Non riesco a stare in società

Inviata da Jordi · 30 lug 2025 Crisi esistenziale

È un sentimento che provo spesso. Spesso mi chiedo dove sia il mio posto e non parlo solo di quello fisico. Oggi ho 32 anni e sento che il mio malessere è esploso dopo la fine della scuola superiore. Quello che ancora oggi mi porto dietro è la sensazione di essere stato dimenticato da tutto e tutti. Perché la scuola? A cosa serve studiare? Cos'è il lavoro? Perchè negli anni in cui ho subito bullismo nessuno mi ha chiesto come stavo? Tutte questioni che ho cominciato a pormi quasi alla soglia dei 30 anni e che mi hanno lasciato perplesso. Comunque, sono stato in uno studio più volte. Quando avevo circa 8 anni sperimentai degli episodi in cui mi sentivo scollegato dalla realtá e perdevo la cognizione del tempo. Mi sembrava come essere in un sogno. Poi quando avevo circa 12 anni consigliarono a mia madre di parlare con qualcuno perché ero stato a prostitute, abitudine che poi si è insidiata nella mia vita grazie al facile accesso ad internet e che ancora oggi aleggia nelle mie giornate. Come dicevo , a 18 anni cominciai a stare male: disturbo ossessivo compulsivo. Passavo ore ed ore a guardarmi allo specchio o a pulirmi i denti in modo così minuzioso ed estenuante tanto da provare nausea. In Italia provo la terapia breve strategica e qualcosa migliora. Ora c'è un passaggio importante perché da Milano finisco a Barcellona. Inizialmente venni a trovare mia sorella, lei tornó in Italia mentre io rimasi, spinto principalmente dall'assenza di senso, dalla voglia di dimostrare qualcosa al mondo e a me stesso a costo di perdere la mia direzione nella vita. In quegli anni l'aria nella casa in Italia era diventata pesante , negli anni della crescita mia e di mia sorella nostra madre era spesso frustrata per via di due fratelli malati uno di autismo e l'altro di disturbi psicologici gravi. Mio zio tentò il suicidio 5 volte. È probabile che quella frustrazione la scaricasse su di noi e non so dire se in episodi occasionali o per un periodo prolungato. I miei genitori non li avevo mai visti molto uniti e in fondo giá sapevo quello che sarebbe successo: avevo 21 anni, mia madre partí e per due anni tornò più lasciandomi da solo a sostenere emotivamente (per come potevo) mio padre. Qualche tempo dopo torno a Barcellona, non avevo minimamente un piano o dei risparmi e alla mia giá iniziale fragilitá si sommarono le difficoltá del trovarmi in un nuovo paese. Mi ero intestardito e intanto l'avversione verso la mia famiglia cresceva. Perché lo sto facendo ? Perché mi trovo qui? Non ricordo come ne quando contatto un centro specializzato in disturbi d'ansia e da lì inizio un nuovo percorso che porta alcuni frutti ed una diagnosi di disturbo evitante di personalitá. La terapia di conclude dopo vari anni con il rammarico del terapeuta per non aver compreso i miei bisogni . La mia delusione è alle stelle e giorno dopo giorno mi sento sprofondare. Sono anni che non riesco ad integrarmi in un posto di lavoro, le persone attorno a me mi rifiutano, mi dicono che sono strano e che penso troppo. Qualche tempo dopo essermi ripreso contatto un nuovo centro, mi assegnano una terapeuta, dopo 10 sessioni mi ritrovo a parlare con la direttrice perché non comprendono il mio comportamento. Sono stanco. Vorrei solo dire che sono stanco. Qual è la mia strada? Dove sono io? Perché mi sento così lontano da me?
È probabile che gli eventi non siano cronologicamente coerenti ed è dovuto al fatto che ho dei buchi temporali e avrei bisogno di raccogliere più informazioni per fornire una miglior ricostruzione.

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Miglior risposta 31 LUG 2025

Caro,
non importa se la narrazione non segue un ordine preciso, perché ciò che arriva — con tutta la sua forza e il suo dolore — è l’intensità del vissuto che sta cercando di raccontare. Le sue parole sono dense, sincere, attraversate da una fatica che non è solo quella del presente, ma quella sedimentata nel tempo, negli anni, nelle domande senza risposta che l’hanno accompagnata troppo a lungo.

Lei sta cercando da tempo un posto nel mondo, e lo fa con uno sforzo immenso, dentro un percorso a ostacoli fatto di tentativi, cadute, rifiuti, ricominciamenti. E anche adesso, in questo suo “vorrei solo dire che sono stanco”, c’è qualcosa che grida il bisogno di essere visto non per il sintomo, non per la diagnosi, ma per quello che è: una persona che ha lottato molto, spesso in silenzio, e che merita ascolto autentico.

Mi colpisce la lucidità con cui attraversa le tappe della sua vita, senza negare, ma anche senza cercare scorciatoie. Non c’è vittimismo nelle sue parole, c’è piuttosto un dolore maturato e tenuto in piedi con grande solitudine. L’esperienza precoce di sconnessione dalla realtà, il trauma dell’essere esposto a contesti destabilizzanti, la confusione affettiva, il senso di colpa, le compulsioni, la difficoltà a sentirsi accolto nella terapia… tutto questo ha contribuito a costruire quella distanza da sé che ora cerca di colmare.

Forse proprio qui sta il punto più importante: lei non ha bisogno di una terapia che “inquadri” il suo comportamento, ma di uno spazio dove sentirsi finalmente contenuto, capito nella complessità e non semplificato in etichette. La diagnosi di disturbo evitante può aiutare a comprendere alcuni funzionamenti, ma non dice nulla della sua identità profonda, del suo bisogno di significato, del suo desiderio di vicinanza e di autenticità.

Lei non è sbagliato, anche se le hanno fatto credere il contrario. Non è “troppo strano”, anche se qualcuno ha avuto difficoltà a comprenderla. Ha solo un modo intenso, particolare e sensibile di percepire il mondo, e se questo è stato ignorato o frainteso, non è una sua colpa.

Il fatto che senta questa stanchezza non è un segnale di resa, ma un atto di sincerità. A volte è proprio lì, nella consapevolezza del limite, che può iniziare un nuovo modo di prendersi cura di sé — non più basato sulla prestazione o sul tentativo di essere “accettabile”, ma sull’ascolto di ciò che ha davvero bisogno.

Lei ha già fatto tanto, anche solo arrivando fino a qui. Forse ora si tratta non più di cercare chi la giudica, ma chi la incontra, davvero. E questo può richiedere tempo, certo, ma anche una piccola apertura: scegliere un terapeuta con cui possa esserci un rapporto umano prima che clinico, anche partendo da un semplice “sono stanco, ho bisogno di essere visto”.

Io, per quel poco che posso offrirle da qui, la vedo. E sento che in lei c’è ancora molto di non perso, anche se oggi si sente lontano da sé.

Con profondo rispetto,
Dott.ssa Sara Petroni

Dott.ssa Sara Petroni Psicologo a Tarquinia

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24 SET 2025

Buonasera,
Grazie per la sua condivisione.
Qual' e la nostra strada lo possiamo sapere solo noi,ma la nostra fragilità, le nostre paure, la sofferenza che portiamo.dentro, a volte ci impediscono di percepire chi siamo e chi vogliamo diventare. Non abbia paura di chiedere ancora aiuto, lavorare su stessi è assai difficile, doloroso ed in parte anche frustrante, ma accettare la nostra sofferenza, attraversarla e trasformarla nella nostra forza apportando via via piccoli cambiamenti nel modo di vedere noi stessi e la realtà che ci circonda è l' unica strada che abbiamo per stare meglio con noi stessi e con gli altri ed anche per trovare il "nostro" posto nel mondo.
Resto a sua completa disposizione.
Dott.ssa Erika Giachino

Dott.ssa Erika Giachino Psicologo a Alba

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5 AGO 2025

Grazie per aver condiviso con tanta sincerità e profondità la tua storia. Leggere le tue parole è un atto che impone rispetto, perché c'è dentro di esse una sofferenza autentica, vissuta, stratificata nel tempo, e c'è anche — nonostante tutto — il desiderio di comprendere, di guarire, di trovare un senso. E questo desiderio è una forza preziosa, anche se a volte può sembrare flebile.
Quello che descrivi non è solo un percorso di dolore, ma anche una grande testimonianza di resistenza. Hai cercato risposte, hai chiesto aiuto, ti sei messo in gioco anche quando tutto intorno sembrava crollare o non offrire appigli. È normale sentirsi stanchi, persi, lontani da sé dopo aver attraversato esperienze così intense e complesse. Il tuo sentirti senza un posto — fisico o emotivo — è più che comprensibile, perché ciò che ci aiuta a trovare radici è spesso proprio ciò che è mancato nella tua storia: accoglienza, comprensione, protezione.
Riguardo alla diagnosi di disturbo evitante di personalità, se dovesse essere confermata, è importante sapere che le difficoltà relazionali, l’evitamento dei legami per paura del rifiuto, e il senso di esclusione sociale che senti, non sono una tua colpa, ma un modo in cui la tua psiche ha imparato a proteggersi da un dolore profondo. Tuttavia, non è una condanna: è possibile imparare a costruire relazioni più serene, più stabili e gratificanti, lavorando con pazienza e delicatezza sulla fiducia, sull’autostima, sulla paura di essere ferito.
Un percorso psicologico realmente costruttivo non dovrebbe mai farti sentire giudicato, respinto o frainteso. Al contrario, dovrebbe essere un luogo sicuro dove poter esplorare questi vissuti, ricostruire pezzo per pezzo il tuo senso del sé e della tua storia, e — col tempo — riscoprire anche il desiderio di vivere, di amare e di sentirti parte del mondo.
Gestire eventualmente un disturbo evitante richiede tempo e un lavoro progressivo su:
-la consapevolezza dei propri pensieri automatici e dei meccanismi di difesa;
-l’esposizione graduale alle situazioni relazionali temute, con supporto e accompagnamento;
-il rafforzamento dell’autostima e dell’identità personale;
-la rielaborazione delle ferite del passato e del senso di esclusione che ti porti dietro.
Tutto questo è possibile. Anche tu puoi creare relazioni sane, trovare persone che ti apprezzino per chi sei, senza dover dimostrare nulla al mondo, ma semplicemente permettendoti di essere te stesso, con i tuoi tempi, con le tue emozioni, con la tua storia.
Ti invito davvero, con il cuore, a riprovarci. A offrirti la possibilità di iniziare un nuovo percorso di sostegno psicologico, questa volta con una guida capace di accoglierti nella tua interezza, senza fretta, senza etichette. Meriti di stare meglio. Dopo tutta questa sofferenza, meriti di essere felice. E io sono qui per te, se vorrai, anche in modalità online.
Con dolcezza, coraggio calma e fiducia… puoi ripartire da te stesso!
Resto a tua completa disposizione.
Un abbraccio sincero.

Chiara Ilardi Psicologo a Roma

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5 AGO 2025

Gentile Jordi,

leggerti è come entrare in un percorso a ostacoli vissuto in solitudine, tra dolore, ricerca, delusioni e resistenza. Il filo rosso che attraversa tutto ciò che hai raccontato sembra essere una domanda fondamentale: “Dove sono io?”, una domanda che non è solo esistenziale, ma profondamente identitaria.

Quello che descrivi, la fatica nel trovare un senso, la difficoltà a integrarti, la sofferenza relazionale, la delusione nei percorsi terapeutici, non è il segno di un fallimento, ma la prova concreta che stai continuando a cercare, a interrogarti, a lottare. E questo, in sé, è un atto di coraggio.

Il tuo vissuto parla di un disturbo evitante di personalità, ma anche di molto di più: parla di legami fragili, di un contesto familiare carico, di esperienze precoci non comprese né sostenute, di bullismo, di dolore non ascoltato. Parla anche di un’intelligenza sensibile, di un pensiero profondo, forse spesso giudicato “troppo”, ma che in realtà sta cercando spazio per respirare.

La stanchezza che descrivi è comprensibile, quasi inevitabile, dopo un cammino come il tuo. Ma non è definitiva. A volte il senso non si trova all’improvviso, ma si costruisce un passo alla volta, in relazione con qualcuno che sappia accogliere la tua complessità senza volerla ridurre a un’etichetta.

Ti invito a non arrenderti. Esistono approcci terapeutici che possono accogliere la tua narrazione in tutta la sua profondità, anche laddove altre esperienze non hanno funzionato. La tua voce merita di essere ascoltata in uno spazio sicuro, dove il tuo dolore non sia “strano”, ma semplicemente umano.

Un caro saluto,
Dott.ssa Diana Panaia
Psicologa

Dott.ssa Diana Panaia Psicologo a Reggio Emilia

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4 AGO 2025

Caro utente ,
Grazie per la sua profonda condivisione .
Credo fermamente che dentro di sé conosca la sua strada e il suo posto nel mondo è nella società .In uno spazio terapeutico sicuro e accogliente potrebbe intraprendere un viaggio per ritrovare se stesso ,grazie a un ascolto profondo di sé e di ciò che prova ,dalle sue condivisioni si avverte la necessità legittima di accogliersi nella comprensione .
Le suggerirei vivamente di intraprendere un percorso psicoterapeutico .
Disponibile anche online ,per ulteriori info non esiti a contattarmi .
Cordialmente .
Dr.ssa Alessandra Petrachi

Dott.ssa Alessandra Petrachi Psicologo a Rimini

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1 AGO 2025

Caro utente ,
grazie per la sua profonda condivisione .
Dalla sua faticosa e dolorosa esperienza emerge un grande risorsa, la sua volontà nonostante la fatica di volersi ascoltare e comprendere e accogliere .
Penso che lei possa partire proprio da li ,e in uno spazio terapeutico accogliente e sicuro certamente potrà accedere alle su risposte nel suo posto nel mondo e nella società .Le suggerirei di valutare la possibilità di intraprendere un nuovo percorso terapeutico con l intento questa volta di fare fiducia. se stesso cosi che in quello spazio possa farsi accompagnare nell'ascolto profondo di sè dal quale emergeranno le sue risorse con le quali familiarizzare per ritrovare se stesso .
Con rispetto, le auguro di trovare la sua strada .
Disponibile anche online
Cordialmente
Dr.ssa Alessandra Petrachi

Dott.ssa Alessandra Petrachi Psicologo a Rimini

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1 AGO 2025

Salve Jordi, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stesso utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL

Anonimo-192705 Psicologo a Roma

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31 LUG 2025

Grazie per aver condiviso tutto questo, davvero. È un atto di grande forza mettere in parole un'esperienza così densa, frammentata, dolorosa e solitaria. Anche il fatto che ti scusi per una possibile mancanza di coerenza temporale dice molto: tu vuoi capire, ma hai perso fiducia negli strumenti, nelle persone, nelle istituzioni, forse anche in te stesso.

Parto da qui: "Vorrei solo dire che sono stanco"
Questa frase è centrale. Non chiede soluzioni, non grida aiuto. Dice la verità, nuda e semplice. E ascoltarla, farle spazio, può essere il primo passo concreto. La stanchezza che racconti non è solo fisica: è esistenziale, relazionale, mentale. È una stanchezza di chi ha provato a stare al mondo senza riuscire a trovarvi un incastro, senza mai essere davvero visto, mai del tutto accolto, nemmeno quando aveva più bisogno.
Hai fatto terapie. Hai fatto viaggi. Hai fatto esperienze profonde, traumatiche, sfiancanti. Ma ci sei ancora. È importante sottolinearlo: ci sei, stai cercando un senso e ti stai raccontando con lucidità. Questo è un segnale potente, che non viene da una persona “strana” o “sbagliata”, ma da qualcuno che ha un livello di consapevolezza altissimo, forse proprio per la sofferenza che ha vissuto.

Le tue domande meritano spazio:

"Perché la scuola?"
Per te non è stata un luogo di formazione ma di ferite. Il bullismo ti ha lasciato addosso la sensazione di essere invisibile. E se nessuno si è mai fermato a chiederti come stavi, è normale che oggi tu ti chieda: "Allora a cosa è servito tutto questo?"
La scuola avrebbe dovuto formarti, accompagnarti, proteggerti. Se non l’ha fatto, non sei tu ad aver fallito. È lei, come istituzione, ad averti abbandonato.

"Cos’è il lavoro?"
Se tutti ti rifiutano, se ti senti sempre fuori posto, allora il lavoro diventa un altro luogo dove "non essere visti". È più che comprensibile che tu non riesca a integrarti se ogni ambiente lavorativo ti restituisce l'eco di un'inadeguatezza mai davvero tua.

"Dove sono io? Perché mi sento così lontano da me stesso?"
Questa è forse la domanda più profonda. La disconnessione che hai vissuto da bambino, quella che descrivi come sentirti "in sogno", fuori dal tempo, non è casuale. È una risposta del cervello al trauma, alla mancanza di un contenitore affettivo che potesse farti sentire al sicuro. E probabilmente oggi quel senso di irrealtà, quella distanza da te stesso, è ancora lì, a modo suo.

Senza pretendere di darti risposte assolute, posso offrirti una traccia, una piccola mappa iniziale:

1) Ricostruire il tuo passato non è solo un atto mnemonico, ma terapeutico
Quella frammentazione che senti può diventare una narrazione. Non per "sistemare" tutto, ma per iniziare a integrare, a tenere insieme i pezzi, anche quelli che sembrano inconciliabili. Una terapia può aiutarti in questo processo: si può lavorare insieme per costruire un filo rosso nella tua storia, un “prima” e un “dopo” che abbia un senso per te.

2) Il tuo modo di funzionare è stato adattivo, non patologico
Guardarti troppo allo specchio, vivere in modo ossessivo alcuni gesti, allontanarti dalla realtà, sviluppare evitamento relazional, tutte queste cose non sono “sintomi” nel vuoto, ma risposte intelligenti a un mondo che non ti ha contenuto quando ne avevi bisogno.

3) Forse il tuo problema non è che “pensi troppo”, ma che nessuno ti ha aiutato a pensare nel modo giusto
Non si tratta di "smettere di pensare", ma di trovare uno spazio in cui il pensiero sia accolto, riconosciuto, ascoltato senza giudizio. Un luogo in cui le tue domande non siano patologizzate, ma onorate.

Potresti:

- Iniziare un lavoro terapeutico di ricostruzione biografica (anche creativa: usando mappe, simboli, dialoghi interiori).
- Riconoscere i copioni relazionali che ti si ripresentano.
- Esplorare cosa significa davvero per te “avere un posto”: nella società, nel lavoro, ma prima di tutto dentro di te.

Sento il peso della tua storia e non ho intenzione di ridurla a una diagnosi, a una strategia, o a una consolazione vuota. Ma posso dirti questo: il fatto che tu stia scrivendo ora, a 32 anni, è una piccola ribellione alla solitudine. Ed è anche un segnale. Di qualcosa che resiste. Di qualcuno che c'è ancora, sotto tutto questo dolore.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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31 LUG 2025

Buongiorno
La sua strada lo può sapere solo lei.
Penso che lei abbia problemi di autostima ed altro.
Con il disturbo evitante tutto ciò di cui abbiamo paura e utile farlo, ci accorgeremmo una volta superato che la paura era solo nella mia testa.
Su rivolga ad uno psicoterapeuta, per farsi aiutare,
Lo può fare anche online.
Dottssa Patrizia Carboni
Psicologa psicoterapeuta
Roma

Dott.ssa Patrizia Carboni Psicologo a Roma

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31 LUG 2025

Caro Jordi,

la tua storia è segnata da esperienze molto intense e complesse, che hanno lasciato un’impronta profonda nel modo in cui vivi te stesso e il mondo che ti circonda. Sentirsi “dimenticati” o fuori posto, specialmente dopo periodi difficili come la scuola o in famiglia, è una ferita che spesso resta aperta più a lungo di quanto si immagini. Quel senso di vuoto e di spaesamento che descrivi non è raro in chi ha vissuto difficoltà di relazione e ambientali così pesanti, e spesso si accompagna alla necessità di trovare un proprio “posto” non solo fisico, ma anche emotivo e identitario.

Il percorso che hai fatto, fra terapie e cambiamenti di città, testimonia la tua forza e la tua voglia di comprendere e di star meglio, nonostante le difficoltà. Non è facile, infatti, affrontare disturbi come il DOC, l’ansia e un disturbo della personalità, né integrarsi in un contesto nuovo o nel mondo del lavoro quando ci si sente diversi o fraintesi.

Il tuo vissuto mostra anche quanto sia importante per te la ricerca di senso, un bisogno che attraversa tutta la vita umana, ma che può diventare particolarmente pressante quando le esperienze passate e i legami familiari hanno lasciato ferite aperte e mancanze di riconoscimento. È naturale sentirsi stanchi e smarriti in questo cammino, soprattutto se non si ha ancora trovato uno spazio dove sentirsi davvero accolti e compresi.

Il percorso terapeutico, per quanto difficile, rimane uno strumento fondamentale per provare a raccogliere quei “buchi temporali” e per mettere ordine nel caos interno, oltre che per costruire una narrazione coerente di sé. Ti incoraggio a continuare a cercare un terapeuta con cui costruire un rapporto di fiducia, che possa ascoltare senza giudizio e accompagnarti nel tuo cammino.

La strada non è mai lineare, e a volte si fa più buia prima di vedere un barlume di luce, ma ogni passo, anche il più piccolo, è un passo verso un maggiore benessere e una migliore conoscenza di te stesso. Non sei solo in questo cammino, e chiedere aiuto è già una grande dimostrazione di coraggio.

Un saluto sincero,

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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