Pensieri suicidi e psicoterapia

Inviata da Laura88 · 24 mar 2021

Gentili dottori, vorrei chiedere un vostro parere in relazione a dei pensieri suicidi che mi accompagnano da diverso tempo e al tipo di percorso terapeutico da intraprendere. Ho 33 anni, sono un avvocato, e mi ritengo abbastanza soddisfatta del mio lavoro nonostante le difficoltà del momento storico. Negli ultimi anni sono stata in terapia con due terapeuti perché ho continui attacchi di ansia che spesso si accompagnano a pensieri suicidi. La prima esperienza é stata di tipo cognitivo-comportamentale ma si é risolta dopo poco tempo. Mi venivano assegnati dei compiti e consigliate delle strategie ma io sentivo di aver bisogno di qualcosa di diverso. Per questo motivo ho chiuso il percorso e mi sono rivolta a una terapeuta di orientamento diverso (psicodinamico) e per qualche mese mi sembrava che il percorso procedesse abbastanza bene. I problemi sono iniziati quando ho iniziato a parlarle dei pensieri suicidi e ho avuto la sensazione che cercasse di spostate sempre il discorso su altro. Vorrei specificare che questi pensieri si accompagnano a delle riflessioni di carattere esistenziale sul senso delle cose che facciamo (che spesso mi sfugge) e sul senso di vivere un'esistenza a scadenza che potrebbe chiudersi da un momento all'altro. Spesso mi chiedo a cosa serva sforzarsi di stare bene (vivere in sintonia con se stessi) pur sapendo che le cose che ci sono intorno svaniranno e noi con loro. Non credo che le radici di questi pensieri vadano cercate solo nei miei trascorsi di vita, molti si sono trovati a fare i conti con queste idee e soprattutto chi non ha appigli di tipo religioso (o di altro genere) fa fatica a gestire la quotidianità nonostante tutto. L'incapacità della mia terapeuta di comprendere questo mio stato d'animo mi ha portato a chiudere il percorso anche con lei. Ero preoccupata della possibilità di mettere in atto alcuni pensieri e lei mi diceva di stare tranquilla, come se avesse la certezza che i pensieri sarebbero rimasti tali solo perché li portavo in terapia. Solo che questa era l'unica forma di rassicurazione che mi offriva e la cosa non mi aiutava per niente e col passare del tempo questi pensieri sono diventati sempre più concreti. A questo punto mi chiedo se c'è un tipo di orientamento più specifico per questa tipologia di problematiche e se potete darmi qualche consiglio al riguardo. Mi scuso per essermi dilungata e grazie in anticipo a chi risponderà.

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Miglior risposta 25 MAR 2021

Buongiorno Laura,
il fatto che è preoccupata per questi pensieri suicidi e li voglia "risolvere" mi sembra una grande risorsa, bisogna capire in che senso sono "diventati sempre più concreti"? Per capire meglio, sarebbe utile un esempio esplicativo.
Riguardo i diversi orientamenti, l'orientamento sistemico-relazionale, ad esempio, vede il sintomo come funzionale per qualche situazione e in un certo senso ha lo scopo di risolvere un qualcosa all'interno della famiglia o di una relazione. Sta a lei capire quale tipo di orientamento sente più vicino.
Resto a disposizione,
dott.ssa Antonella Bascià

Dott.ssa Antonella Bascià Psicologo a Milano

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25 MAR 2021

Cara Laura, rispetto agli elementi da lei riportati mi permetto di consigliarle uno psicoterapeuta sistemico-relazionale, in quanto improntato a esplorare i vissuti dell'individuo nei contesti familiari, amicali e sentimentali sia nel qui ora che nel passato.
Infatti nel nostro approccio il paziente designato è il portatore del sintomo, ma il suo non è un problema individuale, quanto piuttosto l'espressione di un disagio dei vari contesti in cui questo si manifesta. A questo proposito è fondamentale che lei possa darsi una spiegazione a 360 gradi del suo problema, il quale potrà così essere indagato da una lente ad ampio spettro che prenda in considerazione la qualità e il significato delle relazioni che costruisce nel suo quotidiano.
Rimango a sua disposizione per qualsiasi chiarimento.

Dott.ssa Francesca Orefice Psicologo a Bologna

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25 MAR 2021

Cara Laura, purtroppo capita a molte persone di passare da un terapeuta all'altro, per i più svariati motivi, e non esistono orientamenti specifici per quanto riguarda ciò che ha chiesto.
Ogni orientamento psicoterapeutico dovrebbe porre la massima enfasi sull'importanza della relazione terapeutica, ossia sulla costruzione di un rapporto di fiducia tra terapeuta e paziente, che permette di lavorare assieme sugli obiettivi concordati. Paziente e terapeuta sono alleati, una squadra, che coopera al raggiungimento delle mete prefissate insieme.
Tuttavia, come in ogni relazione, sono fisiologici dei momenti di crisi della relazione, le cosiddette rotture dell'alleanza terapeutica, che sarebbero dei disallineamenti tra paziente e terapeuta, una mancanza di sincronia. Per questo è fondamentale che il terapeuta ponga massima attenzione alle dinamiche relazionali, proprio per poter riparare i momenti di rottura.

Cosa fare quindi? Tentare nuovamente con la precedente terapeuta? Cercare un nuovo professionista?
Questa scelta spetta a lei, si fidi delle sue percezioni ed esprima il suo punto di vista al proprio/a terapeuta su quello che percepisce all'interno della relazione con lui/lei.

Buona fortuna,
dott.ssa Matilde Bartolini

Dott.ssa Matilde Bartolini Psicologo a Scandicci

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