Pensieri verso terapeuta

Inviata da Lucia · 2 giu 2026 Autorealizzazione e orientamento personale

Buonasera,

Sono in terapia da quasi 3 anni. Da un po' di tempo ho sviluppato una sorta di ossessione verso la terapeuta. Cerco spesso info online su di lei, guardo il suo profilo Instagram (ha un profilo aperto dove pubblica anche post normali della sua vita personale), controllo il suo ultimo accesso su Whatsapp. Non so bene perchè lo faccio ma sono gesti "intrusivi" per cercare rassicurazione sul fatto che in qualche modo mi pensi; magari cerco indizi tra i suoi post e i suoi ultimi accessi. (Rassicurazione che ovviamente non riesco a trovare, anzi è peggio perchè non vedo che pensa a me). Lo so che non dovrei farlo e dovrei probabilmente parlargliene per non rimanere da sola a soffrire in questa dinamica che mi sta sottraendo energie e piano piano sta instillando rabbia, invidia e poca fiducia in lei. So che lei non mi giudicherebbe e potremmo lavorarci su come è capitato altre volte su altri aspetti, però ho paura che potrebbe sentirsi invasa. Voi cosa mi consigliereste?

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Miglior risposta 4 GIU 2026

Cara Lucia,
in molti casi, questo tipo di comportamenti rimanda ad una specifica fase del vostro percorso terapeutico, qualcosa che forse la riguarda nel suo profondo e le fa temere di essere rifiutata o non considerata abbastanza dalla collega.
Come se Lucia stesse dando, facendo molto in questa relazione, mentre la terapeuta rimane ignota, a livello personale, intendo.

Come se mancasse la reciprocità tipica dei rapporti confidenziali ed intimi che non siano quelli tra paziente e terapeuta.

Perciò, al di là di questa mia ipotesi, interpretazione sulla vostra relazione terapeutica, credo sia importante per lei porsi qualche domanda riguardo a ciò, ossia come sta in questo momento della terapia, si sente al sicuro, ha paura nell'affrontare alcuni temi, teme che possano compromettere la vostra relzione? Si sente "pensata" dalla terapeuta in seduta?

Ad ogni modo, fare fantasie e pensieri sul proprio terapeuta è del tutto normale, è una delle espressioni del transfert, perciò è un meccanismo che, se usato opportunamente, può apportare un grande contributo al suo percorso.

In ogni caso le auguro il meglio!

Dott.ssa Anna Marcella Pisani Psicologo a Roma

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11 GIU 2026

Buongiorno Lucia,

quello che stai vivendo può essere la manifestazione di un fenomeno conosciuto come transfert: sentimenti intensi e pensieri ricorrenti verso la terapeuta che possono riguardare soprattutto la tua storia personale e bisogni più profondi. Questo tipo di dinamiche fa parte del processo terapeutico e, quando portate all’interno della relazione, spesso producono risultati importanti.

Ti suggerirei di parlarne con lei. Portare questi pensieri all’interno della terapia permette di lavorarci sopra in modo aperto, evitando che interferiscano con la continuità del percorso e con la fiducia nella relazione. Una terapeuta preparata dovrebbe essere in grado di accoglierli e di gestirli in modo rispettoso e costruttivo.

Un saluto,
Dott. Fabio Menezes

Dott. Fabio Menezes Psicologo a Torino

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10 GIU 2026

Buonasera Lucia,
quello che descrivi è qualcosa che può accadere nel percorso terapeutico, anche se spesso genera confusione o senso di colpa. Il bisogno di cercare la tua terapeuta fuori dalle sedute, di sentirla “presente” anche a distanza, parla di un legame che si è costruito e di un bisogno di rassicurazione che merita attenzione, non giudizio.

Il fatto che tu riesca a riconoscere questi comportamenti e a interrogarti su di essi è già un passaggio molto importante. Comprendo anche la tua paura di poterla far sentire invasa, ma è proprio dentro la relazione terapeutica che queste dinamiche possono essere accolte e comprese. Portarle in seduta, con delicatezza, può diventare un’occasione preziosa di lavoro su ciò che stai vivendo.

Non sei “sbagliata” per quello che provi: è qualcosa che può essere pensato insieme, in uno spazio sicuro.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Dott. Fabio Mallardo Psicologo a Mestre

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6 GIU 2026

Buongiorno Lucia,

da quanto descrive sembra essere davvero sopraffatta e appesantita da questa situazione. Al tempo stesso già manifesta un'importante consapevolezza: per risolvere tale difficoltà servirebbe comunicare alla terapeuta quanto sta accadendo, poiché quest'ultima non ha un libretto di istruzioni per poter leggere la sua mente se non conosce a pieno ciò che sta affrontando.
Sarebbe importante chiedersi cosa la spinge a cercare continue conferme: queste ultime sono riferite alla sua persona o anche ad una valutazione della terapeuta stessa? Proprio perché il Setting terapeutico si caratterizza per sicurezza e assenza di giudizio, può essere lo spazio adeguato per poter comunicare anche dei vissuti carichi di ambivalenza e sofferenza. Da dove nasce il bisogno di costante rassicurazione e controllo? Quali sono i pensieri e le emozioni che le suscitano in seguito alla ricerca costante di elementi che possano riguardare la sua persona, pur sapendo che la terapeuta è vincolata dal segreto professionale? La paura di far sentire invasa la sua terapeuta suggerisce una razionalizzazione di ciò che le sta accadendo: ed è proprio qui il punto da cui può partire, anche se con difficoltà, per comunicare alla sua terapeuta ciò che le sta causando ora questa sofferenza, proprio per fare esperienza dei suoi schemi relazionali in uno spazio sicuro e non giudicante.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Lama Carola

Dott.ssa Carola Lama Psicologo a Aosta

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5 GIU 2026

Buongiorno Lucia,

grazie per averci scritto e contattato su Guida Psicologi ed essersi messa in contatto con noi professionisti della salute mentale.
Sono concorde con ciò che le ha scritto la Dottoressa Ginevra qui sotto, rispecchia il mio pensiero a pieno.
Le auguro il meglio e di riuscire a parlarne in terapia per lei stessa.
Resto disponibile.

Cordiali saluti.

Dottoressa Margherita Romeo

Dott.ssa Margherita Romeo Psicologo a Roma

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5 GIU 2026

"Pensieri verso il terapeuta" è un tema delicatissimo, e da psicologo clinico vorrei dirle alcune cose che spero le tolgano un po' di vergogna nel chiedersele.

Innanzitutto: i pensieri verso il proprio terapeuta — di vario tipo, dall'attaccamento intenso al fastidio, dall'idealizzazione alla rabbia, dal desiderio di stargli vicino al volere fuggire — sono **fisiologici** in qualunque percorso psicologico serio. In psicoanalisi e in psicoterapia psicodinamica si chiama transfert ed è considerato lo strumento di lavoro più importante, non un effetto collaterale.

Cosa succede: lo studio è un luogo particolare. Una persona ti ascolta con attenzione, senza giudicarti, in uno spazio protetto, ripetuto nel tempo. Niente nella vita "normale" replica queste condizioni. Quasi inevitabilmente, qualcosa di intenso si attiva — l'inconscio prende il terapeuta e ci "infila" dentro figure significative della propria storia (un genitore, un partner, una parte di sé). I pensieri che ne nascono sembrano "su di lui/lei", ma in realtà sono *su di te attraverso di lui/lei*.

Tre cose pratiche, qualunque sia il colore di questi pensieri:

1) **Portarli in seduta.** Sembra l'ultima cosa da fare, è in realtà la più utile. Il terapeuta è formato per accoglierli senza scandalizzarsi, senza farne uso fuori contesto, e per aiutarti a leggerli. Se non li porti in seduta, finiscono per agire fuori — e questo sì rallenta o blocca il percorso.

2) **Non confondere transfert e realtà.** I pensieri intensi verso il terapeuta NON significano che dovete diventare amici, partner, o altro fuori dallo studio. Il setting (lo spazio dei 50 minuti, il pagamento, la regola del non incontrarsi fuori) protegge proprio il fatto che certi vissuti possano essere esplorati senza agirli.

3) **Se senti che la cosa è troppo, dillo.** Un terapeuta serio sa gestire qualunque intensità — ma sa anche, in casi rari, indirizzare a un collega se il setting è diventato impossibile da reggere. È una decisione presa insieme, non un fallimento di nessuno.

Una nota: se i pensieri verso il terapeuta sono di **disagio o di rabbia**, vale la stessa regola — vanno detti. Spesso sotto c'è qualcosa di importantissimo da elaborare. Tacerli e cambiare terapeuta è una soluzione che porta lo stesso pattern al prossimo professionista.

Lo spazio della psicoterapia è fatto anche per pensare i pensieri che fanno paura.

Dott. Mattia Degli Esposti Psicologo a Bologna

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4 GIU 2026

Salve Lucia,

mi arriva forte il suo bisogno di sentirsi vista e considerata. Solitamente alla base di questa forte necessità di sentirsi importanti per l'altro c'è il non sentirsi adeguati e degni di essere amati. In questi casi si cerca all'esterno un riconoscimento che non ci si riesce a dare da soli.

Fatta questa premessa, come lei stessa ha ben intuito, per imparare ad amarsi e a sentirsi ok, ha bisogno di esprimere queste sue difficoltà con la sua terapeuta, in modo da lavorarci su e crescere. Il primo passo in questa direzione è proprio comunicare i suoi vissuti alla sua terapeuta andando oltre la paura, partendo dalla constatazione che lei è una persona di valore e che, come tutti, ha delle fragilità, che ha tutto il diritto di affrontare.

Sono sicura che parlarne con la sua terapeuta la aiuterà a sentirsi più serena e più sicura di sé.

Un caro saluto.

Dott.ssa Claudia Cioffi

Dott.ssa Claudia Cioffi Psicologo a Ancona

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4 GIU 2026

Buonasera Lucia,

innanzitutto la ringrazio per aver condiviso con questa comunità professionale, ciò che più la tocca al momento. Infatti, la prima cosa che mi arriva leggendola è proprio una certa quota di sofferenza che la investe, così come mi colpisce la sua analisi lucida sul fatto che questo meccanismo si trasforma in una trappola: l'assenza di un riferimento diretto a lei nei contenuti pubblici della professionista non fa altro che alimentare il senso di esclusione, instillando sentimenti dolorosi come la rabbia, l'invidia e il dubbio sulla tenuta del rapporto. Il digitale, in questo senso, offre l'illusione di una vicinanza ma priva l'interazione della sua componente più preziosa: la sintonizzazione emotiva reale.
Il consiglio più sincero che mi sento di darle è proprio di trovare il coraggio di portare questo vissuto in seduta, esattamente così come lo ha scritto qui a noi. Parlare dei sentimenti che si provano per il terapeuta, direttamente con la persona in questione comprese le azioni "intrusive" e i sentimenti di rabbia, la poca fiducia e così via costituiscono il materiale più prezioso su cui lavorare e chissà che non possa essere un nuovo punto di partenza per il vostro percorso.

I miei migliori auguri!

Roberto Casella Psicologo a Caserta

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4 GIU 2026

Buongiorno Lucia,

ha fatto una considerazione importante: cercare la sua terapeuta online, vedere ciò che fa e avere informazioni su di lei la aiuta a sentirsi rassicurata e pensata dalla sua terapeuta. Questo è un vissuto comune a molti pazienti. Sarebbe importante che lei riuscisse a riferirlo alla sua terpeuta, perchè può essere oggetto di esplorazione e doventare un punto importante per il suo lavoro terapeutico. Penso, infatti, che questa sua necessità dica molto di lei e dei suoi bisongo del momento, che meritano di essere esplorati. Se non se la sente di riportalo a voce, può provare a scriverlo con una mail.

Un cordiale saluto

Dott.ssa Mara Lever, psicologa a Trento

Mara Lever Psicologo a Trento

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4 GIU 2026

Gentile Lucia
Grazie per la condivisione!
In ottica CMT, quello che descrivi non appare tanto come un problema di “invadenza”, quanto come un tentativo di proteggerti da una paura più profonda: quella di non essere importante nella mente dell’altro quando non è presente.
Dopo tre anni di terapia è naturale che il legame con la terapeuta abbia assunto un forte valore affettivo. La relazione terapeutica diventa spesso il luogo in cui si riattivano antiche esperienze di attaccamento, bisogni di vicinanza e timori di essere dimenticati, sostituiti o lasciati soli. Cercare il suo profilo, controllare l’ultimo accesso o interpretare i suoi post può rappresentare un modo per verificare continuamente se il legame esiste ancora anche fuori dalla seduta.
In CMT questi comportamenti possono essere letti come un “test”: una ricerca di prove che l’altro tenga a noi senza che siamo costretti a chiederlo direttamente, forse perché in passato esprimere il bisogno di vicinanza poteva essere vissuto come eccessivo, sbagliato o pericoloso.
Proprio per questo, parlarne in terapia potrebbe essere molto importante. Non tanto per eliminare il comportamento in sé, ma per comprendere insieme quale paura stia cercando di placare. Anzi, spesso il fatto di riuscire a raccontare al terapeuta aspetti di sé vissuti con vergogna o timore di essere “troppo” costituisce un momento terapeutico molto significativo.
Mi colpisce anche che tu dica: “So che non mi giudicherebbe, ma ho paura che possa sentirsi invasa”. Questo fa pensare che una parte di te immagini che i propri bisogni possano danneggiare l’altro o allontanarlo. In CMT questa è una credenza molto frequente: “Se mostro quanto ho bisogno, faccio del male o metto a disagio la persona a cui tengo”.
Naturalmente, il fatto che la terapeuta mantenga un profilo pubblico rende comprensibile che tu possa accedervi; il problema non è tanto guardarlo, quanto il significato che quel controllo assume nella tua esperienza emotiva e il dolore che ti lascia dopo.
Se la relazione terapeutica finora è stata uno spazio sicuro, probabilmente questo è proprio uno di quei temi che meritano di essere portati in seduta. Non perché tu stia facendo qualcosa di “sbagliato”, ma perché stai mostrando un bisogno relazionale importante che, anziché essere gestito da sola attraverso il controllo, potrebbe trovare uno spazio di comprensione e trasformazione all’interno della terapia stessa. Spesso è proprio attraversando questi momenti che il lavoro terapeutico compie alcuni dei suoi passi più profondi.
Un caro saluto,
Dr.ssa G.Bolzoni

Dott.ssa Gabrielle Bolzoni Psicologo a Roma

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4 GIU 2026

Messaggio
Buonasera, il mio consiglio è di parlarne apertamente con la sua terapeuta. Quello che descrive sembra legato a un bisogno di rassicurazione e vicinanza emotiva più che a una reale invasione della sua privacy. Il fatto che questi comportamenti le provochino sofferenza, rabbia e insicurezza li rende un tema importante da portare in terapia. Una terapeuta difficilmente la giudicherà: anzi, potrà aiutarla a comprendere il significato di questo bisogno e le emozioni che vi sono dietro. Spesso ciò che ci mette più in imbarazzo raccontare è proprio ciò che può farci crescere maggiormente nel percorso terapeutico.

Dott.ssa Ada Palma Psicologo a Giugliano in Campania

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4 GIU 2026

Quello che descrivi è molto più comune di quanto si possa pensare in un percorso terapeutico lungo e significativo. Quando una terapeuta diventa una figura importante, capace di ascoltare, comprendere e offrire uno spazio emotivamente sicuro, può accadere che si sviluppi un forte investimento affettivo nei suoi confronti. Non significa necessariamente essere innamorati, ma spesso che quella relazione ha assunto un valore emotivo profondo.

Da quello che racconti, mi colpisce soprattutto il fatto che tu stessa abbia già individuato la funzione di questi comportamenti: cercare rassicurazione. Non sembra che tu stia cercando semplicemente informazioni sulla sua vita, ma piuttosto conferme sul fatto di essere presente nella sua mente, di contare per lei, di avere un posto speciale. Il problema è che le verifiche che fai online non possono davvero soddisfare questo bisogno. Anzi, finiscono per alimentarlo perché ogni ricerca produce nuove domande e nuove insicurezze.
Capisco la paura che possa sentirsi invasa se gliene parlassi. Tuttavia, dal punto di vista clinico, ciò che stai vivendo riguarda molto più la tua esperienza interna che la sua privacy. Non le staresti dicendo "ho scoperto questo o quello della tua vita", ma "mi accorgo che sento il bisogno di cercarti e controllarti perché provo determinate emozioni". Questa differenza è importante.
In una terapia ben consolidata, dopo tre anni di lavoro, poter parlare apertamente di queste dinamiche è spesso un'occasione preziosa. Le emozioni che stai nominando, il bisogno di rassicurazione, la rabbia, l'invidia, la sfiducia che inizia a emergere, non sono un ostacolo alla terapia: sono materiale terapeutico. Molto spesso proprio le emozioni più difficili nei confronti del terapeuta permettono di comprendere bisogni relazionali profondi, ferite di attaccamento, paure di abbandono o di non essere abbastanza importanti per l'altro.
Da quello che scrivi, ho l'impressione che il rischio maggiore non sia che lei si senta invasa, ma che tu continui a portare tutto questo da sola. Quando queste dinamiche restano segrete, tendono a diventare sempre più intense e dolorose. Quando invece vengono portate nella relazione terapeutica, spesso perdono parte della loro forza e diventano comprensibili.

Una terapeuta esperta sa che può accadere che un paziente la cerchi online, la pensi molto tra una seduta e l'altra o sviluppi fantasie e bisogni legati alla relazione terapeutica. Non significa che approverà necessariamente il comportamento di controllo, ma difficilmente lo interpreterà come un'invasione personale. Più probabilmente cercherà di capire insieme a te che cosa stai cercando attraverso quei comportamenti e quale bisogno emotivo stanno tentando di soddisfare.
La frase che mi sembra più importante del tuo messaggio è: "non voglio rimanere da sola a soffrire in questa dinamica". Forse è proprio questa la parte che merita di essere portata in seduta. Non tanto il dettaglio di ogni controllo, quanto la sofferenza, la vergogna, il bisogno di rassicurazione e la paura che tutto questo possa compromettere il rapporto terapeutico.
Se fossi io il terapeuta, considererei molto significativo il fatto che una paziente trovi il coraggio di condividere una difficoltà così delicata. Di solito è un segnale di fiducia nella relazione, non una sua violazione.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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3 GIU 2026

Buonasera Lucia,
In ambito clinico, questo fenomeno è ben noto ed è una forma di transfert erotizzato o idealizzato, che in tempi moderni si declina purtroppo attraverso il "cyberstalking" o il controllo digitale. La tua mente ha trasformato la terapeuta in uno specchio in cui cercare la conferma di esistere e di essere pensata. Ma, come hai giustamente notato, questa dinamica sta diventando una trappola che toglie ossigeno alla terapia, trasformando l'affetto in rabbia, invidia per la sua vita privata e perdita di fiducia.

Tu scrivi: "Ho paura che potrebbe sentirsi invasa". Devi ricordare che la tua terapeuta è una professionista formata esattamente per accogliere, comprendere e maneggiare queste dinamiche. Il fatto che lei abbia un profilo Instagram pubblico con post della sua vita privata è una sua scelta di gestione della propria immagine; il fatto che tu lo guardi fa parte del materiale clinico che porti in seduta.
I terapeuti sanno benissimo che il transfert può diventare intenso, ossessivo e persino doloroso. Non si sentirà "offesa" o "violata" se le parlerai di impulsi e comportamenti che non riesci a controllare, perché sa che quei gesti non parlano di lei come persona privata, ma parlano dei tuoi bisogni profondi insoddisfatti.
Questa ossessione non è un ostacolo alla terapia, è la terapia stessa che sta emergendo nel setting. Parlarne non significa "creare un problema", ma significa prendere l'elefante nella stanza e metterlo sul lettino per lavorarci.
I comportamenti intrusivi (i social, gli accessi) sono l'equivalente moderno di un sintomo: nascondono una domanda d'amore, una paura del rifiuto o il bisogno di un confine sano che probabilmente fatichi a stabilire anche fuori dalla terapia. Lavorarci con lei ti permetterà di capire cosa stai proiettando su di lei e come sbloccare questa dinamica anche nelle tue relazioni esterne. Puoi iniziare la seduta proprio partendo dalla tua paura, leggendo magari quello che hai scritto qui se ti aiuta a rompere il ghiaccio.
Mentre trovi il coraggio di parlarle, proteggi il tuo sistema nervoso. Come abbiamo visto per altre situazioni di controllo digitale, ogni volta che guardi quel profilo o quell'accesso stai dando al tuo cervello una piccolissima dose di dopamina seguita da un crollo emotivo. Silenzia o nascondi il suo profilo: Fai in modo che l'accesso a quelle informazioni richieda uno sforzo attivo, interrompendo l'automatismo del dito che clicca sulla barra di ricerca.
Quando senti l'impulso di controllare WhatsApp, fermati, fai un respiro e osserva quel bisogno senza giudicarlo: "In questo momento mi sento sola e ho l'impulso di controllare se lei è online per sentire che esiste ed esiste per me. Accetto questo pensiero, ma scelgo di non assecondarlo". Sei consapevole che lei non ti giudicherebbe e che in passato avete già superato altri ostacoli insieme. Fidati della solidità della tua terapeuta e, soprattutto, della solidità del legame che avete costruito in tre anni. Portare questa sofferenza alla luce del sole, dentro la stanza di terapia, è l'unico modo per far svanire l'ossessione e trasformarla in una profonda e straordinaria occasione di guarigione e consapevolezza di te stessa.

Un cordiale saluto.
Dott. Riccardo Focaccia

Riccardo Focaccia Psicologo a Marina di Ravenna

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3 GIU 2026

Gentile Lucia,
La sensazione che emerge dal suo racconto è quella di una persona che fatica a sentirsi presente nella mente dell'altro quando l'altro non è fisicamente presente.

Mi colpisce infatti che lei stessa utilizzi la parola "rassicurazione". Non sembra cercare informazioni sulla sua terapeuta per semplice curiosità. Sembra piuttosto cercare una conferma, un segnale, una prova che il legame continui a esistere anche fuori dalla stanza di terapia.
Da questo punto di vista, ciò che sta vivendo non mi appare come qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi. Al contrario, potrebbe rappresentare un materiale molto prezioso per il lavoro terapeutico.

Nelle relazioni importanti può accadere che emergano bisogni affettivi molto antichi, talvolta rimasti per lungo tempo senza una risposta sufficientemente rassicurante. In questi casi la mente cerca continuamente segni della presenza dell'altro, quasi come se l'assenza rischiasse di trasformarsi in dimenticanza, disinteresse o abbandono.
Per questo motivo credo che la parte più significativa del suo messaggio sia quando scrive di avere paura che la terapeuta possa sentirsi invasa. Mi sono domandato se questa preoccupazione non assomigli a qualcosa che forse conosce già: il timore che esprimere un bisogno profondo possa mettere in difficoltà l'altro o compromettere la relazione.

Eppure proprio ciò che oggi la fa soffrire potrebbe diventare uno dei temi più importanti da portare in seduta.
Una terapia che dura da tre anni ha ormai costruito una relazione sufficientemente solida da poter accogliere anche aspetti come questi. Anzi, molto spesso è proprio quando il paziente trova il coraggio di parlare dei sentimenti che prova verso il terapeuta che il lavoro compie alcuni dei suoi passaggi più significativi.
Più che chiedersi se la sua terapeuta si sentirà invasa, forse potrebbe provare a chiedersi che cosa significherebbe per lei sentirsi accolta anche in questa parte del suo vissuto.
Un cordiale saluto,
Dott. Ettore Fioravanti

Dott. Ettore Fioravanti Psicologo a Roma

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3 GIU 2026

Salve,
la ringrazio per la fiducia nel condividere un vissuto così intimo e complesso. È importante premettere che ciò che sta descrivendo è un fenomeno relazionale noto come transfert, che, pur essendo fonte di sofferenza, rappresenta un materiale clinico di straordinario valore.

In ottica cognitivo-comportamentale, possiamo analizzare i suoi comportamenti (il controllo compulsivo dei profili social e degli accessi WhatsApp) come strategie di evitamento e rassicurazione. Il suo bisogno di cercare indizi non nasce da una volontà di invadere la sfera privata della professionista, ma da una difficoltà nel gestire l'ansia causata dalla distanza emotiva tra le sedute. La sua mente cerca, erroneamente, di ridurre questa tensione attraverso l'osservazione del mondo esterno della terapeuta; tuttavia, questo meccanismo innesca un circolo vizioso: la mancata "risposta" che cerca genera ulteriore frustrazione, rabbia e il rafforzamento di pensieri disfunzionali sulla relazione terapeutica.

Il fatto che lei tema di "sentirsi invasa" riflette una sua proiezione: lei teme il giudizio che lei stessa, in parte, sta applicando su di sé. È fondamentale ricordare che il setting terapeutico è uno spazio protetto, appositamente costruito per accogliere anche i sentimenti di invidia, rabbia o desiderio di vicinanza verso il terapeuta. Questi vissuti non compromettono la relazione, al contrario, sono lo strumento principale per comprendere i suoi schemi relazionali e le sue modalità di attaccamento.

Un cordiale saluto.
Dott.ssa Lavinia Conoscenti
Psicologa e psicoterapeuta in formazione
(Torino e online)

Lavinia Conoscenti Psicologo a Torino

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3 GIU 2026

La situazione descritta può mettere molta a disagio. Il professionista che la segue è lì per ascoltarla, aiutarla e non giudicarla

Comprendo che la situazione possa essere di forte disagio, tuttavia il parlarne onestamente con lei puoi aiutarla a comprendere le basi di questa situazione e uscirne.

Dott. Luca Ferretti Psicologo a Pontedera

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3 GIU 2026

Buongiorno,
quello che descrive è probabilmente molto più frequente di quanto si pensi in psicoterapia, soprattutto nei percorsi lunghi e significativi.
Dal suo racconto non emerge tanto un desiderio di invadere la vita della terapeuta, quanto il tentativo di gestire un bisogno emotivo. Mi colpisce infatti che lei stessa identifichi il meccanismo, cerca rassicurazioni sul fatto di essere nei suoi pensieri, di avere un posto nella sua mente, di essere importante per lei. Il controllo di Instagram o dell'ultimo accesso sembra diventare una strategia per ridurre momentaneamente l'incertezza e la distanza.
Il problema è che queste strategie, offrono un sollievo breve e finiscono per alimentare ulteriormente il bisogno di controllare. Più cerca rassicurazioni, più si accorge che non riesce a trovarle. E allora aumentano la frustrazione, la rabbia, l'invidia e il dubbio.
Lei scrive una frase che considero significativa: "So che non mi giudicherebbe". Questo mi fa pensare che una parte di lei abbia già intuito che questo tema potrebbe essere portato in terapia.
Comprendo la paura che la terapeuta possa sentirsi invasa. Tuttavia c'è una differenza importante tra invadere qualcuno e raccontargli ciò che sta accadendo dentro di sé. Lei non starebbe dicendo: "Ho il diritto di sapere cosa fa". Starebbe dicendo: "Mi accorgo che passo molto tempo a cercare informazioni su di lei e credo che questo abbia a che fare con il bisogno di sentirmi importante e pensata".
Spesso proprio i sentimenti che si sviluppano verso il terapeuta — attaccamento, bisogno di vicinanza, rabbia, delusione, gelosia, paura di non contare abbastanza — diventano una via per comprendere modalità relazionali che probabilmente esistono anche al di fuori della terapia.
Per questo motivo, più che cercare di eliminare questi comportamenti da sola o di nasconderli per vergogna, mi chiederei se non siano diventati un segnale che indica un tema importante ancora da esplorare.
Rimango a disposizione,
Dott.ssa Aurora Bacchetta

Dott.ssa Aurora Bacchetta Psicologo a Roma

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3 GIU 2026

Cara Lucia,

Quello che descrivi non è qualcosa che va letto come una colpa o come un problema che appartiene esclusivamente a te. Nella relazione terapeutica, infatti, sia la persona sia il terapeuta partecipano attivamente alla costruzione dei significati e delle dinamiche relazionali che emergono nel percorso.

Il punto centrale non è tanto il comportamento in sé (guardare Instagram o controllare l'accesso su WhatsApp), quanto il significato che questo comportamento sta assumendo per te e il modo in cui si inserisce nella relazione con la tua terapeuta.

Per questo motivo, la tua intuizione di portare questo tema in seduta potrebbe essere molto utile. Potresti semplicemente raccontare di esserti accorta che negli ultimi tempi ti capita di controllare i suoi social o il suo accesso online perché senti il bisogno di capire se, in qualche modo, sei presente nei suoi pensieri. Questo può aprire uno spazio di riflessione importante sui vissuti, sui bisogni e sui significati che state costruendo insieme all'interno della relazione terapeutica.

Concludo dicendo che ciò che stai vivendo non significa che stai "rovinando la terapia". Anzi, spesso sono proprio i pensieri, le emozioni e i comportamenti che suscitano maggiore imbarazzo o timore a rappresentare occasioni preziose di approfondimento e crescita nel percorso terapeutico.

Rimango a disposizione.

Un caro saluto,
Dott.ssa Alessia Simonetto

Alessia Simonetto Psicologo a Mestre

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3 GIU 2026

Gentilissima Lucia,

Quello che descrivi non è per niente una stranezza o una patologia: dopo così tanti anni di terapia è cosa comune che emergano questi stati affettivi intensi, quasi impossibili da contenere solo dentro le sedute.

I comportamenti che descrivi non sono, a mio avviso, semplicemente gesti intrusivi da correggere. Sono dei tentativi di regolazione affettiva. Tra una seduta e l'altra c'è un'assenza, e quell'assenza evidentemente fa male (forse in un modo che tocca qualcosa di molto antico, pre-terapeutico) che riguarda il non sapere se si esiste nella mente dell'altro quando l'altro non è lì davanti a te. Sembra che tu cerchi conferma che la tua terapeuta ti tenga a mente, e il non trovare questa conferma non fa che amplificare l'angoscia, anziché calmarla. È una dinamica autoalimentante proprio perché la rassicurazione che cerchi non può arrivare da quella fonte.
La rabbia e l'invidia che dici stiano emergendo sono, in questo senso, dati preziosi. Non sono "brutti sentimenti da eliminare": sono segnali che il desiderio è reale, che il legame conta davvero, e forse anche che una parte di te è arrabbiata per qualcosa.
La domanda che poni riguarda il portarlo in seduta, con il rischio di farla sentire "invasa". La mia risposta è: sì, puoi e dovresti portarlo, e il timore di invaderla è probabilmente parte dello stesso materiale da esplorare. Il lavoro che potreste fare è quello di capire insieme cosa succede nel campo quando certe cose vengono dette.
Il paradosso è questo: finché resti sola con questi pensieri, restano incistati, ossessivi, privi di metabolizzazione. Nel momento in cui li porti in seduta, anche se con difficoltà e con tutta la vergogna e l'imbarazzo che immagino tu senta, diventano materiale vivo su cui lavorare. Bromberg direbbe che stai cercando di tenere separate delle parti di te che invece hanno bisogno di dialogare, dentro di te e dentro la relazione terapeutica.
Non devi "essere pronta" in modo perfetto per parlarne. Puoi anche dirle esattamente quello che hai scritto qui: "Ho qualcosa che mi crea vergogna, ho paura che tu possa sentirti invasa, ma devo dirtelo." Quella frase, già da sola, è un ottimo inizio.

Rimango a disposizione
Cordialmente,

Dr. Matteo Sesia

Dr. Matteo Sesia Psicologo a Torino

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3 GIU 2026

Gent.ma,

è un bene che lei si stia interrogando sulle ragioni del suo comportamento, che lei stessa definisce “ossessivo”. In tre anni di psicoterapia certamente lei, insieme alla psicoterapeuta, avrà lavorato su tanti aspetti che riguardano lei e si è creata tra voi un'alleanza terapeutica. Le suggerisco di riportare tutto quello che ha riferito qui, a noi, alla sua psicoterapeuta nel setting protetto della psicoterapia. Dopo che lei ne avrà parlato, ne discuterete in due come avete fatto anche per tutto il resto e rielaborerete nel tempo tutto quanto.

Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.


Un cordiale e affettuoso saluto,




Dr. Valerio Bruno

Valerio Bruno Psicologo a Cosenza

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3 GIU 2026

Gentile Lucia,
quello che descrive non è necessariamente il segnale di qualcosa che sta andando storto nella terapia; talvolta può rappresentare proprio un materiale importante da portare all'interno del percorso.

Mi sembra significativo che lei stessa colleghi questi comportamenti a una ricerca di rassicurazione e al desiderio di sentirsi pensata. In fondo, la domanda potrebbe non essere tanto perché guarda Instagram o WhatsApp, ma cosa cerca di trovare in quei controlli e cosa accade emotivamente quando non trova ciò che sperava.

Spesso la relazione terapeutica attiva bisogni, aspettative e timori che non riguardano soltanto il terapeuta in quanto persona, ma modalità relazionali più profonde che si ripresentano nel qui e ora della terapia. È interessante che accanto al desiderio di vicinanza stiano emergendo anche rabbia, invidia e sfiducia: come se la stessa figura da cui cerca rassicurazione diventasse anche fonte di frustrazione.

Comprendo il timore di invadere la terapeuta, ma mi chiedo se questa paura non possa essere essa stessa parte del tema. Che cosa immagina potrebbe accadere se le raccontasse apertamente questi vissuti? E cosa significherebbe per lei scoprire che la terapeuta può accogliere anche questa parte della relazione?

Da ciò che scrive, sembra che il peso maggiore non derivi dai pensieri verso di lei, ma dal fatto di viverli in solitudine. Per questo potrebbe essere proprio uno degli argomenti più importanti da portare in seduta.

Resto a disposizione,
Dr. Elisabetta Carbone

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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3 GIU 2026

Buongiorno Lucia,

quello che descrive sembra essere per lei fonte di una notevole sofferenza, soprattutto perché si tratta di una dinamica che sente difficile da interrompere e che sta progressivamente influenzando il modo in cui vive la relazione terapeutica.

Da ciò che racconta, appare significativo il fatto che lei stessa riconosca come la ricerca di informazioni sulla sua terapeuta non nasca da semplice curiosità, ma dal tentativo di trovare rassicurazioni rispetto a un bisogno emotivo che avverte come importante. Tuttavia, queste verifiche sembrano non offrirle il sollievo sperato e, al contrario, alimentare sentimenti di rabbia, invidia, sfiducia e frustrazione.

In terapia accade spesso che il legame con il terapeuta assuma una rilevanza particolare e che emergano desideri, aspettative, timori o bisogni che possono sorprendere o mettere a disagio chi li vive. Non si tratta necessariamente di qualcosa da eliminare o da nascondere, ma di aspetti che possono diventare oggetto di riflessione e di lavoro terapeutico.

Mi colpisce come lei abbia già individuato quella che probabilmente è la strada più utile: parlarne apertamente con la sua terapeuta. Comprendo il timore che possa sentirsi invasa, ma è altrettanto importante considerare che ciò che sta accadendo tra voi, e soprattutto ciò che accade dentro di lei in relazione a questo legame, rappresenta materiale prezioso per il percorso che state svolgendo insieme.
A volte ciò che genera maggiore vergogna o paura di essere giudicati è proprio ciò che merita di trovare spazio all'interno della stanza di terapia. Il fatto che lei senta di poter affrontare questo tema e che riconosca la possibilità di non essere giudicata dalla sua terapeuta sembra già indicare l'esistenza di una base di fiducia sulla quale poter lavorare.

Portare queste emozioni in seduta potrebbe aiutarla non soltanto a comprendere meglio il significato di questi comportamenti, ma anche a trasformare una sofferenza vissuta in solitudine in un'esperienza condivisa e pensabile all'interno della relazione terapeutica.

Un cordiale saluto.
Dott.ssa Elisa Raso
Psicologa
Aosta | Online

Dott.ssa Elisa Raso Psicologo a Aosta

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3 GIU 2026

Buongiorno Lucia,
da ciò che racconta mi sembra che il problema principale non siano tanto i comportamenti che descrive (cercare informazioni online, guardare i social o controllare l'accesso a Whatsapp), quanto la sofferenza che li accompagna e il significato che sembrano avere per lei. Lei stessa scrive che questi gesti sembrano essere un tentativo di cercare rassicurazioni sul posto che occupa nella mente della terapeuta e sul valore che ha all'interno della relazione terapeutica. È un aspetto che meriterebbe di essere portato direttamente in terapia, proprio perché riguarda la terapia stessa.
Comprendo il timore di sentirsi in imbarazzo o di risultare invadente. Tuttavia, ciò che descrive non è un'aggressione nei confronti della terapeuta, ma un'esperienza interna che la sta facendo soffrire e che sta iniziando a influenzare il rapporto di fiducia, generando rabbia, invidia e dubbi. Per questo motivo rischia di diventare molto più difficile da affrontare se rimane nascosta.
Inoltre, non è raro che nel corso di un percorso terapeutico emergano sentimenti intensi nei confronti del terapeuta, bisogni di vicinanza, desiderio di essere pensati o timori di non essere importanti. In psicoterapia questi vissuti vengono spesso descritti con il termine transfert, cioè la tendenza a vivere il terapeuta e la relazione con lui o lei attraverso emozioni, aspettative, bisogni e modalità relazionali che affondano le radici nella propria storia personale. Non si tratta di qualcosa di anomalo o di cui vergognarsi, ma di un fenomeno che può diventare una preziosa fonte di comprensione di sé quando viene esplorato all'interno del percorso terapeutico.
Il significato di queste esperienze può essere molto diverso da persona a persona e proprio per questo non può essere compreso al di fuori della relazione terapeutica concreta in cui si manifesta. Ciò che per qualcuno rappresenta un bisogno di rassicurazione, per un'altra persona potrebbe essere legato alla paura dell'abbandono, al desiderio di sentirsi speciale o ad altre dinamiche ancora.
Più che chiedersi se la terapeuta possa sentirsi invasa, potrebbe essere utile interrogarsi su cosa renda così difficile condividere con lei questi vissuti. A volte la paura non riguarda tanto la reazione reale dell'altro, quanto ciò che temiamo che quella reazione possa significare per noi.
Credo quindi che parlarne apertamente in terapia possa rappresentare un passaggio importante, non perché ci sia qualcosa di sbagliato in lei, ma perché ciò che sta vivendo sembra contenere informazioni preziose sul suo modo di vivere i legami, i bisogni di vicinanza e il timore di perdere l'altro. Proprio il fatto che queste emozioni siano rivolte alla terapeuta può offrire un'occasione importante di lavoro, poiché permette di osservare e comprendere tali dinamiche nel momento stesso in cui si manifestano all'interno di una relazione significativa e protetta.

Un saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi

Ginevra Pardi Psicologo a Milano

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3 GIU 2026

Buongiorno Lucia, come ha già capito la sua ossessione verso la sua terapeuta è mossa dal desiderio inconscio di aggredirla o meglio di vanificare il lavoro terapeutico che state facendo. Le parli sinceramente e vedrà che la relazione si rafforzera'.
Dott.ssa Noemi Sembranti

Noemi Sembranti Psicologo a Pescia

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3 GIU 2026

Buongiorno Lucia, quello che sta descrivendo ha un nome preciso nella pratica clinica: si chiama transfert. Ed è uno dei fenomeni più importanti, e più fecondi, che possono emergere in una relazione terapeutica. Non è una patologia, né una stranezza: è la psiche che porta in scena, nel contesto protetto della terapia, qualcosa che altrove non ha trovato spazio.
Il fatto che lei cerchi "indizi" che la terapeuta la stia pensando, e che non trovarli produca un vissuto spiacevole, non è semplicemente un comportamento da correggere, è un messaggio. Sta dicendo qualcosa di molto preciso su un bisogno di riconoscimento che probabilmente ha radici lontane.
Portare questo materiale in seduta non è "invadere" la terapeuta, è esattamente il contrario: è restituirle il lavoro che le appartiene. Un terapeuta esperto sa che il transfert non è un ostacolo alla terapia, è la terapia.
Anche la paura stessa che lei possa sentirsi invasa è interessante, vale la pena chiedersi: da dove viene quella paura? È possibile che sia proprio questa (il timore di "essere troppo", di sopraffare l'altro con i propri bisogni) una delle cose su cui il lavoro terapeutico potrebbe andare più in profondità.
Non è una questione semplice portare qualcosa che riguarda il legame stesso, non un tema esterno alla relazione; tuttavia,
quando dirlo è più difficile, dirlo vale di più.

Un caro saluto,
Dott.ssa Acanfora

Dott.ssa Anna Acanfora Psicologo a Bologna

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