Buonasera, sono una ragazza di 19 anni che ha da poco iniziato l'università e che studia psicologia.
Questo periodo lo sto vivendo come un loop continuo molto stressante e pesante e, infatti, ogni volta che mi sveglio la mattina penso a cosa io stia facendo della mia vita.
Parto col dire che post esame di maturità, esame che ho vissuto malissimo a causa dell'ansia per paura di deludere le aspettative dei prof, dei miei genitori e quelle di me stessa, non sapevo che strada scegliere per il mio futuro (cosa su cui tutt’ora non so darmi una risposta).
Durante il quinto anno notavo che i miei amici/compagni di classe avevano interessi o sapevano più o meno l'ambito che li incuriosiva, io invece niente e questa cosa mi pesava e mi pesa ancora.
Ho sempre studiato perché i miei fin da piccola mi hanno spiegato l'importanza dello studio e il "dover andare bene a scuola" e infatti per questo io, con il loro sostegno, ho sempre dato il massimo ottenendo così, fino in quinto superiore, ottimi risultati scolastici, ma sentendomi sempre in un certo senso obbligata e provando odio verso lo studio.
Ho infatti sempre visto i voti solo come un qualcosa che mi gratificava, ma ad un certo punto anche questa situazione mi ha iniziato a pesare perché mi stressavo al massimo e mi capitava di avere attacchi di panico.
Ciononostante, mi sono trovata a dover scegliere, presa dalla fretta (ho scelto a settembre), un percorso universitario perché spinta dai miei genitori che sempre hanno avuto alte aspettative su di me e che davano come scontato che io volessi proseguire con lo studio. Scelta che in quel momento ho fatto in modo inconsapevole e quasi "per gioco" perché nessun corso effettivamente mi interessava. Questa estate, infatti, ho scelto la facoltà che ritenevo fosse la “meno peggio” e non perché mi interessasse davvero (questo i miei lo sapevano).
Ora come ora però mi ritrovo a fare un corso che non mi interessa, senza motivazione e voglia di studiare. Mi sento obbligata e in difetto rispetto agli altri miei coetanei e non so cosa fare.
Ai miei ho già parlato più e più volte di questa situazione e del fatto che non ci fosse nessuna curiosità in me verso questo percorso, ma loro insistono col dirmi che dato che io ho la possibilità dovrei sfruttarla e studiare, anche se è un qualcosa che non mi interessa perché sono sempre "stata brava" a scuola.
Per questo motivo, in questo ultimo mese poi ci sono state pesanti litigate con loro in cui io mi sono sentita sbagliata e priva di ambizioni perché non ho idee sul futuro.
I miei non riescono proprio a concepire un mio futuro senza l’università nonostante loro sappiano come è sempre stato il mio rapporto con lo studio e sapendo che io stia studiando un qualcosa che non mi interessa.
In questi giorni costantemente mi propongono di cambiare corso universitario perché loro vedono solo quella possibilità per me, ma io in questo momento non mi sento di poter scegliere un altro corso perché anche questa sarà una scelta fatta di fretta come quella di settembre.
Io sono più dell’idea che lo studio debba essere un qualcosa che ti debba interessare in primis e non una forzatura, ma i miei mi vanno contro perché pensano al mio futuro e più dal punto di vista economico. Credono che la mia felicità dipenda dal conseguimento della laurea e sembra che non si rendano conto che sono io che devo scegliere e non loro per me.
A questo punto sto pensando di stoppare veramente l’università e di cercare di capire più me stessa e cosa vorrei fare, magari facendo qualche corso o magari buttandomi in cose nuove.
Grazie a chi mi dedicherà del tempo per rispondere
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28 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 11 persone
Buongiorno Giorgia,
grazie per aver condiviso qui un pezzetto della tua storia e del tuo mondo.
Dal tuo racconto traspare un forte desiderio di fare chiarezza sulle tue motivazioni, di fare spazio dentro di te per capire davvero cosa vuoi fare, cosa ti piace, come vuoi spendere il tuo tempo. Questo desiderio è legittimo, hai ragione. Merita ascolto e attenzione.
I tuoi genitori stanno facendo quello che possono per tenerti al sicuro e darti il futuro che immaginano sia il migliore possibile per te, ma questo non significa che le vostre prospettive debbano coincidere. Siete in conflitto, non volete le stesse cose, e va bene così.
Ma è al tempo stesso molto difficile e talvolta doloroso: loro vogliono proteggerti e nello scenario futuro che immaginano il fatto che tu termini l'università equivale a vederti al sicuro, ma dalla tua prospettiva la persona che loro immaginano non sei tu. È una versione di te costruita sulle loro aspettative, un falso sé.
Non sei sbagliata, stai cercando di capire chi sei. Conosci solo una parte di te, e le altre stanno facendo pressione per crescere, sono curiose, vogliono vedere il mondo, conoscere, sperimentare. È normale che questo movimento interno entri in conflitto con un’immagine di te “brava studentessa”.
Da quello che racconti, il rapporto con lo studio sembra essere stato a lungo più legato al dovere, alle aspettative e alla paura di deludere che al piacere o all’interesse. In queste condizioni, il corpo spesso trova altri modi per farsi sentire: l’ansia e lo stress sono segnali. Non parlano di mancanza di ambizione, parlano di un carico che è diventato troppo pesante.
A 19 anni non avere una risposta chiara su cosa farai del tuo futuro non è un fallimento, è una condizione fisiologica, e va bene così. Il futuro è tuo proprio perché sei tu a costruirlo. Dubbi, incertezze, confusione, sono difficili dal punto di vista emotivo, implicano soste più o meno lunghe in posizioni scomode, come quella che hai tu adesso, ma sono ingredienti fondamentali del percorso. La fretta di decidere per fare la cosa giusta può essere un ostacolo, perché anche gli errori sono parte del gioco. Dobbiamo avere la possibilità di provare e anche di cambiare idea.
Stai pensando di fermarti, e vale la pena capire se quello che cerchi è l'opportunità di costruire basi più autentiche.
Il conflitto con i tuoi genitori, per quanto doloroso, racconta proprio questo passaggio: stai cercando di diventare adulta, cioè di iniziare a scegliere per te, non contro di loro ma a partire da te.
Potrebbe essere utile, in questo momento, avere uno spazio tutto tuo – ad esempio un percorso psicologico o di orientamento – in cui poter esplorare chi sei al di là dei voti, delle aspettative e delle etichette. Uno spazio in cui le domande non debbano essere risolte subito, ma possano esistere senza giudizio.
Stai facendo una cosa molto importante: ti stai ascoltando. Questo, anche se spaventa, è spesso il primo vero passo verso una direzione che abbia senso per te.
Spero di esserti stata utile.
Un saluto.
Margherita Barberi, psicologa
Ricevo anche online
24 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buonasera Giorgia,
Grazie per la tua condivisione.
Ti trovi in una fase di vita di cambiamento, è comprensibile essere confusi e non sapere cosa si voglia, soprattutto se le pressioni e le aspettative genitoriali sono molto presenti. Il rischio è non riuscire più a distinguere ciò che riguarda noi da ciò che i nostri genitori si aspettano, sembra che però tu abbia una lucidità tale da poter dire che hai bisogno di tempo per guardarti dentro e capire cosa vuoi.
Parli di "dovere", "obbligo" e "odio verso lo studio": penso che sia importante prima di tutto capire quanto questo odio e rifiuto siano legati realmente ad una una tua mancanza di interesse verso lo studio o se siano una reazione al fatto che è sempre stato vissuto come un dovere e una prestazione e non come qualcosa di piacevole e arricchente.
Solo scindendo ciò che riguarda i propri bisogni e desideri da ciò che si presenta in modo reattivo come rifiuto alle aspettative genitoriali è possibile comprendere il nostro percorso.
21 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno Giorgia, Il senso di "loop" e di "odio verso lo studio" che descrive non sembra essere un limite della sua volontà, ma un grido del suo desiderio che cerca di farsi strada tra le aspettative altrui.
Da una prospettiva psicodinamica, sembra che lei ha occupato per anni il posto della "figlia ideale", colei che gratifica l'immagine dei genitori attraverso il successo scolastico.
Questa eccellenza, vissuta come un obbligo, ha finito per soffocare la sua ricerca soggettiva: quando lo spazio del Sé è interamente saturato dalle richieste dell'Altro (in questo caso i genitori), non rimane spazio per sentire cosa si desidera davvero.
La sua attuale demotivazione può essere letta come un sintomo carico di senso: un modo per dire "no" a un destino già scritto da altri e per provare a esistere al di fuori di un mandato familiare che sente come una prigione.
Massimo Recalcati sottolinea che "il desiderio non è un'eredità che si trasmette per via genetica, ma è l'esito di un incontro" e, se questo incontro con ciò che la appassiona non è ancora avvenuto, forse è perché finora è stata troppo impegnata a corrispondere a un'immagine che non le appartiene.
È prezioso interrogarsi su come lei, contro la sua volontà conscia e a sua insaputa, si ritrovi proprio in questa posizione di "stallo" che la fa soffrire così tanto, quasi come se fallire nell'università fosse l'unico modo per riappropriarsi della sua vita.
Un percorso psicologico (a mio avviso meglio se di orientamento psicoanalitico) potrebbe aiutarla a comprendere cosa la tiene legata a queste aspettative e perché sia così difficile "deludere" i suoi per iniziare finalmente a esistere per se stessa.
11 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Cara Giorgia,
le tue parole arrivano con la forza di un respiro trattenuto troppo a lungo. Leggendoti, l'immagine che emerge è quella di un'atleta che ha corso una maratona velocissima, vincendo tutte le tappe, solo per accorgersi al traguardo che la pista non era la sua e che la medaglia non ha il sapore che sperava.
Questo "loop" che descrivi, questo risveglio amaro in cui ti chiedi cosa tu stia facendo della tua vita, non è mancanza di ambizione. Al contrario, è il grido di una parte di te autentica che sta cercando di proteggersi. Quello che chiami "odio verso lo studio" è, in realtà, un sano rifiuto verso una forzatura che ti accompagna da sempre. Quando studiamo solo per gratificare lo sguardo degli altri — genitori, professori o il "voto" — non stiamo nutrendo noi stessi, ma stiamo alimentando un’immagine esterna, lasciando la nostra vera natura a digiuno.
È comprensibile che i tuoi genitori, spinti dall'amore e da una visione pragmatica della vita, vedano nella laurea l'unica via per la tua felicità. Tuttavia, confondono la sicurezza economica con la realizzazione interiore. Il "successo formativo" non ha alcun valore se viene pagato con il prezzo degli attacchi di panico o dello spegnimento del desiderio.
Il fatto che tu non sappia "cosa vuoi fare" a 19 anni è una condizione di onestà intellettuale, non un difetto. Per sapere cosa ci interessa, dobbiamo prima avere il permesso di esplorare senza il peso di una scelta definitiva che deve essere "giusta" per forza. In questo momento, la tua "mancanza di ambizione" è in realtà un bisogno vitale di silenzio, per riuscire a sentire finalmente la tua voce tra le tante voci che ti dicono chi dovresti essere.
Fermarsi non significa fallire o restare indietro. A volte, fermarsi è l'unico modo per cambiare direzione quando ci si accorge di essere su una strada che porta altrove. Prendersi il tempo per capire se stessi, fare esperienze diverse o semplicemente uscire dall'obbligo del risultato, è un atto di grande coraggio e maturità. Significa onorare la propria vita come un percorso unico e non come un compito da svolgere per conto terzi.
Ti auguro di trovare la forza di tracciare quel confine che oggi senti così necessario, permettendo alla tua curiosità — quella vera, che non si può forzare — di risvegliarsi con i suoi tempi. L'aria che senti mancare sotto la pressione delle aspettative è lì, fuori da questo schema, pronta per essere respirata.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
(Disponibile anche per consulenze online)
10 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buonasera,
quello che racconti è molto chiaro, articolato e soprattutto profondamente coerente. Non stai vivendo una “crisi immotivata”, ma una fase di forte conflitto tra ciò che hai imparato a essere e ciò che stai iniziando a sentire come tuo.
Dal punto di vista psicoterapeutico, emerge con forza un tema centrale: per molti anni hai funzionato molto bene adattandoti alle aspettative esterne, soprattutto quelle dei tuoi genitori e della scuola. Sei stata “brava”, performante, affidabile. Ma questo adattamento ha avuto un costo emotivo: lo studio non è mai diventato un luogo di curiosità o desiderio, bensì uno spazio di dovere, pressione e valutazione. I voti ti gratificavano, sì, ma allo stesso tempo ti svuotavano, fino a trasformarsi in ansia e attacchi di panico. Questo è un segnale importante che il tuo corpo e la tua mente ti hanno mandato da tempo.
La scelta dell’università, fatta in fretta e senza un reale interesse, non è un fallimento: è la naturale conseguenza di una storia in cui non ti è stato davvero permesso di fermarti a chiederti cosa volessi tu. Quando per anni si studia “perché si deve”, è molto difficile, a 19 anni, sapere cosa si desidera davvero. Il fatto che oggi tu ti senta in un loop, senza motivazione e con un senso di obbligo, non dice che sei sbagliata o priva di ambizioni: dice che stai iniziando a non voler più vivere solo per corrispondere alle aspettative altrui.
Il conflitto con i tuoi genitori è comprensibile e, per certi versi, fisiologico. Loro sembrano guardare al tuo futuro soprattutto in termini di sicurezza economica e continuità con l’immagine della “figlia che studia e riesce”. Tu, invece, stai iniziando a porti una domanda più profonda: che senso ha fare qualcosa che non mi interessa, solo perché posso farlo? Questo non è egoismo, è un passaggio di crescita e differenziazione.
È molto significativo che tu non voglia cambiare corso “tanto per”: stai riconoscendo che un’altra scelta fatta di fretta rischierebbe di replicare lo stesso schema. Anche l’idea di fermarti, esplorare, fare corsi, sperimentare cose nuove non è una fuga, ma un tentativo di costruire una scelta più autentica. In una società che spinge a decidere presto e bene, prendersi tempo viene spesso vissuto come un errore, ma in realtà per molte persone è una necessità.
Vorrei sottolineare una cosa importante: non sapere cosa fare a 19 anni non significa non avere un futuro, significa che il tuo futuro non è ancora definito — e questo è normale. L’identità adulta non nasce da una decisione universitaria presa sotto pressione, ma da un processo fatto anche di tentativi, pause, ascolto di sé.
Forse, più che chiederti “cosa devo fare adesso?”, potrebbe essere utile iniziare da domande più gentili e meno definitive:
– Cosa mi fa stare meno in ansia?
– Cosa mi spegne e cosa, anche solo un po’, mi accende?
– Di chi sto cercando di soddisfare le aspettative?
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti molto a distinguere i tuoi desideri da quelli interiorizzati, a lavorare sul senso di colpa verso i tuoi genitori e sull’idea che il valore personale passi solo dallo studio e dalla performance. Sarebbe uno spazio per te, non per decidere “subito cosa fare”, ma per ritrovare una direzione che non sia una forzatura.
Non sei in ritardo, non sei meno degli altri, e non sei sbagliata perché ti fai domande. Anzi: il fatto che tu te le stia ponendo ora è un segnale di grande consapevolezza. Il punto non è scegliere in fretta, ma scegliere in modo più tuo.
Resto a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Roberta Fornarelli
Ricevo anche online
10 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Salve Giorgia,
la ringrazio per aver condiviso un pezzo così delicato della sua storia. Si sente quanto lei sta portando dentro fatica, confusione, senso di pressione e anche una grande solitudine nel sentirsi non compresa.
Il momento che sta vivendo è tutt’altro che raro, anche se quando lo si attraversa può sembrare di essere gli unici a non avere una direzione chiara. L’ingresso all’università rappresenta un passaggio evolutivo importante: ci si confronta con l’autonomia, con il futuro, con le aspettative familiari e con la domanda fondamentale “chi voglio essere?”. È una domanda potente, e non sempre ha una risposta immediata.
Dalle sue parole emerge come, per molti anni, lo studio sia stato legato soprattutto al dovere, alla necessità di fare bene, di non deludere, di essere all’altezza. I buoni voti ti davano gratificazione, ma allo stesso tempo aumentavano la pressione e l’ansia, fino agli attacchi di panico. È comprensibile quindi che oggi, di fronte alla possibilità di continuare, una parte di lei senta rifiuto e stanchezza.
Non avere le idee chiare a 19 anni non significa essere sbagliata o senza ambizioni. Significa essere in una fase di ricerca. Alcune persone percepiscono presto un interesse definito, altre hanno bisogno di tempo, esperienze, tentativi per capire cosa risuona davvero. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato di costruire il proprio percorso. Capisco anche i suoi genitori e probabilmente la loro insistenza nasce dal desiderio di proteggerla e garantirle stabilità. Tuttavia la sicurezza economica, da sola, non coincide automaticamente con la realizzazione personale. E soprattutto, come dici lei, la vita che verrà sarà la tua.
Fermarsi un momento prima di fare una scelta affrettata potrebbe essere un atto di responsabilità verso se stessa, non una fuga.
In questo senso, potrebbe esserle molto utile intraprendere un percorso di crescita personale o di sostegno psicologico. Non tanto per decidere al posto suo quale facoltà scegliere, ma per aiutarla a:
-conoscerti più a fondo nei tuoi bisogni, desideri, valori;
-distinguere ciò che lei sente, da ciò che sente aspettato dagli altri;
-comprendere il suo rapporto con la prestazione e con la paura di deludere;
-costruire fiducia nella sua capacità di prendere decisioni;
-immaginare gradualmente chi è lei e chi vuoi diventare, trovando piccoli modi concreti per avvicinarsi a quella direzione.
Spesso quando iniziamo a capirci meglio, anche le scelte diventano più chiare e meno spaventose. Non deve avere tutto definito adesso. Puoi concedersi il diritto di esplorare, di cambiare idea, di prendersi tempo. Crescere significa anche questo.
La sua sofferenza merita ascolto e merita uno spazio in cui poter essere accolta senza giudizio.
Le auguro di trovare il coraggio di regalarsi questo percorso di scoperta.
Resto a disposizione per qualsiasi necessità.
Un carissimo saluto.
10 FEB 2026
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Buongiorno,
Dal suo racconto emerge un periodo di forte pressione, in cui si trova a dover prendere decisioni importanti mentre allo stesso tempo affronta aspettative molto alte, sia interne che familiari. È comprensibile che tutto questo le stia creando stress, dubbi e un senso di smarrimento: non riguarda solo l’università, ma il modo in cui negli anni ha vissuto lo studio e il timore di deludere gli altri.
Per molto tempo ha studiato soprattutto per rispondere a richieste esterne, più che per un reale interesse personale. In queste condizioni è difficile riconoscere cosa si desidera davvero, e può diventare naturale sentirsi “vuoti” o senza una direzione precisa. Non è mancanza di ambizione: è il risultato di un percorso in cui il dovere ha avuto più spazio del desiderio.
La scelta universitaria fatta in fretta, senza una reale motivazione, si inserisce proprio in questo quadro. Oggi si trova a confrontarsi con un corso che non sente suo, mentre allo stesso tempo percepisce la pressione dei genitori, che interpretano l’università come l’unica strada possibile per garantirle sicurezza. Questo genera inevitabilmente conflitto e la sensazione di non essere compresa.
Il punto centrale è che lei sta già riconoscendo un bisogno importante: prendersi il tempo necessario per capire cosa le interessa davvero, senza dover decidere subito e senza dover rispondere a un’immagine di sé costruita solo sulle aspettative altrui. Fermarsi non significa “sbagliare”, ma creare le condizioni per una scelta più autentica.
Sospendere temporaneamente l’università per esplorare altri ambiti, fare esperienze o dedicarsi a percorsi più brevi può essere una possibilità legittima, soprattutto se ora non sente la chiarezza necessaria per un’altra scelta accademica. Le decisioni prese sotto pressione raramente portano serenità.
Un percorso psicologico oppure di orientamento potrebbe offrirle uno spazio in cui:
- comprendere meglio il suo rapporto con lo studio e con le aspettative
- distinguere i desideri personali da quelli familiari
- esplorare interessi e inclinazioni in modo più libero
A 19 anni, concedersi il tempo di ascoltarsi prima di scegliere non è un passo indietro: è un modo per costruire basi più solide per le decisioni future.
9 FEB 2026
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Gentile Giorgia,
lei dice che fin da piccola i suoi genitori le hanno spiegato l'importanza dello studio e quindi del "dover andare bene a scuola" ed io le chiedo : " dove hanno sbagliato? Avrebbero dovuto non farlo e non trasmetterle questa sensibilizzazione o consapevolezza? Dal momento che lei sembra essersi sentita gratificata dai buoni risultati scolastici pensa che questi ci sarebbero stati senza impegno e senza sforzo? Forse i suoi genitori pretendevano da lei sempre il massimo dei voti e la punivano se ciò non accadeva? ..."
Ovviamente, diverso è il discorso che a 19 anni si può non avere ancora le idee chiare sul "cosa fare da grande" anche in base all'indirizzo di studio da lei seguito alle superiori.
D'altra parte, la stessa indecisione che lei aveva nel proseguire gli studi e iscriversi all'Università è presumiile che la avesse anche nello scegliere un qualche lavoro da cercare o altre cose da fare.
Peraltro, personalmente, penso anche che la motivazione e l'interesse possa nascere "in corso d'opera" e cioè durante l'approfondimento di ciò che si studia.
Se però lei non se la sente, può essere anche giusto che si prenda una "pausa di riflessione" senza necessariamente litigare con i suoi genitori che la pensano diversamente perchè la vita è sua incluse tutte le decisioni che vorrà prendere sia nel bene che nel male.
Allora il suggerimento può essere quello di intraprendere un percorso di psicoterapia che tra i diversi temi vivi affronti anche quello dell'orientamento professionale sulla base delle sue attitudini e dei suoi interessi (se non ne ha li dovrà acquisire!...) visto che ora ha iniziato a studiare qualcosa che non le interessa.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).
9 FEB 2026
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Buongiorno Giorgia,
grazie per questa condivisione importante. La scelta del percorso di studi è molto importante e può generare ansie e paure, soprattutto se si sente la pressione di doverla fare subito e in fretta perchè qualcuno ci dice che è quello dobbiamo fare.
Un bel respiro. Scegliere di fare l'università è un grande passo, ma deve essere una scelta consapevole perchè comporta dei sacrifici, che spesso anche chi la sceglie volontariamente non ha voglia di fare (quante volte capita di dover studiare ma si rimanda per fare altro! Ed è comprensibile e sacrosanto, ma immagino se in primis già la scelta non era sentita..).
Farei un passetto indietro: la fine delle superiori è un momento importante, non solo non si va più a scuola ma c'è anche la possibilità di iniziare a lavorare, che segna un po' il vero e proprio distacco dalla dipendenza verso i genitori. Insomma, si aprono le porte del mondo in qualche modo: non c'è più l'obbligo ogni mattina di andare a scuola e portare a casa voti, ma si può davvero scegliere (e forse per la prima volta) cosa fare (università? lavoro?) e dove andare. Ma DOVE andare?
Quanto è difficile capire quale è la strada che vogliamo prendere? A maggior ragione se chi abbiamo intorno pare non capire che la strada è la nostra!
Spero tanto tu possa capire doveva questa strada, ma una cosa vorrei dirtela: a volte il percorso si costruisce anche sbagliando. Magari fai qualche mese di questa università e qualcuno ti parla di un percorso bellissimo o di un lavoro fantastico del quale ti appassioni e la tua direzione varierà in modo naturale.
Concediti di sbagliare mentre cresci, ma concediti anche di reclamare il tuo spazio e sottolineare le tue idee, soprattutto con chi ti è vicino.
Combatti per te Giorgia, ascoltati e trova uno spazio in cui capire te stessa.
9 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso in modo così approfondito e sincero la sua esperienza. Dalle sue parole emerge un vissuto di forte pressione emotiva, accompagnato da senso di smarrimento, stanchezza e conflitto interiore, che meritano ascolto e rispetto.
Il periodo che sta attraversando rappresenta una fase evolutiva particolarmente delicata. Il passaggio dalla scuola all’università coincide spesso con il primo vero confronto con la scelta, con l’autonomia e con la costruzione della propria identità adulta. Il senso di “loop” che descrive, così come le domande ricorrenti sul significato di ciò che sta facendo, non indicano una mancanza di motivazione o di ambizioni, ma piuttosto un bisogno profondo di dare un senso personale alle proprie scelte.
Dal suo racconto appare evidente come, nel corso degli anni, lo studio sia stato vissuto prevalentemente come un dovere legato alle aspettative esterne. Questo le ha permesso di ottenere risultati importanti, ma al prezzo di un elevato carico emotivo, culminato in stati d’ansia e attacchi di panico. È comprensibile che, arrivata all’università, questo modello basato esclusivamente sulla prestazione non risulti più sostenibile. Il disagio che prova può essere letto come un segnale di allarme, non come un limite personale.
Il confronto con i coetanei che sembrano avere idee più chiare sul futuro può accentuare il senso di inadeguatezza. Tuttavia, è importante ricordare che molte certezze a questa età sono solo apparenti e che il processo di esplorazione richiede tempi soggettivi. Non sapere ancora cosa si desidera non è sinonimo di fallimento, ma parte integrante della costruzione della propria identità.
Per quanto riguarda il rapporto con i suoi genitori, il loro orientamento verso lo studio e la sicurezza economica nasce verosimilmente da un intento protettivo. Allo stesso tempo, il suo vissuto segnala una distanza tra ciò che viene ritenuto “giusto” per lei e ciò che sente di poter sostenere emotivamente in questo momento. Proseguire un percorso percepito come forzato potrebbe, nel tempo, amplificare il malessere anziché favorire una reale realizzazione personale.
La possibilità di sospendere l’università per prendersi un tempo di riflessione, sperimentazione e conoscenza di sé — attraverso corsi, esperienze formative o lavorative — non va necessariamente intesa come una rinuncia, ma come un atto di responsabilità verso il proprio benessere psicologico. Le scelte più solide spesso nascono quando si ha lo spazio per ascoltarsi, senza l’urgenza di dover decidere immediatamente.
Potrebbe essere utile, in questa fase, intraprendere un percorso di supporto psicologico che le consenta di esplorare il rapporto con le aspettative, con l’ansia e con l’idea di futuro, in un contesto accogliente e non giudicante. Questo spazio potrebbe aiutarla a distinguere ciò che sente di dover fare da ciò che desidera realmente.
Desidero sottolineare un aspetto fondamentale: il suo valore personale non è definito da un titolo di studio né dalla capacità di rispondere alle aspettative altrui. Il fatto che stia riflettendo in modo così profondo su di sé e sul proprio percorso è indice di maturità, sensibilità e consapevolezza.
Si conceda il tempo necessario per ascoltarsi. La costruzione di una strada autentica è un processo graduale, e non richiede risposte immediate.
9 FEB 2026
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Salve Giorgia, vorrei dirle che io non la conosco e che rispondo a questa domanda premettendo di non volerlo fare in modo in modo classico o troppo tecnico, ma con le immagini che mi sono venute in mente mentre leggevo quello che lei ha scritto e la situazione che lei ha narrato. Leggendo il suo testo mi sono immaginata una giovane ragazza che ha tanto bisogno di sentirsi e voglia di ascoltarsi, che di punto in bianco prende, lascia andare tutte le gabbie e le costrizioni in cui ha vissuto sinora e parte per un lungo viaggio. Non so di che tipo di viaggio si tratta, perché il concetto di viaggio può essere vissuto in tanti modi diversi, ma sicuramente un viaggio finalmente solo suo e che aspetta di essere vissuto. Capisco la paura, capisco l'ignoto e la sensazione di assenza di sostegno che questa scelta causa dal momento in cui, se non si fanno scelte coerenti con le aspettative genitoriali, la paura sarà quella di rimanere davvero sola con il mondo e con la propria vita in mano. In questo momento lei mi sembra anche avere idee abbastanza chiare su ciò che sono i suoi bisogni e cosa vorrebbe fare per star meglio, ma è anche vero che potrebbe aver bisogno di un supporto e sostegno psicologico per farlo e per affrontare anche le conseguenze che la scelta di intraprendere il suo viaggio nel mondo comporterà poi nella sua vita; dico questo perché da quello che lei ha scritto i suoi genitori potrebbero non prenderla bene, potrebbero esserci dei litigi, invalidazione emotiva, vissuti di colpa e di abbandono difficili da sostenere e un percorso psicologico potrebbe essere utile sia per gestire questo enorme carico emotivo e sia per non sentirsi soli a dover affrontare tutto questo.
Spero tanto che avrà il coraggio di iniziare questo suo viaggio e che attraverso ciò scoprirà finalmente quelli che sono i suoi desideri, quello che lei vuole davvero fare nella vita per essere felice.
9 FEB 2026
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Buongiorno,
ti ringrazio per aver scritto con così tanta chiarezza e sincerità. Da quello che racconti emerge una grande fatica, ma anche una forte capacità di ascoltarti: non è scontato a 19 anni riuscire a dare parole a tutto questo.
Provo a restituirti ciò che si sente leggendo la tua storia, usando un approccio che parte dall’esperienza vissuta, non da “etichette” o soluzioni preconfezionate.
Quello che descrivi assomiglia molto a un **loop di obbligo e prestazione**: per molti anni lo studio è stato il luogo in cui hai imparato a essere “brava”, a rispondere alle aspettative degli altri e anche alle tue. I voti ti hanno dato riconoscimento, valore, forse la sensazione di esistere “nel modo giusto”. Ma questo è avvenuto a un costo molto alto: ansia, stress, attacchi di panico, e un progressivo allontanamento dal desiderio.
Non sembra che tu abbia “odio per lo studio” in sé, quanto piuttosto per **uno studio vissuto come dovere identitario**, come qualcosa che definisce chi sei e quanto vali.
Nel passaggio dalla scuola all’università si è rotto qualcosa di importante: finché c’erano binari chiari (compiti, interrogazioni, voti) riuscivi a reggere, anche se soffrendo. Quando invece è comparsa la domanda “che cosa voglio fare della mia vita?”, sei rimasta senza appigli. Non perché tu sia vuota o priva di ambizioni, ma perché **nessuno ti ha mai davvero chiesto cosa desideravi**, prima di chiederti di andare bene.
Il confronto con i tuoi coetanei che “sapevano già” è stato doloroso perché ha amplificato una sensazione di mancanza: come se in te ci fosse qualcosa che non funziona. In realtà, potremmo leggerla diversamente: tu non avevi uno spazio interno libero per ascoltare interessi e curiosità, perché per molto tempo quello spazio è stato occupato dal “devo”.
La scelta dell’università, fatta di fretta e definita da te stessa come “meno peggio”, sembra coerente con tutto questo: non una scelta desiderata, ma una scelta **per non deludere**, per non fermarsi, per non creare fratture. Ora però il corpo e le emozioni stanno dicendo chiaramente che così non reggono più. La mancanza di motivazione, il sentirti obbligata, il confronto costante con gli altri non sono segnali di pigrizia o fallimento, ma **messaggi di sofferenza**.
Il conflitto con i tuoi genitori appare molto centrale. Loro sembrano guardare al tuo futuro soprattutto in termini di sicurezza ed economia, mentre tu stai cercando di difendere qualcosa di più fragile ma fondamentale: la possibilità di scegliere per te. Quando ti senti dire che sei “brava” e quindi *devi* studiare, è come se la tua identità fosse ridotta a una funzione. Non stupisce che tu ti senta sbagliata, senza ambizioni: quando il desiderio non è riconosciuto, finisce per sembrare che non esista.
La tua idea di fermarti, di sospendere l’università per conoscerti meglio, non suona come una fuga, ma come un tentativo di **riprendere contatto con te stessa**. Dal punto di vista fenomenologico, è come se tu stessi cercando uno spazio di pausa per capire “che senso ha questo per me”, prima ancora del “che cosa devo fare”. Questo è un movimento sano, anche se fa paura a chi ti sta intorno.
Forse, più che decidere subito *se* continuare o *cosa* fare, potrebbe essere importante concederti il diritto di **non sapere** per un po’. Non come vuoto, ma come tempo di esplorazione: fare esperienze, corsi, lavori, contatti, e osservare cosa ti smuove anche solo un minimo. Il desiderio spesso non arriva come una grande passione improvvisa, ma come piccoli segnali che vanno ascoltati con calma.
Se senti che questa fatica sta diventando troppo pesante, potrebbe essere molto utile avere uno spazio tuo (come un percorso psicologico) in cui poter separare le tue domande da quelle dei tuoi genitori, e provare a capire chi sei al di là dell’essere “brava”.
Non sei in ritardo, non sei sbagliata e non sei senza ambizioni. Sei una persona che sta cercando di passare da una vita vissuta per aspettative a una vita un po’ più tua. E questo passaggio, anche se doloroso, è profondamente umano.
8 FEB 2026
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Buongiorno Giorgia, dal tuo racconto emerge con molta chiarezza una sofferenza che non riguarda tanto “la scelta sbagliata”, quanto un rapporto con lo studio e con le aspettative che, da tempo, sembra essersi strutturato intorno al dovere più che al desiderio. Il vissuto di ansia, di blocco e di vuoto che descrivi non appare improvviso, ma come l’esito di un percorso in cui per molti anni hai funzionato molto bene sul piano delle prestazioni, a fronte però di un costo emotivo elevato.
In adolescenza e nella prima età adulta è frequente che l’identità personale non sia ancora definita in termini di interessi, passioni o progettualità future. Non “sapere cosa si vuole fare” a 19 anni non è un segnale di mancanza di ambizione, ma spesso indica che il processo di separazione dalle aspettative genitoriali è ancora in corso. Nel tuo caso, questo passaggio sembra particolarmente complesso perché il riconoscimento e il valore personale sono stati a lungo legati al rendimento scolastico, rendendo difficile ascoltare ciò che senti davvero.
L’università, più che essere la causa del tuo malessere, sembra aver funzionato come un attivatore, in quanto, ha reso evidente una frattura già presente tra ciò che fai e ciò che senti. Continuare un percorso che vivi come imposto può alimentare ulteriormente ansia, demotivazione e senso di inadeguatezza, soprattutto se accompagnato dal confronto con i coetanei e dal timore di deludere.
Allo stesso tempo, è però comprensibile che tu non riesca ora a scegliere “un altro corso”. Quando si è molto sotto pressione, ogni decisione rischia di essere vissuta come un’ennesima forzatura. In questi momenti, fermarsi non è un fallimento, ma può rappresentare uno spazio di pensiero.
Prendersi del tempo per esplorare, fare esperienze diverse, lavorare, frequentare corsi brevi o orientativi può aiutarti a distinguere ciò che desideri davvero da ciò che senti di dover fare.
Il conflitto con i tuoi genitori sembra ruotare attorno a due visioni diverse del futuro: la loro, centrata sulla sicurezza e sulla realizzazione attraverso lo studio, e la tua, che in questo momento chiede prima di tutto ascolto, senso e benessere. È probabile che, pur partendo da intenzioni protettive, fatichino a vedere il costo emotivo che stai pagando.
Potrebbe inoltre essere molto utile per te avere uno spazio di ascolto individuale, come un percorso psicologico, che ti permetta di dare un significato a questa fatica, di lavorare sull’ansia legata alle aspettative e di costruire gradualmente un’immagine di te che non coincida solo con il “dover essere brava”. Non per decidere subito cosa fare, ma per iniziare a capire chi sei e di cosa hai bisogno in questa fase della tua vita.
Il fatto che tu ti stia ponendo queste domande, anche se dolorose, è già un segnale di maturità e di contatto con te stessa. Non sei in ritardo, sei in un momento di passaggio che merita tempo, rispetto e cura.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
7 FEB 2026
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Gent.ma,
intanto grazie per aver condiviso un pezzo molto importante del tuo vissuto!
E' comprensibile sentirsi confusi e sotto pressione quando si segue un percorso che non rispecchia i propri interessi, soprattutto se ci sono aspettative forti da parte dei genitori o della scuola. Tutto quello che hai descritto come la pressione esterna, le aspettative e il tuo passato di impegno scolastico, può farti sentire obbligata a fare scelte non tue.
Fermarsi a riflettere sulla proprie emozioni e sui propri interessi non è un fallimento ma un passo fondamentale per fare scelte autentiche.
Alcune domande e spunti che possono aiutarti:
Quali attività ti appassionano o ti fanno sentire viva anche fuori dal contesto universitario?
Ci sono esperienze, corsi, laboratori che ti piacerebbe provare senza dover scegliere subito un percorso definitivo?
Come la pressione degli altri influisce sulle tue scelte? Quali spazi di autonomia potresti creare per ascoltarti meglio?
Uno spazio di supporto psicologico può aiutarti ad esplorare queste domande, osservare le dinamiche familiari, gestire emozioni come ansia e senso di colpa e soprattutto, capire quali passi fare per seguire i tuoi interessi.
In questo momento il cambiamento parte da te: ascolta come ti senti, esplora i tuoi interessi e sperimenta nuove esperienze prima di prendere decisioni definitive sul futuro.
5 FEB 2026
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Buongiorno, comprendo profondamente il senso di oppressione e di smarrimento che sta attraversando in questo momento così delicato della sua giovinezza. È evidente come lei si trovi stretta tra il desiderio di ascoltare i suoi bisogni più autentici e il peso di aspettative esterne che sembrano aver guidato gran parte del suo percorso fino ad ora. Il fatto che lei abbia sempre studiato per senso del dovere, arrivando a vivere lo studio con sofferenza, suggerisce quanto sia faticoso cercare di corrispondere a un’immagine di "eccellenza" che non sente appartenerle davvero. Sentirsi in un loop e svegliarsi con il dubbio sul senso delle proprie azioni è un segnale importante che la sua mente le sta inviando: è il bisogno di ritrovare se stessa al di là dei voti e dei risultati. La pressione che avverte da parte dei suoi genitori, pur se mossa da una loro idea di bene e sicurezza economica, sembra purtroppo soffocare il suo spazio di esplorazione, facendola sentire sbagliata o priva di ambizioni. In realtà, prendersi del tempo per capire chi si è e cosa si desidera non è un segno di fallimento, ma un atto di grande responsabilità verso la propria vita e la propria felicità. La confusione che prova è legittima e merita di essere ascoltata senza la fretta di dover fornire subito una risposta o una nuova iscrizione universitaria. Validare il proprio vissuto e concedersi la possibilità di non essere perfetta secondo i canoni altrui è il primo passo per uscire da quel senso di obbligo che spegne la curiosità e l'entusiasmo.
Un percorso psicologico può essere utile a comprendere meglio la situazione e ad affrontarla.
Dott. Patrizio Riccardi | Psicologo in presenza e online
5 FEB 2026
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Buonasera,
quello che racconti è molto chiaro e, soprattutto, molto comune in ragazzi e ragazze che sono sempre stati “bravi”, responsabili e con alte aspettative addosso. Il senso di loop, lo stress costante e la domanda “cosa sto facendo della mia vita” non indicano mancanza di ambizione, ma un forte conflitto tra ciò che ti è stato richiesto e ciò che senti davvero tuo.
Da un punto di vista psicologico, sembra che tu abbia costruito a lungo il tuo valore sul rendimento e sull’approvazione, più che sull’interesse e sul desiderio. Quando questo equilibrio si rompe (fine scuola, scelta universitaria), emergono ansia, blocco e vuoto motivazionale. Non perché tu sia sbagliata, ma perché non hai mai avuto spazio reale per ascoltarti.
La tua idea che lo studio debba nascere dall’interesse e non dalla forzatura è molto sana. Fermarsi, esplorare, fare esperienze o corsi non è “perdere tempo”, ma investire sulla conoscenza di sé. Il problema non è l’università in sé, ma scegliere sotto pressione e per aspettative altrui.
Un percorso psicologico può aiutarti a:
-eparare le aspettative dei tuoi genitori dai tuoi bisogni
-ridurre ansia e senso di colpa
-capire cosa ti muove davvero, senza fretta
-prendere decisioni più tue e meno difensive
Se lo desideri, puoi intraprendere un percorso di supporto psicologico con me: uno spazio sicuro per fermarti, fare chiarezza e costruire un progetto che parta da te, non da ciò che “dovresti essere”.
Chiedere aiuto, in questo momento, è un atto di maturità, non di rinuncia.
Ricevo anche online
5 FEB 2026
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Buongiorno Giorgia,
da quello che racconti emerge una forte pressione legata alle aspettative, più che una mancanza di capacità o di valore personale. L’ansia, gli attacchi di panico e il blocco rispetto allo studio sembrano segnali importanti di un conflitto tra ciò che ti viene chiesto e ciò che senti davvero tuo, il che avviene in una fase di transizione e passaggio che spesso rappresenta una sfida evolutiva complessa per le persone: la scelta dell'università, cosa voler fare da grandi, etc.
A 19 anni è legittimo non sapere ancora cosa vuoi fare: fermarsi, esplorare, fare esperienze diverse o corsi brevi ed alternativi all'università, ad esempio, non significa “fallire”, ma prendersi sul serio. In questi passaggi spesso il tema non è se studiare, ma per chi e a che prezzo lo si fa.
In queste situazioni un percorso di sostegno psicologico può aiutarti ad orientarti meglio rispetto a questi stati d'animo, a lavorare sull'ansia e stress che percepisci e permetterti di distinguere meglio i tuoi desideri personali dalle aspettative familiari, per costruire scelte più consapevoli, senza fretta né forzature. Prenderti questo spazio ora può essere un investimento importante per il tuo benessere futuro.
Resto a disposizione e ti auguro il meglio,
Dott. Lorenzo Atti
5 FEB 2026
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ciao Giorgia, inizio col dirti che ognuno è nel suo tempo e se tu ora non ti senti pronta o ritieni che non sia il percorso adatto a te, sei sempre in tempo per fermarti o prenderti una pausa. Comprendo che il peso delle aspettative che possono avere i tuoi genitori sia un "fardello pesante", ma se questa situazione ti crea del malessere il mio consiglio e di palesare ancora una volta a loro questo tuo stato d'animo.
Se cio non dovesse essere d'aiuto potremmo trovare insieme, anche ai tuoi genitori, una quadra, poiché è chiaro che c'è una resistenza da parte dei tuoi genitori dovuta a una loro visione delle cose
ti saluto per qualsiasi cosa non esitare a scrivermi
Dott. Michele Cozzolino
4 FEB 2026
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Cara Giorgia, dalle tue parole emerge una grande sofferenza legata alle aspettative genitoriali, queste implicano desideri e proiezioni che possono essere sia uno stimolo positivo (se realistiche e basate sulle capacità del figlio) sia una fonte di stress e ansia (se eccessive o irrealistiche), e possono portare a sensi di inadeguatezza e a costruire una personalità che non corrisponde alla propria natura.
A 19 anni è del tutto normale non sapere ancora cosa si vuole fare (a volte anche persone adulte hanno i tuoi stessi dubbi), non sei sbagliata anzi, stai cercando di capire chi sei, cosa vuoi, e il tuo posto nel mondo.
In questo momento forse Il tuo corpo ti sta comunicando un bisogno di fermarsi per ascoltarti e capirti maggiormente è già questo è un passaggio importante che stai riuscendo a fare.
Un caro saluto,
Dottssa Cecilia Elena Zanchi
3 FEB 2026
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Cara Giorgia,
la tua narrazione restituisce con molta lucidità il peso di aspettative elevate, la mancanza di uno spazio autentico per esplorare i tuoi interessi e il senso di smarrimento che ne deriva. Non c’è nulla di “sbagliato” in quello che provi: è l’effetto di anni in cui il successo scolastico è stato vissuto come un dovere più che come una scoperta personale, fino a trasformarsi in ansia, panico e blocco motivazionale.
Dal punto di vista clinico, quello che descrivi è un ciclo tipico: pressione → performance → gratificazione esterna → ulteriore pressione → esaurimento. Oggi il sistema non regge più e ti sta comunicando chiaramente un bisogno di pausa e di scelta consapevole. Non è mancanza di ambizione, ma necessità di costruire un orientamento tuo, non derivato.
In un’ottica cognitivo-comportamentale ed ericksoniana, ciò che conta ora non è “trovare subito la facoltà giusta”, ma interrompere il loop automatico della scelta per compiacere. È legittimo non avere a 19 anni una direzione definita; molti la costruiscono solo dopo aver fatto esperienze diverse, concrete e non accademiche. Uno stop temporaneo non è un fallimento, ma un intervento di regolazione: ti permette di recuperare contatto con ciò che senti, testare interessi e ridurre l’ansia anticipatoria.
Le reazioni dei tuoi genitori, per quanto difficili da gestire, nascono dalla loro paura del futuro e non da una valutazione del tuo valore. Ma la vita che stai costruendo è la tua, e le scelte richiedono anche tempi psicologici che loro non possono imporre.
Un percorso psicologico in questa fase potrebbe aiutarti a distinguere la tua voce interna da quella delle aspettative esterne, lavorare sull’ansia da prestazione e sostenerti nel definire, passo dopo passo, un progetto che ti rappresenti.
Il fatto che tu stia cercando di ascoltarti e di fermare l’automatismo è già un primo, importante atto di maturità. Non sei indietro: stai facendo chiarezza.
3 FEB 2026
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Buongiorno,
ti rispondo vestendo oggi i panni da psicologa, ma con la consapevolezza di aver indossato per tanto tempo abiti da studentessa. Quello che vivi è doloroso, ma è anche lucido, profondo e comune, anche se spesso chi attraversa questi momenti si sente sbagliato e sperimenta la solitudine. Non stai attraversando un “capriccio”, né una mancanza di ambizione. Credo piuttosto, che tu stia attraversando una crisi di senso, del tutto normale nella fase dei giovani adulti: è il momento in cui stai costruendo la tua identità da adulta, in cui ti stai affacciando ad un mondo che visto da fuori e dagli occhi degli adulti più grandi, può fare paura, in particolar modo se si è sensibili, responsabili, abituati a “fare tutto e bene”.
Il punto su cui è più giusto ora interrogarsi non è psicologia sì o psicologia no, e nemmeno università sì, università no. Il punto forse è chiedersi se le scelte finora fatte sono state guidate più da ciò che “dovevi essere per gli altri” o da ciò che davvero vuoi essere per te stessa. Questo può essere un buon punto di partenza per rispondere poi gradualmente al resto delle domande che ti poni.
3 FEB 2026
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La crescita presenta una grande sfida. Saper rinunciare al riparo confortante del volere degli altri e delle loro aspettative per lanciarsi senza assicurazione alcuna e senza garanzia nella propria vita orientata dal proprio desiderio. É la sfida dell’adolescenza, della post-adolescenza, dell’uscita dalla scuola che porta ad affacciarsi sul mondo. É rinunciare alle comodità e alla protezione dell’infanzia dove basta solo lasciarsi essere quello che i genitori desiderano per rendere tutti felici. Quando basta essere come gli altri e fare quello che gli altri pensano per sentirsi a posto. Tuttavia, fare delle aspettative o delle richieste altrui ciò che orienta le proprie scelte per il futuro, fare del desiderio degli altri il proprio desiderio porta a spegnersi. Come lei riporta, Giorgia, viene chiesto il conto: malessere, angoscia, umore depresso.
3 FEB 2026
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Cara Giorgia,
ti ringrazio per aver condiviso questo momento per te così complesso. La tua è una fase di vita delicata, in cui si muovono i primi passi nel mondo esterno e in cui piano piano ci si inizia a definire come giovani adulti. Il primo aspetto che mi sento di rimandarti è che non sei sbagliata se senti di avere più domande che risposte in questo momento e che l'incertezza fa parte del processo di crescita. Anche il conflitto fa parte di questo processo: i tuoi genitori vedono quello che accade attraverso le loro lenti e ti propongono ciò che, nel loro modo di vedere e in base alla loro storia, è la cosa migliore che possano darti; tu però stai crescendo e va bene se le tue lenti non coincidono appieno con le loro.
Credo che sia però importante che questo conflitto possa essere esplicitato e che porti ad un confronto in cui l'esperienza e le lenti dei tuoi genitori diventino una risorsa per il tuo percorso e non un'alternativa alla scoperta di te e dei tuoi bisogni. Altrimenti, il rischio è che tu senta di doverti prendere cura dei loro bisogni, sacrificando i tuoi, o che l'unica opzione per ascoltare te stessa sia tagliare quelle relazioni, che sono invece importanti e preziose. Così come tutto il resto, anche le relazioni in questo momento di vita vengono ridefinite: piano piano, diventano delle relazioni in cui non c'è più un'asimmetria così importante tra genitori e figli, ma entrambi si iniziano a posizionare sullo stesso piano, che è quello adulto. Questo processo può tuttavia essere complicato, soprattutto se la crescita e la separazione hanno dei significati particolari nella storia di quella famiglia. Pertanto, se senti che questo movimento è particolarmente difficile, non avere timore di chiedere il sostegno di un professionista, che possa accompagnarvi nel trovare un nuovo equilibrio, migliore possibile per ciascuno di voi.
Augurandoti il meglio,
dott.ssa Margherita Clemente
3 FEB 2026
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Buongiorno Giorgia
Piacere
Dott.ssa Alice Vacca
Credo sia un momento molto interessante della vita: prova ad andare da qualche collega per iniziare un bellissimo percorso e cercare di capire volta per volta chiuse e cosa vorresti!
Direi che adesso per te nn è il momento di fare una scelta così importante con tanta confusione dentro di te...
In bocca al lupo per il tuo percorso brillante che ti porterà a ritrovare ciò che desideri.
Serena giornata
Dottoressa Alice Vacca
2 FEB 2026
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Buongiorno Giorgia,
da quello che scrive appare evidente che in lei c'è un interesse per quelle che sono le scelte, le motivazioni, i desideri dell'essere umano. Questo non coincide per forza, ovviamente, con lo studiare psicologia o fare la psicologa: vi sono valentissime persone che hanno declinato il loro interesse per la persona in tantissimi campi diversi.
Mi sembra però che, così come il suo interesse per la psiche ha diritto a esistere ce l'abbia anche la sua confusione, tanto più frequente nelle persone che sono state studenti e studentesse "giudiziosi" al liceo, e anche se senz'altro esistono giovani donne e uomini che pensano che lo studio ci debba prima di tutto interessare tuttavia vi sono anche persone che hanno studiato determinate materie per motivi completamente diversi da questo.
Io credo che il punto fondamentale sia cosa vuole lei per sé: che tipo di persona vuole essere, che tipo di vita pensa potrebbe piacerle? Insomma, in una frase: cos'è fondamentale per Giorgia? Perché il lavoro può essere una parte dell'identità (l'equivalente di "da grande voglio fare...") ma può essere anche un modo per esprimere i propri talenti (non è detto che una persona che sa disegnare bene voglia fare la pittrice, potrebbe trovare uno spazio per la sua creatività anche nel cake design, per dire) oppure un modo per raggiungere una vita desiderata ("voglio guadagnare tanto per potermi permettere questo" oppure "Voglio vivere in montagna quindi ho pensato di fare questo lavoro"). Lei ha ragione a desiderare uno spazio e un tempo per prendere una decisione che senta più "sua" e mi permetto di suggerire che una ricerca di sé, condotta (nel caso in cui ne avesse voglia) con una psicoterapia potrebbe aiutarla significativamente.
Le faccio i miei migliori auguri
Dott.ssa
V Rastrelli
2 FEB 2026
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Cara Giorgia
quello che stai vivendo non è confusione immatura, ma un conflitto identitario molto chiaro, non è mancanza di ambizione ma il risultato di anni in cui hai funzionato bene per gli altri, non per te.
Tu non hai mai studiato perché ti interessava, ma perché: dovevi essere all’altezza, non deludere, mantenere un’immagine di “brava”.
I voti hanno funzionato come regolatore dell’autostima, non come espressione di un desiderio.
Quando questo meccanismo si è saturato, sono arrivati: ansia, attacchi di panico, rifiuto dello studio.
Questo non è un fallimento: è il segnale che quel sistema non regge più.
Hai fatto una scelta difensiva e affrettata, non sbagliata moralmente, ma non tua.
E oggi lo senti nel corpo prima ancora che nella testa: assenza di motivazione, senso di obbligo, loop mentale.
Cambiare corso adesso, solo per “restare all’università”, rischia di ripetere lo stesso errore.
I tuoi genitori sono solo preoccupati per te. Esprimo paura.
Mettere in pausa la decisione definitiva (né continuare forzando, né mollare impulsivamente) potrebbe essere una soluzione temporanea mentre inizi e fai un percorso di orientamento psicologico, non motivazionale, ma identitario.
Sono disponibile per un consulto.
A presto