Psicoterapia sintomo-causa

Inviata da Dida. 18 giu 2016 5 Risposte

Buongiorno, ho 25 anni. Senza offesa per nessun indirizzo psicoterapeutico, premetto che io sono sia una paziente che un'amante della psicologia, per cui informata in modo parziale quindi forse potrei sbagliarmi, ma perché una terapia come quella cognitivo- comportamentale o altre che adottano lo stesso metodo oppure quelle brevi dovrebbero essere efficaci?
Io credo che ci sia un problema di base, di fondo dentro una persona che la porti a "creare" - avere i sintomi, un modo per comunicare qualcosa, che parte da molto lontano, dai nostri vissuti, dalla nostra educazione, dalle relazioni primarie.. Se ci si occupa di strategie per contrastare il sintomo (che sì è molto utile per vivere meglio la quotidianità ) ma non risolve la causa , il problema non si sposta su altro ?il sintomo può sparire e crearsene uno nuovo? Magari si nota di meno o è meno invasivo nel quotidiano ma esiste.
Mi chiedo come possa una persona a metterci anni e anni ad 'ammalarsi' e tre-quattro mesi per 'guarire' . Non è importante solo mandare via ansia, panico, mal di pancia, e tutti i sintomi esistenti ecc... Ma anche lavorare su una rieducazione emotiva , sulla sicurezza , autostima, sulle ferite passate, sui blocchi, sul transfert...? Non dovrebbe essere il contesto terapeutico anche un'esperienza di crescita ?
Spero sia stata una domanda sensata. Chissà se un giorno potrò sedermi dall'altra parte dello studio.
Grazie dell'ascolto !

panico

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Gentile Dida, è veramente confortante vedere che ci sono persone come Lei che hanno compreso perfettamente questioni così fondamentali come la differenza tra psicoterapie, più o meno brevi, e la psicoanalisi.
Lei ha pienamente ragione, ed è stupefacente che molti, " scafati" professionisti non lo abbiano compreso. Certo un percorso psicoanalitico è cosa ben diversa da una psicoterapia. Con questo non voglio dire che in casi specifici anche una seduta di psicoterapia alla settimana per un periodo limitato non possa portare buoni risultati. Ma è proprio qui il punto, come Lei dice, nell'inconscio non vi sono risultati, vi sono vissuti e desideri e modalità di risposta/difesa che, nel primo periodo di vita potevano essere utili, adattivi, ma ora non lo sono più, anzi. Solo che nell'inc. il tempo non esiste. Quel bambino sta piangendo ORA. E se non ritorni lì e rielabori quell'esperienza traumatica sarai costretto a ripeterla in forma mascherata nei comportamenti e nei sentimenti attuali. Come diceva Freud: chi non ha superato il proprio passato è costretto a ripeterlo. Per la sintonia che sento con le Sue posizioni mi permetto di suggerirLe di visitare il mio sito il cui link può trovare nella mia pagina di presentazione su questo sito. Sarei lieto di averne un Suo riscontro.
Con viva cordialità. Dr. Marco Tartari, Asti

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Buongiorno Dida, apprezzo la sua onestà intellettuale quando dice di essere una paziente ed un'amante della psicologia "parzialmente informata". Infatti, da come espone il problema emergono lacune (che, comunque,lei non sarebbe tenuta a colmare) evidenti rispetto alla psicoterapia cognitivo-comportamentale. Per questo, tuttavia, la inviterei a non formulare giudizi su un qualcosa che si conosce solo parzialmente o per sentito dire (come, ad es., cose del tipo: la TCC si occupa solo dei sintomi, non è una terapia del profondo, è una psicoterapia mentre la psicoanalisi è qualcos'altro, etc. etc.). Qualora fosse incuriosita, le basterebbe andare su Google e fare una brevissima ricerca su quante teorie con epistemologie differenti ci sono sotto il grande cappello di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale. Le polemiche tra teorie sono facili da cominciare ma hanno stufato (visto che sono decenni e decenni che, purtroppo, vanno avanti). Ma sono sicuro anche che ai colleghi (come agli interessati di psicologia in genere) molto informati ed aggiornati, non passa neanche più per la testa fare differenza tra psicoterapia del sintomo, del profondo, tra psicoterapia e psicoanalisi, etc. etc. Fortunatamente, la discussione teorica ed epistemica è andata oltre queste discussioni un pò da cortile (nel senso che ognuno difende a denti stretti il proprio orticello, giudicando la pagliuzza nell'occhio dell' "avversario" piuttosto che avere un atteggiamento critico e riflessivo sul tronco presente nel proprio occhio...), andando, ad es., ad integrare posizioni neurobiologiche, fisico-quantistiche, etc. Prendendo spunti, ad es., da una scoperta clinica di un modello molto diverso, avendo, insomma, un atteggiamento con la mente aperta, visto che non viviamo in un UNIVERSUM (realtà oggettiva con cui tutti si possono confrontare), ma in MULTIVERSA (H. Maturana, ovvero una realtà oggettiva inaccessibile, dove ognuno crea il proprio mondo ma, essendo comunque, esseri sociali, dobbiamo accordarci per vivere insieme nel quotidiano), ovvero: se la realtà oggettiva non è accessibile, come fa una psicoterapia a dire che una modalità esistenziale è più giusta di un'altra? Qual'è il mio riferimento, visto che io stesso sono, talvolta sì e talvolta no, un suo riferimento. Chi o cosa è il criterio dal quale partire per "oggettivizzare" una differenza ed, in seguito, etichettarla come patologica, non funzionale, etc.? Chi dice che il mio modo di vedere il mondo è migliore della persona sofferente di fronte a me? La sua sofferenza? Se si prende questo come criterio, apriti cielo: cosa intende, tale persona, per sofferenza?, Quali significati, prima emotivi e poi cognitivi (visto che è nato prima il cervello rettiliano e poi la neocorteccia), sta attribuendo a quella sofferenza? Lei se la sta raccontando come sofferenza, ma è tale per lei? Oppure non ce la fa (sempre emotivamente) ad esplicitarsi che, ad es., sta provando gioia e felicità in un contesto che l'esterno potrebbe giudicare negativamente e, dunque, visto che ciò non è possibile, allora si deve provare sofferenza ed aderire, così, al gruppo significativo cui si vuole appartenere, dal quale non si vuole essere esclusi, dal quale si vuole essere amati, etc. etc. (naturalm., questo è solo un esempio)? Come vede, non è più interessante quale terapia sia migliore, ma come fare a comprendere chi sta male di fronte a noi avendo esperienze, emozioni, linguaggi, significati, valori, etc., completamente differenti. In questo caso, quindi, l'unico criterio da seguire è: che effetto fa essere lei? E da qui si parte...Almeno io seguo tale linea...da terapeuta Cognitivo-Comportamentale...
Buona fortuna
dott. Massimo Bedetti
Psicologo/Psicoterapeuta
Costruttivista-Postrazionalista Roma

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27 GIU 2016

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Buongiorno Dida, questione apparentemente interessante la Sua, e certamente di rispetto. Mi permetto di fare alcune precisazioni anche avendo fra i miei amici alcuni cognitivi e C-C, sebbene il mio approccio sia junghiano, ericksoniano o strategico (a seconda del problema da risolvere). Una terapia utilizza il proprio metodo declinato poi dal terapeuta; quindi è impreciso dire "o altre che adottano lo stesso metodo": o sono altre o adottano lo stesso metodo!.
Relativamente all'idea del sintomo-causa, direi che è ampiamente superata in psicologia tale ideazione, poichè la mente non funziona come la scienza fisica che segue una logica lineare, bensì funziona in modo circolare.
Rispetto poi alla questione relativamente al fatto che se una persona risolve gli attacchi di panico (p. es.) poi debba anche risolvere cosa? Se la persona sta bene significa che sta bene. Nulla di più di ciò che è necessario. Semmai se c'è l'ideazione di cercare una causa a-priori è probabile si debba parlare di problema ossessivo o di altro.
Cordialmente
Dr. Massimo Botti

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21 GIU 2016

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Carissima,
è un grande piacere conoscerti e spero di averti puiù avanti tra i miei più stimati colleghi !
Dottssa Carla Panno
psicologa-psicoterapeuta in Milano

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21 GIU 2016

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Buongiorno Dida,
ha posto una riflessione interessante, che prima di lei ha coinvolto direttamente ricercatori e psicologi. Posso darle il punto di vista della terapia cognitivo comportamentale (della quale sono specializzata). In questo settore, dopo vari anni di grandi risultati dovuti alla rapidità con cui si poteva "uscire" da un sintomo specifico, si è vista anche la rapida ricaduta delle persone, molto spesso una sofferenza traslata su altri sintomi (come appunto esponeva nel suo dubbio!). E' per questo che la terapia cognitiva degli ultimi anni è assai differente dall'approccio più "radicale" di 50 anni fa. Attualmente questa terapia offre una componente di trattamento più immediata sull'attenuazione dei sintomi, ed un percorso più prolungato sull'esplorazione e il significato che tali sintomi possono aver rivestito. In questo modo la terapia cognitiva è diventata anch'essa una terapia a medio termine e più del "profondo", ma continuando a lavorare sui bisogni emotivi, sull'attaccamento, sui rapporti familiari ecc. sempre nella propria ottica cognitivista, ossia mettendo al centro il rapporto che vi è tra pensiero, percezioni personali ed emozioni. Credo che attualmente gli approcci integrati, che cercano di prendere i punti di forza delle varie correnti, per crearne di più funzionali alla società (per cui che si adattino ai ritmi di vita e all'economia attuale) siano i più agevoli ed efficaci. Spero di averle dato in parte una risposta,
un caro saluto,
dott.ssa Chiara Francesconi
psicologa psicoterapeuta cognitiva

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20 GIU 2016

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