Perché ho bisogno di sentire la mia terapeuta al di fuori della seduta?

Inviata da Valentina il 11 dic 2017 5 Risposte  · Psicoterapia

Sono in terapia da un anno e mezzo da una psicoterapeuta. Ultimamente sento l'esigenza di sentire la mia dottoressa anche al di fuori dei nostri incontri settimenali; mi è difficile riuscire a capire perché ho questa esigenza e trovare una risposta in particolare: do tante interpretazoni a questo mio bisogno, per esempio: mi fa arrabbiare e dispiacere quando la mia terapeuta chiude la comunicazione perché è finita l'ora (a volte lo fa anche se sto piangendo e mi trovo in un momento difficile) e questo mi fa soffrire perché la avverto molto severa (a tratti "insensibile"), talmente tanto da sentirla quasi rigida, indifferente e fredda di fronte a ciò che esprimo in un momento di sofferenza. Capisco bene che ci siano altri pazienti ma questo suo "tagliare" lo vivo come un rifiuto, un rigetto dell' apertura delle mie parti fragili, con la sensazione di valere poco ed essere uno dei suoi tanti pazienti e basta. Questa sua freddezza mista a rigidità (da me percepita tale) mi ha portata ad avvertire la paura di farle male (psicologicamente), di sovraccaricarla e di stancarla troppo: ho dato spiegazione a questa sua modalità come a un tentativo di difendersi dalla mia sofferenza (?); tutto questo ha acuito anche la mia rigidità (più che altro sensazione di congelamento) e faccio ancora più fatica a lasciarmi andare e dirle che cosa sento (mi sento molto impacciata e mi vergogno anche un po'). Quindi, il mio bisogno di sentirla al di fuori forse è un modo di dare continuità e permanenza alla relazione, una tacita richiesta di conferma di presenza da parte sua e di "presa in carico"? A volte la sento proprio distante e così mi sento un po' distante anche io. A volte sento che avrei bisogno di "accudimento" e considerazione (passatemi il termine,, ma il bambino ferito che ho dentro sente questo). Mi direte di parlargliene, lo so: sto solo aspettando il coraggio di non avere paura, perché temo una sua reazione che mi faccia soffrire (e non voglio provare delusione nei suoi confronti, ho bisogno di immaginarla buona e accogliente). So che sono tutte proiezioni trasfert ecc. Voi che interpretazioni date a tutto questo? Ho bisogno di punti di vista e sguardi esterni ed esperti diversi.
Grazie a tutti.

capire

Miglior risposta

Gentile Valentina,
la prima cosa che mi verrebbe da chiederle è se questa sensazione di freddezza e rigidità che lei avverte da parte della sua terapeuta è comparsa (come sembrerebbe) solo adesso, dopo un anno e mezzo di psicoterapia oppure è stata sempre avvertita fin dall'inizio.
Ciò detto si potrebbe pensare che la sua terapeuta, se vuole proprio essere rigorosa per l'orario, potrebbe gestire la seduta in modo tale da non far coincidere la chiusura di essa con momenti particolarmente difficili per lei dal punto di vista emotivo.
Se a volte in terapia non si riesce a fare questo, personalmente non ritengo che sia una grave infrazione del setting sforare di 10 - 15 min. per dare il tempo al paziente di riprendersi emotivamente.
Analogamente, penso che tra una seduta e l'altra, se il/la paziente è in difficoltà per qualche motivo importante, dovrebbe poter contattare il suo terapeuta purchè la cosa non diventi un'abitudine.
D'altra parte, quando un paziente non si sente per niente a suo agio può anche decidere di cambiare terapeuta a meno di avere gravi problemi di assertività o sensi di colpa ma voglio sperare che questo non sia il suo caso per cui la invito a farsi coraggio ed aprire questo tema in seduta.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

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La capacità di legame è ciò che le persone sviluppano in una relazione sana; scioglie le paure di abbandono, di non essere stimati, l'invidia di ciò che ha l'altro (ha se stesso), la gelosia, e più semplicemente l'insicurezza.

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13 DIC 2017

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Buongiorno Valentina,
le relazione terapeutica è per definizione una relazione e proprio per questo possiamo dire o non dire tutto ciò che vogliamo. Le sue difficoltà se condivise potrebbero permetterle di farle emergere e cercare di comprenderle assieme. Quello che mi chiedo è quale sia la sua costruzione del terapeuta e che cosa rappresenta per Lei in questo momento. La scelta del professionista di dire o fare certe cose può avere un preciso senso ed essere utile per la persona. Se non riesce a condividere la sua difficoltà provi a condividere le sue sensazioni quando succedono certe cose, anche nella stanza della terapia.
Una buona giornata
Francesco T.

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12 DIC 2017

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In terapia si impara a legarsi in modo armonico e a separarsi nel modo adeguato, perché pur non essendoci un modo giusto o sbagliato per farlo, ci sono dei modi che fanno soffrire e altri che sono "nutrienti".
In terapia tutto ciò che succede può essere considerato come qualcosa che riguarda il paziente, perché anche se il terapeuta è presente come persona con le sue caratteristiche soggettive e il suo professionale orientamento, lo studio e la relazione è come un laboratorio, un setting dove si fa esperienza di se stessi ma soprattutto la si può osservare. Questi sono gli aspetti tecnici. Poi ci sono i sentimenti o la freddezza o l'ambivalenza, che si scatenano da entrambe le parti e che spesso evolvono man mano verso un equilibrio, una dis-identificazione l'uno dalle parti dell'altro, per arrivare a capire e sentire te stessa, la tua identità, il tuo progetto di vita. Cose grandi e importanti.
Dr.Bartoli - Valenza (AL)

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12 DIC 2017

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Gentile Valentina,
in un anno e mezzo di lavoro insieme molto sarà stato il vissuto e la crescita che vi è stata. La necessità di contattare la propria terapeuta può essere normale ma, mi viene però da chiedere se questo sia proprio solo un'esigenza di una necessità terapeutica o più un momento di condivisione quasi "amicale". Il mantenimento del setting terapeutico, con quelli che sono orari, il non colludere con quello che è il suo sentimento, ma invece accoglierlo e riflettere su quello che significa per Lei, sono i percorsi per mantenere la relazione come "terapeutica" e non trasformare la terapia in quello che potrebbe essere più un rapporto amicale. Tutte queste premesse sono secondo il mio orientamento (cognitivo-neuropsicologico) e può sicuramente differenziarsi da quello della sua terapeuta. Sarebbe necessario capire su cosa state lavorando, verso quale direzione (se fosse un lavoro di responsabilizzazione, mi viene da pensare, potrebbe essere un modo per renderla più autonoma). Il modo migliore, sicuramente è di condividere questo suo stato d'animo proprio per comprendere effettivamente quella che è la sua necessità e magari chiarire il tipo di lavoro che state svolgendo insieme. Le auguro un buon proseguimento e di chiarire questo elemento di difficoltà.
Dott.ssa Paola Tagliani

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11 DIC 2017

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