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Perché rifiuto il pensiero della morte?

Inviata da Marco · 12 mag 2016 Elaborazione del lutto

Salve a tutti, mi chiamo Marco e ho 28 anni. Scusate la banalità della domanda perché probabilmente è già stata fatta mille altre volte. Come scritto nel titolo ho questo rifiuto da sempre. Non riesco ad accettare la morte dell'essere umano. Un lutto familiare ogni volta mi sfianca anche se non si tratta di un rapporto forte ma vivo quel lutto come se lo fosse.Mi sfianca il pensare a ciò che lascia quella persona, la moglie, i figli o i nipoti. Mi logorano le morti improvvise, dove le persone vengono strappate ai propri cari da un momento all'altro, non che la morte lunga non mi faccia effetto però c'è quella componente psicologica dove nella diluizione temporale uno inizia a familiarizzare il pensiero ma resta ugualmente quella sensazione di vuoto bruttissima ma meno devastante. Fra poco sarò medico e questa cosa si ripercuote anche sul pensiero del futuro perché il pensiero di non poter far nulla per un paziente mi logora esattamente quanto il lutto di un familiare perché al pensiero di non riuscire a salvarlo mi sento un fallito già in partenza. Ho subito un lutto improvviso recentemente,il suocero di mio fratello. Si è svegliato una mattina come tutte le mattine, godeva di buona salute, si è sentito male e dopo 4 ore è morto. Aspettavo di parlare con un medico per avere notizie e quando mi hanno chiamato sono entrato con mio fratello e suo cognato, speravo in una buona notizia e invece quando sentii pronunciare " ho cercato di fare di tutto ma non ce l'ha fatta" sono rimasto pietrificato insieme a mio fratello e suo cognato. Siamo stati 20 minuti a piangere oltre la porta che ci separava dalla sala d'attesa dove c'erano gli altri familiari, non sapevamo come glielo dovevamo dire. Una persona splendida, fantastica. Non avevamo un rapporto frequentissimo, di solito ci vedevamo per le feste, per le occasioni, però me lo sono sentito strappare via come se fosse un genitore, come se io fossi suo figlio. Tutto questo poi mi riconduce a pensare ai miei genitori, che hanno i comuni problemi che ha la maggior parte della gente anziana e lì inizio a entrare in quel tunnel da cui poi non riesco a uscire e dove penso solo alla paura di perderli. Poi inizio a pensare alla gente che mi sta intorno che un giorno non rivedranno più i loro cari ma anche al fatto che un giorno sarò io a non vederli più, a non vedere più i miei fratelli e le mie sorelle insieme ai miei nipoti. Tutto questo mi assale e mi logora ma soprattutto mi paralizza,sento l'angoscia e la tristezza che mi avvolgono al pensiero che tutto quanto prima o poi finisce. Non so se ho qualche tipo problema,credo di essere una persona normale, socievole, con interessi più o meno come tutti i miei coetanei, a casa non mi manca nulla per fortuna, ho una fidanzata, vado a giocare a calcio con gli amici ma non so perché reagisco cosi piuttosto che rimanere coinvolto come vorrebbe la normalità. È un pensiero a 360 gradi il mio, inizia dal paziente e coinvolge anche il familiare. La cosa che reputo più paradossale è che mio padre ha un'agenzia funebre, ci ho anche lavorato ma nonostante questo non sono mai riuscito ad abituarmi anzi sono andato nella direzione opposta, voler aiutare la gente ma i limiti della medicina che oggi impone mi fa sentire un fallito e non perché ho la presunzione di volermi sostituire a Dio, non è una cosa che vorrei anche perché il Signore è qualcosa di troppo grande, però non lo so, vorrei che tutto restasse eterno, che la gente possa essere aiutata, che si possa cancellare la sofferenza, la carestia, vorrei che la gente non muoia e possa rimanere sempre li, noi per loro e loro per noi. Forse sono troppo sensibile o forse ho davvero qualche problema, per questo ho scritto qui, per avere un parere da voi, per essere aiutato a comprendermi. Vi chiedo scusa se mi sono dilungato ma avevo bisogno di parlarne con qualcuno.

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Miglior risposta 12 MAG 2016

Gentile Marco,
la morte di persone che conosciamo e ancor più quella di persone care è un evento che in qualche misura ci destabilizza sempre perchè è come perdere una parte delle proprie certezze se non forse una parte del proprio Sé.
Come futuro medico, ti troverai spesso a contatto con questo tipo di evento e penso che non dovresti rifiutare il pensiero della morte ma piuttosto integrarlo.
E' ovvio che una morte improvvisa è molto più traumatica, per chi resta, di una morte per una patologia grave progressiva in cui c'è il tempo di abituarsi all'idea di quella perdita.
Lo stesso discorso vale quando muore una persona giovane per incidente rispetto alla persona anziana che muore per malattia.
La realtà e che, come esseri umani, e questo vale anche per i medici, abbiamo dei limiti, non possiamo decidere certi eventi e possiamo aiutare il prossimo fino a un certo punto oltre il quale deve subentrare l'accettazione e la rassegnazione.
Come medico e soprattutto come psicoterapeuta penso che l'umiltà sia un'arma e una risorsa insostituibile e forte a garanzia della salute mentale.
In ogni caso, anche in vista della tua futura professione di medico, ti consiglio vivamente una esperienza di psicoterapia come occasione preziosa per la tua crescita personale.
Un cordiale saluto.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Dott. Gennaro Fiore Psicologo a Quadrivio

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13 MAG 2016

Caro Marco
intanto sappi che tutte le volte che si fanno domande sulla morte non è mai banale, anche se see ne è discisso mille volte, vale sempre la pena di ascoltare nuove esperienze e il parlarne è sempre utile e costruttivo interiormente.
A mio parere le persone che si interrogano sulla morte rispondono ad un bisogno profondo che esiste in ogni essere umano da cui è partita ogni riflessione filosoficain quanto è "argomento", meglio dire un "fatto certo" come non mai e tutti sentono un bisogno di dare qualche risposta.
Freud ci dice che il Principio di Realtà è basato sull'accettazione della morte ineluttabile evento unito alla vita.
Se accettiamo per intero la vita dobbiamo, seppure con dolore, accettare anche la morte.
Tornando a te e al tuo "rifiuto della morte" questo può anche essere dovuto ad una "reazione paradossa"; mi spiego, sei stato troppo a contatto con la morte e avendola "vista" molte volte in faccia, decisamente non ti è piaciuta.
Invece di accettarla insieme alla vita ora la rifiuti.
Però io penso anche che quello che ti manca è anche l'aver un "substrato" filosofico ben elaborato che comprenda questo evento.
Dal tuo scritto capiamo che sei religioso, ma forse questa religiosità resta un poco convenzionale e dovresti farla maggiormente "tua".
Penso che sarebbe importante per te anche in previsione del tuo lavoro.
A mio parere il medico lavora per la vita.
La buona vita e la buona morte sono elementi inseparabili di un insieme unico che si chiama Vita.
La Vita, globalmente intesa, ha un significato più vasto del "passaggio" terreno.
La morte può essere accettata anche dagli atei come fatto inscritto nella natura.
L'accanimento terapeutico, a mio parere, è un non rispetto della vita.
Ripeto ancora, la morte deve essere accettata in pieno.
Lavora, anche con un terapeuta, sulla parte esistenziale.
Ti aiuterà molto a collocare le cose in un contesto migliore, e attenuerà la tua ansia.
Un caro saluto
Dott. Silvana Ceccucci Psicologa Psicoterapeuta.

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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12 MAG 2016

Gentile Marco,
questa sua sensibilità rischia di renderle il suo futuro lavoro più difficile. Non che gli altri medici non abbiano caratteristiche simili, credo che qualunque medico cerchi di operare per la vita, ma nel suo caso forse c'entra qualcosa l'aver avuto un padre titolare di un'agenzia funebre.
Penso pertanto che per non rendersi la futura vita professionale più stressante di quanto già è, le converrebbe elaborare questi suoi vissuti con l'aiuto di uno psicologo psicoterapeuta, figura che è in genere essenziale per ottenere il cambiamento desiderato.
La prognosi, secondo un linguaggio medico, mi sembra favorevole.
Cordiali saluti

Valentina Sciubba Psicologo a Roma

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