Quando bisogna scegliere...noi stessi.

Inviata da Valerio Ceccarelli · 30 nov -1 Terapia di coppia

Buonasera dott. / dott.ssa

Mi trovo a esternare la mia situazione che, come da titolo, ha portato infine a una rottura sentimentale. Chi parla è un uomo di ca. 40 anni che ha vissuto una storia durata tre anni con una donna di 43, divorziata da 20, dapprima nata come rapporto a distanza, successivamente vissuta in una quotidianità fatta di pendolarismo costante (ogni mese per 7/10 gg andavo da lei), oltre a telefonate e videochiamate giornaliere. Comincio col dire che il rapporto mi/ci ha donato un turbinio di emozioni ed esperienze, sia positive che negative. A dire il vero, dopo il mio precedente rapporto di quasi 8 anni, ho inizialmente creduto di poter finalmente mettere il punto decisivo, sentimentalmente parlando, con questa persona. L'ho amata intensamente e l'amo tuttora, eppure alla fine ha prevalso l'amor proprio.
Fin da subito c'è stata una sincera apertura, dove lei ha esternato anche i suoi pregressi sentimentali fatti soprattutto di persone impegnate, rapporti in cui si è sostanzialmente accontentata di quanto potesse ricevere, legami spesso tossici e/o fatti di voli pindarici, senza essere mai stata...propriamente scelta. Io ho avvertito in lei, da principio, una evidente frattura emotiva e una fragilità ancestrale, incentivata da rapporti problematici con i genitori mai propriamente risolti, eppure ho deciso di volermi fidare senza giudicare, di far si che potesse finalmente vivere un rapporto vero, con una persona presente, che ama ed esterna i propri sentimenti senza filtri. Ma anche stavolta ho capito che l'amore non andrebbe confuso (o mischiato)...con la cura. Inoltre è ormai risaputa la "fregatura" di essere una persona empatica, che ama e si immedesima nell'altro. Lo scrivo volutamente virgolettato perché ahimé, sia in amicizia che in amore, ho attratto più volte persone con evidenti tratti narcisistici o manipolatori, soprattutto in tempi più remoti, anche da diagnosi che fece una mia cara amica psicologa che mi seguì allora. Diciamo che oggi sono decisamente più temprato ma il proprio essere, anche con un bel bagaglio al seguito, non lo puoi certo stravolgere.
Lei è una persona brillante, piena di energia, con la quale ho condiviso i molteplici interessi che mi caratterizzano. Si è fatta letteralmente trasportare nel mio mondo, laddove per sua stessa ammissione la vita non le ha riservato grandi guizzi di felicità. Mi ha capito profondamente e, anche parlando di apertura e intimità, non mi è mai capitata prima una compagna con la quale mi sentissi così a mio agio, con la possibilità di poter parlare di qualsiasi cosa, senza tabù. Viaggi, condivisione totale, mai un momento di noia, grande intimità sessuale…insomma, sulla carta sembrava potesse essere la mia persona. Eppure alla fine si arriva alla conclusione che non puoi barattare la tua serenità e la tua SANITA' MENTALE per un appagamento vissuto comunque a intermittenza. Perché vero è che i bassi in un rapporto sono la norma e nessuno, men che meno io, desidera un legame piatto e irreale, senza scontri e confronti. Ma se gli stessi diventano motivo di sofferenza profonda, in cui primeggia la denigrazione e la svalutazione dell’altro, si resta esangui e la scelta può essere una soltanto.
Ciò detto, fatta la premessa vado al sodo, parlando esclusivamente dei suoi tratti negativi prevalenti che hanno infine decretato la chiusura. Vado per sommi capi.
- Scatti d'ira innescati spesso da sciocchezze, anche in pubblico, per un fuori programma o, banalmente, una dimenticanza futile quale poteva essere una bottiglietta d'acqua o un foglio con qualche appunto, con silenzi protratti per tutto l'arco della giornata e invettive alla mia persona, con le quali venivo accusato di non capirla, di non essere attento alle sue esigenze e cercando letteralmente di ribaltare le rispettive responsabilità, giustificando le sue sfuriate esclusivamente per i miei atteggiamenti/comportamenti che fungevano da miccia. Ancora, poteva trattarsi di una fotografia non fatta a suo gusto, come pure un luogo da visitare che risultava chiuso e che quindi avevo mancato di contattare preventivamente, insomma una maniacalità del controllo a dir poco allucinante. Spesso capitava che mi piantasse in asso e si allontanasse, esattamente come potrebbe fare un bambino con fare dispettoso.
- A casa sua vigeva un vademecum su come bisogna comportarsi, dal togliersi le scarpe all'entrata, così come c'era una apposita calzatura ESCLUSIVAMENTE per andare nel terrazzo esterno, in virtù del fatto che transitassero gatti o altri animali da lei considerati oltremodo sporchi. Più tutta una serie di manie tipo lavarsi le mani costantemente se si è in luoghi pubblici, anche se si è semplicemente provato un capo d'abbigliamento in un negozio o sono state maneggiate monete e banconote, mettersi le scarpe senza toccare le suole, non sdraiarsi né sedersi sul divano o letto con i vestiti da fuori (anche se si è usciti per un paio d'ore, andando solamente a casa di amici) e tanto altro che non sto qui a disquisire. Se veniva rotta o infranta questa sua routine ne scaturiva una crisi fatta di alzate di voce, accuse e trasformazione del tutto in tragedia.
- Sono un uomo che ha dalla sua una grande praticità e, per motivi di lavoro, so affrontare tante diverse situazioni, in ambito fiscale, burocratico e di pubbliche relazioni in generale. Ebbene...ciò significava per lei, automaticamente, il poter scaricare sul sottoscritto ogni sua grana e difficoltà, di qualunque genere, a scapito del mio tempo e della mia serenità. Oltre a dover gestire i miei problemi, dovevo sopperire a ciò in cui lei asseriva di non saper far fronte. Ne derivava una stanchezza mentale infinita, senza contare i miei no (che non sono mai mancati, sia chiaro) che generavano le solite reazioni vittimistiche e accusatorie, anche laddove materialmente non potevo aiutarla o c'erano esigenze personali che avevano la priorità, spesso con pianto al seguito.
- Nei precedenti mesi le è stato diagnosticato un carcinoma mammario. Essendo mia sorella infermiera di sala in un polo oncologico, ho investito tempo ed energie (come hanno fatto pure i miei genitori) per far si che potesse essere messa in cura qui, con un trasferimento temporaneo durato all'incirca due mesi. Levatacce anche alle 4,30 del mattino, nottate, ho fatto veramente il possibile, ho smosso mari e monti per poterle offrire il meglio e in tempi ristrettissimi, vista la contingenza. Mi sono sentito dire, dopo uno dei soliti litigi, che forse funzioniamo solamente come partner di letto, così come l'essermi sentito rifilare il dubbio su quanto sentimento vero ci legasse effettivamente. Tutti macigni sul cuore, inutile dirlo.
- Ovviamente in coppia tutti sbagliamo, ho commesso errori più volte ma ho sempre prontamente chiesto scusa, ho quasi sempre cercato di mia iniziativa la riconciliazione e il poter discutere come mezzo costruttivo, in contrapposizione ai suoi silenzi o capricci, anche dopo l'ipotetico chiarimento. Per me la discussione ha una connotazione assolutamente positiva, rispettandosi ed esternando i propri contraddittori. Significa potersi capire meglio e far si che dal confronto si possa creare una grande occasione per scrivere una storia diversa, cercando l'armonia e l'incastro tra i due. Con lei senza risultato. Mi sembrava come se, per lei, diventasse esclusivamente motivo di guerra e di prevalenza sull'altro, una lotta a chi cede per primo.
Questo è quanto.
Perché ho resistito tanto? La bieca speranza che, con la terapia psicologica che segue da ca. un anno, potesse mettere finalmente i primi paletti necessari affinché capisse e affrontasse i suoi demoni. Problemi che ha dapprima imparato a riconoscere - specie quando si paventava un mio allontanamento - i quali sono stati il motore propulsivo che l'hanno indotta a cominciare questo percorso, in concomitanza con la prima grande rottura risalente allo scorso anno. Per poi rinnegarli nei momenti d'ira e di trambusto emotivo, sempre e comunque accusando me delle sue ricadute, vanificando quanto ottenuto e facendomi piombare nella confusione più totale. Ci sono stati dei piccoli risultati, così come sono conscio del fatto che i percorsi psicologici hanno tempi e modi che non possono essere preventivati né accelerati, è assolutamente logico e capibile come concetto, essendoci passato in prima persona. Ma in attesa che gli stessi sortiscano gli effetti sperati e magari duraturi...io ci ho rimesso pesantemente in termini di integrità mentale.
So di aver intrapreso la scelta giusta, con tanto dolore e rammarico perché lasciare chi si ama, anche se con una miriade di problemi al seguito, non è mai facile. Quando ti trovi a vivere una sottile e pulsante ansia interiore ogni qualvolta immagini che possa esserci un motivo di scontro, anche solo potenziale, così come quella sensazione di NON ESSERE MAI ABBASTANZA e di essere dato per scontato, e infine sentirsi svuotato e privato letteralmente della propria energia vitale, capendo che tutto ciò è anormale e logorante, arrivando a sentirsi inadeguati e dubitando di noi stessi, non puoi fare altro che decidere di amarti… lasciando andare.
Vorrei che voi, diciamo così, analizzaste ciò che mi sono trovato ad affrontare. Nei limiti del possibile, s'intende. Ve ne sarei infinitamente grato. Mi scuso per l'eccessiva lunghezza...avere il dono della sintesi, in questi casi, è una dote assai rara.

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Gentile Valerio, grazie per la fiducia dimostrata nel condividere la sua storia, personale, complessa, sofferta. Desidero sottolineare che per la natura delicata delle tematiche trattate è fondamentale trattarle ed analizzarle in un contesto privato,protetto con un terapeuta di cui si fida, ha pieno diritto di scegliere un altro percorso, se lo ritiene utile. Un confronto diretto permette un serio lavoro che persegue degli obiettivi condivisi, nel rispetto dei suoi tempi, dei suoi bisogni attraverso un ascolto autentico e accompagnamento adeguato.
Le auguro il meglio.
Dott.ssa Ursula Fortunato

Anonimo-200962 Psicologo a Civitavecchia

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