Perché avviene il bullismo
Bullismo e perchè avviene soprattutto tra i ragazzi della secondaria di primo grado
Bullismo e perchè avviene soprattutto tra i ragazzi della secondaria di primo grado
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Il bullismo, soprattutto alle superiori, nasce spesso da un mix di insicurezza, bisogno di sentirsi forti o accettati dal gruppo, difficoltà emotive e mancanza di empatia. In adolescenza molti ragazzi stanno cercando la propria identità e alcuni, per sentirsi “superiori” o evitare di essere esclusi, prendono di mira chi appare più vulnerabile o diverso.
Spesso chi fa bullismo si sente ancora più forte grazie ai sostenitori attorno a lui: persone che ridono, lo incoraggiano o restano semplicemente a guardare senza intervenire. Anche il silenzio degli osservatori può far credere al bullo di avere approvazione e potere, soprattutto quando nessuno lo sfida apertamente.
A volte dietro chi fa bullismo ci sono rabbia, fragilità, problemi familiari o il desiderio di avere controllo sugli altri. Questo però non giustifica mai il comportamento: il bullismo ferisce profondamente chi lo subisce e può lasciare conseguenze emotive durature.
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Il bullismo avviene spesso nella scuola secondaria di primo grado perché coincide con una fase molto delicata: l’inizio dell’adolescenza. I ragazzi non sono più bambini, ma non hanno ancora una identità stabile. Stanno cercando di capire chi sono, che posto occupano nel gruppo, quanto valgono agli occhi degli altri.
Non nasce quasi mai solo dalla cattiveria individuale. Spesso è un modo sbagliato per ottenere potere, attenzione o appartenenza. In classe si formano gerarchie, dei sottogruppi sociali con differenti valori e caratteristiche. Alcuni ragazzi, per sentirsi più sicuri o per essere accettati dal gruppo, prendono di mira chi appare più isolato o meno protetto. La letteratura sul bullismo sottolinea infatti il ruolo del gruppo dei pari e delle norme sociali: se il gruppo ride, guarda, approva o non interviene, il comportamento del bullo viene rinforzato.
Nell'età a cui fa riferimento succede più facilmente perché il bisogno di appartenenza diventa fortissimo. A 11-14 anni il giudizio dei compagni pesa moltissimo, spesso più di quello degli adulti. Per questo alcuni ragazzi preferiscono stare dalla parte di chi domina, anche quando capiscono che un comportamento è sbagliato. Hanno paura di diventare loro il prossimo bersaglio.
C’è poi un altro elemento: in questa età il corpo cambia, l’autostima è fragile, le differenze diventano più visibili. Aspetto fisico, modo di vestirsi, rendimento scolastico, timidezza, provenienza, orientamento percepito, disabilità o semplicemente “essere diversi” possono diventare pretesti.
Il bullo spesso non colpisce davvero “il difetto”, ma usa quella caratteristica per costruire superiorità davanti agli altri.
Anche il passaggio dalla primaria alla secondaria conta molto. Cambiano scuola, insegnanti, gruppo classe, regole, aspettative. È una fase di riassestamento, e dove il gruppo non è ancora maturo possono nascere dinamiche di esclusione. I dati HBSC Italia indicano che gli indicatori legati a scuola, rapporti tra pari e cyberbullismo risultano più alti nei ragazzi più giovani e tendono a ridursi progressivamente dagli 11 ai 15 anni.
Il bullismo, quindi, non è solo “uno prende in giro l’altro”. È una dinamica di relazione e di potere. C’è chi agisce, chi subisce, chi guarda, chi ride, chi tace, chi potrebbe intervenire ma non lo fa. Per questo lavorare solo sul bullo o solo sulla vittima non basta: bisogna lavorare sul clima del gruppo, sull’empatia, sulle regole condivise e sulla possibilità di chiedere aiuto senza vergogna.
Resto a disposizione,
Dott. Marco Zuccon
Psicologo
Online - Firenze
Olweus, D. (1993). Bullying at School: What We Know and What We Can Do. Oxford: Blackwell.
Menesini, E., & Salmivalli, C. (2017). Bullying in schools: the state of knowledge and effective interventions. Psychology, Health & Medicine, 22(sup1), 240–253.
Salmivalli, C., Lagerspetz, K., Björkqvist, K., Österman, K., & Kaukiainen, A. (1996). Bullying as a group process: Participant roles and their relations to social status within the group. Aggressive Behavior, 22(1), 1–15.
Istituto Superiore di Sanità. (2024). HBSC Italia 2022 – Bullismo e cyberbullismo.
Ministero dell’Istruzione. (2021). Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo.
UNESCO. (2019). Behind the numbers: Ending school violence and bullying.
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Gentile,
il bullismo nella scuola secondaria di primo grado nasce spesso in una fase molto delicata della crescita, in cui i ragazzi stanno costruendo la propria identità e il bisogno di appartenenza al gruppo diventa fortissimo. In questa età emozioni come rabbia, vergogna, paura, insicurezza e bisogno di approvazione possono essere espresse attraverso comportamenti aggressivi, esclusione o derisione verso chi viene percepito come “diverso” o più vulnerabile.
Per questo il bullismo non riguarda mai solo il singolo ragazzo che agisce o subisce, ma coinvolge l’intero contesto educativo. Gli adulti hanno una responsabilità fondamentale: creare ambienti sicuri, emotivamente presenti e capaci di ascolto, senza minimizzare segnali di sofferenza o normalizzare la violenza relazionale come “ragazzate”.
La mindfulness può essere uno strumento molto utile nelle scuole perché aiuta i ragazzi a riconoscere emozioni, impulsi e stati interiori prima che si trasformino in comportamenti distruttivi. Favorisce alfabetizzazione emotiva, autoregolazione e maggiore consapevolezza di sé e degli altri.
Anche la bioenergetica può sostenere il benessere relazionale attraverso attività corporee che aiutano a scaricare tensioni, sviluppare presenza, fiducia e senso di sicurezza personale. Quando un ragazzo si sente visto, radicato e accolto, diminuisce il bisogno di affermarsi attraverso il dominio o l’esclusione dell’altro.
Educare all’empatia, all’ascolto e alla cooperazione significa costruire adulti più consapevoli, capaci di responsabilità sociale, altruismo e relazioni sane.
Resto disponibile con fiducia per eventuali approfondimenti.
Dott.ssa Chiara Girolamo
Psicologa Clinica e Facilitatrice Mindfulness
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Salve,
La domanda è davvero molto ampia e può avere una risposta diversa a seconda dal modo a cui guardiamo al problema: se dal punto di vista della singola persona, se dal punto di vista del gruppo dei pari, dal rapporto genitori figli o della società con le famiglie e gli adolescenti. Questi sono solo alcuni degli spunti.
Unire il tutto in un'unica risposta richiederebbe uno sforzo incredibile, senza contare che probabilmente rimarrebbe ancora qualcosa fuori da dover integrare.
Per affrontare questa problematica, dunque, è sempre bene capire su quale piano o livello ci si interroga o si può e si desidera intervenire, tenendo conto quanto gli altri livelli influenzino la valutazione o se ne possa tener conto nel proprio intervenire.
Un saluto
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Buongiorno Ciopopo,
la sua domanda è molto importante e anche un po’ “aperta”: non è chiaro se lei sta parlando da insegnante, da genitore o da ragazz* che vive queste situazioni in prima persona. Questo cambia molto il modo in cui si può rispondere. Provo quindi a tenere uno sguardo ampio, che possa incontrare un po’ tutti questi punti di vista.
Parto da un aspetto centrale: il bullismo non è mai “solo cattiveria”. È un fenomeno relazionale complesso, che nasce dentro un contesto di gruppo e che ha molto a che fare con il bisogno di appartenenza, di riconoscimento e di posizione all’interno del gruppo.
La scuola secondaria di primo grado (le medie) è un momento particolarmente delicato perché coincide con una fase evolutiva molto intensa. I ragazzi stanno attraversando profondi cambiamenti: corporei, emotivi, identitari. È il periodo in cui ci si chiede (anche senza dirlo esplicitamente): chi sono? dove sto nel gruppo? quanto valgo per gli altri?
In questa fase:
- il gruppo dei pari diventa centrale (a volte più della famiglia)
- aumenta il bisogno di essere accettati e di non essere esclusi
- la sensibilità al giudizio degli altri è altissima
- le competenze emotive e relazionali sono ancora in costruzione
Dentro questo scenario, il bullismo può diventare – in modo disfunzionale – una modalità per:
- affermare un ruolo (chi domina e chi è dominato)
- ottenere visibilità e riconoscimento
- scaricare insicurezze personali
- evitare di trovarsi nella posizione “debole”
Non è quindi un comportamento che nasce dal nulla, ma da un equilibrio fragile tra bisogni profondi e strumenti ancora immaturi per gestirli.
Allo stesso tempo, è importante ricordare che il bullismo non riguarda solo chi agisce e chi subisce, ma tutto il gruppo: ci sono spettatori, alleati, silenzi. È un fenomeno che vive nelle dinamiche collettive, non solo nei singoli individui.
Può essere utile provare a spostare leggermente lo sguardo: non solo “perché succede?”, ma anche cosa sta succedendo alle persone coinvolte? Cosa sta vivendo chi agisce comportamenti di bullismo? Cosa prova chi li subisce? Cosa sentono e fanno (o non fanno) gli altri intorno?
Questo non per giustificare, ma per comprendere. E la comprensione è il primo passo per intervenire in modo efficace.
Infine, qualunque sia la sua posizione (adulto o ragazz*), c’è un bisogno che spesso emerge sotto queste domande: capire come proteggere, come intervenire, come non lasciare sole le persone coinvolte. Ed è un bisogno molto legittimo.
Se vuole, può raccontare da quale punto di vista sta osservando questa situazione: questo permetterebbe di entrare più nello specifico e dare indicazioni più mirate.
Un caro saluto,
Dott.ssa Noemi Bartesaghi
Psicologa clinica
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Buongiorno Ciopopo,
il bullismo non è un fenomeno che nasce dal nulla ma il segnale di una relazione che si è inceppata. Se proviamo a guardare cosa accade davvero tra i banchi ci accorgiamo che spesso il comportamento aggressivo è un modo distorto per sentire di esistere. I ragazzi vivono una fase di profonda incertezza: il corpo cambia e le vecchie sicurezze svaniscono. In questa fragilità, alcuni cercano di definire la propria identità attraverso l'impatto che hanno sull'altro e quindi umiliare qualcuno diventa un tentativo maldestro di sentire la propria forza, quasi un modo per tracciare un confine attorno a sé che faccia sentire meno invisibili.
In questo scenario, il gruppo diventa un rifugio sicuro ma crudele. Il bisogno di appartenenza è così viscerale che i ragazzi si uniscono contro un singolo per evitare di diventare loro stessi il bersaglio: è più facile sentirsi forti restando dentro il branco che rischiare l'isolamento. Alle medie, dove il giudizio dei pari è l'unico che conta davvero, il bullismo funge da collante sociale: ci si sente uniti perché si esclude qualcuno "diverso".
Tutto questo accade perché si crea una sorta di anestesia emotiva. Chi colpisce smette di sentire l'altro come un essere umano che soffre, trasformandolo in un oggetto su cui scaricare le proprie tensioni. Intervenire in modo efficace significa allora andare oltre la punizione e lavorare sulla capacità di stare nell'incontro, aiutando i ragazzi a trovare modi più sani per affermarsi e per sentire di appartenere a una comunità senza dover necessariamente distruggere l'altro per sentirsi vivi.
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Buongiorno,
la sua domanda è alquanto complessa e apre scenari di riflessione clinica e sociale molto ampi.
Proverò a semplificare rimanendo sugli aspetti più immediati e concreti he questo fenomeno porta con sè.
In primo luogo il bullo è esso stesso vittima di un sistema familiare e sociale compromesso, in cui predomina la trascuratezza emotiva, la tendenza a prevalere sull'altro senza rispetto e uno stile educativo autoritario nel quale il ragazzo/a potenzialmente bullo non si sente compreso, visto e accolto.
Paradossalmente, le ricerche confermano che anche la vittima di bullismo condivide lo stesso contesto sociale/familiare ed è proprio per questo che rimane vittima di soprusi: non può condividere con nessuno il suo dolore perchè nessuno è interessato emotivamente a lui o è disponibile a capirlo, comprenderlo.
Perciò entrambi, vittima e carnefice, sono soli con il loro dolore che si manifesta in modalità opposte, ma che evidenzia una grande solitudine che non trova accoglienza e comprensione.
Perciò, a livello strategico, è importante impostare un intervento psicologico che aiuti entrambi e che non vittimizzi il ragazzo bullizzato il quale deve essere inveve aituato a trovare strategie concrete per rispondere in modo assertivo alle sollecitazioni degli altri, investendo sulle realzioni amicali, ad esempio, e lavorando, poi, sul rapporto con i suoi genitori.
Detto ciò, spero di averle dato una prima delucidazione sul fenomeno e spero che le sia utile per la sua vita.
Un caro saluto
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Buongiorno, il bullismo non nasce perché “i ragazzi sono cattivi”, ma perché in quella fascia d’età si incastrano tre cose molto potenti: bisogno di appartenenza, paura di essere esclusi e costruzione dell’identità. Nella secondaria di primo grado questi elementi esplodono insieme, e il gruppo diventa spesso più importante dell’adulto.
A 11–14 anni il cervello è in piena riorganizzazione: l’emotività è alta, l’impulsività aumenta, il controllo si sta ancora formando, e la sensibilità allo sguardo dei pari è enorme. In pratica, il giudizio del gruppo pesa più di quello dei genitori e degli insegnanti. È proprio lì che il bullismo diventa “funzionale” per chi lo agisce: serve a scalare la gerarchia, a ottenere status, a fare ridere, a spostare l’attenzione da sé, a evitare di essere la prossima vittima. Il bersaglio, spesso, è chi appare diverso o vulnerabile: non perché “meriti”, ma perché nel gruppo la differenza diventa un modo facile per creare un “noi” contro “uno”.
C’è poi un aspetto specifico delle medie: è un’età di corpi che cambiano, identità in transizione, sessualità e vergogna, confronto continuo. La fragilità è alta, ma nessuno vuole mostrarsi fragile. Allora si attacca fuori ciò che si teme dentro: essere ridicoli, non piacere, non essere abbastanza. Il bullismo diventa una difesa collettiva.
E c’è la scuola come contesto: alle medie spesso si cambia classe, insegnanti, regole, e le relazioni sono più grandi e più anonime rispetto alla primaria. L’adulto è meno “contenitivo”, e gli spazi (corridoi, bagni, cambi d’ora, chat) diventano luoghi in cui il gruppo agisce senza supervisione reale. Oggi poi c’è l’estensione digitale: anche quando la scuola finisce, il gruppo continua, e la vittima non ha tregua. Questo aumenta la potenza del fenomeno.
Quindi perché soprattutto alle medie? Perché è il punto in cui la mente sociale dei ragazzi dice: “se non appartengo, muoio”, e qualcuno impara a garantirsi appartenenza attraverso la dominanza. Non è inevitabile, però: il bullismo diminuisce molto quando gli adulti fanno una cosa precisa, cioè trasformano il gruppo da platea a comunità, e rendono chiaro che ridere della violenza non è neutro, è partecipazione.
Un caro saluto
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Gentile,
La ringrazio per la sua domanda.
Premetto che il tema del bullismo nella società attuale sta prendendo diverse sfumature che richiedono una particolare attenzione condivisa e allo stesso è particolarmente rilevante analizzare nello specifico la situazione così da poter personalizzare e adattare gli interventi più adatti e funzionali.
Il bullismo è un fenomeno relazionale e sociale complesso che si manifesta attraverso comportamenti aggressivi, intenzionali e ripetuti nel tempo, messi in atto da uno o più ragazzi nei confronti di chi viene percepito come più vulnerabile. Non si tratta solo di episodi di conflitto, ma di una dinamica caratterizzata da uno squilibrio di potere, fisico, psicologico o sociale.
Nella scuola secondaria di primo grado il bullismo tende ad emergere con maggiore frequenza poiché i ragazzi stanno attraversando una fase evolutiva molto delicata.
La preadolescenza è infatti un periodo di profondi cambiamenti fisici, emotivi e relazionali: il corpo cambia, aumenta il bisogno di appartenenza al gruppo e si costruisce gradualmente la propria identità personale e sociale.
In questa fase il giudizio dei coetanei assume un peso enorme e sentirsi accettati diventa spesso fondamentale per il proprio equilibrio emotivo. Infatti, il gruppo di pari in questa fase evolutiva ha un ruolo centrale.
Chi mette in atto comportamenti di bullismo non è necessariamente un ragazzo forte o sicuro di sé. Dietro atteggiamenti aggressivi potrebbero esserci fragilità emotive, difficoltà nella gestione della rabbia e delle emozioni, bisogno di controllo o esperienze relazionali disfunzionali.
In alcuni casi il comportamento aggressivo potrebbe rappresentare un modo per ottenere visibilità, sentirsi potente, evitare di entrare in contatto con le proprie insicurezze o conquistare una posizione nel gruppo.
Anche i ragazzi che assistono al bullismo hanno un ruolo importante nella dinamica. Molti spettatori potrebbero non intervenire non perché approvino ciò che accade, ma perché temono di essere esclusi, giudicati o diventare essi stessi vittime.
Le vittime di bullismo possono vivere frequentemente sentimenti di vergogna, impotenza, isolamento e svalutazione personale. Con il tempo potrebbe svilupparsi ansia, tristezza, difficoltà scolastiche, paura del giudizio, ritiro sociale e una profonda perdita di fiducia in sé stessi e negli altri. Molti ragazzi tendono inoltre a non chiedere aiuto per paura di non essere creduti, di peggiorare la situazione o di sentirsi ulteriormente umiliati.
Vorrei riportarle anche il fenomeno del cyberbullismo che ha ampliato ulteriormente la portata e l’impatto del bullismo.
Attraverso social network, chat, videogiochi online e piattaforme digitali la rete elimina spesso i confini tra spazio online e vita offline, facendo sentire la vittima esposta in ogni momento. Inoltre, l’anonimato o la distanza fisica possono ridurre la percezione delle conseguenze emotive delle proprie azioni, aumentando comportamenti impulsivi o aggressivi.
Per affrontare il bullismo non è sufficiente punire il comportamento aggressivo. E’ fondamentale comprendere le dinamiche emotive e relazionali che lo sostengono. Diventa quindi importante promuovere educazione emotiva, empatia, ascolto, capacità comunicative e relazioni sane, coinvolgendo scuola, famiglia e gruppo dei pari in un lavoro condiviso di prevenzione e supporto.
Dottoressa Ilaria Filonzi
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Buongiorno,
La sua è una domanda complessa, la cui risposta richiederebbe un’analisi molto approfondita.
Il bullismo nella scuola secondaria è un fenomeno che spesso si sviluppa in una fase della crescita caratterizzata da forti cambiamenti emotivi, relazionali e identitari. In questi anni il gruppo dei pari assume un’importanza centrale e, per alcuni ragazzi, il bisogno di sentirsi accettati o “forti” può portare a comportamenti di esclusione, derisione o prevaricazione verso altri.
Spesso dietro al bullismo non c’è solo “cattiveria”, ma difficoltà nella gestione delle emozioni, bisogno di appartenenza, ricerca di potere nel gruppo o modelli relazionali appresi. Anche chi assiste senza intervenire può contribuire, indirettamente, a mantenere queste dinamiche.
Può essere utile che scuola e famiglia lavorino insieme non solo sull’episodio singolo, ma sul clima relazionale generale: aiutare i ragazzi a riconoscere emozioni, confini e conseguenze dei propri comportamenti è un aspetto importante della prevenzione.
Quando un ragazzo vive episodi di bullismo, è fondamentale che non resti solo con quello che prova. Parlare con adulti di riferimento, insegnanti o professionisti può aiutare a intervenire prima che il disagio diventi più profondo.
Un caro saluto
Dott. Francesco Bertasi
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Gentilissimo Ciopopo, grazie per la condivisione. Le motivazioni possono essere molteplici, soprattutto anche in base al contesto entro il quale questo fenomeno ahimè si sviluppa. Per poterle dare una risposta esaustiva, sono necessarie ulteriori informazioni.
Saluti
AV
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IL bullismo è una forma di insicurezza che il bambino o l'adolescenta ha, Emana un disagio familiare, e personale, chi lo subisce può andare incontro ad problemi di ansia , paura ed altri problemi psicologici.
Comunque sia chi lo effettua, e chi lo subisce d etermina sempre dei problemi che sarebbe opportuno affrontare.
Dott.ssa Patrizia Carboni
Psicologa Psicoterapeuta
Roma
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Buongiorno,
il bullismo è un fenomeno complesso e doloroso che può avere molte cause, e l’età della scuola secondaria di primo grado è purtroppo una delle più delicate. In questa fase i ragazzi stanno attraversando grandi cambiamenti emotivi, fisici e sociali: stanno cercando di capire chi sono, quanto valgono agli occhi degli altri e quale posto occupano nel gruppo.
Proprio per questo, il gruppo dei pari assume un’enorme importanza. Alcuni ragazzi, per sentirsi più forti, accettati o “superiori”, possono iniziare a prendere di mira chi appare più fragile, diverso, timido o semplicemente meno integrato. Il bullismo spesso nasce da difficoltà nella gestione delle emozioni, dell’aggressività, dell’insicurezza o del bisogno di avere controllo e approvazione sociale.
Questo naturalmente non giustifica i comportamenti violenti o umilianti, ma aiuta a comprendere che dietro il bullismo ci sono dinamiche psicologiche e relazionali molto profonde. Inoltre, in preadolescenza il cervello è ancora in fase di sviluppo, soprattutto nelle aree legate all’empatia, al controllo degli impulsi e alla capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni.
Anche il contesto ha un ruolo importante: ambienti familiari molto conflittuali, modelli aggressivi, difficoltà emotive non riconosciute o gruppi che rinforzano certe dinamiche possono aumentare il rischio che si sviluppino comportamenti di bullismo.
È importante però ricordare che chi subisce bullismo non è “debole” né responsabile di ciò che accade. Le conseguenze psicologiche possono essere molto pesanti e meritano sempre ascolto, protezione e supporto adeguato.
Parlarne apertamente, sensibilizzare ragazzi e adulti e intervenire precocemente nelle dinamiche relazionali è fondamentale per prevenire che certi comportamenti si consolidino.
Le mando un caro saluto.
Dott.ssa Martina Vallocchia
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Il bullismo, soprattutto nella preadolescenza e nella scuola secondaria di primo grado, è un fenomeno complesso e non riconducibile soltanto alla “cattiveria” di alcuni ragazzi. Quella è un’età molto delicata, in cui il soggetto attraversa profondi cambiamenti corporei, emotivi e identitari, spesso difficili da comprendere e da simbolizzare.
A volte il gruppo diventa il luogo in cui si cerca di gestire insicurezze, paure o fragilità attraverso dinamiche di esclusione, derisione o dominio dell’altro. Colpire qualcuno può rappresentare, inconsapevolmente, un modo per sentirsi più forti, più accettati o meno esposti alla propria vulnerabilità.
Questo ovviamente non giustifica il bullismo, ma forse aiuta a comprenderne il funzionamento psichico. Spesso anche chi agisce comportamenti aggressivi porta con sé una sofferenza che non riesce a esprimere diversamente.
Lacan ricordava che l’essere umano incontra spesso difficoltà nel rapporto con l’altro, soprattutto quando l’altro appare “diverso” o mette in gioco qualcosa che inconsciamente ci riguarda.
Per questo credo sia importante non limitarsi alla punizione o all’etichetta del “bullo”, ma cercare di ascoltare cosa si agita nei singoli ragazzi e nelle dinamiche del gruppo.
Le mando un saluto,
Dott. Valentino Moretto
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Gentile Ciopopo,
quello del bullismo nella scuola secondaria di primo grado è un tema molto ampio, che non può essere esaurito nello spazio di una singola risposta. Si possono però indicare alcune coordinate importanti per comprenderlo: la fase evolutiva, il rapporto con il corpo che cambia, il bisogno di appartenenza al gruppo, il ruolo degli spettatori e la mancanza, ancora troppo frequente, di una vera educazione all'affettività.
Il bullismo nella scuola secondaria di primo grado è così frequente perché arriva in una fase evolutiva estremamente delicata: i ragazzi non sono più bambini, ma non hanno ancora strumenti emotivi, cognitivi e relazionali pienamente maturi per gestire ciò che stanno vivendo. Cambia il corpo, cambia il modo in cui ci si guarda, cambia il peso dello sguardo degli altri. Il corpo che cresce, si espone, si trasforma, può diventare per molti ragazzi un territorio difficile, quasi estraneo: altezza, peso, voce, pelle, sviluppo sessuale, abbigliamento, modo di muoversi. Tutto può diventare motivo di confronto, vergogna o attacco. In questa età la fragilità viene spesso mascherata con la durezza, e ciò che fa paura di sé può essere spostato sull'altro, ridicolizzato, colpito e soprattutto escluso.
Un altro tema centrale è la mancanza di una vera educazione all'affettività. I ragazzi crescono immersi in informazioni, immagini, social, confronto continuo, ma spesso non vengono aiutati abbastanza a riconoscere emozioni, vergogna, rabbia, desiderio di appartenenza, paura del rifiuto, bisogno di essere visti. Non basta dire "bisogna rispettarsi": bisogna insegnare concretamente cosa significa stare in relazione, gestire un conflitto, non umiliare, non usare l'altro come bersaglio per sentirsi più forti. Il bullismo, quindi, non va letto solo come un problema disciplinare, ma come un fenomeno educativo, psicologico e sociale: riguarda il modo in cui i ragazzi imparano, o non imparano, a stare dentro le relazioni.
Da qui si arriva al gruppo, che nella preadolescenza diventa un luogo potentissimo. Far parte di un gruppo, essere scelti, riconosciuti, non restare fuori, può sembrare quasi una questione di sopravvivenza emotiva. A questa età l'appartenenza pesa moltissimo: il gruppo può proteggere, dare identità, far sentire meno soli, ma può anche diventare uno spazio in cui si accetta di ridere, tacere o seguire pur di non essere esclusi. Il bullismo, infatti, non nasce solo dal carattere del singolo ragazzo "cattivo". Certo, l’educazione familiare, i modelli ricevuti e l'abitudine alla prevaricazione hanno un peso importante, ma il bullo raramente agisce nel vuoto. Spesso ha bisogno di una platea che confermi il suo potere. Nascono così i gregari: quelli che ridono, seguono, rinforzano, filmano, condividono, fanno da pubblico. Molti non partecipano perché necessariamente crudeli, ma perché temono di diventare loro stessi il bersaglio. Per questo lavorare sul bullismo significa lavorare anche sugli spettatori, sui silenzi, sulle alleanze passive e sulla cultura del gruppo: perché è lì, molto spesso, che la prevaricazione smette di essere un gesto isolato e diventa una dinamica condivisa.
Spero di averle dato almeno alcune coordinate per comprendere perché questo fenomeno sia così diffuso proprio in questa fascia d’età.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica
Ricevo in Presenza e Online
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Buongiorno,
il bullismo nella scuola secondaria di primo grado è frequente perché in questa fase i ragazzi stanno attraversando profondi cambiamenti emotivi, cognitivi e sociali. Alcuni comportamenti aggressivi possono nascere dal bisogno di sentirsi accettati dal gruppo, ottenere approvazione o gestire insicurezze personali attraverso il controllo sugli altri.
In questa età il gruppo dei pari assume un’importanza molto forte e molti ragazzi faticano ancora a regolare emozioni come rabbia, vergogna o frustrazione. Per alcuni, prendere di mira qualcuno diventa un modo disfunzionale per sentirsi più forti o evitare di sentirsi esclusi.
Anche il contesto ha un ruolo importante: dinamiche di classe, modelli educativi, uso dei social e difficoltà nella comunicazione emotiva possono favorire questi comportamenti.
È importante ricordare che il bullismo non è “una fase normale” da minimizzare, ma un fenomeno che può avere conseguenze significative sia per chi lo subisce sia per chi lo mette in atto. Intervenire precocemente sulle dinamiche relazionali e sull’educazione emotiva è fondamentale.
Dott.ssa Lavinia Conoscenti, psicologa
(Torino e online)
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Salve,
il bullismo è un fenomeno complesso sicuramente e ovviamente molto frequente negli anni della scuola. Durante le scuole medie i ragazzi cominciano ad avvicinarsi sempre di più al gruppo dei pari, nei quali si riconoscono. In questa fase tuttavia non hanno tutti gli strumenti emotivi e comportamentali per affrontare dinamiche relazionali complesse.
In questa fase del ciclo di vita i ragazzi iniziano a formare la propria identità, il bullismo diventa per alcuni di loro una risposta al desiderio di affermazione, di riconoscimento e di attenzione. Da aggiungere anche il fatto che in quella età la dimensione emotiva non è facilmente gestibile e riconoscibile, perciò può capitare che rabbia, frustrazione e sofferenza interiore si trasformino in agiti aggressivi.
Non dimentichiamoci che oggi giorno l'accesso ad internet e ai social network ha amplificato la possibilità di bullizzare anche al di fuori delle mura scolastiche.
Il bullismo sicuramente è alimentato dalla paura e dalla percezione di non poter condividere ciò che sta avvenendo. I ragazzi potrebbero essere aiutati soprattutto attraverso il dialogo sia con i docenti che con i propri genitori al fine di:
- creare un clima sicuro dove i ragazzi possano sentirsi tutetali nel caso avessero il bisogno o il desiderio di condividere;
- educare fin da piccoli a riconoscere, dare un nome, esprimere e condividere le proprie emozioni (tutte, nessuna esclusa!)
Un saluto,
dott.ssa Roberta De Santis
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Buongiorno Cioppo,
è difficile individuare una causa unica ad un fenomeno così ampio e complesso: di solito si parla di cause multifattoriali, proprio perché non vi è un'unica spiegazione. Nella scuola secondaria di primo grado gli adolescenti (o preadolescenti) si trovano a vivere una fase particolare del proprio sviluppo, dove si relazionano la costruzione dell’identità e la posizione sociale nel gruppo dei pari.
In più, in questa fascia d'età (e anche in seguito) il sistema limbico ha un maggior livello di attivazione rispetto alle aree prefrontali (deputate alla pianificazione, organizzazione, valutazione delle conseguenze delle proprie azioni).
Quindi, vi è una maggiore reattività emotiva, alle volte correlata a comportamenti impulsivi, pericolosi per sé o aggressivi. Sicuramente, per comprendere la complessità del fenomeno è fondamentale considerare anche la relazione che gli adolescenti hanno con le proprie famiglie: stili educativi genitoriali, clima emotivo e anche le risorse personali del soggetto, come per esempio: l'empatia, le capacità relazionali, l'impatto che il gruppo dei pari ha sull'individuo e molti altri collegati al contesto sociale e scolastico.
Mi auguro di aver dato un aiuto nella comprensione del fenomeno, seppur in maniera sintetica.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Lama Carola
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Buongiorno Gentile Utente,
grazie per averci scritto e contattato su questo portale confidandosi con noi professionisti.
Ciò che riporta è una domanda molto profonda e delicata e merita un' altrettanta risposta.
Nel periodo della scuola primaria di primo grado i bambini fanno esperienza della socializzazione.
Il bullismo si sviluppa perché si inizia a vivere la socialità, sperimentando l'aggressività per potersi "accaparrare" uno status sociale.
La problematica è data da come gli adulti intervogno e lavorano anche sugli spettatori del bullismo e non solo sulla vittima e il bullo.
Chi fa il bullismo soffre di bassa autostima ed ha bisogno di un pubblico per sentirsi riconosciuti di status, è lì la problematica.
Resto disponibile.
Cordiali saluti.
Dottoressa Margherita Romeo
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Buongiorno,
grazie per aver condiviso la domanda!
Il bullismo è un comportamento aggressivo intenzionale e ripetuto nel tempo, rivolto verso chi viene percepito come più fragile o diverso. Non si tratta quindi di un semplice litigio tra ragazzi, ma di una dinamica in cui c’è uno squilibrio di forza, fisica, psicologica o sociale. Può presentarsi attraverso insulti, esclusione, prese in giro, minacce, violenze fisiche oppure online, nel caso del cyberbullismo.
Questo fenomeno emerge soprattutto nella scuola secondaria di primo grado perché coincide con una fase delicata della crescita. I ragazzi stanno cambiando velocemente, cercano di capire chi sono e quale posto occupano nel gruppo. In molti casi il bisogno di sentirsi accettati o “forti” davanti agli altri porta alcuni a comportamenti di prevaricazione.
La preadolescenza è anche un periodo in cui le emozioni vengono vissute in modo intenso ma non sempre gestite con maturità. L’empatia è ancora in sviluppo e spesso non si ha piena consapevolezza del peso che certe azioni possono avere su chi le subisce. A questo si aggiungono altri fattori, come modelli aggressivi appresi in famiglia, difficoltà personali, bisogno di attenzione o dinamiche di gruppo che spingono a seguire chi appare dominante.
Per questo il bullismo non va mai minimizzato come una semplice “ragazzata”. È un fenomeno che può avere conseguenze profonde sull’autostima e sul benessere psicologico di chi lo vive. Il lavoro condiviso tra scuola, famiglia e figure educative resta fondamentale per insegnare rispetto, ascolto ed educazione emotiva, aiutando i ragazzi a costruire relazioni più sane e consapevoli.
Un saluto,
Dott.ssa Raso Elisa
Psicologa
Specializzanda in psicoterapia
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Il fenomeno del bullismo purtroppo è sempre più presente nelle scuole di primo e secondo grado secondarie, perché coincide con la pre adolescenza e l’adolescenza dove i ragazzi firmano i branchi , cercano una nuova identità per affermarsi nella società, ma spesso nelkanostra società purtroppo questo cambiamento coincide con la violenza. Il bullismo è un vero atto di violenza verso una persone piu indifesa, non debole che si trova a dover subire e dei comportamenti vessatori intimidatori, che a lungo termine minano la propria autostima , la propria sicurezza. Bisognerebbe svolgere delle vere e proprie campagne a scuola , nei luoghi di sport e principalmente nelle famiglie per riuscire a gestire questo fenomeno terribile in cui c’è la vittima il bullo e gli altri che osservano e denigrano. Questo fenomeno crea non pochi danni psicologici ai ragazzi che lo subiscono. Penso che il primo passo debba essere fatto dai genitori che non solo debbano seguire i figli più attentamente, ma quando questi sono gli autori di questi atti sapere che i ragazzi debbano essere puniti. Dott.ssa Beatrice Canino. Ricevi anche online
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Buongiorno Gentile Utente,
grazie per averci scritto una domanda così importante che merita una riflessione profonda.
Il bullismo avviene soprattutto, ma non solo, nella scuola secondaria di primo grado in quanto in questo periodo i bambini stanno iniziando a sperimentare le loro emozioni, lo stare nel gruppo e cercare di avere uno status sociale nello stesso.
Per ottenere uno status sociale elevato, l'aggressività, il rango aiuta e supporta ad avere una certa popolarità anche se gli atteggiamenti sono negativi.
Il bullismo si alimenta dagli osservatori esterni, non c'è solo il bullo e la vittima.
È importante che gli adulti stoppino ciò.
Cordiali saluti.
Dottoressa Margherita
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Il bullismo nasce quasi sempre da un intreccio di bisogni emotivi, dinamiche di gruppo e difficoltà nella gestione delle relazioni. Non è semplicemente “cattiveria”. Spesso chi mette in atto comportamenti aggressivi cerca potere, riconoscimento, appartenenza o un modo per sentirsi più forte rispetto alle proprie fragilità. In molti casi il ragazzo che bullizza ha imparato che dominare gli altri gli permette di ottenere attenzione, rispetto o visibilità all’interno del gruppo. Altre volte dietro ci sono rabbia, insicurezza, difficoltà familiari, scarsa capacità di regolare le emozioni oppure modelli educativi basati sull’aggressività e sull’umiliazione.
Nella scuola secondaria di primo grado il fenomeno tende ad aumentare perché è una fase della vita estremamente delicata. I ragazzi stanno attraversando la pubertà, il corpo cambia, aumentano le emozioni intense e il bisogno di essere accettati dal gruppo diventa centrale. A quell’età il giudizio dei coetanei pesa moltissimo: essere considerati “forti”, “divertenti” o “popolari” può diventare più importante persino del giudizio degli adulti. Per questo alcuni ragazzi utilizzano la presa in giro, l’esclusione o la violenza per conquistare uno status sociale.
In adolescenza inoltre il cervello è ancora in sviluppo, soprattutto nelle aree legate al controllo degli impulsi e all’empatia. Questo significa che molti ragazzi provano emozioni molto forti, ma non hanno ancora strumenti maturi per comprenderle e gestirle. Possono quindi agire in modo impulsivo, senza valutare davvero il dolore provocato agli altri. Se poi il gruppo ride, sostiene o rimane in silenzio, il comportamento viene rinforzato.
Un altro elemento importante è la paura di essere esclusi. Nelle classi della secondaria di primo grado spesso si formano gruppi molto rigidi e chi è percepito come “diverso” può diventare bersaglio: per l’aspetto fisico, il carattere, la sensibilità, il rendimento scolastico, il modo di vestirsi o semplicemente perché appare più vulnerabile. Il bullismo serve quindi anche a creare un “noi” contro “lui” o “lei”, rafforzando l’identità del gruppo.
Oggi i social network amplificano ulteriormente il fenomeno. I ragazzi vivono costantemente esposti al confronto, alla ricerca di approvazione e alla spettacolarizzazione delle relazioni. Alcuni apprendono che umiliare o deridere pubblicamente può portare visibilità e consenso. Inoltre online si perde facilmente il contatto emotivo con la sofferenza dell’altro e questo riduce l’empatia.
È importante capire che il bullismo non riguarda solo chi agisce e chi subisce. Coinvolge tutto il gruppo. Ci sono spettatori che ridono, altri che tacciono per paura, altri ancora che vorrebbero intervenire, ma non sanno come fare. Per questo il contrasto al bullismo non si basa solo sulla punizione, ma soprattutto sull’educazione emotiva e relazionale: insegnare ai ragazzi a riconoscere le emozioni, gestire la rabbia, tollerare le differenze, sviluppare empatia e costruire relazioni sane.
Quando una scuola riesce a creare un clima in cui i ragazzi si sentono ascoltati, accolti e valorizzati, il bullismo tende a diminuire. Dove invece prevalgono competizione, giudizio e assenza di dialogo emotivo, il fenomeno trova più spazio per crescere.
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Gentile scrittore,
Quando parliamo di bullismo nella secondaria di primo grado, non stiamo parlando solo di “ragazzini cattivi” o di comportamenti impulsivi. Stiamo parlando di una fase della crescita in cui il corpo cambia, l’identità si muove, le emozioni diventano più intense e meno gestibili, e il bisogno di appartenere a un gruppo diventa quasi vitale. È proprio in questo passaggio delicato che alcuni ragazzi, non sapendo ancora come stare dentro a tutto ciò che provano, iniziano a usare la forza, la prevaricazione o l’umiliazione come modo per sentirsi più sicuri, più visti, più potenti.
La secondaria di primo grado è un’età di mezzo: non sono più bambini, ma non sono ancora adolescenti. È un territorio sospeso, in cui si sentono grandi ma non hanno ancora gli strumenti emotivi per esserlo davvero. E quando manca un senso interno di stabilità, il gruppo diventa il luogo in cui cercare conferme. A volte, purtroppo, queste conferme arrivano attraverso dinamiche di esclusione, prese in giro, ruoli rigidi in cui uno domina e l’altro subisce. Non perché ci sia cattiveria pura, ma perché c’è confusione, insicurezza, bisogno di sentirsi qualcuno.
Il bullismo nasce spesso da un vuoto: un vuoto di competenze emotive, di modelli adulti chiari, di parole per dire ciò che si prova. E nasce anche da un contesto che, senza volerlo, premia chi appare forte, deciso, “duro”, e mette in ombra chi è più sensibile o più lento nei tempi della crescita. In questa età, la paura di essere esclusi è enorme, e molti ragazzi preferiscono unirsi al gruppo che prende in giro piuttosto che rischiare di diventare il bersaglio successivo.
E poi c’è chi il bullismo lo subisce. Chi ogni giorno entra in classe con un peso sul petto che gli altri non vedono, chi impara a controllare ogni gesto per non attirare attenzioni sbagliate, chi si convince che il problema sia lui. Ma non è così. Chi subisce bullismo non è fragile, non è “meno”, non è responsabile di ciò che gli accade. È una persona che sta vivendo qualcosa di troppo grande per la sua età, qualcosa che nessun ragazzo dovrebbe affrontare da solo.
Il dolore che provano non è solo quello del momento: è la sensazione di non avere un posto, di non essere protetti, di non valere abbastanza per essere difesi. E questo lascia segni profondi, soprattutto quando gli adulti non vedono o non intervengono. Per questo è fondamentale che chi subisce trovi almeno un adulto capace di ascoltare senza giudicare, di credere senza minimizzare, di intervenire senza colpevolizzare. A volte basta questo per spezzare un meccanismo che sembrava invincibile.
Chi subisce bullismo ha bisogno di sapere che non è solo, che ciò che vive ha un nome e non è colpa sua, e che esistono modi per uscirne. E ha bisogno di sentirsi dire, con chiarezza e gentilezza, che il suo valore non dipende da come gli altri lo trattano, ma da chi è, da ciò che sente, da ciò che merita. E merita molto più di ciò che sta vivendo.
Per questo è così importante che la scuola e la famiglia lavorino insieme: non per punire e basta, ma per aiutare i ragazzi a dare un nome alle emozioni, a riconoscere i confini, a capire che la forza non sta nel dominare, ma nel sapersi relazionare.
Il bullismo non si risolve dicendo “smettila”, ma costruendo contesti in cui i ragazzi possano sentirsi sicuri senza dover schiacciare nessuno.
Un saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica, del Lavoro
Risorse Umane, Organizzazioni
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Buongiorno C,
Il bullismo nella scuola secondaria di primo grado emerge spesso perché questa fase coincide con un periodo di profonda trasformazione psicologica, emotiva e sociale.
I ragazzi stanno costruendo la propria identità e cercano appartenenza, potere e riconoscimento nel gruppo dei pari.
In questa fase, molti adolescenti vivono insicurezze profonde che possono essere compensate attraverso comportamenti di dominio o esclusione.
Il bullo spesso agisce per regolare fragilità interne, sentimenti di inferiorità o modelli relazionali appresi.
La vittima, invece, può rappresentare agli occhi del gruppo una vulnerabilità su cui proiettare paure e tensioni condivise.
Il gruppo ha un ruolo centrale: assistere, ridere o non intervenire rinforza il comportamento aggressivo.
La pressione sociale aumenta il bisogno di conformarsi e temere l’esclusione.
Durante la preadolescenza, il controllo emotivo è ancora immaturo e l’empatia può essere meno stabile.
Anche i cambiamenti corporei, la competizione sociale e l’uso dei social possono amplificare dinamiche di confronto e aggressività.
Spesso il bullismo non nasce solo dalla cattiveria, ma da difficoltà nella gestione del potere, della rabbia e della propria autostima.
Contesti familiari disfunzionali, carenze educative o modelli aggressivi possono aumentare il rischio.
La scuola diventa quindi il luogo dove conflitti interni si esprimono nelle relazioni.
Intervenire precocemente è fondamentale per prevenire strutturazioni disfunzionali più profonde.
Educazione emotiva, empatia, regolazione affettiva e adulti di riferimento solidi sono fattori protettivi essenziali.
Comprendere il bullismo significa leggere un disagio evolutivo complesso!
Un caro saluto
Dr.ssa G.Bolzoni
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