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Inviata da Mattia Baronio il 11 nov 2019

Ho una cara amica con cui occasionalmente articolavo discussioni sulla mente umana, a lei piaceva molto, la incuriosiva, e quando parlavamo era come se cercasse di scovare qualche segreto che ancora le sfuggiva, inseguendolo con avidità, al sol pensiero di carpire cosa si nascondesse in fondo al nostro ego le si illuminavano gli occhi; sempre stata una persona responsabile e diligente, inutile dire che divenne studentessa di un università di psicologia a milano (non saprei dirvi il nome della facoltà)...
anche dopo il suo debutto come studentessa noi continuammo le nostre occasionali discussioni, ma mi accorsi che più studiava e più si sentiva in qualche modo superiore sull'argomento, più tempo passava e più i nostri discorsi si trasformavano, da scambio di opinioni a canzonature nei miei confronti e sentenze definitive e vincolanti su come il pensiero funzioni, finendo (sicuramente inconsapevolmente) per non rispettare più le mie opinioni; eppure più lei citava frasi da libro, più a me sembrava saccente e soprattutto sempre più lontana da quella verità di cui andava in cerca e che appena un paio d'anni prima le illuminava il volto; come se stesse perdendo il suo talento in cambio di nozioni che cercavano di racchiudere e categorizzare a priori un argomento così vasto, da non poter essere imbrigliato fra pagine di un libro di testo o con delle parole appartenenti al vocabolario umano.
Fu li che fraintesi fatalmente.... iniziò a venirmi un sempre più presente senso di irritazione per questo suo sentire ma non prendere in considerazione le mie opinioni; in oltre mi convinsi che i libri di testo sulla psicologia fossero un tentativo di fare un ritratto a Dio, che limitino le capacità deduttive dello psicologo stesso e addirittura che persone come Freud abbiano imbrigliato in una direzione obbligata l'intera branchia di esperti dedicati a questo studio. (parlo di psicologia e non psichiatria)
Un paio di settimane fa, gliene ho finalmente parlato e lei si è irritata.. al che mi sono arrabbiato e le ho detto riassumendo: "i tuoi libri anzi che aiutarti, ti hanno allontanato dal tuo talento deduttivo"; ha reagito arrabbiandosi molto a sua volta ed è scoppiata una litigata piuttosto pensante; allora, in preda alla collera, le ho detto "vieni con me e ti farò vedere di cosa parlo"; ho agganciato bottone con la prima donna che ho incontrato per strada e dopo un paio di minuti di conversazione sull'anomalo freddo di quel giorno, ho dedotto l'età, il numero di figli, l'attuale rapporto col marito con tanto di complicazioni, un paio di esperienze passate che hanno colpito la donna e pure il suo colore preferito; ho fatto la stessa cosa con altre due persone a caso e poi con alcune fotografie di persone che la mia amica conosceva ma io no.
Come se non bastasse ho concluso il tutto dicendole "vedi? ecco a cosa servono i tuoi libri, a nulla!" è andata via senza dire nulla e non l'ho più sentita fino a qualche giorno fa, in cui mi ha detto, riassumendo:
"voglio lasciare l'università"

quando me l'ha detto nella mia mente è successo questo:
1 - ho capito che la mia egoistica arrabbiatura e la conseguente dimostrazione l'hanno colpita quel giorno più di quanto immaginassi (e più di quanto volessi)
2 - ho pensato che quello che io avevo interpretato come presunzione, fosse un meccanismo di autodifesa che ha assunto poiché in realtà non solo rispettava la mia opinione ma addirittura valutava le mie capacità deduttive superiori alle sue malgrado gli studi, il che per lei era insopportabile, facendone scaturire negazione (che sia vero o no poco importa)
3 - ho capito quanto le voglio bene in realtà provando un senso di protezione nei suoi confronti enorme ed ora mi sento il colpa in maniera quasi straziante

al che le ho detto: "ci vediamo giovedì" (siccome da qualche tempo non vivo più nel palazzo di fronte, causa trasferimento)
ed ora sono io a sentirmi un totale imbranato e anche un po'stronzo, non che un uomo che aveva la presunzione di pensare di comprendere la mente umana meglio degli altri, mentre non sono stato nemmeno capace di capire cosa io e lei provassimo realmente in un tempo abbastanza lungo (3 anni non sono come 2 minuti) ed ho bisogno di una mano..

lo psicologo non è solo uno studioso della mente, studia anche i metodi con cui approcciare le persone nel modo giusto, fa un percorso terapeutico a propria volta per ottenere l'equilibrio necessario a poter guardare nell'oscuro precipizio senza smarrirsi.. (e chissà cos'altro studia per poter affrontare poi il mestiere giorno per giorno)
ma dopo quella fatidica dimostrazione (di quanto si può essere stronzi) lei sembra aver dimenticato tutto ciò... ed io non sopporterei l'idea che lasci l'università perché proprio io, che desidero solo il suo bene, l'ho deviata dalla sua retta via.

ho bisogno di una mano a levarle i dubbi che ora ha in testa e vorrei che, prima di giovedì (che poi sarebbe il 14/11), mi aiutaste a far luce su ciò che è successo , cercare di capire ciò che ha in testa, magari dei consigli su cosa poterle dire, perché davvero, quando ci penso, il mio cervello smette di funzionare e mi risorge il senso di colpa..
chi meglio di voi può aiutarmi
con profondo rispetto
ArcanoMaggiore

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