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Paura dell’abbandono, cosa fare?

Inviata da Sissi0 il 25 ott 2019 Fobie

Ho 19 anni, ho avuto una vita abbastanza complessa benché non così lunga. Premetto che l’argomento abbandono caratterizza l’inizio della mia vita poiché iniziata proprio con questo evento. Sono stata abbandonata all’eta di 6 mesi per poi essere stata adottata e arrivata in Italia quasi a 3 anni. Purtroppo, nella mia famiglia (adottiva) non c’è stata una grande dedizione a riempire il “vuoto”: i miei hanno avuto e hanno tutt’ora, grossi problemi di coppia, che finivano sempre con scoppi di ira, alcune volte violenza. Questi loro azzuffi li portavano ad essere assenti come figure genitoriali poiché ognuno impegnato ad essere arrabbiato per l’altro. Ho passato molto tempo a giocare sola e ad ascoltare tanta musica fin dai 6/7 anni. A scuola ero terrorizzata da alcuni bulli che non mi lasciavano in pace, ma non parlai mai di questa cosa con i miei genitori perché non la ritenevo così importante. A 8 anni mia madre decise che non ero “fisicamente in forma” e cominciò a tormentarmi per il mio aspetto fisico, mettendomi sempre a confronto con altre bambine e insistendo per andare da un dietologo. Questa sua insistenza fece nascere in me una certa ossessione per il corpo e il cibo: l’inizio del calvario con i disturbi alimentari. Questi problemi con il cibo li ho tenuti nascosti fino all’età di 14 anni quando, la necessità di controllo sul cibo mi indirizzò ad adottare pratiche come il vomito auto indotto. Nel frattempo io rapporto con i miei si stava distruggendo sempre di più, probabilmente per tanta rabbia repressa nei loro confronti.

Da quell’anno comincia la storia dei miei percorsi terapeutici, all’inizio forzati dai miei genitori.

Ho iniziato un percorso terapeutico a 15 anni, mi trovavo bene con la terapeuta ma, dopo un anno, i miei genitori mi fecero capire che non volevano più che io andassi più dalla psicoterapeuta poiché secondo le loro aspettative non avevano visto risultati. Erano Disposti a non pagarmi più le sedute pur di farmi lasciare. La loro insistenza e le continue liti mi portarono a dire alla psicoterapeuta che non sarei più andata agli incontri per questa insoddisfazione da parte dei miei..
È stato un dolore immenso per me quell’interruzione brusca perché per me era (È tutt’ora) difficile creare rapporti di fiducia con qualcuno, nonostante io sia educata, gioviale e disponibile con tutti, sono molto diffidente nel dare la mia piena fiducia e ad affezionarmi agli altri. Mi sono sentita abbandonata, e sentivo una forte mancanza che mi faceva esplodere la testa tanto era insopportabile quel dolore. Era decisamente esagerata come reazione, ma era qualcosa che mi succedeva automaticamente e non sopportavo provare quelle cose ma non potevo neanche fermarle.

A 16 anni andai da una neuropsichiatra infantile, che mi prescrisse per la prima volta dei farmaci e con cui iniziai in concomitanza un percorso terapeutico. Nonostante fossi titubante mi affezionai a lei nel giro di pochi mesi e riuscivo a seguire le sue indicazioni senza nessun problema. Dopo quasi un anno, un giorno mi disse che doveva interrompere il percorso poiché incinta, avrebbe smesso di lavorare. Boom! Di nuovo un percorso interrotto e non portato a termine...così da un momento all’altro. Com’era possibile che non potessi fare un percorso terapeutico continuativo fino ad arrivare al punto in cui l’interruzione si sarebbe concordata?
Di nuovo quella sensazione di abbandono catastrofica e sproporzionata

Ovviamente dopo mesi e mesi, quella forte mancanza e quella brutta sensazione spariscono, ma ovviamente non vuoi più saperne di psicologi o psichiatri o compagnia bella.

Nei prossimi due anni, i miei cercarono in tutti i modi di portarmi da psichiatri, psicologi e centri per disturbi alimentari. Tutti questi non andarono a buon fine perché non avevo nessuna intenzione di legare rapporti con nessuno e né tantomeno pensavo di avere problemi.

A 18 anni (l’anno scorso), arrivai a un punto esasperato. Fortemente depressa, avevo lasciato lo studio del pianoforte e non toccai il pianoforte fino a quest’anno. Il cibo era l’unico mio pensiero fisso e non riuscivo più a fare nulla.
Avevo bisogno di parlare con qualcuno e puntare alla consapevolezza che solo un professionista avrebbe potuto darmi. Con molta molta cautela e all’insaputa dei miei, mi rivolsi ad una psicoterapeuta della mia città.
Le ho puntualizzato fin dall’inizio che avevo bisogno di una continuità visto i percorsi precedenti. Questo fu un percorso diverso: non mi affidai a lei subito, anzi, i primi 2 mesi sono stati più monosillabi e risposte acide, ma poi piano piano ho provato a fidarmi di nuovo e a creare quel rapporto di fiducia che garantisce un buon percorso terapeutico...ho finito con il fidarmi completamente...ho fatto cose che non avrei mai accettato di fare prima, come andare da uno psichiatra e seguire una terapia farmacologica e addirittura cercare di pensare a un possibile percorso in un centro per disturbi alimentari, che per me sarebbe stato proprio un “no” categorico. Lei era riuscita a farmi riflettere anche su questo.

Dopo 6 mesi all’incirca, nel mese di gennaio, mi chiama dicendo di essere incinta è che la gravidanza non stava andando benissimo e che quindi avrebbe interrotto per un po’. Cosa?? Di nuovo??
Fatto sta che la rividi nel mese di aprile. Stava meglio, l’importante era questo. Ma nei mesi della sua completa assenza è stato un inferno, mi ritrovavo di nuovo senza un punto di riferimento. Era stupido però pensare al mio dolore irrazionale visto il motivo della sua assenza, e non avevo il coraggio di spiegarle che mi sentivo abbandonata, sola, e con tanta rabbia addosso. È stato l”abbandono” più doloroso di tutti perché non mi aspettavo che mi si ripresentasse di nuovo una situazione del genere. La odiavo da una parte perché se io paziente, fin dall’inizio puntualizzo che non voglio più percorsi “smorzati” e che ho bisogno della mia continuità, tu professionista, visto le tue intenzioni future che non possono garantire una continuità che il paziente richiede, non puoi semplicemente dire che sarebbe meglio riferirsi a qualche altro collega?
Nonostante ciò, credo che lei abbia più o meno capito questo mio dolore che non riuscivo a controllare e ha cercato di starmi vicina in altri modi. (e-mail) Per me non era però la stessa cosa. Io accettavo il gesto ma il dolore non spariva. La rividi nel mese di aprile e poi per i prossimi 5 mesi. Fu difficile riavvicinarmi di nuovo. Mi ero cominciata ad abituare alla sua assenza e poi ho dovuto di nuovo aprire una ferita appena chiusa. Mi ha seguito fino alla fine della gravidanza si può dire, questo la onora...è stato molto chiaro come lei ci tenesse a farmi pesare il meno possibile l’interruzione che sarebbe avvenuta dall’inizio di settembre fino a non so quando ancora. Ora mi ritrovo di nuovo con quel senso di abbandono che mi divora e che non riesco a scollarmi di dosso. È un dolore strano perché si mescolano la rabbia, l’angoscia, il dispiacere, la mancanza e diviene una cosa sola. Ne ho abbastanza di questo dolore. Ho tutto il rispetto per la mia psicoterapeuta, sono felice che ora stia bene con il suo bambino. Tutti felici e contenti ma io non ho risolto nulla. Questa mia paura dell’abbandono non posso capirla e risolverla con un terapeuta che è sempre il primo nel mio caso, a scomparire e poi ritornare. O non ritornano più, o sono stata costretta a tagliare io i ponti per forza maggiore vista la pressione dei miei in passato. O forse semplicemente il mio modo di reagire è esagerato e se non posso controllarlo in alcun modo, neanche con l’aiuto di un terapeuta perché poi sparisce, alimentando soltanto il mio disagio, l’unico modo è quello di non rivolgermi più a dei professionisti. Questa mattina ho avuto un incontro con il mio psichiatra e gli ho riferito la mia volontà di interrompere la cura farmacologica e di fermare le pratiche per andare al centro per la cura dei disturbi alimentari. Farò a breve la stessa cosa con la mia psicoterapeuta. Non voglio più affezionarmi a professionisti che potrebbero andare via da un momento all’altro. Il professionista non ha bisogno del paziente, non è un problema. Il problema è per il paziente. Mi sento confusa, non sono sicura che quello che sto facendo sia giusto. L’unica cosa che voglio fare è proteggermi. Affezionarmi per me è difficile all’inizio...dopo però non posso a farne a meno. È una cosa stupida e puerile e non riferirò questi motivi alla mia psicoterapeuta così come non ho fatto con lo psichiatra...mi sento stupida, ma sto soffrendo davvero tanto a causa della sua assenza e forse in questi casi è meglio chiudere un capitolo e aprirne uno nuovo. Cosa ne pensate? Ho bisogno di un consiglio professionale...

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