15 NOV 2025
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Buonasera Ema,
dal tuo racconto, emerge la costruzione di un'autonomia necessaria, forse inevitabile, ma che ha finito col produrre un paradosso: ti percepisci come indipendente sul piano pratico e, nello stesso tempo, profondamente vulnerabile sul piano affettivo. È come se lo sguardo che rivolgi a te stessa fosse costantemente filtrato da un senso di inadeguatezza che non riguarda soltanto il corpo, il viso, l’apparenza, ma una sorta di sfiducia ontologica: l’idea che tu non sia, in fondo, degna di essere scelta per ciò che sei. La tua insicurezza non parla soltanto di estetica, ma di una storia relazionale in cui, spesso, sei stata collocata in una funzione. Gli uomini che hai incontrato non hanno colto la tua soggettività, ma la tua utilità: la madre che accoglie, la casa a cui tornare, il sostegno economico o emotivo da cui attingere. Non è irrilevante che tu dica “non li ho cercati”: come se, già in partenza, ti fossi trovata dentro relazioni costruite su di te ma non per te, dove il tuo valore veniva consumato anziché riconosciuto. In questo senso, ciò che hai sperimentato non è mancanza d’amore, ma forme d’amore asimmetriche, in cui tu davi e gli altri prendevano. È difficile, in tali condizioni, sentirsi desiderate: si diventa, piuttosto, necessarie. E la necessità, per quanto confortante per l’altro, raramente fa fiorire il desiderio.
“Non sono la principessa da salvare” è un’immagine che ribalta uno stereotipo, che rivela qualcosa di più profondo: nel tuo mondo interno non hai mai potuto permetterti la fragilità, la richiesta, il bisogno. Hai dovuto essere “autosufficiente” prima ancora di diventare adulta, e chi impara presto a cavarsela da sola spesso finisce con l’attribuirsi la colpa dei fallimenti altrui. Così, quando un uomo non ama davvero, o tradisce, o sfrutta, non interpreti l’accaduto come una loro incapacità di amare, ma come una conferma della tua presunta inadeguatezza. È importante fermarsi un momento su questa dinamica, perché è il cuore del problema. La tua insicurezza non è il semplice “non mi vedo bella”: è la conseguenza di una lunga esposizione a relazioni in cui sei stata trattata come risorsa, non come persona. E l’identità, quando si forma dentro rapporti così sbilanciati, finisce per costruirsi intorno a una domanda corrosiva: “Che cosa ho io che merita amore?”
Eppure il tuo testo contiene già un indizio prezioso: la lucidità con cui riconosci la struttura ricorrente dei tuoi legami. Questa consapevolezza non è banale; è l’inizio di un lavoro interiore serio, che può portarti fuori dal ciclo delle relazioni che ti consumano. Perché ciò accada, però, è necessario un gesto difficile: rivedere la posizione che assumi nell’incontro con l’altro, sospendere la disponibilità illimitata, permetterti di essere tu quella che sceglie. La tua storia ti ha insegnato a non chiedere, ma ora il compito è imparare - lentamente, con fatica - a non concedere tutto. Non c’è nulla, nel tuo racconto, che faccia pensare a una mancanza di valore. C’è, invece, una storia di valore non riconosciuto. Una storia che può essere ripensata solo se inizi a considerare l’idea che il problema sono stati spesso i contesti in cui sei stata collocata. Nel momento in cui questa prospettiva diviene stabile, molte dinamiche relazionali possono trasformarsi.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai