Per favore aiuto

Inviata da sara · 26 ott 2015 Autorealizzazione e orientamiento personale

Prendete un po' di tempo per leggere questa cosa anche se non so bene cosa dire ma potrebbe davvero fare la differenza, anche una differenza importante per me.
Ho un problema. Anzi due.
Il primo è iniziato due anni fa circa e il secondo è una stretta conseguenza del primo. Non c'è niente che non vada nella mia vita, sono bella, non sono neanche tanto stupida, la mia famiglia è unita anche se non ho un gran bel rapporto con i miei, ho dei buoni amici, ho un certo successo con i ragazzi e anche con le ragazze (sono bisex ma non dichiarata, mio padre non va matto per questo tipo di persone), da un po' di tempo esco con il mio migliore amico e va tutto bene. Se mi chiedono "hey come va?" Io rispondo "bene" perché non c'è nessun dannato motivo perché non debba rispondere bene. Eppure non sto bene. Neanche un po'. E non lo sa nessuno. Due anni fa è iniziato tutto. Ero giù. Mi era successo già prima di essere triste, ma era un'altra cosa. Prima era un dolore come quando metti i tacchi e vai a ballare tutta la notte e il giorno dopo ti svegli con i piedi distrutti, ma sei quasi felice perché hai i piedi doloranti perché hai vissuto e perché sai che guariranno e ballerai ancora e ancora con i tacchi e senza e ti farai altre vesciche ma questa è la vita. Invece il dolore che mi era piombato addosso era tutta un'altra cosa. Non so neanche descriverlo. Mi sentivo terribilmente triste e soprattutto sentivo in un certo senso di meritarlo, quello che stavo passando. La gente sopravvaluta l'aspetto fisico. Io sapevo di essere bellissima ma mi odiavo per essere una stupida oca infame senza uno scopo nella vita, mi odiavo perché stavo soffrendo e non c'era una ragione valida per il mio dolore, mi sentivo affogare nei sensi di colpa, perdevo il sonno, la fame, vedevo tutto in nero e grigio come i cani e non sapevo il perché, e mi sentivo in colpa.. Tanto in colpa che mi punivo da sola, mi facevo del male. So che è una cosa stupida. Lo sapevo allora e lo so adesso. Ma per un istante mi dava sollievo, anche se l'istante successivo mi faceva sentire ancora più in colpa, perpetuando uno stupido circolo vizioso. Affondavo le unghie nella carne viva a volte, fino a farmi sanguinare, e poi ero capace di andare in giro a dire le solite cazzate, continuare a essere l'anima della festa, l'attrice protagonista perché the show must go on. Io non volevo attenzione. Ne avevo abbastanza senza bisogno di parlare di questo mio problema. Non mi sono mai fatta del male per delle attenzioni. Era una cosa tra me e me, avevo un'altra versione di me stessa per il pubblico, una che si vuole bene, che si idolatra quasi, e nessuno ha mai capito quanta ironia ci fosse nel mio personaggio. Poi ho conosciuto l'alcol e le feste e ogni sabato ero ubriaca e fatta, alla ricerca di un secondo di sollievo da tutti i pensieri che mi stavano schiacciando, alla ricerca di uscire per un attimo da una pelle in cui mi sentivo in gabbia. E il giorno dopo il mio inferno privato riprendeva uguale, così come la mia recita. Ho anche bevuto da sola a volte. Liquore o cose così. So che è sbagliato. Ma era tutto sbagliato. Non stavo bene, tutto qui. Non sto bene. Questo stato si è protratto fino ad adesso, solo che ora non mi faccio più male così spesso. Ora penso che sto impazzendo. Ci sono giorni in cui sono fuori con la testa del tutto, fuori controllo, sono iperattiva, prendo decisioni d'impulso come lasciare l'università o cose simili e quando sono in quello stato ho quasi paura di me stessa e altri giorni -la stragrande maggioranza- in cui sono semplicemente svuotata di tutto. Non vorrei tirarmi su dal letto. Non vedo niente di bello nel futuro, mi fa schifo ancora prima di vederlo. Fare anche la più piccola cosa mi stanca. Non riesco a prendere nemmeno la più stupida delle decisioni tipo come vestirmi o se mettere i fusilli o le penne nell'acqua che bolle. Giuro che non sto iperbolizzando il tutto. E i miei credono che sia semplicemente indolente, non sanno a che ritmo vanno i miei pensieri quando sto sveglia la notte, non sanno che sto a guardare il soffitto e a sperare di non svegliarmi più per non dover affrontare quello che tempo prima era la mia casa, la mia vita perfetta. Di sera esco e vado alle feste, vado a ballare, bevo qualche drink e sto meglio, la musica mi toglie i pensieri terribili che ho nella testa, sono dipendente dalla festa, direi, neanche dalle sostanze. Ma torno a casa e finisce tutto e dopo aver sognato ad occhi aperti devo vivere nell'incubo. Non è vero che una volta sprofondati nell'abisso non si può che risalire. C'è un'altra opzione. E ultimamente mi seduce più di quanto mi spaventi. Io non voglio vivere oltre. Non voglio finire tra trent'anni a essere brutta e sformata sotto le luci al neon della coop, non voglio essere la vecchia col marsupio che si emoziona perché c'è lo sconto sulla carta igienica. Non voglio la mediocrità. Anche se riuscissi a evadere da questa condizione di prigioniera della mia psiche non sono sicura che il mondo mi piacerebbe. Ma forse questa mia idea è dettata dalla mia condizione. Non so più cosa pensare. L'unica cosa che mi ha tenuto in vita fino ad adesso è mio fratello. L'idea che lui soffra la mia assenza è inimmaginabile. Ma non ce la faccio davvero più , non sono egoista ma non si può chiedere a una persona di sopportare tutto questo. È troppo. Sono stanca. Come mai non ho mai chiesto aiuto? Questo mi porta al secondo problema. Non sono in grado di farlo. Una volta volevo parlarne con il mio tipo, lui non avrebbe capito ma magari mi sarei sentita meglio ma quando ci siamo trovati faccia a faccia non gli ho detto niente. Gli ho raccontato una freddura invece. E abbiamo riso ma non c'era niente da ridere. Ho provato anche con i miei amici. Niente da fare, non mi esce una parola. Con uno psicologo sarebbe uguale. Ultimamente faccio fatica a parlare anche delle cose più semplici, pochissimi se ne sono resi conto ma ogni volta che parlo mi torturo le mani, ho i pollici che ormai sono cicatrici e carne viva. E nessuno sa niente. Sto affogando in tutta questa cosa e non riesco a urlare aiuto. È il quinto sito a cui scrivo un messaggio così. Non sono mai riuscita a premere il pulsante di invio. Non riesco a comunicare, so che chiunque penserebbe che sto esagerando per farmi notare perché sono la solita troietta esibizionista ma io giuro che sto male davvero. Per favore, aiuto. So che il suicidio non è una soluzione, non sono stupida, c'è una semplice contraddizione logica: Cerchiamo sollievo dalla vita tramite la morte, ma non essendo più vivi non possiamo provare alcun sollievo. So anche che ci sono persone che mi vogliono bene. Ma so anche che se mi succedesse di avere un momento di pazzia potrei prendere e fare qualcosa di stupido senza pensarci troppo. Cosa faccio perché tutto torni come prima? Rivoglio una vita normale, voglio una soluzione, ne ho bisogno. Grazie a chiunque mi risponderà.

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Miglior risposta 27 OTT 2015

Gentile Sara,
la sua mail, molto toccante e profonda, suscita molte emozioni tra cui, di sicuro tristezza e rabbia.
La tristezza è facilmente comprensibile per empatia quando anche noi psicoterapeuti ci troviamo a contatto con la sofferenza delle persone.
La rabbia nasce dalla constatazione che a volte, come nel suo caso, la infelicità nasce non da gravi deprivazioni ma, al contrario, dall'aver avuto forse troppo dalla vita. Così, lei ha avuto il dono di essere bella, intelligente, di buona famiglia, con diversi amici, ha la possibilità di studiare probabilmente senza dover lavorare per mantenersi agli studi, è perfino bisex avendo il doppio delle possibilità per poter scegliere un partner con cui costruire un legame ...eppure non è felice!
Anzi è decisamente infelice, tanto da arrivare ad atti autolesionistici ed essere tentata di commettere addirittura il suicidio.
Sono molto d'accordo con lei quando ipotizza che queste idee sono forse dettate dalla sua condizione che può essere una condizione depressiva grave celata dietro una maschera di ragazza esibizionista e narcisista per cui necessita un intervento psicoterapeutico e farmacologico immediato.
Capisco che la sua sfiducia di base nei confronti delle figure genitoriali aggiunta alla sua sfiducia generalizzata di tutto e di tutti non le abbia consentito di chiedere aiuto al suo "tipo" e ai suoi amici perchè forse non avrebbero capito dal momento che a loro lei ha sempre mostrato il suo falso Sè ed essi non sanno vedere oltre ma noi psicologi-psicoterapeuti sappiamo invece guardare oltre perchè a questo ci hanno abituato i nostri studi e il nostro lavoro.
Pertanto come è riuscita a premere il tasto di invio dopo quattro tentativi falliti, così dovrà accadere per contattare telefonicamente un bravo psicoterapeuta per prendere un appuntamento : questo è il passo più difficile, il resto verrà poi da sè.
Quanto all'idea che lei ha del suicidio, mi rallegro del fatto che anche lei, come me, lo consideri un gesto stupido.
In realtà personalmente oltre che stupido io lo considero anche un gesto violento e crudele.
Stupido perché basato sulla convinzione che nella propria vita nulla mai cambierà mentre invece, prima o poi, le cose dovranno per forza cambiare perché la vita è per definizione un cambiamento continuo.
Violento e crudele perché segna per sempre la vita dei familiari del suicida che vivranno tra dolore e senso di colpa; nel suo caso sarebbe un trauma terribile per suo fratello per cui non si tratterebbe solo di soffrire semplicemente la sua assenza ma piuttosto di esserne completamente devastato e destabilizzato.
Il mio consiglio è di ridimensionare volontariamente le troppe cose che ha e che fa e di fare invece quella benedetta telefonata.
Cordiali saluti ed auguri di migliore vita.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Dott. Gennaro Fiore Psicologo a Quadrivio

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28 OTT 2015

Buonasera Sara, credo che, più o meno, tutti (anche lei) siamo d'accordo che stia attraversando un momento, piuttosto lungo della sua vita, di depressione. Non credo agli eufemismi e credo che una persona che sia arrivata al suo punto, se se li sentisse dire, si arrabbierebbe molto. Se di depressione reale si dovesse trattare, dovremmo essere tutti (o quasi) alquanto scettici sull'efficacia della psicoterapia. L'organizzazione di personalità depressiva, infatti, è quella che, paradossalmente, chiede meno aiuto, ai familiari, amici o specialisti e lei ce lo ha confermato. Però c'è un "ma", un "tuttavia" che mi fa pensare che, stavolta, la psicoterapia le possa davvero essere utile: ovvero il fatto (detto da lei) che quando riceve attenzioni (non del tipo che è la più bella della festa o la più figa, ma attenzioni di ascolto vero), allora smette di infilarsi le unghie nella carne. Questa cosa è molto importante, in quanto anche lei è riuscita a focalizzare che ciò di cui ha bisogno è l'aiuto esterno, di un qualcuno che le dia prima un ascolto incondizionato e poi uno condizionato (ovvero, dopo un po di tempo di psicoterapia, dovrebbe cominciare ad esporsi non con il corpo, ma emotivamente, sempre con l'aiuto del terapeuta, naturalmente). Quindi il fatto che smetta di essere autolesionista quando la ascoltano in profondità, legata alla pressione di "invio", stavolta, del post, mi rende ottimista sulle sue possibilità. Di risorse ne ha svariate, e le ha dimostrate nel come ci ha trasmesso il suo grande dolore, dunque ora ha "solo" un'azione da compiere, prima verso se stessa e poi verso gli altri (tra cui suo fratello e gli altri familiari ed amici): ovvero di fare quella telefonata ad uno psicoterapeuta. Però, non si fermi al primo o prima collega cui telefona: se per sfortuna trovasse una persona con cui non si intaurasse una relazione terapeutica significativa, potrebbe mollare tutto. Dunque, faccia almeno tre primi colloqui con colleghi differenti (naturalmente anche di genere) e poi "senta" con quale di questi si è sentita maggiormente libera di parlare in modo naturale e le cui domande non la infastidissero troppo. Certo, sia lei che gli altri colleghi mi potrebbero dire: ma come, finora non è riuscita a fare una telefonata e tu vuoi fargliene fare tre? Beh, sì. Se stessi come sta lei, vorrei essere sicuro di trovarmi di fronte un professionista non solo bravo e qualificato, ma uno con il quale instaurare una relazione psicoterapeutica che mi permetta di sciogliere tutti i nodi (o quasi) emotivi che mi stanno attanagliando da anni. Se mi fermassi al primo e mi andasse male, potrei precludermi anche tale soluzione. Perchè rischiare un ulteriore senso di fallimento?
Buona fortuna,
dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta,
Costruttivista Postrazionalista-Roma

Dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta Psicologo a Roma

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27 OTT 2015

Buongiorno Sara
Ho letto con molto interesse ciò che scrive e alla fine mi sono detta "caspita che peso si porta dentro Sara!". Concordo con quanto detto dai colleghi che mi hanno preceduto e aggiungo che dovrebbe provare a rivolgersi ad uno psicoterapeuta, si ora lei mi dirà:"non mi esce una parola, non riesco a parlare, cosa ci vado a fare?" Allora io le dico porti quello che ha scritto a noi, parta da questo, le sarà utile per iniziare e bypassare il blocco che ha e sente quando deve parlare del suo stare al mondo. Mi faccia sapere, se le fa piacere, cosa ne pensa e se ha bisogno di qualche informazione sono qua.
Cordialmente.
Dr.ssa Verena Elisa Gomiero

Dott.ssa Gomiero Verena Elisa Psicologo a Padova

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26 OTT 2015

Gentile Sara,
credo che il suo disagio non sia assolutamente da sottovalutare.
Innanzitutto potrebbe domandarsi se è avvenuto, e cosa, qualcosa di rilevante nel mese o nei mesi precedenti l'inizio del sentimento di tristezza. E' probabile che trovi qualche episodio significativo.
Un altro aspetto che probabilmente è rilevante riguarda le sue relazioni (amicali e familiari); come mai infatti non riesce a confidarsi con nessuno? E' quasi impossibile vivere da soli.
Le consiglio comunque di consultare uno psicologo psicoterapeuta per affrontare questi temi e la cosa migliore sarebbe anzi che collaborasse anche la sua famiglia. Non perda tempo, si affidi ad uno psicologo di sua fiducia.

Valentina Sciubba Psicologo a Roma

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