo ad essa?
E' importante, infatti, qualsiasi cosa si abbia intenzione di fare per supportare suo figlio, che entrambi i genitori siano concordi e solidali, in modo da unire le forze e mandare un messaggio univoco al figlio.
Detto ciò, ci sono molti modi per aiutare suo figlio:
1) terapia individuale che lo aiuti a superare il blocco e a relazionarsi con i coetanei
2) terapia familiare che vi supporti come nucleo al fine di delineare le strategie più idoneo per stimolare suo figlio.
Immagino che le difficoltà di socializzazione di suo figlio si siano palesate anche in passato e che magari in questa fase della sua vita siano acuite, perciò è importante anadare alla genesi delle sue criticità in un percorso profondo di conoscenza e ristruttrazione di sè.
Non ha specificato l'età di suo figlio, ma presumo sia adolescente, fase molto critica nella vita di ognuno ma anche positiiva perchè ci consente di acquisire la nostra indvidualità e definirci.
Perciò, si approcci alla situazione da una prospettiva costruttiva, positiva, come possibilità di crescita per suo figlio e anhe per voi come famiglia.
Vedrà che tutto andrà per il meglio se sarete tutti uniti in favore di vostro figlio.
IERI, 12 MAG 2026
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Quello che descrivi è un quadro molto chiaro di un sistema nervoso in stato di blocco (freezing). Nella visione umanista e transpersonale, non guardiamo a questo comportamento come a un capriccio o a una mancanza di volontà. Tuo figlio non è "pigro" e non si sta "arrendendo" per pigrizia; è semplicemente sopraffatto dall'ansia da prestazione e dal giudizio sociale.
Quando tuo figlio non si alza nemmeno quando viene chiamato, sta mettendo in atto una strategia di sopravvivenza. Per lui, parlare davanti alla classe non è solo un'interrogazione, è un rischio totale della propria immagine. Se ha già difficoltà a relazionarsi e a farsi degli amici, il timore di dire una sciocchezza o di apparire inadeguato davanti ai compagni diventa paralizzante. Nel momento dell'appello, la sua mente entra in "cortocircuito". Il pensiero "tanto non ci riesco" è un modo che la sua mente usa per giustificare l'immobilità fisica causata dal terrore.
La mancanza di amici e le difficoltà scolastiche si alimentano a vicenda. Senza una rete di supporto tra i banchi, la classe viene percepita come un ambiente ostile o estraneo, rendendo ancora più difficile esporsi. Il fatto che abbia studiato e conosca la materia rende tutto ancora più frustrante, sia per lui che per voi genitori. Per aiutare un ragazzo in questa fase di chiusura, bisogna agire su più livelli, togliendo la pressione e ricostruendo la sicurezza. Non forzatelo a farsi amici subito. Aiutatelo a trovare un contesto fuori da scuola (uno sport non agonistico, un corso di disegno, musica o gaming) dove possa interagire con i coetanei partendo da un interesse comune, senza l'ansia del voto. Un supporto psicologico specialistico: In questi casi, un percorso di terapia (magari ad orientamento cognitivo-comportamentale o umanistico) è fondamentale. Lo psicologo può insegnargli tecniche di respirazione e di gestione del pensiero catastrofico, aiutandolo a "separare" il suo valore come persona dal risultato scolastico.
Tuo figlio ha bisogno di sentire che, anche se non si alza dalla sedia a scuola, il vostro amore per lui non cambia. Spesso questi ragazzi si sentono un "delusione" per i genitori e questo aumenta il loro blocco. Se togliete il peso dell'aspettativa del voto, lui si sentirà più libero di affrontare la sua paura.
Ti va di dirmi se ci sono stati episodi particolari a scuola che hanno innescato questo peggioramento, o se è stata un'evoluzione lenta che è esplosa nell'ultimo periodo?
9 MAG 2026
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Buonasera,
da quello che racconta suo figlio sembra vivere una forte difficoltà legata all’esposizione agli altri, più che allo studio in sé. Il fatto che studi ma poi si blocchi davanti alla classe fa pensare che il problema non sia la capacità, ma l’ansia e il timore del giudizio.
Quando un ragazzo arriva a dirsi “tanto non ci riesco”, spesso non sta esprimendo pigrizia o mancanza di volontà. Più facilmente sta cercando di proteggersi da una situazione che vive come troppo umiliante, troppo carica di tensione o di vergogna. Col tempo questi blocchi rischiano di diventare un circolo: più evita, più si convince di non essere capace, e più perde fiducia in sé.
Mi colpisce anche il fatto che faccia fatica ad avere amici. A volte i ragazzi molto sensibili o ansiosi iniziano presto a sentirsi “diversi”, fuori posto, osservati dagli altri, e questo può portarli a chiudersi sempre di più. Non perché non desiderino relazioni, ma perché stare con gli altri diventa emotivamente faticoso.
La cosa importante, secondo me, è evitare di trasformare tutto in pressioni del tipo “devi reagire”, “devi parlare”, “devi sforzarti”. Lui probabilmente sta già vivendo dentro di sé una sensazione di fallimento e inadeguatezza.
Piuttosto potrebbe essergli utile sentire che qualcuno vede la sua fatica senza ridurlo a “uno che non vuole”. A volte i ragazzi che si bloccano così hanno molta paura di deludere, di essere guardati mentre sbagliano o di sentirsi esposti davanti agli altri.
Credo che sarebbe importante approfondire questa situazione con uno psicologo dell’età evolutiva, soprattutto perché sembra che il ritiro stia iniziando a coinvolgere sia la scuola sia le relazioni sociali. Intervenire adesso può aiutare molto, prima che questa convinzione di “non farcela” diventi sempre più radicata.
E una cosa che forse può aiutare anche lei come genitore: provi, quando riesce, a separare il ragazzo dal problema. Suo figlio non è “uno che non riesce”. In questo momento è un ragazzo che probabilmente sta vivendo una sofferenza molto forte nel sentirsi esposto agli altri.
A volte sentirsi capiti davvero è già il primo passo per ricominciare lentamente a esporsi un po’ di più.
7 MAG 2026
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Gentile Dadodado, capisco la sua preoccupazione. Da quello che racconta suo figlio sembra vivere una profonda sofferenza legata non tanto alla capacità di studiare, quanto al sentirsi esposto allo sguardo degli altri, che viene vissuto come potenzialmente giudicante.
A 15 anni il gruppo dei pari ha un peso enorme nella costruzione dell’identità e dell’autostima: quando un ragazzo inizia a percepirsi come “quello che non ce la fa”, il rischio è che questa idea diventi una convinzione rigida che può scatenare una reazione a catena che può portarlo a bloccarsi ulteriormente.
Il fatto che studi ma poi non riesca a parlare durante le interrogazioni fa pensare a un forte stato d’ansia e di autosvalutazione. Spesso si tratta di ragazzi molto sensibili, molto coscienti del giudizio altrui che finiscono per paralizzarsi proprio perché sentono di dover “dimostrare” qualcosa.
Se posso suggerirle un approccio, la inviterei ad evitare frasi come “devi reagire”, “non è niente” o “basta sforzarsi”, anche se dette con le migliori intenzioni. Per il ragazzo probabilmente questa situazione è vissuta come umiliante e minacciosa. È più utile aiutarlo a sentirsi compreso nel vissuto emotivo: ad esempio riconoscendo che parlare davanti agli altri in questo momento per lui è davvero difficile.
Allo stesso tempo, però, è importante non consolidare l’idea che lui “non possa farcela”. Quando dice “tanto non ci riesco”, sta probabilmente proteggendosi dal dolore del fallimento anticipandolo. Dietro queste frasi spesso c’è una rinuncia difensiva: se non provo, non rischio di sentirmi incapace davanti a tutti.
Sarebbe importante capire anche da quanto tempo si sente isolato dai coetanei, se ci sono stati episodi di esclusione, prese in giro o esperienze che hanno incrinato la fiducia in sé. A volte questi blocchi scolastici sono la punta visibile di una fragilità più ampia e profonda nell’immagine di sé.
Potrebbe essere utile anche osservare se esistono contesti in cui suo figlio riesce a sentirsi più spontaneo, competente o meno giudicato: uno sport, un hobby, un’attività creativa, musicale o anche piccoli gruppi sociali meno esposti rispetto alla classe. In adolescenza questi spazi possono avere una funzione molto protettiva, perché permettono al ragazzo di fare esperienze positive di sé al di fuori dell’etichetta del “quello che non riesce”.
A volte il recupero della fiducia passa prima da relazioni e situazioni in cui ci si sente accolti e valorizzati, e solo successivamente si riesce ad affrontare anche i contesti che oggi generano blocco e vergogna.
Credo che un percorso psicologico potrebbe aiutarlo molto, soprattutto la consapevolezza di avere uno spazio in cui possa sentirsi accolto senza essere giudicato. In adolescenza il sintomo spesso è un modo per comunicare un disagio che il ragazzo non riesce ancora a esprimere apertamente. Intervenire adesso è importante, perché più questa convinzione di inadeguatezza si cristallizza, più rischia di estendersi ad altri ambiti della vita e diventare fondante.
La cosa più preziosa che può fare come genitore è restargli vicino senza sostituirsi a lui, né colludere con la sua rinuncia: trasmettergli l’idea che oggi sta soffrendo, ma che questa difficoltà non definisce il suo valore né ciò che potrà diventare.
Un caro saluto,
Dott.ssa Beatrice Ilari,
psicologa clinica e psicoterapeuta in formazione
(Roma e online)
5 MAG 2026
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Gentile genitore,
da quello che racconta emergono due aspetti importanti: la difficoltà di suo figlio nelle relazioni con i coetanei e il blocco che oggi si manifesta anche a scuola, in particolare nelle interrogazioni davanti alla classe. Con così pochi elementi non è possibile capire se si tratti prevalentemente di ansia sociale, paura del giudizio, bassa autostima, un’esperienza di esclusione o qualcosa che richiede un approfondimento più ampio. Sarebbe però importante non leggere questo comportamento come semplice mancanza di volontà: quando un ragazzo studia ma poi non riesce a parlare, e arriva a pensare “tanto non ci riesco”, spesso c’è una sofferenza che va ascoltata prima ancora che corretta.
A 15 anni il rapporto con il gruppo, lo sguardo dei compagni e la percezione di sé hanno un peso molto forte. Il fatto che suo figlio non riesca ad alzarsi nemmeno quando viene chiamato può indicare che il momento dell’interrogazione non viene vissuto solo come una prova scolastica, ma come un’esposizione emotiva troppo intensa. In questi casi forzarlo, rimproverarlo o insistere sul “devi reagire” rischia di aumentare il senso di fallimento. Sarebbe più utile provare ad aprire un dialogo calmo, chiedendogli cosa teme che possa accadere davanti agli altri, da quanto tempo si sente così, se ci sono stati episodi di presa in giro, esclusione o vergogna, e come vive oggi la classe.
Le consiglierei di richiedere una consulenza psicologica per suo figlio, coinvolgendo anche voi genitori in una prima fase. Non perché si debba necessariamente pensare a qualcosa di grave, ma perché il ritiro sociale e il blocco scolastico, quando iniziano a limitare la vita quotidiana, meritano una valutazione attenta. Può essere utile anche parlare con la scuola, non per “giustificarlo” o sottrarlo a ogni interrogazione, ma per costruire passaggi graduali: interrogazioni programmate, modalità meno espositive all’inizio, piccoli obiettivi progressivi. L’obiettivo non è proteggerlo da ogni difficoltà, ma aiutarlo a recuperare fiducia, parola e presenza senza sentirsi schiacciato dallo sguardo degli altri.
5 MAG 2026
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Capisco quanto possa essere difficile, come genitore, osservare il proprio figlio in una situazione di fatica come questa. Vederlo bloccarsi, rinunciare ad esporsi nonostante lo studio, e arrivare a convincersi di “non farcela”, può generare preoccupazione, senso di impotenza e anche il desiderio forte di aiutarlo nel modo giusto.
Il fatto che lei stia chiedendo un confronto è già un passaggio molto importante: significa che sta prestando attenzione al suo benessere e che è disponibile a mettersi in gioco per sostenerlo. Questo è un elemento prezioso.
In situazioni come questa può essere molto utile offrire al ragazzo uno spazio individuale, protetto e non giudicante, in cui possa sentirsi libero di esprimere il proprio disagio. Spesso i ragazzi fanno fatica a condividere apertamente ciò che vivono, soprattutto quando si tratta di difficoltà legate all’esposizione davanti agli altri o al senso di inadeguatezza. Un percorso psicologico può aiutarlo gradualmente a trovare le sue modalità espressive, senza pressioni, rispettando i suoi tempi.
Allo stesso tempo, intervenire in modo tempestivo è fondamentale: quando queste difficoltà vengono accolte e sostenute precocemente, è molto più probabile che rappresentino una fase evolutiva transitoria, piuttosto che qualcosa che si irrigidisce nel tempo. L’obiettivo non è “forzarlo” a superare subito la difficoltà, ma accompagnarlo a costruire fiducia nelle proprie capacità e a sentirsi più sicuro nelle situazioni che oggi lo mettono in difficoltà.
Accanto a questo, anche voi come genitori potete trovare uno spazio di supporto. Percorsi di sostegno alla genitorialità o training genitoriali possono offrire strumenti concreti per comprendere come affiancarlo nel modo più efficace, gestire le vostre preoccupazioni e comunicare con lui in maniera che si senta accolto e non sotto pressione. È un lavoro parallelo, ma molto importante, perché rafforza il contesto in cui lui cresce.
Ci tengo a sottolineare che il fatto che lei sia qui a porsi queste domande parla delle sue risorse come genitore: attenzione, sensibilità e volontà di comprendere sono basi solide su cui costruire un percorso di crescita, sia per suo figlio che per voi come famiglia.
Resto a disposizione se desidera approfondire o orientarsi rispetto ai prossimi passi.
Dott.ssa Chiara Girolamo,
Psicologa Clinica e della Salute – Facilitatrice Mindfulness
5 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Salve, comprendo la sua preoccupazione nel vedere il proprio figlio in difficoltà, riconosco sia alquanto faticoso.
Sembra alquanto evidente che suo figlio stia vivendo un blocco per lo più emotivo che legato alle sue capacità. Il fatto che studi ma poi non riesca a parlare durante le interrogazioni, fino a convincersi che “tanto non ci riesce”, fa pensare a una forte ansia e a una paura del giudizio. Anche la difficoltà nel fare amicizia potrebbe legarsi a tali preoccupazioni. Tendenzialmente la percezione di insicurezza porta spesso a chiusura e rafforza un’immagine di se stessi negativa.
Risulta ad oggi molto aiutarlo valorizzando i suoi sforzi, rassicurandolo sul fatto che questa difficoltà è comprensibile e lavorabile, e accompagnandolo gradualmente in piccole esperienze di esposizione, anche in contesti protetti. Potrebbe altresì essere utile anche coinvolgere gli insegnanti, così che siano consapevoli della situazione e possano adattare le modalità di interrogazione.
Dal momento che sta iniziando a costruire un’idea di sé come “incapace”, potrebbe essere importante offrirgli uno spazio psicologico in cui lavorare sull’ansia, sull’autostima e sulle competenze relazionali, prima che questo vissuto si consolidi.
Resto a disposizione se desidera approfondire
Un caro saluto
Dott.ssa Stella Campoverde
4 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Gentile signora,
quello che lei descrive è un tema molto importante e frequente, che può riguardare in generale il modo in cui una persona costruisce l’immagine di sé e interpreta le situazioni della propria vita.
In alcuni casi, infatti, nelle esperienze quotidiane possono svilupparsi convinzioni su di sé e sul mondo che, se diventano rigide o poco funzionali, possono influenzare emozioni e comportamenti. Si tratta spesso di pensieri che tendono a “confermarsi da soli” nel tempo e che possono contribuire a mantenere il disagio.
Proprio per questo, un intervento di supporto, soprattutto se precoce, può essere molto utile: aiuta a interrompere alcuni circoli che mantengono la difficoltà e favorisce una maggiore consapevolezza di sé. Questo, nel tempo, può contribuire a rafforzare l’autostima, il senso di autoefficacia e una maggiore sensazione di equilibrio e serenità.
Capisco la preoccupazione che questa situazione può generare, sia nel ragazzo che nel genitore: è assolutamente comprensibile, e il fatto stesso di aver posto attenzione a questo aspetto è già molto importante.
Il ritiro durante le interrogazioni e il pensiero “tanto non ci riesco” potrebbero indicare non solo una difficoltà prestazionale, ma anche un vissuto di insicurezza che tende a rinforzarsi nel tempo e a influenzare il modo in cui si affrontano ( o evitano ) alcune situazioni.
In questi casi può essere utile provare a comprendere meglio cosa accade su due livelli: da un lato le strategie di studio e la gestione dell’ansia da prestazione, dall’altro i significati personali legati all’esporsi davanti agli altri, come la paura del giudizio o il timore di non essere all’altezza. Spesso, infatti, non è solo la performance in sé a creare difficoltà, ma il modo in cui vengono vissuti l’errore e lo sguardo degli altri.
Può essere molto importante mantenere uno spazio di ascolto, cercando di comprendere come il ragazzo stia vivendo la scuola, le relazioni e le sue preoccupazioni, senza fretta di “trovare soluzioni”, ma favorendo piuttosto l’espressione di ciò che prova. Spesso, proprio dal dialogo emergono non solo ciò che prova, ma anche risorse e interessi personali.
Un confronto con un professionista può aiutare ad approfondire questi aspetti e a costruire strategie più efficaci per affrontare le difficoltà, accompagnandolo nel suo percorso di crescita. può quindi essere utile per comprendere meglio cosa sta mantenendo il comportamento e come sostenerlo nel modo più adeguato.
Se lo desidera, resto disponibile per un confronto in privato.
Un caro saluto
Dott.ssa Federica Ligorio
4 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Gentile utente,
il disagio di suo figlio deriva da una situazione di notevole carenza di autostima ed ansia sociale con conseguente scelta di molteplici evitamenti che gli comportano isolamento e rinforzo della falsa convinzione di non avere le capacità degli altri coetanei per cui non vale la pena di mettersi alla prova.
Il consiglio è di avviarlo ad un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale in cui il ragazzo possa iniziare a costruire la fiducia in se stesso attraverso homeworks di esposizione graduali e progressivi.
Le suggerisco anche un contestuale confronto con gli insegnanti su questa tematica per agevolare questo percorso.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).
4 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Caro Dadodado,
penso che suo figlio sia particolarmente timido, e in adolescenza i problemi di relazione possono essere anche molto seri. Forse non ha fatto propri gli insegnamenti e gli esempi di mamma e papà. Non è mai troppo tardi per imparare ad essere efficaci nelle relazioni. Può essere utile ascoltare i nostri figli come non abbiamo mai fatto con attenzione in modo da offrire loro l'opportunità di esprimersi anche nelle questioni più personali. Non dimentichiamo di essere noi genitori i primi referenti dei figli, prima ancora degli psicologi e degli altri specialisti dell'età evolutiva quali i pedagogisti o gli educatori. Dunque coraggio, mettiamoci in ascolto e scopriremo quanto è benefico anche per noi porci in ascolto, anche perchè questo ci fare sentire efficaci.
Augurandole un buon esito con suo figlio
la saluto
Dott.Gabriele Lenti Psicoterapeuta Genova
1 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buonasera, comprendo la sua preoccupazione. L'adolescenza è una fase delicata e di profondi cambiamenti sul piano cognitivo, emotivo e relazionale. In questo momento di transizione possono manifestarsi diverse problematiche. Quello che mi colpisce è che il ragazzo fa fatica non solo a scuola, ma anche all'esterno, non ha infatti amici. Mi domanderei allora da cosa deriva questo blocco emotivo? Non è un blocco solo scolastico, ma una difficoltà più generale che rimanda ad ansia. Bisognerebbe capire meglio il funzionamento del problema, quando è nato e cosa si è fatto fino ad ora per provare a risolvere.
Nel frattempo sarebbe utile:
- evitare rimproveri, perchè probabilmente si sente già frustrato e non capace;
- aiutarlo a capire meglio l'emozione che prova e rimandargli un messaggio di validazione;
- capire se ci possono essere difficoltà legate ad una sensibilità sopra la soglia (a volte mi sono capitati ragazzi che rientrano nella neurocomplessità dell'alta sensibilità, coloro che comunemente vengono definiti PAS, che presentavano problemi simili);
- confrontarsi anche con i professori, cosa che forse avrete già fatto.
Prima che il problema possa cristallizzarsi nel tempo poi si potrebbe ipotizzare un percorso di terapia, per aiutarlo a ritrovare equilibrio e autostima, che comincia fortemente a risentire della situazione.
1 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno,
capisco quanto possa essere difficile per un genitore vedere il proprio figlio in questa situazione, soprattutto sapendo che studia e si impegna.
Da ciò che racconta, sembra che suo figlio faccia molta fatica quando si sente osservato o giudicato, come durante le interrogazioni o nel rapporto con i compagni. In questi momenti può attivarsi un’ansia molto intensa che lo blocca, fino a impedirgli di parlare, anche se è preparato. Con il tempo, questa esperienza può trasformarsi in pensieri come “non ce la faccio” o “tanto andrà male”, che lo portano a rinunciare in partenza, come sta iniziando a fare.
È importante sapere che non si tratta di mancanza di capacità o di volontà, ma di un meccanismo che lo porta a proteggersi da una situazione vissuta come troppo difficile.. Il problema è che evitare (non alzarsi, non rispondere) nell’immediato lo solleva, ma nel tempo rafforza proprio la paura e la convinzione di non riuscire.
A casa può aiutarlo in alcuni modi concreti:
- accogliendo la sua fatica senza minimizzarla (“immagino quanto sia difficile per te”)
- evitando pressioni o frasi che, anche in buona fede, aumentano il senso di aspettativa
- aiutandolo ad allenarsi in modo graduale, ad esempio provando a rispondere ad alta voce in un contesto protetto
valorizzando ogni piccolo passo, più che il risultato finale
Può essere molto utile anche coinvolgere la scuola, condividendo con gli insegnanti la difficoltà, per trovare modalità più graduali (ad esempio iniziare con risposte brevi, oppure in momenti meno esposti), così da permettergli di fare esperienza di riuscita.
Dato che la difficoltà riguarda sia la scuola sia le relazioni, potrebbe essere importante non aspettare troppo: un supporto psicologico può aiutarlo a comprendere meglio cosa succede in quei momenti, gestire l’ansia e ricostruire fiducia in sé stesso.
Con il giusto accompagnamento, queste difficoltà si possono affrontare e superare.
Resto a disposizione
Dott.ssa Giulia Mirannalti
Ricevo anche online
30 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buonasera,
da quello che racconta si percepisce quanto suo figlio stia vivendo una situazione faticosa, soprattutto perché sembra riguardare sia la relazione con i compagni sia i momenti di esposizione in classe.
Il fatto che studi ma poi non riesca a parlare durante le interrogazioni, fino a convincersi che “tanto non ci riesco”, fa pensare a un blocco che non ha a che fare con le capacità, ma con quello che succede emotivamente in quelle situazioni. Quando l’ansia o la paura del giudizio diventano molto intense, possono portare proprio a questo tipo di reazione: evitare, restare in silenzio, rinunciare prima ancora di provare.
Anche la difficoltà a costruire amicizie può contribuire a farlo sentire ancora più esposto e solo nel contesto classe, come se mancasse un terreno sicuro su cui appoggiarsi. In questi casi, spesso si crea un circolo in cui l’esperienza negativa rafforza l’idea di non farcela, e questa convinzione rende ancora più difficile esporsi la volta successiva.
Può essere utile, prima di tutto, accogliere il suo vissuto senza forzarlo o minimizzarlo, cercando di capire insieme a lui cosa prova in quei momenti specifici: cosa teme, cosa si immagina possa succedere, cosa sente nel corpo quando viene chiamato. Parallelamente, può essere importante coinvolgere la scuola, per valutare se ci sono modalità più graduali di interrogazione o piccoli passi che lo aiutino a riprendere fiducia.
Quando questa difficoltà diventa così pervasiva, un supporto psicologico può offrirgli uno spazio protetto in cui lavorare proprio su queste emozioni e su quel senso di “non riuscirci”, aiutandolo a sperimentare modalità diverse e più sostenibili.
È una situazione che può evolvere, ma ha bisogno di essere presa sul serio e accompagnata con attenzione, senza aspettarsi che passi da sola.
Un caro saluto,
Dr.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica
Ricevo anche online
30 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno, immagino come la situazione possa preoccuparla da mamma e in effetti non sembra da banalizzare. Far fronte ai compiti scolastici va spesso a braccetto con il dover fare i conti con i compiti evolutivi e si sa che questi in adolescenza sono talvolta spietati. Mi sembra però una situazione che potrebbe giovarsi di una psicoterapia per suo figlio e per voi per poterlo aiutare nel modo migliore. Saluti. Dr Pilia
30 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Buongiorno Dadodado,
il fatto che suo figlio studi ma poi si blocchi davanti alla classe fa pensare che il problema non sia la preparazione, ma quanto si senta esposto in quel momento.
A 15 anni il giudizio dei compagni può diventare molto pesante, soprattutto se un ragazzo inizia a convincersi di essere quello che non ce la fa. E quando un’esperienza si ripete più volte, spesso si crea un circolo difficile:
ansia - blocco - vergogna - evitamento.
Il fatto che ora non si alzi nemmeno più quando viene chiamato sembra indicare che la paura stia iniziando ad arrivare prima ancora dell’interrogazione. Più evita quella situazione, più rischia di sentirla enorme e ingestibile.
Anche la difficoltà ad avere amici può incidere molto sull’autostima: un ragazzo che si sente già insicuro socialmente tende a vivere la classe come un luogo dove può sentirsi osservato, giudicato o umiliato più facilmente.
In questi casi spesso i genitori cercano, comprensibilmente, di incoraggiare, spronare o rassicurare. Però quando un ragazzo è già convinto di non essere capace, il rischio è che ogni tentativo venga vissuto come un’ulteriore conferma del problema.
Può essere più utile cercare di ridurre la pressione e aiutarlo a sentire che il suo valore non coincide con quelle interrogazioni o con il fatto di riuscire subito a parlare davanti agli altri.
Potrebbe anche essere importante confrontarsi con la scuola, per capire se sia possibile accompagnarlo gradualmente invece di lasciarlo solo dentro il blocco o interpretare tutto come mancanza di volontà.
Se questa chiusura sta aumentando, un consulto con uno psicologo dell’età evolutiva potrebbe aiutarlo non solo sulle interrogazioni, ma soprattutto sull’immagine che sta costruendo di sé e sul rapporto con gli altri ragazzi.
A quell’età, quando un ragazzo inizia a pensare di essere sbagliato o incapace, intervenire presto può fare molta differenza.
30 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno,
la situazione che descrive è comprensibilmente fonte di preoccupazione, ma è anche piuttosto frequente in età evolutiva. Le difficoltà nel fare amicizia e nel parlare davanti ai compagni possono essere legate a una forma di ansia sociale o a una bassa fiducia nelle proprie capacità. Il fatto che suo figlio abbia iniziato a convincersi di “non farcela” merita particolare attenzione, perché questo pensiero rischia di rinforzare il blocco e l’evitamento.
In questi casi è importante intervenire su più livelli. Da un lato, può essere utile sostenere suo figlio nel riconoscere e nominare le emozioni che prova (ansia, paura del giudizio, vergogna), aiutandolo a sentirsi compreso e non giudicato. Dall’altro, è fondamentale lavorare gradualmente sull’esposizione alle situazioni che lo mettono in difficoltà, iniziando da contesti più protetti e meno stressanti.
Può essere utile anche coinvolgere gli insegnanti, affinché possano adottare modalità più graduali (ad esempio interrogazioni programmate o inizialmente in forma ridotta), così da permettergli di sperimentare piccoli successi.
Resto a disposizione,
Cordialmente
Dott.ssa Psicologa Clelia Devoto
29 APR 2026
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Salve signora,
una cosa importante da fare è accertarsi che nella scuola sia stato attivato uno sportello psicologico
ritengo sia questo il caso, ossia di affrontare tale ansia da prestazione, questo sembrerebbe dal suo racconto,
facendo in modo che tutti gli insegnanti sappiano come intervenire.
Ricordiamoci sempre che lo psicologo non lavora solo direttamente con un paziente, ma esiste la possibilità di laviorare anche sulle figure di riferimento importanti per lui!
In molti non sapendo come agire, possono anche non agire correttamente, pur volendo fare del bene!
Richieda un supporto nella scuola o in alternativa potrebbe richiedere un supporto psicologico come genitore, affinchè lei stessa possa far sperimentare a suo figlio una esperienza diversa.
Immagino che a casa sia diventato l'unico argomento da mattina a sera e aimè purtroppo parlando sempre del problema si rischia di farlo crescere come una piantina con il suo fertilizzante.
29 APR 2026
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Ciao. Tuo figlio mostra aspetti ansiosi, di tipo sociale, legati alla paura di non essere abbastanza e di non dare il meglio di sé, sia nelle relazioni sia nei compiti scolastici. Incoraggiarlo in famiglia potrebbe rassicurarlo sulle sue capacità e dargli un supporto emotivo, in una fase di vita così delicata, gli gioverebbe molto. Se le difficoltà persistessero sarebbe opportuno valutare un eventuale percorso terapeutico che possa indagare le aree che generano sofferenza e pongono dei limiti al suo agire e al suo benessere.
29 APR 2026
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Buongiorno,
Capisco quanto possa essere difficile per te vedere tuo figlio in questa situazione, e quanto possa preoccuparti. Da quello che descrivi, sembra che stia vivendo una forte ansia legata al giudizio degli altri, che può portarlo a bloccarsi proprio nei momenti in cui si sente più esposto, come durante le interrogazioni.
Il fatto che abbia iniziato a dirsi “non ci riesco” è importante da cogliere: spesso questi pensieri nascono per proteggersi da una frustrazione o da una paura più profonda, ma rischiano di rinforzare il senso di difficoltà e di isolamento.
In questi casi può essere molto utile offrirgli uno spazio in cui sentirsi accolto e compreso, senza pressione, aiutandolo gradualmente a ritrovare fiducia nelle proprie capacità e a gestire l’ansia. Un percorso psicologico può sostenerlo proprio in questo, lavorando sia sull’autostima sia sulle situazioni sociali che oggi gli risultano più faticose.
Se senti che la situazione sta incidendo sul suo benessere o sulla vita scolastica, chiedere un supporto professionale può essere un passo importante e concreto.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
29 APR 2026
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Buongiorno,
questa è una situazione molto più comune di quanto si pensi, soprattutto in adolescenza, quando il tema del giudizio e della riuscita personale diventa particolarmente sensibile. La difficoltà di suo figlio nelle interrogazioni non va letta come mancanza di capacità o di impegno, ma piuttosto come un segnale di un disagio legato alla paura di fallire e di essere valutato.
Spesso, dietro questi blocchi, ci sono pensieri come “non sono abbastanza capace”, “se sbaglio deludo gli altri” o “verrò giudicato negativamente”. Per evitare queste sensazioni spiacevoli, il ragazzo può arrivare a rinunciare a mettersi in gioco, adottando una sorta di “protezione” (“tanto non sono in grado”), che però nel tempo rischia di rinforzare il problema.
In questi casi, un percorso di supporto psicologico può essere molto utile. Offrirebbe a suo figlio uno spazio sicuro in cui comprendere meglio cosa sta vivendo, dare un nome alle sue paure e individuare ciò che lo blocca. Parallelamente, potrebbe aiutarlo a sviluppare modalità più funzionali per affrontare le interrogazioni e, più in generale, le situazioni di valutazione.
L’obiettivo non è eliminare completamente l’ansia, che è un’emozione normale, ma permettergli di esprimersi con maggiore serenità, senza sentirsi paralizzato dal timore del giudizio altrui. Con il giusto supporto, è possibile costruire gradualmente una maggiore fiducia nelle proprie capacità e affrontare queste situazioni con più sicurezza.
Resto a disposizione, in presenza e online.
Un caro saluto,
dott. Matteo Basso Bondini
28 APR 2026
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Buongiorno,
da quanto descritto sembra che suo figlio possa avere difficoltà nell’accogliere emozioni spiacevoli come l'ansia, spesso legata alla performance e al timore del giudizio degli altri. L’adolescenza è sicuramente una fase delicata in cui l’identità è in piena costruzione e la vulnerabilità può occupare molto spazio, portando a volte un senso di isolamento.
In questo momento, il fatto di non alzarsi quando viene chiamato rappresenta una strategia di evitamento: il ragazzo cerca di proteggersi da un dolore immediato (l'ansia), ma così facendo finisce per alimentare il pensiero negativo "tanto non ci riesco", trasformando un blocco passeggero in un'etichetta sulla propria identità.
Servirebbe aiutarlo a scindere il valore dal risultato: le valutazioni scolastiche non definiscono il suo valore come persona. È un momento di difficoltà momentaneo, non un fallimento del suo essere.
Una strategia potrebbe essere comunicare tali problematiche ai docenti di materia e accogliere l'ansia per normalizzarla. Spiegargli che le sensazioni fisiche che prova (batticuore, respiro corto) sono normali risposte del corpo allo stress e non segnali che "qualcosa in lui è rotto".
Oltre alle difficoltà, è però fondamentale dare spazio alle passioni o agli interessi in cui si sente sicuro, cercando di capire se esistano contesti extra-scolastici dove possa sperimentare la socialità senza il peso della prestazione.
Comprendere il valore che egli stesso si attribuisce è il primo passo per aiutarlo a trasformare quel “vuoto” in uno spazio dove ricominciare, un piccolo passo alla volta, a mettersi in gioco.
28 APR 2026
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Gentile signora
Penso che suo figlio dovrebbe essere aiutato da uno psicoterapeuta per superare le sue problematiche.
Che e mancanza di autostima, e fobia sociale
Dottoressa Patrizia Carboni
Psicologa Psicoterapeuta
Roma
28 APR 2026
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Buongiorno,
Da quello che descrivi, tuo figlio sembra trovarsi in una situazione di forte difficoltà legata all’esposizione davanti agli altri: pur studiando, nel momento dell’interrogazione si blocca e questo nel tempo può aver rinforzato l’idea di “non farcela”.
L’ansia è un’emozione sana di per sé, che si manifesta quando ci troviamo davanti ad una sfida. Se troppo forte, però, può bloccarci e creare un circolo vizioso che porta all’evitamento (ho fatto brutta figura quindi la prossima volta non mi alzo nemmeno).
Evitare aiuta a sentirci meglio all’inizio, ma mantiene il problema e non solo: rinforza l’idea che non siamo capaci e che non ce la faremo.
Può essere utile partire da una comprensione più precisa di ciò che vive in quei momenti: cosa teme possa succedere quando parla davanti ai compagni? Che tipo di pensieri gli passano per la testa? Riesce a descrivere cosa prova nel corpo (agitazione, vuoto mentale, difficoltà a parlare)? Questo può aiutarlo a comprendere meglio il tipo di difficoltà.
Sul piano pratico, potresti considerare di:
- confrontarti con gli insegnanti per valutare modalità più graduali (interrogazioni programmate, esposizioni a piccoli gruppi, possibilità di iniziare con interventi brevi);
- aiutarlo ad allenarsi in un contesto protetto, ad esempio simulando a casa brevi esposizioni, partendo da pochi minuti e aumentando progressivamente;
- rinforzare ogni piccolo tentativo, più che il risultato finale, per contrastare l’idea di “non riuscirci”.
Se la difficoltà persiste o si estende ad altri contesti, può essere utile un confronto con uno psicologo dell’età evolutiva, che possa lavorare sia sul blocco nell’esposizione sia sui pensieri che lo accompagnano.
Intervenire in modo graduale e condiviso (famiglia–scuola–eventuale professionista) può aiutare a interrompere il circolo dell’evitamento e restituirgli maggiore fiducia nelle proprie capacità.
28 APR 2026
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Innanzitutto le dic che mi spiace molto per la vedere la sofferenza del suo figlio. Penso che qualcosa sia successo che lo ha mortificato in questa maniera a tal punto di astenersi dalle sue responsabilità. A volte basta uno sguardo di una persona che lui riteneva importante per cambiare il tutto. Davanti ad un rifiuto così oggettivo, la scuola potrebbe aiutarlo lavorando con obiettivi minimi e mettendosi d’accordo con i professori di fare le sue verifiche anche senza la presenza dei compagni ma solo di una persona della sua classe della quale si fida. Non è la soluzione finale ma potrebbe essere un inizio per aiutarlo a riprendere un po di fiducia in se. Le auguro delle belle cose!