Pazienti con stretti legami dallo stesso psicologo

Inviata da Edoardo Mosconi · 6 apr 2026 Autorealizzazione e orientamento personale

Buongiorno,
Volevo chiedere se è vero che uno psicologo psicoterapeuta non ha nessun modo per evitare di prendere in terapia un paziente che è il fratello di un paziente giá in terapia(da due anni!!!!!), perchè ha il segreto! Questo è ciò che mi è stato detto in seduta, dopo che sono andato a chiedere spiegazioni. Io ho risposto che avrebbe potuto dire ad esempio "devo inviarla ad un mio collega di fiducia, perchè c'è un conflitto di interessi", ma mi ha risposto che il conflitto di interessi va giustificato. Io ho interrotto. Avevo tantissima stima, ammirazione e fiducia in questa persona, dopo due anni c'era una forte alleanza (almeno da parte mia a questo punto), perciò non riesco a capire come abbia potuto, o se sono io che esagero... avrebbe senso parlarne con qualcun altro? Anche perchè sono in attesa di un intervento chirurgico, e avevo ancora bisogno di aiuto...
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Miglior risposta 7 APR 2026

Buongiorno Edoardo, la questione che solleva è comprensibilmente delicata, soprattutto alla luce del legame di fiducia che si era costruito nel tempo.
Non esiste, in senso stretto, una regola assoluta che vieti a uno psicoterapeuta di seguire persone tra loro legate (come familiari o amici). Tuttavia, è generalmente considerata una buona prassi clinica evitare queste situazioni, proprio perché possono attivarsi dinamiche complesse, spesso inconsce, difficili da gestire per tutti i soggetti coinvolti.
Si potrebbe considerare, ad esempio, che il fatto di condividere lo stesso terapeuta possa generare fantasie, dubbi, o vissuti di confronto e interferenza (“cosa dirà di me?”, “cosa sa dell’altro?”), che non dipendono dalla volontà cosciente, ma che possono incidere sul lavoro terapeutico.
In questo senso, la sua reazione (il sentirsi spiazzato, deluso) sembra avere un fondamento e merita di essere presa sul serio. Come scrive Sigmund Freud, “il transfert è il terreno su cui si gioca la cura”: quando qualcosa lo incrina, è comprensibile che emergano vissuti intensi.
Forse, al di là della “regola”, ciò che conta è anche come questa situazione è stata vissuta e significata da lei, e cosa ha prodotto nella relazione terapeutica.
Se sente che questo passaggio è rimasto aperto o doloroso, potrebbe avere senso parlarne con un altro professionista, soprattutto considerando il momento che sta attraversando. Un percorso psicologico può offrirle uno spazio per rielaborare quanto accaduto e ritrovare un sostegno.

Le mando un saluto,
Dott. Valentino Moretto

Dott. Valentino Moretto Psicologo a Salerno

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10 APR 2026

Caro Edoardo,

la tua reazione è del tutto comprensibile: la sensazione di "invasione" del proprio spazio sacro è reale e merita ascolto. In terapia, lo spazio non è fatto solo di mura, ma di un’esclusività relazionale che permette alla persona di sentirsi al sicuro, senza il timore che il proprio "campo" sia contaminato da presenze familiari così strette, come quella di un fratello.

L'etica professionale suggerisce di evitare di prendere in carico persone che abbiano tra loro legami affettivi o di parentela così significativi, proprio per proteggere la neutralità del terapeuta e la serenità del paziente. Questo perché si rischia di creare quello che viene definito un "conflitto di interessi" o, più profondamente, un corto circuito emotivo: come può il terapeuta restare pienamente oggettivo e libero da condizionamenti se ascolta due versioni della stessa dinamica familiare?

In merito a quanto ti è stato detto, ecco alcuni punti per fare chiarezza:

L’invio a un collega è sempre possibile: Non è affatto vero che un professionista sia obbligato ad accettare chiunque. Al contrario, quando si ravvisa che una nuova presa in carico possa danneggiare un percorso già in atto, lo psicologo ha il dovere di tutelare il primo paziente. Un semplice "per ragioni deontologiche e di opportunità clinica non posso accettare l'incarico, ma le indico un collega eccellente" sarebbe stata una risposta corretta e protettiva nei tuoi confronti, senza violare alcun segreto.

La tutela del "Campo" terapeutico: La fiducia è la base della guarigione. Se questa fiducia viene incrinata da una scelta che ti fa sentire meno importante o "esposto", il lavoro clinico ne risente profondamente. Il fatto che tu sia in attesa di un intervento chirurgico rende questo bisogno di protezione ancora più urgente: il corpo ha bisogno di un'anima serena per affrontare la guarigione fisica.

Parlarne con qualcun altro: Sì, ha molto senso. Quando un legame di fiducia così forte si spezza, si genera un piccolo trauma relazionale che va elaborato. Non stai esagerando; stai difendendo il tuo diritto a un percorso che sia solo tuo, integro e non frammentato.

Il modo migliore di occuparsi del proprio futuro è crearlo in un ambiente che ci faccia sentire pienamente visti e rispettati. Se senti che questo spazio è stato violato, ascoltare questo tuo sentire è già un atto di grande consapevolezza e rispetto verso te stesso.

Un cordiale saluto,

Dott.ssa Maria Pandolfo

Maria Pandolfo Psicologo a Pisa

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10 APR 2026

Gentile Edoardo,
in realtà non è che per lo psicoterapeuta esiste un divieto assoluto di prendere in terapia individuale membri della stessa famiglia, tuttavia è preferibile evitarlo per non rischiare possibili interferenze o complicazioni.
Peraltro, ognuno dei familiari ha comunque una sua storia fatta anche di problemi ed eventi personali su cui lavorare indipendentemente dal rispetto del segreto professionale da parte del professionista .
Probabilmente lei in maniera un pò diffidente ed affrettata ha ritenuto di poter essere danneggiato dal fatto che il terapeuta ha accettato di prendere in carico anche suo fratello ed ha scelto perciò di interrompere il suo percorso ma questa decisione riflette soprattutto i suoi dubbi e timori.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Gennaro Fiore Psicologo a Campagna

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10 APR 2026

Buongiorno,
capisco il suo disorientamento e la delusione che sta provando, soprattutto dopo un percorso così lungo e significativo.
Da un punto di vista deontologico, non esiste un divieto specifico o una norma che proibisca in modo assoluto a uno psicologo e/o psicoterapeuta di prendere in carico familiari, amici o conoscenti di un paziente già in terapia. Si tratta piuttosto di una valutazione clinica ed etica del professionista: è sua responsabilità decidere se è in grado di mantenere neutralità, rispettare pienamente il segreto professionale per ciascun paziente e gestire in modo chiaro i confini tra i diversi percorsi terapeutici.
In questi casi, la scelta dipende quindi dalla capacità del terapeuta di non farsi influenzare dalle informazioni provenienti da una relazione terapeutica all’altra e di garantire a entrambi uno spazio sicuro e indipendente.
Detto questo, il suo vissuto è assolutamente comprensibile: quando si rompe un’alleanza terapeutica così importante, è naturale sentirsi feriti e confusi. Potrebbe essere utile confrontarsi con un altro professionista per elaborare quanto accaduto e valutare come proseguire il suo percorso, soprattutto in un momento delicato come quello che sta attraversando. Un carissimo saluto

Chiara Ilardi Psicologo a Roma

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9 APR 2026

Buongiorno Edoardo,

capisco quanto questa situazione possa averla ferita e confusa, soprattutto dopo due anni di lavoro in cui aveva costruito fiducia e stima. Quando accade qualcosa che mette in discussione l’alleanza terapeutica, l’impatto emotivo può essere molto forte.

Dal punto di vista professionale, prendere in carico due familiari stretti (come fratelli) è una situazione delicata. Non è automaticamente vietata in assoluto, ma richiede molta attenzione proprio per evitare conflitti di interesse, sovrapposizioni e rischi per la neutralità del terapeuta.

Più che stabilire se sia stato “giusto o sbagliato” in senso assoluto, è importante considerare come lei si è sentito: tradito nella fiducia e nella relazione. Questo è un elemento clinicamente molto rilevante.

Interrompere può essere stata una scelta comprensibile, ma allo stesso tempo il bisogno di supporto che esprime — anche in vista dell’intervento — merita uno spazio. Parlare con un altro professionista può aiutarla sia a elaborare quanto accaduto, sia a ritrovare un punto di appoggio in questo momento.

Quello che ha costruito in due anni non è “perso”, ma può essere utile rielaborarlo in un nuovo contesto che le permetta di sentirsi di nuovo al sicuro.

Dott.ssa Lavinia Conoscenti, psicologa
(Torino e online)

Lavinia Conoscenti Psicologo a Torino

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8 APR 2026

Ciao, Edoardo. Un professionista può tranquillamente decidere, a sua discrezione, di non seguire un parente di un paziente, se ritiene che ciò possa generare conflitti nella terapia, sebbene i terapeuti siano vincolati dal segreto professionale, per cui ciò che accade nella seduta rimane lì e non può essere divulgato all’esterno. Comprendo la tua sfiducia e la sensazione di “tradimento” rispetto a questa decisione, dal momento che avevi creato un legame, che durava da due anni, portandoti alla decisione di chiudere il rapporto. Parlarne con un altro professionista, in nuovo percorso terapeutico, sarebbe utile per elaborare questa chiusura e le dinamiche, poco piacevoli per te, che ne sono scaturite.

Cordiali saluti,
Dott.ssa Ornella Esposito.

Ornella Esposito Psicologo a San Giorgio a Cremano

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8 APR 2026

Caro Edoardo,

grazie per aver sollevato una questione spesso delicata nella pratica terapeutica.
Generalmente nel percorso clinico è sconsigliato e spesso evitato seguire persone che appartengono allo stesso nucleo familiare, soprattutto se il legame è così stretto come tra fratelli. Questo non tanto per una “regola rigida” assoluta, ma per il rischio di interferenze inconsce, alleanze, segreti incrociati e dinamiche di transfert/controtransfert che possono compromettere il lavoro terapeutico.

Probabilmente non è del tutto corretto dire che “non aveva nessun modo per evitarlo”. Un terapeuta può scegliere di non prendere in carico una persona, anche senza entrare nei dettagli, proprio per tutelare il setting. La formula che lei ha intuito (“preferisco inviarla a un collega”) è, in effetti, una prassi possibile.

Penso, però, che potrebbe esserle utile provare anche a spostate un po' lo sguardo su ciò che questa situazione ha mosso in lei internamente. Nel suo racconto parla di forte stima e fiducia, di un'alleanza sentita come significativa e di una rottura improvvisa della relazione con vissuti di incomprensione e forse di tradimento. La figura del terapeuta può assumere i contorni di un'immagine interna profonda, di una guida, un alleato, a volte anche una figura quasi "fraterna" o genitoriale. Nel momento in cui questa immagine si incrina può emergere una sofferenza psichica e simbolica, non solo razionale.

La presenza di suo fratello nello stesso spazio terapeutico potrebbe introdurre una sorta di “triangolo invisibile”. Anche se non se ne parla, la psiche lo sa. Potrebbe approfondire, con il suo terapeuta o con un altro professionista, aspetti più profondi legati a ciò che questa persona ha rappresentato per lei e che cosa sente di aver "perso" davvero. Il dolore che sente potrebbe toccare qualcosa di più profondo e antico nelle relazioni.
Sul piano etico il suo dubbio è legittimo, sul piano psicologico questa ferità può anche essere un materiale di lavoro prezioso.

Comprendo la sua scelta di interrompere, la invito a riflettere sul fatto che a volte la rottura di un'alleanza terapeutica, se elaborata, è uno dei momenti più trasformativi.

Riguardo alla sua domanda, penso che abbia assolutamente senso parlarne con qualcuno, soprattutto considerando l'intervento chirurgico che deve affrontare e la consapevolezza di avere ancora bisogno di aiuto. Se desidera chiudere il rapporto con il suo terapeuta le consiglio di dedicare almeno due incontri conclusivi per elaborare l'interruzione con lui, prima di rivolgersi a un altro professionista.
È importante che lei trovi uno spazio dove poter elaborare questa esperienza, ritrovare un senso di continuità e sostegno e proseguire un percorso che ha già iniziato anche se in un'altra forma.

Grazie di nuovo,
Dott.ssa Angela Maccarone
Psicologa clinica

Angela Maccarone Psicologo a Ancona

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8 APR 2026

Buongiorno,
quello che descrive è comprensibilmente molto delicato, soprattutto considerando il legame di fiducia costruito in due anni di terapia.
Dal punto di vista deontologico, uno psicologo-psicoterapeuta deve prestare particolare attenzione alle situazioni di possibile conflitto di interessi o di “doppio ruolo”, come nel caso di familiari stretti seguiti contemporaneamente. In queste situazioni, non è vero che il segreto professionale impedisca qualsiasi alternativa: al contrario, il professionista può (e spesso dovrebbe) valutare l’invio ad un collega, proprio per tutelare entrambi i pazienti e la qualità del lavoro terapeutico.
È corretto che il terapeuta non possa rivelare informazioni sull’altro paziente, ma questo non significa che non possa motivare una scelta clinica in modo generale, ad esempio parlando di “opportunità professionale” o “assetto più funzionale per il percorso”, senza violare la riservatezza di nessuno.
Detto questo, esistono anche approcci diversi: alcuni terapeuti, in determinate condizioni e con molta cautela, possono valutare di seguire membri della stessa famiglia, ma questa scelta dovrebbe essere condivisa, trasparente e orientata al benessere di tutti i coinvolti.
Al di là dell’aspetto tecnico, però, c’è un punto fondamentale: il suo vissuto.
Lei parla di fiducia, stima e alleanza terapeutica: il fatto che questa situazione abbia generato confusione, delusione o senso di “rottura” è assolutamente significativo e merita spazio.
Interrompere può essere stata una reazione comprensibile nel momento, ma potrebbe essere utile, se se la sente, riprendere questo tema in un contesto protetto, anche con un altro professionista. Questo le permetterebbe di:
elaborare quanto accaduto,
chiarire i suoi dubbi,
e soprattutto non rimanere solo in un momento delicato come quello che sta affrontando prima dell’intervento.
In sintesi:
non sta esagerando, sta dando valore a qualcosa di importante per lei. E sì, parlarne con un altro psicologo può avere molto senso, sia per avere un confronto professionale, sia per prendersi cura del suo bisogno attuale di supporto.
Un caro saluto.

Martina Perazzone Psicologo a Avigliana

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7 APR 2026

Gentile Edoardo,

quanto da lei descritto merita attenzione e comprensione, poiché tocca aspetti delicati della relazione terapeutica, dell’etica professionale e della fiducia che si instaura nel tempo.

In linea generale, lo psicologo psicoterapeuta è vincolato al segreto professionale, che tutela la privacy di ciascun paziente. Tuttavia, esistono anche principi etici che riguardano la gestione dei conflitti di interesse. Nel caso da lei indicato, la presenza in terapia di due familiari può configurare un conflitto di interesse, poiché la conoscenza di uno potrebbe influenzare, anche inconsciamente, il trattamento dell’altro.

È corretto sottolineare che il professionista può – e spesso è consigliabile – proporre il passaggio a un collega, citando come motivazione generale la necessità di tutelare la qualità e l’efficacia del percorso terapeutico. Non è richiesto di fornire dettagli che violino il segreto professionale dell’altro paziente; la giustificazione può essere formulata in termini generali di “conflitto di interessi” o di “necessità di garantire la migliore assistenza possibile”, senza entrare in informazioni specifiche sulla terapia dell’altro familiare.

Capisco che una tale situazione possa risultare disagevole soprattutto quando esiste un’alleanza terapeutica consolidata. La sua difficoltà nel comprendere il comportamento del terapeuta non è un segnale di “esagerazione” da parte sua: si tratta di una reazione naturale di fronte a un cambiamento inatteso nella relazione di fiducia, accentuata dalla sua condizione attuale e dall’attesa di un intervento chirurgico.

Detto ciò, è anche vero che il delicato equilibrio della situazione che descrivere può essere bilanciato dal rispetto del setting terapeutico da parte del collega che è responsabile e competente nel valutare il proprio impasse rispetto alla situazione.

Sarebbe di valore andare a sondare quanto questa inclinazione di equilibrio possa aver minato altre strade già percorse nel proprio passato personale e quanto questo passato possa influire nella relazione con il suo terapeuta.

In sintesi, quanto da lei percepito come “difficile da comprendere” rientra nelle complessità etiche della pratica clinica, e parlarne anche con il suo psicologo può essere un modo utile per tutelare il suo percorso e la continuità del sostegno psicologico.


Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.
Con stima,
Dott. Mattia Carolo

Mattia Carolo Psicologo a Padova

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7 APR 2026

Salve Edoardo,
grazie innanzitutto per aver condiviso qui la sua esperienza.

Posso immaginare quanto possa essersi sentito scosso e disorientato: dopo due anni di percorso è naturale che si costruisca un legame basato su fiducia, stima e senso di sicurezza, e quando qualcosa lo incrina l’impatto emotivo può essere molto forte. Per quanto riguarda la situazione che descrive, è importante chiarire che le modalità per evitare di prendere in carico un familiare stretto di un paziente esistono, e possono essere utilizzate senza violare il segreto professionale. Ad esempio, un professionista può semplicemente comunicare di non essere la persona più adatta o proporre l’invio a un collega, senza dover fornire spiegazioni dettagliate. Proprio per questo, situazioni come quella che lei descrive vengono generalmente considerate delicate e da gestire con particolare attenzione.

Al di là dell’aspetto “tecnico”, credo però che il punto centrale sia un altro: come lei si è sentito. Dalle sue parole emerge un vissuto di mancata tutela e di non ascolto, ed è fondamentale che queste sensazioni trovino spazio e legittimità. Non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di comprendere cosa questa esperienza ha significato per lei e come ha inciso su un rapporto che per lei era importante.

Se se la sente, potrebbe essere utile provare a portare questi vissuti in un confronto con il/la professionista che l’ha seguita: non tanto per ottenere una spiegazione “giusta”, quanto per dare voce a ciò che ha provato. A volte, anche una rottura nella relazione terapeutica può diventare un’occasione di comprensione significativa. Allo stesso tempo, è assolutamente legittimo valutare di rivolgersi a un altro professionista, soprattutto in un momento delicato come quello che sta attraversando.

Qualunque scelta farà, è importante che tenga a mente questo: il suo vissuto non è esagerato. La fiducia è un elemento centrale nel percorso terapeutico, e quando viene meno è naturale provare delusione e confusione. Ascoltare queste emozioni può aiutarla a orientarsi verso ciò che, in questo momento, è più utile e rispettoso per lei.

Mi auguro di esserle stata di aiuto e qualora dovesse averne bisogno, sarei lieta di aiutarla.
Dott.ssa Giorgia Tanda

Dott.ssa Giorgia Tanda Psicologo a Roma

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7 APR 2026

Buonasera
Sicuramente può parlare con un altro psicologo di quello che è successo.
La fiducia nel terapeuta è alla base di una relazione. Quando va in seduta si deve sentire a proprio agio e non ci devono essere dubbi su una buona relazione.
Non è consigliabile prendere in terapia singola due persone che si conoscono, perché si rischia di farsi influenzare da ciò che si viene sapere dall'altra persona.
Consiglio di cercare un altro psicologo e di parlarne non tanto se lo psicologo può prendere nel suo caso due fratelli, ma quello che ha provato in questa situazione.
Saluto cordialmente.
Dott.ssa Stefania Tosi

Dott.ssa Stefania Tosi Psicologo a Bentivoglio

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7 APR 2026

Carissimo Edoardo, posso immaginare la sua delusione… etica e deontologia professionale vogliono che non si abbiano in cura parenti (vi sono anche altri casi, ma mi sembra sensato soffermarsi sulla sua specifica esperienza); lei ha tutto il diritto di rivolgersi ad un altro specialista.
In bocca al lupo

Giusy Ruoppo Psicologo a Castelfranco Emilia

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7 APR 2026

Buongiorno Edoardo,
il suo terapeuta non le ha fornito l'informazione corretta in quanto é sconsigliato vivamente in psicologia, avere in terapia persone legate tra loro da vincoli affettivi, amicali o parentali .
Il rischio é quello di non riuscire a mantenere la assoluta neutralità o che si vengano a creare intrecci che potrebbero influire sull'obiettività del* terapeuta nello svolgere il suo compito.
Un altro rischio potrebbe essere il mantenimento del segreto professionale, poiché il/la terapeuta potrebbe trovarsi in una situazione difficile da sostenere venendo a sapere informazioni, da uno dei fratelli, che influenzerebbero marcatamente il comportamento dell'altro e che non potrebbe usare, per cui si troverebbe davanti a un conflitto di interessi molto rischioso. Si correrebbe il rischio di un'emersione di "partigianeria" verso l'uno o l'altro, che andrebbe totalmente a danneggiare il rapporto terapeutico in atto.
Bene ha fatto a interrompere, anche se questo ha causato in lei un senso di sfiducia e delusione verso il/la professionista con cui ha lavorato in questi due anni, ora però non stia solo e cerchi un collega psicoterapeuta con il quale condividere quest'esperienza ed andare oltre, mettendosi anche sulla strada per affrontare in modo adeguato l'intervento chirurgico e trovare l'aiuto del quale dice di aver ancora bisogno.
La qualità della cura sarà così salvaguardata in virtù della neutralità e obiettività del* professionista che la prenderà in cura.
Nel frattempo scriva tutto ciò che prova e ha provato a fronte di questa situazione, qualunque cosa le venga da scrivere, lasci fluire i suoi pensieri e questo sarà un buon modo per continuare la terapia che ha dovuto necessariamente interrompere non a causa sua chiaramente.
Un sincero e cordiale saluto
dott. Giancarlo Mellano

Dott. Giancarlo Mellano Psicologo a Padova

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7 APR 2026

Buongiorno,
capisco bene il suo disorientamento. Da come scrive, non è solo una questione “tecnica”, ma soprattutto una rottura di fiducia con una persona con cui aveva costruito un legame importante nel tempo. È comprensibile che questo la faccia stare male e che faccia fatica a capire cosa sia successo.
In ambito clinico, la gestione di situazioni come quella che descrive (due familiari seguiti dallo stesso terapeuta) è delicata. Esiste il tema del conflitto di interessi e dei confini terapeutici, e molti professionisti scelgono di non seguire persone legate tra loro proprio per tutelare entrambi i percorsi. Tuttavia, il modo in cui questa situazione viene gestita e comunicata può variare, e qui entra in gioco non solo la regola, ma anche la sensibilità clinica del terapeuta.
Detto questo, ciò che emerge nel suo caso è che non si è sentito tutelato né compreso nella spiegazione ricevuta. Ed è questo l’aspetto più rilevante. Quando si interrompe un’alleanza terapeutica dopo due anni, difficilmente è solo per una questione “tecnica”: c’è un vissuto emotivo importante, fatto di fiducia, aspettative e, in questo momento, anche delusione.
Anche queste esperienze relazionali diventano parte del lavoro: aiutano a comprendere come si vivono i legami, le rotture, la fiducia. Ma per farlo è necessario avere uno spazio sicuro in cui poterle rielaborare.
Il fatto che lei senta di aver bisogno di continuare un percorso è già un segnale importante, che merita di essere ascoltato e sostenuto.
Rimango a disposizione.
Dott.ssa Aurora Bacchetta

Dott.ssa Aurora Bacchetta Psicologo a Roma

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7 APR 2026

Gentilissimo, quello che è accaduto tocca un punto delicato della pratica clinica: la gestione dei confini e dei possibili doppi ruoli. Non è tanto una questione di “non si può fare mai” o “si può fare sempre”, quanto di come il terapeuta valuta il rischio di interferenze tra due percorsi così strettamente collegati e di come lo comunica ai pazienti coinvolti.
Il segreto professionale esiste, ma non impedisce di porre dei limiti organizzativi. Un invio ad altro collega può essere motivato senza rivelare nulla di specifico. La questione allora si sposta su un altro piano: come mai, secondo lei, il suo terapeuta ha ritenuto sostenibile questa scelta? E come è stata gestita con lei, sul piano della trasparenza e della tutela della relazione?
La sua reazione sembra parlare di una rottura dell’alleanza, più che di una semplice divergenza “tecnica”. Dopo due anni, che significato ha per lei sentirsi non considerato in questo passaggio? Cosa è stato toccato, in termini di fiducia e di esclusività dello spazio terapeutico?
Interrompere è una scelta comprensibile quando qualcosa si incrina così, ma le chiederei: le sarebbe stato possibile portare dentro la relazione questa delusione prima di chiudere? A volte è proprio nel lavorare su queste fratture che si aprono passaggi importanti. Oppure sente che il livello di fiducia è tale da non renderlo più praticabile?
Considerando anche il momento che sta attraversando, con un intervento in arrivo, può avere senso non rimanere solo: cercare un altro professionista con cui riprendere un lavoro le permetterebbe di non interrompere bruscamente un sostegno di cui dice di avere ancora bisogno. Che tipo di aiuto sente oggi più urgente per sé?
Resto a disposizione,
Dr. Elisabetta Carbone

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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7 APR 2026

Gentile Edoardo, lei ha ragione al 100%. La sua terapeuta non ha agito correttamente nel prendere in terapia suo fratello. Avrebbe potuto inviarlo ad un collega sostenendo una momentanea indisponibilità a prenderlo in cura. Il tradimento che lei ha vissuto ha le sue ragioni e bene sarebbe che lei potesse elaborare il trauma con un* altr* terapeuta. Non si scoraggi e cerchi una alternativa.
Dott.ssa Noemi Sembranti

Noemi Sembranti Psicologo a Pescia

85 Risposte

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7 APR 2026

Buongiorno Edoardo, uno psicologo può scegliere di inviare un paziente per qualsivoglia motivo, anche perchè ha l'agenda piena o perchè non si sente a suo agio con quel caso, quindi no non c'è necessità di alcuna giustificazione. Capisco la sua perdita di stima perchè comunque lo psicologo non si è comportato secondo la deontologia professionale, però quello che posso dirle è che non è così comune che un terapeuta si comporti così e soprattutto per questa giustificata scottatura non smetta di prendersi cura di se!

Dott.ssa Erica Farolfi Psicologo a Forlì

253 Risposte

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7 APR 2026

Capisco bene il senso di confusione e anche di tradimento che stai provando. Dopo due anni di lavoro, è normale che la relazione terapeutica diventi qualcosa di significativo e quando accade qualcosa che la incrina così, l’impatto può essere forte.

Ti dico con chiarezza: quello che ti è stato detto non è corretto. Uno psicologo psicoterapeuta ha eccome la possibilità e direi anche il dovere etico di evitare situazioni di doppio legame o conflitto di interessi, come prendere in terapia due fratelli contemporaneamente senza una gestione molto chiara e condivisa. Il segreto professionale non impedisce affatto di dire “non posso prenderla in carico e preferisco inviarla a un collega”. Non serve giustificare nei dettagli il motivo, proprio perché esiste il segreto. Anzi, è proprio grazie al segreto che si può mantenere la riservatezza mentre si evita il conflitto.
Quello che tu hai proposto, cioè un invio ad un collega per evitare un conflitto di interessi, è esattamente una delle modalità corrette e più utilizzate nella pratica clinica. Non è necessario esplicitare che l’altro paziente è tuo fratello né spiegare il perché nel dettaglio. Dire che non si è nelle condizioni di prendere in carico quella persona è più che sufficiente.

Il punto delicato qui non è solo tecnico, ma relazionale. Il fatto che tu ti senta deluso ha molto senso, perché si è incrinata una fiducia costruita nel tempo. E questo, in terapia, è centrale. Anche il modo in cui ti è stata data la risposta sembra non aver tenuto conto del tuo vissuto.
Interrompere, in quel momento, può essere stato un modo per proteggerti da qualcosa che hai sentito come incoerente o poco rispettoso. Non mi sembra una reazione esagerata, ma una reazione comprensibile.

Ha assolutamente senso parlarne con qualcun altro. Non solo per avere un parere, ma anche per avere uno spazio in cui rielaborare questa rottura e, soprattutto, per non rimanere senza supporto in un momento delicato come quello che stai attraversando con l’intervento in arrivo. Può essere importante trovare qualcuno con cui ricostruire un minimo di fiducia, anche solo temporaneamente.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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7 APR 2026

Buongiorno Edoardo; grazie per averci scritto e accordato fiducia, spero che la mia risposta ti sia utile. Ho letto con attenzione e mi arriva con forza quanto questa situazione ti abbia scosso. Certo, dopo due anni di lavoro, sentirsi dire qualcosa che mette in dubbio la tutela e l’attenzione del terapeuta può far emergere delusione, rabbia, confusione. E' una reazione naturale: quando la fiducia è forte, ogni crepa si sente di più.
Sul piano professionale, è importante che tu sappia che uno Psicoterapeuta può scegliere di non prendere in carico un familiare stretto, e può farlo senza violare alcun segreto. Dire “preferisco inviarla a un collega per ragioni professionali” è una motivazione pienamente sufficiente. Quindi la tua sensazione che qualcosa non tornasse ha una sua oggettiva legittimità.
Ma il punto centrale non è, a parer mio, stabilire chi ha sbagliato. È riconoscere cosa questa esperienza ha toccato in te: il bisogno di sentirti protetto, la fiducia costruita nel tempo, il desiderio di essere considerato nelle tue vulnerabilità, soprattutto in un momento delicato come l’attesa di un intervento chirurgico.
In questo senso, cercare un altro professionista può offrirti uno spazio sicuro dove: elaborare la ferita, ritrovare continuità e sostegno, capire cosa desideri davvero per il tuo percorso di salute fisica e psicologica. Non è un gesto contro qualcuno. È un gesto a favore di te stesso.

Cordialmente
Marcello Pirrotta, Psicologo e Psicoterapeuta anche in videochiamata.

Dott. Marcello Pirrotta Psicologo a Palermo

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7 APR 2026

Buongiorno,
francamente è sconsigliato prendere in terapia individuale due persone dello stesso nucleo familiare (diverso sarebbe se fosse un percorso sistemico relazionale familiare). I problemi sono sostanzialmente tre:

- conflitto di interesse: è difficile per il terapeuta rimanere neutrale quando riceve versioni diverse (e potenzialmente contrastanti) dello stesso vissuto familiare o degli stessi traumi;

- "contaminazione" del setting: lo psicologo potrebbe involontariamente usare informazioni apprese da un fratello durante la seduta con l'altro, violando la privacy o influenzando il giudizio;

- compromissione dell'alleanza terapeutica: il paziente ha bisogno di sentire che lo studio è uno spazio "solo suo", sapere che il fratello siede sulla stessa poltrona un'ora prima o dopo può generare gelosia, sospetto o vergogna.

Comprendo bene che in questo momento, alle porte di un intervento chirurgico, abbia bisogno di un confronto con qualcuno e comprendo altresì che sia seccante che debba essere lei a cercare un nuovo psicologo, ma sicuramente affidarsi ad un professionista e ad uno spazio esclusivo sia la cosa migliore da fare.

Cordiali saluti
Dott.ssa Chiara Bellini

Dott.ssa Chiara Bellini Psicologo a Roma

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7 APR 2026

Gentile Edoardo, innanzitutto grazie per la condivisione.
Capisco il suo dolore e la sua delusione: dopo due anni di terapia è naturale che ci fosse fiducia e un legame importante, quindi è comprensibile che questa situazione l’abbia ferita.
Detto questo, è possibile che il collega si sia comportato correttamente dal punto di vista professionale. Quando uno psicoterapeuta ha già in carico un membro della stessa famiglia, prendere in terapia anche un fratello o un altro familiare può creare interferenze, sovrapposizioni e problemi di confini terapeutici. In questi casi, proprio per il segreto professionale, spesso non è possibile spiegare tutto in modo dettagliato, perché anche una spiegazione più precisa rischierebbe di coinvolgere indirettamente l’altro percorso terapeutico.
Quindi il suo dispiacere è assolutamente legittimo ma penso che la cosa più importante è che lei non resti senza supporto, soprattutto se è in attesa di un intervento chirurgico e sente di avere ancora bisogno di aiuto. In questo momento può essere davvero utile rivolgersi a un altro professionista, con cui costruire uno spazio sicuro e dedicato interamente a lei.
Saluti,
Dott.ssa Daniela Ammendola

Dott.ssa Daniela Ammendola Psicologo a Napoli

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7 APR 2026

Buongiorno Edoardo,

grazie per essersi confidato e aver scritto su questo portale.
Ha reagito così in quanto la fiducia è venuta meno, si è creata una frattura nell' alleanza terapeutica, nella fiducia che lei aveva nei confronti del suo terapeuta.
È consigliabile non seguire parenti ed amici di pazienti che già si hanno in carico, dipende poi caso per caso.
Resto disponibile se vorrà approfondire.

Cordiali saluti.

Dottoressa Margherita Romeo

Dott.ssa Margherita Romeo Psicologo a Roma

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7 APR 2026

Buongiorno, capisco benissimo perché lei sia rimasto così scosso. Dopo due anni di percorso, l’alleanza terapeutica non è un dettaglio: è la “casa” in cui ci si è permessi di essere vulnerabili. Scoprire che la terapeuta ha preso in carico anche suo fratello può far sentire traditi, esposti, quasi “non protetti”, anche se non è successo nulla di concreto nei contenuti. Quindi no, non sta esagerando: sta reagendo a una frattura di fiducia reale.

Sul piano professionale, però, è utile distinguere due livelli: cosa è deontologicamente possibile e cosa è clinicamente opportuno. In generale, uno psicoterapeuta dovrebbe evitare doppi ruoli che possano creare conflitti, e prendere in terapia due familiari stretti può effettivamente diventare problematico, perché anche se il segreto professionale impedisce di condividere informazioni, la semplice posizione di “curante di entrambi” può generare sospetti, tensioni, fantasie di collusione, e soprattutto può minare la sicurezza interna del paziente già in cura. Per questo molti terapeuti scelgono prudenzialmente di non farlo e inviano l’altro a un collega. Non serve entrare nei dettagli, né “giustificare” un conflitto: può bastare una formula sobria del tipo “in questo momento non posso prenderla in carico e le propongo un invio”. Il paziente non ha diritto alla motivazione completa, proprio perché il terapeuta deve proteggere anche la riservatezza di altri.

Detto questo, è anche vero che non esiste una regola assoluta che dica che sia sempre vietato. Ci sono contesti in cui, con cautele molto chiare, alcuni professionisti possono accettare due membri della stessa famiglia in percorsi separati. Ma quando lo fanno, di solito lo fanno esplicitando il rischio e mettendo paletti solidi fin dall’inizio, perché altrimenti l’effetto è esattamente quello che è successo a lei: un crollo di fiducia. E il punto, qui, non è tanto “aveva il diritto o no”, quanto: la gestione è stata tale da farla sentire protetto o no? Da come scrive, no. E questo, in terapia, è già un dato clinico sufficiente per fermarsi.

Lei ha fatto bene a mettere un limite se sentiva che qualcosa si era rotto. Non perché il terapeuta sia “cattivo”, ma perché la terapia funziona solo se lei si sente al sicuro. E in più lei sta aspettando un intervento chirurgico: in questo momento non ha bisogno di ambiguità relazionali, ha bisogno di un posto affidabile dove appoggiarsi.

Sulla domanda “avrebbe senso parlarne con qualcun altro?”: sì, avrebbe senso, e glielo direi senza esitazione. Non tanto per “fare un processo” al terapeuta, quanto per non restare solo con questa frattura e con l’ansia dell’intervento. Anche solo poche sedute con un altro professionista possono aiutarla a rimettere ordine, capire cosa l’ha ferita davvero (oltre all’evento in sé), e riprendersi un supporto proprio nel momento in cui le serve. Se poi un giorno vorrà anche scrivere una mail di chiusura al terapeuta per dire in modo composto cosa ha provato e perché ha interrotto, può farlo; ma non è un dovere. La priorità è che lei abbia continuità di aiuto adesso.

Un caro saluto.

Dott.ssa Maria Putynska Psicologo a Bergamo

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7 APR 2026

Gentilissimo,
inizierei col dirle che sentirsi spiazzati da una situazione del genere è comprensibile, può accadere. La dissonanza che sente non è così fuori fuoco: uno psicologo psicoterapeuta in linea generale è tenuto a valutare con molta attenzione la possibilità di prendere in carico persone dello stesso nucleo familiare per tutelare la qualità del lavoro, la riservatezza e la libertà di parola di ciascuno.
Non esiste un divieto assoluto, esiste però la responsabilità di mantenere la cornice di lavoro il più possibile “pulita” permettendo ad ogni paziente di sentirsi libero di esprimersi senza interferenze.
Quello che si fa, solitamente, è inviare uno dei due pazienti ad un collega ma occorre anche dire che ciascun professionista è autonomo nelle proprie scelte.
Per lei potrebbe avere senso parlare con un altro professionista soprattutto in un momento delicato come quello che sta attraversando.
Saluti
Dott.ssa Eleonora Mazzola

Dott.ssa Eleonora Mazzola Psicologo a Milano

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7 APR 2026

Capisco perché ti sei sentito tradito, perché dopo due anni di rapporto è normale aspettarsi tutela e chiarezza, però no, non è vero che uno psicoterapeuta “non ha modo” di evitare una situazione del genere, anzi di solito è proprio il contrario, quando c’è un possibile conflitto come seguire due familiari stretti è buona pratica evitare e inviare a un collega, senza dover dare spiegazioni dettagliate proprio per il segreto professionale, quindi la risposta che ti è stata data è quantomeno discutibile e ci sta che ti abbia fatto perdere fiducia
non stai esagerando, è una reazione comprensibile perché si è rotto qualcosa nell’alleanza terapeutica, e quando succede è difficile andare avanti come prima, parlare con un altro professionista può assolutamente avere senso sia per avere un parere esterno sia per non restare “bloccato” proprio ora che stai affrontando anche un intervento e avresti bisogno di sostegno
se te la senti, potresti anche usare questa esperienza come punto di partenza nel nuovo percorso, senza tenerti tutto dentro come stai facendo ora

ROBERTO PORRINI Psicologo a Pordenone

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