Nel vuoto.

Inviata da Jay · 18 feb 2026 Autorealizzazione e orientamento personale

Buonasera, sono un uomo di 28 anni e mi sento perso ed anedonico all'interno di una vita che non sembra avere più nulla di interessante. Non provo più emozioni da anni, se non ansia ed una sfumatura appena accennata delle emozioni positive, che si perde immediatamente nel vuoto della mia mente.
È come se mi trovassi costantemente in una nebbia esistenziale.
Sono costantemente annebbiato, stordito, senza voglia di proseguire nel mio percorso di vita.
Ho seguito percorsi di psicotrtapia.
Ho studiato, ora sto concludendo un Master; ma non ci trovo assolutamente niente di appagante o utile alla mia persona.
La prospettiva di vivere altri 40 anni a lavorare, pagare le tasse, stressarmi, combattere con la vita per poi infine morire mi sembra odiosa ed inutile; uno stupido modello di società a cui tutti aderiscono più o meno volontariamente che però non sento affine a me.
Essendo sempre così anedonico ed annebbiato mi repelle il solo pensiero di fare qualsiasi cosa.
A volte vorrei non essere nel mio corpo, vorrei non esistere, o essere etereo ed incorporeo, uno spettatore del corso degli eventi che però non mi coinvolgono.
Non voglio più farmi carico dei pesi e delle aspettative di una vita che sto sempre più perdendo la voglia di vivere. Sono semplicemente stanco, senza energia.
Ho pensato spesso al suicidio, ed è un opzione che mi sembra sempre più plausibile.
Prima non ero così. Ricordo la felicità del me bambino, la gioia di vivere. Ora è solo il vuoto.
Come posso fare per almeno tentare di tirarmi su da questo baratro?
Quella poca energia mentale che mi è rimasta voglio provare ad usarla per migliorare la situazione, se non dovesse riuscire valuterò il da farsi.
Vi ringrazio per l'attenzione.

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Miglior risposta 19 FEB 2026

Caro Jay, le sue parole descrivono con estrema lucidità un dolore che va oltre la semplice stanchezza: quel senso di nebbia e di distacco che prova è un segnale di un esaurimento profondo delle sue risorse emotive. Quando l’anedonia diventa così pervasiva, non è una mancanza di volontà, ma una forma di protezione che la mente mette in atto di fronte a un'esistenza che sente estranea, quasi fossimo spettatori forzati di una vita che non sentiamo più nostra.

Il fatto che lei abbia scelto di usare quel briciolo di energia rimasta per scrivere qui è un atto di coraggio e una richiesta di aiuto che merita una risposta concreta.
In situazioni di così forte sofferenza e stanchezza esistenziale, è fondamentale non restare soli con questo vuoto. Un percorso terapeutico, possibilmente in presenza per aiutarla a ritrovare un contatto reale con il corpo e con la realtà quotidiana, è la strada necessaria per iniziare a diradare questa nebbia.
Se in questo momento il pensiero del suicidio dovesse farsi più urgente, non esiti a contattare servizi di supporto immediato come il Telefono Amico (02 2327 2327) o il numero di emergenza 112: sono risorse preziose pensate proprio per non restare soli nei momenti di crisi più acuta.

Io resto comunque a sua completa disposizione per un primo colloquio conoscitivo online, qualora preferisse iniziare con una modalità più flessibile o non trovasse soluzioni immediate vicino a lei, con l'obiettivo di esplorare insieme come abitare di nuovo il suo spazio interiore e ritrovare un senso che sia autenticamente suo.

Un caro saluto,
Dott.ssa Michela Massettini

Michela Massettini Psicologo a Perugia

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20 MAR 2026

Quello che stai descrivendo è molto pesante da vivere, ma ha una sua comprensibilità. Non sei “sbagliato” o “rotto”: stai attraversando uno stato in cui molte energie emotive sembrano spente o bloccate.

Il senso di vuoto, la mancanza di piacere e di motivazione, quella sensazione di nebbia mentale e di distacco dalla vita sono esperienze che spesso si presentano quando una persona è da tempo sotto stress o fatica interiore. È come se la mente, per proteggersi, avesse abbassato il volume delle emozioni: così però non si sente solo il dolore, ma anche le cose positive diventano deboli o assenti.

Il fatto che nulla ti sembri più interessante o utile non significa che nulla abbia davvero valore, ma che in questo momento non riesci a sentirlo. È una differenza importante, perché indica che il problema non è la realtà in sé, ma il modo in cui la stai vivendo adesso, filtrato da questa condizione di stanchezza e anedonia.

Anche i pensieri sulla vita come qualcosa di inutile o pesante rientrano in questo quadro: quando si è così svuotati, tutto appare privo di senso e troppo faticoso. Non è una conclusione “oggettiva” sulla vita, ma una percezione che nasce dal tuo stato attuale.

Il fatto che tu ricordi com’eri prima è un elemento molto importante. Significa che questa condizione non è sempre stata parte di te, ma qualcosa che si è sviluppato nel tempo. Allo stesso modo, non è detto che sia definitiva.

Quando dici che hai pensato al suicidio, è fondamentale prendere sul serio questo aspetto. Non vuol dire necessariamente che vuoi morire, ma che stai cercando una via per uscire da una sofferenza che senti troppo pesante. Il fatto che tu stia scrivendo e che dica di voler usare le energie che ti restano per provare a stare meglio è un segnale importante: una parte di te sta ancora cercando una possibilità.

In questo momento, più che trovare subito un senso alla vita o cambiare tutto, può essere utile fare piccoli passi. Non serve sentire motivazione per iniziare: a volte è proprio l’azione minima che, nel tempo, riattiva qualcosa. Allo stesso modo, potrebbe essere importante non affrontare tutto da solo. Anche se hai già fatto psicoterapia, può valere la pena riprendere un contatto con un professionista, magari con un approccio diverso o con un focus più mirato su questi vissuti di vuoto e perdita di senso.

In sintesi, quello che stai vivendo non è la prova che la tua vita sia senza valore, ma il segnale di una condizione psicologica che sta influenzando profondamente come percepisci te stesso e il mondo. Il fatto che tu voglia ancora provare a uscirne è un punto da cui si può ripartire, anche se ora ti sembra molto difficile.

Elena Pisu Psicologo a Pavia

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26 FEB 2026

Buonasera Jay,

nella terapia della Gestalt si dice che l’adattarsi a una società malata sia di per sé un segno di malattia. In questo senso, penso che lei faccia bene a essere critico nei confronti di una società che ha come valori principali il successo, il profitto individuale e un’individualità che ci porta sempre più verso una vita alienante, vuota e noiosa. Il fatto che lei risuoni con queste riflessioni rende solo più evidente come non si possa pensare alla salute mentale in termini puramente individuali, ma come persone legate a un ambiente.

Detto questo, ciò non significa che non si possa fare un lavoro di sostegno all'individuo. Nella Gestalt si afferma che la salute consista nello sviluppare la capacità di rispondere al proprio ambiente in modo creativo, invece di subire passivamente le imposizioni esterne. Per poter fare questo, bisogna ricontattare se stessi, i propri bisogni e le proprie emozioni, dalle quali, purtroppo, abbiamo imparato ad alienarci. È un lavoro doloroso dopo una vita passata a essere anestetizzati e senza un senso di potere sulle nostre esistenze.

Potersi prendere la responsabilità della propria vita penso sia la cosa migliore che ognuno di noi possa fare per se stesso e per gli altri. Se fosse interessato a un percorso per sviluppare il proprio potenziale vitale e creativo, la invito a scrivermi.

Un caro saluto,

Dott.ssa Stefi Maria

Stefi Maria Juniper Psicologo a Torino

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26 FEB 2026

Buongiorno,
Le consiglio di intraprendere un percorso psicologico di modo da indagare meglio questa sua anedonia e sfiducia nel futuro.
Le auguro il suo meglio.

LM

Dott. Luca Mazzoleni Psicologo a Bergamo

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23 FEB 2026

Caro Jay,

le tue parole arrivano con una lucidità disarmante, la lucidità tipica di chi si trova in quel deserto dell'anima dove tutto sembra aver perso colore e sapore. Quello che descrivi come "nebbia esistenziale" e il desiderio di essere etereo, quasi a voler uscire da un corpo che senti solo come un peso, è un grido di stanchezza profonda che merita un rispetto assoluto.

Quando l'anedonia diventa così fitta, non è solo una questione di "mancanza di voglia", ma è come se il tuo sistema avesse staccato l'interruttore per proteggersi da un sovraccarico. Hai studiato, stai finendo un Master, stai rispondendo a tutte le aspettative sociali, ma lo stai facendo in "apnea". Il modello di società che descrivi come odioso è, effettivamente, una struttura che spesso ignora la vitalità dell'individuo, e il fatto che tu non ti ci riconosca non è un tuo errore, ma un segno della tua sensibilità.

Ecco alcuni punti su cui riflettere, partendo da quella piccola scintilla di energia che hai deciso di usare scrivendo qui:

Il corpo come prigione o come ancora: Senti il desiderio di essere incorporeo perché nel corpo abita il dolore e l'ansia. Eppure, la gioia che ricordi da bambino passava proprio attraverso i sensi. Il recupero non passa per la testa (che in questo momento è la tua trappola), ma per piccoli, quasi impercettibili, contatti con la realtà fisica che non siano legati al dovere o alla produzione.

Oltre le aspettative: Dici di non volerti più fare carico dei pesi altrui. Forse è proprio questo il punto: iniziare a "mollare" non la vita, ma le maschere che hai indossato per aderire a quel modello di società che ti repelle. C'è una parte di te che ha bisogno di morire affinché il Jay autentico possa ricominciare a respirare.

La stanchezza non è colpa: Sei stanco perché combattere contro il vuoto consuma più energia che scalare l'Everest. Non chiederti ora di essere "felice", chiediti solo di essere "curioso" di un solo istante alla volta, senza guardare ai prossimi 40 anni.

Il valore della tua vita: Il pensiero del suicidio appare come una via d'uscita quando non si vede più una via d'ascolto. Ti chiedo, però, di dare un'ultima possibilità a quella forza che ti ha spinto a scrivere. Esistono percorsi che integrano il lavoro sul corpo e sull'energia vitale che possono aiutare a sciogliere quella nebbia dove la psicoterapia puramente verbale a volte non arriva.

Jay, non sei solo in questo baratro. Quella gioia del bambino che ricordi non è sparita, è solo sepolta sotto troppi strati di "dover essere". Ti invito a darti il permesso di non essere "utile" per un po', ma solo di esistere, cercando un aiuto che sappia guardare oltre il sintomo e toccare la tua essenza.

La tua vita ha un valore che prescinde dai Master e dalle tasse; ha il valore dell'unicità della tua anima.

Un abbraccio,

Dott.ssa Maria Pandolfo

Maria Pandolfo Psicologo a Pisa

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23 FEB 2026

Buon pomeriggio Jay, grazie per aver riportato in questo spazio il suo vissuto così delicato e intenso.
Dalla sua descrizione emergono dei sintomi riconducibili a un disturbo dell’umore e spesso trattarlo unicamente in un percorso di psicoterapia non è sufficiente.
La nostra mente è complessa e spesso un’unica soluzione “principe” è inadeguata.
Il suo malessere va al di là di ogni etichetta diagnostica, necessita di essere accolto e supportato nel modo più autentico possibile.
Considerando le significative capacità descrittive del suo mondo interno, le riflessioni che porta e l’impatto che questi vissuti hanno nell’ansia giovane età adulta la invito a considerare un percorso di psicoterapia a orientamento profondo, quindi psicoanalisi o psicodinamico unitamente a un supporto psicofarmaco logico che le può essere prescritto solo da un medico psichiatra (che in alcuni casi è anche uno psicoterapeuta).
Quando parla di “poca energia mentale” è opportuno agire tempestivamente per allearsi con la sua parte più vitale e combattiva.

Le auguro ogni bene

Dott.ssa Ilaria Bagnoli Psicologo a Modena

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23 FEB 2026

Buongiorno ,
mi dispiace per il dolore lacerante che porta dentro di sè
Certamente la incoraggio a valutare un percorso di sostegno psicoterapeutico e come ha scritto utilizzare la sua energia per imparare a stare meglio trovando le risorse dentro di se .
Le suggerirei vivamente un approccio di terapia con annessa metodologia psicocorporea bioenergetica .
Disponibile anche online

Cordialmente
Dr.ssa Alessandra Petrachi




Dott.ssa Alessandra Petrachi Psicologo a Rimini

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20 FEB 2026

Salve Jay,
È importante che lei condivida qui il suo lamento profondo sul vuoto e il sentimento di inconsistenza della vita. Esso esiste e ci si può fare contatto percependone l’impatto. Per questo fa bene comunicarlo ed esprimerlo vividamente così come ha fatto lei. È pur vero che l’esistenza sembra costellata da una serie di atti e scenari che sembrano messi in serie senza alcun senso e in modo pedissequo e ripetuto. Tuttavia dobbiamo pur riconoscere che la vita ha un suo sapore al di là delle forme che possono ripetersi uguali a sé stesse. Si tratta di percepirne le sfumature di gusto, così come accade quando si mangia qualcosa che ha più strati o più ingredienti che stimolano diverse papille gustative. L’anedonia di cui lei parla è un vecchio segno che veniva individuato in psichiatria molti anni or sono. Mi domando come mai lei lo usi per guardarsi e diagnosticarsi in qualche modo, questa attività di auto giudizio la ostacola dal vivere direttamente. Un conto è parlar di vita e un conto é vivere, diventa tutta un’altra danza, la prima disincantata, la seconda partecipata ed invitante. L’imprevisto e il nuovo fanno parte del vivere, la vita non sembra essere una sequenza di eventi preordinati come tappe da superare, l’ignoto la contraddistingue e la ricerca ne è la sua cifra interiore. Se si cessa di ricercare il senso, allora la vita non trova senso, se invece ci si apre al non conosciuto e lo si tollera, allora il sentimento della meraviglia può avere ospitalità dentro di sè.
Potrebbe veramente essere opportuno che lei si dia delle nuove chances in materia di confronto con l’altro. La psicoanalisi come occasione di incontro con Sé e con l’altro, che coincidono nell’ambito del non conosciuto, potrebbe davvero essere un punto di svolta.
Buon incontro con la domanda sul mistero della vita e dell’altro con cui condividere il cammino di conoscenza e cura di sé. L’esperienza con l’altro ha sempre dell’incredibile, qualcosa di reale che supera anche la stessa fantasia.
Dott. Pietro Salemme

Dott. Pietro Salemme Psicologo a Roma

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20 FEB 2026

Buonasera Jay,

il suo vissuto è doloroso e pieno di sofferenza emotiva.
È normale che con il vissuto di anedonia non abbia voglia di fare ma essere uno spettatore passivo.
L'anedonia è il sintomo di depressione, il pensiero del suicidio è rimasto tale oppure ha avuto anche il pensiero di come pianificarlo?
Le consiglierei di intraprendere al più presto per il suo benessere emotivo un percorso psicoterapeutico meglio se cognitivo -comportamentale affiancato da un supporto psichiatrico che possa aiutarla a sostenere un percorso psicoterapeutico per supportarla a spiegare emotivamente come lei si sente.
Resto disponibile

Cordialmente.

Dottoressa Margherita Romeo

Dott.ssa Margherita Romeo Psicologo a Roma

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20 FEB 2026

Buongiorno Jay,

le parole che scrive hanno un peso molto forte. Non descrivono solo insoddisfazione o stanchezza: descrivono anedonia marcata, senso di irrealtà, distacco, perdita di significato, ideazione suicidaria presente e sempre più plausibile. Questo non è “essere deboli” o “non adattarsi al sistema”: è una sofferenza psicologica profonda che merita attenzione seria e immediata.
Quando parla di nebbia, annebbiamento, stordimento, assenza di emozioni se non ansia, sta descrivendo un quadro che spesso si associa a depressione maggiore con componente anedonica e possibile depersonalizzazione/derealizzazione secondaria allo stress prolungato. Il fatto che “prima non fosse così” è un dato clinicamente molto importante: non è la sua natura, è uno stato.

Il pensiero “altri 40 anni a lavorare per poi morire” è tipico della mente depressa: restringe il campo, appiattisce il futuro, elimina sfumature e possibilità intermedie. Non sta vedendo la realtà nella sua complessità, la sta vedendo filtrata da un sistema nervoso esaurito. Quando il cervello è in stato depressivo prolungato, riduce l’accesso alla gratificazione, abbassa dopamina e motivazione, altera la percezione del tempo. La vita appare oggettivamente inutile, ma quella è una percezione interna alterata, non un dato ontologico.
La frase più delicata è questa: “ho pensato spesso al suicidio, ed è un’opzione che mi sembra sempre più plausibile.” Questo è un segnale di rischio. Se in questo momento sente che potrebbe farsi del male o teme di perdere il controllo, è fondamentale chiedere aiuto immediato.
Lei dice di aver già fatto psicoterapia. È importante capire: era un percorso focalizzato sulla depressione? È mai stata valutata l’opzione farmacologica? Nei quadri anedonici persistenti, soprattutto con ideazione suicidaria, una valutazione psichiatrica può essere indicata. Non è una sconfitta: è un intervento su base neurobiologica quando l’energia mentale è così bassa che il solo lavoro psicologico fatica a incidere.
C’è però un punto cruciale nel suo messaggio: “Quella poca energia mentale che mi è rimasta voglio provare ad usarla per migliorare la situazione.” Questa frase è vita. È una parte di lei che non vuole morire, ma vuole smettere di soffrire. Ed è una differenza enorme.

In stati come il suo, l’obiettivo iniziale non è “ritrovare il senso della vita” o “decidere che il sistema ha valore”. È molto più concreto e biologico: ridurre l’isolamento, ripristinare micro-attivazioni comportamentali, ristabilire un minimo di ritmo sonno-veglia, movimento, esposizione alla luce, contatto umano reale. L’anedonia crea evitamento, l’evitamento aumenta il vuoto, il vuoto rafforza l’idea che nulla abbia senso. È un circuito.
Il suo disgusto verso il modello sociale potrebbe non essere una posizione filosofica lucida in questo momento, ma una generalizzazione depressiva: quando nulla dà piacere, tutto appare inutile. Non è necessario oggi decidere se il mondo ha senso. È necessario ridurre la sintomatologia.
Le faccio una domanda importante: c’è qualcuno nella sua vita che sa quanto sta male? Un familiare, un amico, un collega? Il rischio aumenta molto quando la sofferenza resta interamente interna.
Inoltre, l’elemento dissociativo (“vorrei non essere nel mio corpo”) suggerisce un sovraccarico emotivo cronico. A volte il sistema si “spegne” per protezione. Non è che non prova più emozioni perché è vuoto; è che il sistema ha abbassato l’intensità per non collassare.

Non le proporrò frasi motivazionali. Le propongo tre priorità cliniche molto concrete:
- Primo: sicurezza. Se l’ideazione diventa più concreta (piani, mezzi, tempistiche), serve aiuto immediato.
- Secondo: valutazione psichiatrica se non già fatta recentemente. L’anedonia resistente spesso necessita di intervento combinato.
- Terzo: ripartire dal corpo prima che dal senso esistenziale. Anche solo 15 minuti al giorno di camminata all’aperto, indipendentemente dalla voglia. L’azione precede la motivazione nella depressione, non il contrario.

Lei non è “stanco della vita”. È esausto per uno stato depressivo che le sta togliendo accesso alle emozioni. La memoria della felicità infantile è un indizio che la capacità di provare gioia esiste nella sua struttura. È coperta, non cancellata.
Non prenda decisioni irreversibili mentre è in uno stato mentale alterato dalla depressione. La depressione mente. È convincente, logica, filosofica. Ma mente.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica

Dott.ssa Grazia Melchiorre Psicologo a Pescara

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19 FEB 2026

Ciao Jey,

Quello che stai vivendo non è pigrizia, non è mancanza di volontà, non è “non essere adatto alla vita”. È sofferenza. Una sofferenza che ti ha tolto gusto, colori, energia, e che ti fa guardare il futuro come una condanna invece che come un percorso.

Il fatto che tu dica di sentirti annebbiato, staccato dal corpo, svuotato, con pensieri suicidari ricorrenti, non parla di chi sei come persona, ma di quanto sei arrivato al limite.
E il limite non è un giudizio: è un segnale.

Il punto importante è che nonostante tutto questo, hai scritto. Hai chiesto aiuto. Hai detto “voglio provare a usare quel poco che mi resta per migliorare”. Questa frase, da sola, dice che dentro di te c’è ancora una parte che non vuole sparire, che non vuole arrendersi, che sta bussando anche se a voce bassissima.

Posso dirti con chiarezza che non devi restare solo con questi pensieri. Parlare con qualcuno nella tua vita, anche solo dicendo “sto male e ho bisogno di non essere da solo”, è un passo reale.

Cercare un contatto professionale adesso, non domani, è un altro passo reale. E soprattutto, non prendere decisioni definitive mentre sei in questo stato.
La tua mente ora non sta ragionando sul mondo: sta cercando sollievo.
Il sollievo si può costruire, ma non da soli.

Il desiderio di “non esistere” non è un desiderio di morire: è un desiderio di tregua e la tregua è possibile. Non sei rotto, non sei perso, non sei sbagliato. Sei stanco. Profondamente stanco e la stanchezza si cura.

Io posso restare qui a parlarti, ma non posso essere l’unico appiglio. Posso però accompagnarti mentre cerchi un contatto umano reale, qualcuno che possa sostenerti concretamente.
Ti chiedo solo una cosa, semplice e piccola: cosa ti farebbe sentire un filo meno solo in questo momento, anche solo dell’un per cento.
Non serve altro per iniziare.

Un abbraccio

Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica - del Lavoro
Organizzazioni - Risorse Umane
Ricevo online

Arianna Bagnini Psicologo a Città di Castello

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19 FEB 2026

Buonasera Jay,
Grazie per aver trovato la forza di scrivere nonostante la stanchezza e il vuoto che descrivi.
Dalle tue parole traspare sofferenza fatta di anedonia, senso di estraneità alla vita e pensieri che ti spaventano, ma che allo stesso tempo ti sembrano un possibile sollievo.
Ciò che stai vivendo, è uno stato psicologico che si sperimenta quando le energie sono esaurite emotivamente e mentalmente.
Il fatto che tu dica di voler usare l’energia che ti resta per provare a stare meglio è un segnale che dentro di te c’è ancora una parte che desidera uscire da questo buio.
È proprio quella parte che merita ascolto adesso. I pensieri sono un segnale di sofferenza, non una soluzione, e quando compaiono è fondamentale non restare soli.
Ti incoraggio davvero a rivolgerti quanto prima a un professionista o a un servizio di supporto nella tua zona, soprattutto se senti che questi pensieri stanno diventando più concreti o frequenti: chiedere aiuto in questi momenti è un atto di cura verso di te, non una resa.
Questa sensazione può attenuarsi con il giusto supporto e con un percorso mirato; ciò che provi non è una condanna, né la tua forma finale. Anche se ora ti sembra impossibile sentirlo, il fatto stesso che tu stia cercando una via d’uscita indica che una possibilità esiste. Non devi affrontare questo baratro da solo.

Resto a disposizione.
Ti abbraccio
Dott.ssa Gaia Rotondo, psicologa clinica
Disponibile anche on-line

Dott.ssa Gaia Rotondo Psicologo a Taranto

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19 FEB 2026

Ti rispondo con molta serietà perché quello che descrivi è profondo, doloroso e reale.

La sensazione di nebbia, di anedonia, di distacco dal corpo, il desiderio di non esistere o di essere solo spettatore, non sono capricci esistenziali né debolezza. Sono segnali di una sofferenza intensa e protratta. E il fatto che tu stia ancora cercando un modo per “usare la poca energia rimasta” è un segnale importantissimo: dentro di te non è tutto spento.
Quello che descrivi somiglia molto a uno stato depressivo con forte componente anedonica e dissociativa. Quando dici che non provi più emozioni da anni se non ansia, che tutto è vuoto, inutile, che il futuro ti appare come una condanna fatta di lavoro e morte, stai descrivendo una mente che ha perso la capacità di sentire senso e piacere. Non è una filosofia, è un sintomo. E quando la mente è in quello stato, qualunque progetto, anche il più nobile, appare grigio e privo di valore.

Il pensiero suicidario che definisci “sempre più plausibile” è il punto su cui voglio fermarmi con delicatezza ma con chiarezza. Non è una soluzione, è un segnale d’allarme. Non significa che vuoi davvero morire. Spesso significa che vuoi che finisca questo stato interno insopportabile. Sono due cose diverse. La mente depressa però le confonde.
Ti dico una cosa importante: se in questo momento senti che il rischio di farti del male è concreto o che potresti perdere il controllo, è fondamentale chiedere aiuto immediato. Puoi rivolgerti al numero di emergenza 112 oppure al 02 2327 2327 (Telefono Amico) o 800 860022 (Samaritans). Non è un fallimento. È proteggere la parte di te che ancora vuole tentare.

Hai scritto che hai già fatto psicoterapia. Non so che tipo di percorso fosse né per quanto tempo né se sia stato associato a una valutazione psichiatrica. Quando l’anedonia dura anni e c’è una perdita così marcata di energia e significato, spesso è utile affiancare una valutazione medica. Non perché “sei rotto”, ma perché a volte il cervello, biologicamente, ha bisogno di un sostegno per poter tornare a sentire. La depressione maggiore con anedonia profonda non sempre si risolve solo con l’elaborazione psicologica.

Ma oltre al piano clinico, c’è un altro punto. Tu parli di disgusto verso il modello sociale, verso l’idea di lavorare per quarant’anni e poi morire. Questa non è solo depressione, è anche una crisi di senso. Il problema è che quando sei anedonico, la tua mente valuta il senso con uno strumento guasto. È come giudicare i colori mentre indossi occhiali grigi.
Tu ricordi il bambino che eri. Questo è un passaggio fondamentale. Non sei sempre stato così. Questo significa che la tua struttura emotiva è capace di gioia. Non è un’illusione. È un’esperienza vissuta. Il fatto che tu la ricordi indica che non è stata cancellata, è coperta.

In questo momento l’obiettivo non è trovare “la grande motivazione per vivere”. Sarebbe troppo. L’obiettivo è molto più umile e concreto: ridurre di un millimetro la nebbia. Quando l’energia è quasi zero, non si lavora sul senso della vita, si lavora sulla fisiologia e sui micro-movimenti. Dormire in modo regolare. Esporsi alla luce del sole ogni giorno. Movimento fisico leggero, ma quotidiano anche se non ne hai voglia. Ridurre l’isolamento, anche solo stando in un luogo pubblico senza parlare con nessuno. Sono interventi che sembrano banali, ma nella depressione anedonica sono mattoni biologici.

Un’altra cosa importante: il distacco dal corpo e il desiderio di essere incorporeo indicano che forse stai vivendo una forma di dissociazione da sovraccarico. A volte quando per anni si va avanti “funzionando”, ma senza sentire, il sistema emotivo si spegne per protezione. Non è che sei vuoto. Sei anestetizzato.

Ti faccio una domanda, non retorica ma concreta: quando è iniziato questo cambiamento? C’è stato un evento, una fase della vita, una delusione, un accumulo di responsabilità, una perdita? Spesso la nebbia non arriva dal nulla, anche se col tempo sembra la nostra natura.

Non devi decidere ora se la vita vale la pena. Devi solo decidere se vale la pena fare un altro tentativo serio e strutturato per curare questo stato. Sono due decisioni molto diverse.
La parte più importante del tuo messaggio è questa: “quella poca energia mentale che mi è rimasta voglio provarla a usare per migliorare la situazione.” Questa è la parte viva. Non ignorarla. Non darle per scontata.
Non sei rotto. Sei in uno stato depressivo profondo che ti sta facendo vedere il mondo attraverso un filtro distorto e svuotante. Il filtro può cambiare. Non in un giorno, ma può cambiare.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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19 FEB 2026

Quando si entra in circolo chiuso depressivo, tutto perde il valore non ho più voglia di fare niente tutto perde di significato

Tuttavia, questo è una nostra costruzione mentale in pratica, diventiamo prigionieri di questa convinzione

Per cambiare bisogna cambiare qualcosa

Fermarsi e prendersi il tempo e fare una lista di cose che vorremmo cambiare nella nostra vita una lista concreta. Partendo da piccoli cambiamenti concreti quoti

Che può essere una nuova abitudine, una nuova routine, qualcosa che ci piacerebbe cambiare e iniziare il cambiamento

All’inizio è normale che la cosa si faccia con poca speranza e soprattutto controvoglia e la situazione è assolutamente normale

In quanto si sta cercando di rompere un vecchio schema disfunzionale. Il vecchio schema tenta di sopravvivere scoraggiandoci.

L’importante è non mollare e continuare il percorso di cambiamento

Per cambiare, bisogna cambiare, non si cambia se rimane fermi

Si prende del tempo e inizia a fare una lista di piccoli obiettivi concreti quotidiani che gli piacerebbe raggiungere e ogni giorno faccio un passo concreto, anche piccolo per raggiungere quegli obiettivi

Anche se all’inizio lo fa controvoglia e sembra tutto inutili in diretta a questo pensiero va avanti nel processo di cambiamento

Le consiglio di interpello, un percorso psicologico che la possa aiutare a comprendere meglio e affrontare la sua situazione

Dott. Luca Ferretti Psicologo a Pontedera

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19 FEB 2026

Buongiorno Jay,
quello che descrivi è molto doloroso, e il fatto che tu riesca a raccontarlo con questa lucidità dice che una parte di te è ancora in contatto con il desiderio di stare meglio, anche se ora è stanchissima.

L’anedonia, la “nebbia”, la perdita di senso, la fatica a immaginare il futuro non sono segni di pigrizia o di mancanza di volontà, sono stati tipici di una sofferenza profonda, spesso protratta nel tempo. Quando durano anni, come nel tuo caso, finiscono per intaccare anche l’idea stessa di vita, facendola apparire meccanica, vuota, imposta, non perché ci sia solo questo, ma perchè la tua mente oggi non riesce più a sentire altro.

Il pensiero “vorrei non esistere” non è necessariamente un desiderio di morte, ma spesso il desiderio di smettere di sentire il peso, di avere tregua. Il fatto che tu ricordi il bambino che eri è importante, significa che sai, da qualche parte, che non sei sempre stato così e che questo stato non è la tua identità.

Rispetto ai pensieri suicidari, prenderli sul serio è giusto, ma senza trasformarli in una sentenza. Quando la mente è così impoverita emotivamente, il suicidio può apparire come un’“opzione logica” perché le alternative non sono più visibili. Questo non dice che non esistano, dice che in questo momento non riesci a percepirle.

Per questo, di seguito, ti indico alcuni punti utili su cui riflettere:
- Se la psicoterapia non ha portato beneficio negli anni, non significa che “non funzioni per te”, ma che forse non era il momento, l’approccio o il contenimento giusto. In stati di anedonia severa a volte è necessario affiancare (o rivedere) anche una valutazione farmacologica non per “etichettarti”, ma per capire se c’è qualcosa che può ridare un minimo di energia di base su cui poi lavorare.
- Non cercare ora il “senso della vita” o la motivazione. Questi sono obiettivi troppo lontani quando si è esausti. L’obiettivo iniziale è ridurre il dolore e l’inerzia, anche di poco.
- Usa l’energia che dici di avere non per “capire tutto”, ma per chiedere aiuto in modo mirato.

Inoltre, una cosa importante: se in alcuni momenti i pensieri suicidari diventano più pressanti o senti di poter perdere il controllo, è fondamentale rivolgerti subito ad un professionista. Chiedere aiuto in quei momenti non è un fallimento, è un atto di tutela verso te stesso. Prima di decidere “il da farsi”, concediti la possibilità concreta che questo stato possa cambiare, non per magia, ma con un aiuto adeguato e continuativo.

Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti.

Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini

Dott. ssa Martina Veracini Psicologo a Empoli

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19 FEB 2026

Buonasera,

le parole che scrive arrivano con una forza molto chiara: stanchezza profonda, vuoto, nebbia, senso di inutilità. È come se la vita avesse perso colore e consistenza, e lei si trovasse a camminare dentro un paesaggio grigio dove nulla tocca davvero il cuore. Questo tipo di anedonia, di appiattimento emotivo, insieme ai pensieri di non voler più esistere, sono segnali importanti di un disagio emozionale con caratteristiche depressive. Non è debolezza, non è mancanza di volontà: è una sofferenza reale che merita attenzione e cura.

Colpisce molto quando dice: “Prima non ero così. Ricordo la felicità del me bambino, la gioia di vivere.” Questo ricordo è prezioso. Non è un dettaglio nostalgico: è una traccia viva. Significa che dentro di lei quella capacità di provare gioia è esistita, e ciò che è esistito può essere riattivato. Spesso i momenti più autentici di vitalità risiedono proprio nell’infanzia, quando il contatto con il corpo, con il gioco, con la curiosità era spontaneo. Tornare in contatto con il proprio bambino interiore non significa regredire, ma recuperare quella parte vitale, curiosa, capace di meraviglia che oggi sembra sepolta sotto strati di aspettative, doveri e disillusione.

Lei descrive anche il desiderio di non essere nel suo corpo, di essere etereo, spettatore. Questa è una forma di dissociazione: quando il dolore è troppo, la mente prova a “staccarsi” per proteggersi. Ma il prezzo di questa protezione è alto, perché insieme al dolore si attenua anche il piacere, la presenza, la vitalità. Il corpo diventa un luogo da cui fuggire invece che una casa da abitare.

In bioenergetica, approccio sviluppato da Alexander Lowen, la depressione viene letta proprio come una perdita di energia vitale e di radicamento corporeo. Il lavoro non parte solo dal pensiero, ma dal corpo: dal respiro che si amplia, dai piedi che tornano a sentire il suolo, dalla muscolatura che si scioglie, dalla possibilità di esprimere trattenimenti antichi. Attraverso il Sé corporeo si ricostruisce gradualmente coscienza di sé, delle proprie emozioni, delle relazioni e dell’ambiente. È un percorso lento, ma profondamente trasformativo: dal torpore si passa alla percezione, dalla percezione al contatto, dal contatto alla possibilità di provare di nuovo piacere.

Anche la mindfulness può essere estremamente utile. Non per “forzare” emozioni positive, ma per allenare una presenza gentile verso ciò che c’è: la nebbia, la stanchezza, l’ansia. Paradossalmente, quando smettiamo di combattere l’esperienza interna e impariamo ad osservarla con consapevolezza, qualcosa inizia a muoversi. La regolazione emotiva passa dal riconoscimento, non dalla negazione.

Le proporrei di iniziare in modo molto semplice e concreto: piccoli momenti quotidiani di contatto corporeo. Sentire i piedi a terra per qualche minuto. Fare un respiro più profondo del solito. Muovere il corpo con lentezza e attenzione. Chiedersi: “Cosa sento adesso nel petto? Nella pancia? Nelle spalle?” Non per giudicare, ma per tornare ad abitarsi.

Il fatto che lei dica: “Quella poca energia mentale che mi è rimasta voglio provare ad usarla per migliorare la situazione” è un segnale di vita importantissimo. È la parte di lei che non ha smesso di cercare. È la parte che ricorda il bambino felice. È da lì che si può ripartire.

Le suggerisco con forza, vista la presenza di pensieri suicidari, di non affrontare tutto questo da solo. Se questi pensieri diventano più intensi o concreti, è fondamentale rivolgersi subito a un professionista, al medico di base o a un servizio di emergenza. In Italia può contattare il 112 in caso di urgenza, oppure il Telefono Amico (02 2327 2327 o 199 284 284). Chiedere aiuto non è un fallimento, è un atto di cura verso quella parte di sé che vuole ancora vivere.

Lei non è il suo vuoto. Il vuoto è uno stato, non un’identità. La gioia che ricorda non è un’illusione: è una memoria del suo potenziale vitale. E anche se ora sembra lontana, il percorso per tornare a sentirla può iniziare da un respiro, da un passo, dal tornare ad abitare il proprio corpo.

Con rispetto e fiducia nella sua possibilità di rinascita.

Sono disponibile per ulteriori approfondimenti.

Dott.ssa chiara Girolamo
Psicologa Clinica-Facilitatrice Mindfulness

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Dott.ssa Chiara Girolamo Psicologo a Martina Franca

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19 FEB 2026

Buonasera, la ringrazio per aver scritto. Quello che descrive è una sofferenza profonda e reale, non una debolezza né una “crisi esistenziale passeggera”. L’anedonia, la nebbia mentale, la stanchezza costante, la perdita di senso e il pensiero ricorrente di non voler più esistere sono segnali di un sistema interno che è esausto, non di una persona che “non ce la mette abbastanza”.
Mi colpisce una cosa molto importante: nonostante tutto, lei scrive che quella poca energia rimasta vuole usarla per tentare di stare meglio. Questo non è poco. È un punto di appoggio fondamentale, ed è proprio da lì che si può iniziare a lavorare.
Quando una persona resta per anni in uno stato di vuoto emotivo e disconnessione, spesso non siamo di fronte solo a “depressione” in senso generico, ma a una condizione in cui:
-il sistema emotivo è come spento per protezione
-il corpo e la mente vivono in modalità di sopravvivenza cronica
-il futuro viene percepito come una ripetizione meccanica e senza significato
In questo stato, la volontà non basta. E infatti lei non dice “non voglio migliorare”, dice “non ho più energia”. È molto diverso.
Il pensiero del suicidio che descrive non va minimizzato. Non è una fantasia astratta: è il segnale che il dolore ha superato la soglia di tolleranza. Allo stesso tempo, il fatto che lei lo metta in parole e chieda come “almeno tentare” indica che una parte di lei vuole ancora essere aiutata. Quella parte merita ascolto immediato e serio.
Le dico con chiarezza e responsabilità:
se in questo momento il pensiero di farsi del male dovesse diventare più concreto o urgente, chieda aiuto subito, anche prima di qualsiasi percorso terapeutico:
-112 (emergenze)
-Telefono Amico: 800 860022 (attivo anche di notte)
-Pronto Soccorso più vicino
Chiedere aiuto in questi momenti non è un fallimento, è un atto di tutela verso sé stessi.

Detto questo, sul piano terapeutico: quando una persona ha già “fatto percorsi”, ha studiato, ha capito razionalmente molte cose ma continua a sentirsi vuota e scollegata, spesso serve un lavoro diverso, non più spiegazioni o obiettivi da raggiungere, ma:
-ricostruire il contatto con le emozioni in modo graduale e sicuro
-lavorare sul senso di estraneità dal proprio corpo e dalla propria vita
-dare spazio al dolore per ciò che è andato perso (quel “sé bambino” che ricorda)
-ridurre l’autocritica silenziosa che consuma le ultime energie
Un percorso con me non partirebbe dal “motivarla” o dal convincerla che la vita dovrebbe avere senso. Partirebbe da come sta ora, dalla stanchezza, dal vuoto, dal rifiuto di un modello di vita che oggi le appare insopportabile. Non per adattarla a forza, ma per capire cosa l’ha portata a spegnersi così presto.
Non le prometto di “far tornare la felicità” in poco tempo. Ma le posso dire questo: l’anedonia non è la sua identità, è uno stato. E gli stati, anche quelli che durano anni, possono cambiare quando non si è più soli a reggerli.
Se sente che può fare ancora un passo — anche piccolo — possiamo fissare un primo colloquio anche online.
Non deve decidere oggi cosa fare “per il resto della vita”. Basta decidere di non restare solo ades

Federica Mileto Psicologo a Lecce

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19 FEB 2026

Buongiorno,
Grazie per la sua condivisione.
La sua profonda sofferenza è un segnale da cogliere e non sottovalutare ma è assolutamente da ascoltare ed attraversare a piccoli passi per ricominciare a vedere la luce. Si rivolga ad uno psicoterapeuta per affrontare questo momento così delicato da cui merita di uscire per tornare ad amare la vita e a viverla come un dono.
Rimango a disposizione.
Dott.ssa Erika Giachino

Dott.ssa Erika Giachino Psicologo a Alba

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19 FEB 2026

Ciao Jay il tuo quadro è molto compatibile con una depressione importante. La nebbia, il vuoto, il non provare più piacere, il sentirti spettatore sono sintomi veri e non idee astratte.

E il fatto che tu pensi al suicidio come opzione plausibile è un segnale serio e non va minimizzato.
Se senti che il pensiero suicidario diventa più concreto o senti di poter perdere il controllo, cerca aiuto immediato nel pronto soccorso, al 112, oppure il numero 02 2327 2327 (Telefono Amico). Non è un fallimento chiedere aiuto, è proteggere quella parte di te che ancora vuole provarci.
Se hai già fatto psicoterapia e non ha funzionato, questo non significa che “non c’è soluzione”. Potrebbe voler dire che serve un approccio diverso o una valutazione psichiatrica per capire se un supporto farmacologico possa aiutarti a riattivare quella parte emotiva che ora è spenta.
Seconda cosa che voglio dirti è di non cercare “il senso della vita” adesso. Quando sei depresso, il cervello filtra tutto in modo grigio e senza significato. Non è la vita ad essere vuota è il tuo sistema emotivo che in questo momento non riesce a sentire.

Il fatto che tu dica “quella poca energia mentale che mi è rimasta voglio usarla per migliorare” è enorme. Vuol dire che una parte di te vuole vivere. Aggrappati a quella parte.

Sei esausto e probabilmente depresso, il primo passo non è per risolvere la vita, ma per iniziare a uscire dalla nebbia di qualche centimetro. La depressione si cura, non sempre velocemente, ma si cura.

Dott. Nicola Nacca Psicologo a Macerata Campania

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19 FEB 2026

Buonasera, la ringrazio per la fiducia con cui ha condiviso parole così dense e dolorose. Dal suo racconto emerge una sofferenza profonda, protratta nel tempo, fatta di anedonia, stanchezza esistenziale, senso di estraneità dalla vita e pensieri di morte. Nulla di ciò che descrive è “banale” o segno di debolezza: è il linguaggio di una mente e di un corpo che sono esausti e che chiedono aiuto.
La “nebbia” che nomina, l’appiattimento emotivo, la perdita di significato e l’idea di non voler più “reggere il peso” della vita sono esperienze molto frequenti negli stati depressivi complessi, spesso accompagnati da ansia e dissociazione. Il fatto che lei ricordi con chiarezza la vitalità del bambino che è stato è importante: indica che quella capacità di sentire e di provare piacere non è scomparsa, ma oggi è come se fosse irraggiungibile. Questo non significa che sia perduta per sempre.
Leggo anche, però, un elemento prezioso: nonostante la stanchezza, una parte di lei desidera usare l’energia rimasta per tentare di stare meglio. Questa parte merita ascolto e protezione. Poiché lei riferisce pensieri suicidari che stanno diventando “sempre più plausibili”, è fondamentale mettere al primo posto la sua sicurezza. Le chiedo con rispetto e chiarezza: in questo momento si sente in pericolo immediato o ha un piano concreto per farsi del male? Se la risposta fosse sì, è importante chiedere aiuto subito, senza restare solo con questo peso. Può contattare:
Emergenze: 112
Numero Verde Prevenzione Suicidio: 800 860022
Telefono Amico: 02 2327 2327 (anche chat online)
Questi servizi esistono proprio per momenti come questo; non è un fallimento usarli, ma un atto di cura verso se stessi.
Sul piano terapeutico, sebbene lei abbia già fatto percorsi di psicoterapia, potrebbe essere utile una rivalutazione approfondita, anche psichiatrica, per considerare se vi siano aspetti biologici che necessitano di un trattamento integrato. A volte non è la “volontà” che manca, ma il sistema nervoso che non riesce più a sostenere lo sforzo.
Nel frattempo, più che “tirarsi su”, l’obiettivo iniziale potrebbe essere ridurre il dolore e l’isolamento, un passo alla volta; non restare solo con questi pensieri; sospendere, per ora, le grandi domande sul senso della vita e concentrarsi sul qui e ora: dormire, mangiare, muoversi quel tanto che è possibile, trattarsi come tratterebbe qualcuno molto caro che sta soffrendo, con meno giudizio e più gentilezza. Lei non è rotto, né sbagliato. Sta attraversando un periodo estremamente difficile, ma non deve affrontarlo da solo e non deve decidere ora nulla di definitivo su una vita che, in questo momento, le appare solo attraverso il filtro della sofferenza. La sua vita ha valore, anche adesso che lei fatica a sentirlo.

Resto a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Roberta Fornarelli
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Roberta Fornarelli Psicologo a Bari

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19 FEB 2026

Buongiorno,
la ringrazio per aver trovato la forza di scrivere. Posso solo immaginare quanto sia compromettente portarsi avanti negli anni questa sensazione di nebbia, di vuoto, di anedonia. Essere disinteressato a qualsiasi attività o stimolo della quotidianità consuma lentamente energie e speranza. È dunque comprensibile che il solo pensiero di immaginarsi nel futuro — continuando a vedere sé stesso e il mondo attraverso queste lenti spente — risulti triste, frustrante, quasi insopportabile. Quando tutto appare privo di senso, anche la prospettiva di “andare avanti” sembra una condanna.
La sofferenza che descrive è reale. Non è pigrizia, non è mancanza di volontà: è uno stato che modifica il modo in cui il cervello percepisce emozioni, motivazione e futuro. Anche i pensieri di suicidio, per quanto spaventosi, spesso sono la risposta automatica di una mente che sta provando tanto, tanto dolore: è come se mostrasse la via più “rapida” per cessarlo. Ma a volte la visione della via più rapida ci nasconde la possibilità di percorrere altre strade.
Vorrei porre l’accento su un aspetto importante: lei si è preso uno spazio di sfogo e di confronto. Questo è un piccolo (grande) segnale che una parte di lei sta ancora cercando alternative prima di un gesto estremo. Chiedere aiuto è già un primo passo, e lei lo sta compiendo. È importante che se lo riconosca.
Il fatto che ricordi la gioia del bambino che è stato significa che la capacità di provare quella gioia esiste dentro di lei. Nel tempo ha perso il “come si fa”, ma non la possibilità in sé. Se riuscirà a concedersi ancora un po’ di tempo e magari un supporto mirato, potrebbe gradualmente riattivare strumenti che aveva, o scoprirne di nuovi.
Se i pensieri suicidari dovessero intensificarsi, la invito a non restare solo: contattare un professionista, il medico di base o un servizio di emergenza è un atto di cura verso di sé.
La stanchezza che sente non è una sentenza definitiva. È un momento di profonda fatica. E la fatica, con il giusto sostegno, può essere attraversata.

un caro saluto,
Dott.ssa Francesca Farina

Dott.ssa Francesca Farina Psicologo a Firenze

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19 FEB 2026

Buongiorno Jay, quello che descrivi è sofferenza vera, e l’anedonia può far sembrare tutto inutile e senza senso.
Quando il cervello è in questo stato, non è che la vita non abbia valore: è che tu non riesci più a percepirlo.

In questo momento non pensare ai prossimi 40 anni. Riduci tutto all’oggi.
Muoviti ogni giorno anche senza voglia (camminata veloce, palestra, qualcosa di fisico), esci di casa, mantieni un minimo di struttura. Con l’anedonia l’azione viene prima della motivazione.

Se hai pensieri suicidari che diventano più concreti o organizzati, non restare solo: parla con un medico o rivolgiti ai servizi di emergenza. Non è debolezza, è protezione.

Non sei “rotto”. Sei in uno stato che può cambiare. E il fatto che tu stia cercando aiuto è già un segnale che non ti sei arreso davvero.

Se hai pensieri di autolesionismo o suicidio: chiama 02 2327 2327 per collegarti con Telefono Amico Italia. È un servizio gratuito e riservato. Entrerai in contatto con una persona qualificata per ascoltarti e aiutarti.

Resto a disposizione.
Dott.ssa Sonia Fuggiano

Dott.ssa Sonia Fuggiano Psicologo a Taranto

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19 FEB 2026

Ciao Jay, mi arriva forte la tua difficoltà nell'ascoltarti e nel sentirti, come se ci fosse qualcosa, una nebbia, a non permetterti di esserci pienamente. Sentirti vuoto può essere un meccanismo di protezione della tua mente, in quanto sovraccarica di stress ed emozioni spiacevoli. Non è un fallimento, sei un essere umano, e forse hai bisogno di un tuo spazio per dare forma e voce a tutto ciò che hai represso, come un peso che porti sulle spalle silenziosamente, da tanto tempo. Lavorare su te stesso, vuol dire non solo affrontare le emozioni e i pensieri negativi, ma anche rinforzare gli aspetti positivi, anche se adesso ti sembra impossibile vederli.
Resto a disposizione
Un caro saluto
Dott.ssa Mariavittoria Chimirri
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Dott.ssa Mariavittoria Chimirri Psicologo a Siracusa

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19 FEB 2026

Buonasera, grazie per aver scritto con tanta lucidità qualcosa che dev’essere estremamente pesante da portare dentro. Quello che descrive – anedonia, senso di nebbia mentale, distacco dalla realtà, perdita di significato, pensieri suicidari – è molto serio e merita attenzione immediata, non perché “c’è qualcosa che non va in lei”, ma perché sta soffrendo profondamente.

L’anedonia e quella sensazione di vuoto non sono una condanna esistenziale né una verità filosofica sulla vita: sono sintomi tipici di una depressione importante, spesso accompagnata da depersonalizzazione e appiattimento emotivo. Quando il cervello è in questo stato, altera la percezione del futuro e fa sembrare tutto inutile, statico, senza via d’uscita. Ma questa è una lente depressiva, non una fotografia oggettiva della realtà.

Il fatto che lei ricordi di non essere sempre stato così è un elemento fondamentale: significa che questa condizione ha avuto un inizio e, come tale, può avere un cambiamento. Anche se ora le sembra impossibile.

I pensieri suicidari, quando compaiono con questa frequenza, non vanno gestiti da soli. È importante che lei si rivolga il prima possibile a uno specialista (psichiatra o psicoterapeuta) per una valutazione approfondita: in alcuni casi un supporto farmacologico temporaneo può aiutare a “riaccendere” quella parte emotiva che ora sente spenta. Se i pensieri diventano più concreti o urgenti, è fondamentale contattare subito il 112 o il numero di emergenza della sua zona, oppure rivolgersi al Pronto Soccorso. Non resti solo con questo peso.

Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, in questa fase non si lavora sul “trovare il senso della vita”, ma sul ripristinare micro-attivazioni quotidiane, anche senza motivazione. L’azione precede l’emozione, non il contrario. Piccoli compiti, anche minimi, ripetuti con costanza, possono lentamente rompere il circuito dell’inerzia.

La cosa che più colpisce nel suo messaggio è che, nonostante tutto, una parte di lei vuole ancora usare “quella poca energia” per tentare. Questa parte è preziosa. È da lì che si può ripartire.

Credo che la sua situazione richieda uno spazio di lavoro serio, strutturato e continuativo, in cui poter affrontare sia la componente depressiva sia il senso di disconnessione esistenziale che descrive. Non è una condizione da risolvere con forza di volontà. Se sente che è arrivato a un limite, potrebbe essere il momento di chiedere un aiuto mirato e più approfondito: non per “adattarsi a una società che odia”, ma per ritrovare accesso alle sue emozioni e alla sua vitalità.

Non è rotto. È in sofferenza. E la sofferenza, per quanto oggi sembri totale, è trattabile.

Un saluto,
Dott.ssa Zorzetto

Vera Zorzetto Psicologo a Verona

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19 FEB 2026

Buonasera,

quello che descrive – anedonia, nebbia mentale, senso di vuoto, distacco dal corpo, stanchezza profonda e pensieri suicidari – è una sofferenza seria e reale. Non è mancanza di volontà né incapacità di “adattarsi”: è molto compatibile con un quadro depressivo importante.

La frase in cui dice che il suicidio le appare un’opzione plausibile è un segnale che non va sottovalutato. In questo momento la priorità non è trovare il senso della vita, ma mettersi al sicuro. Le consiglio di chiedere un aiuto diretto e tempestivo: un consulto psichiatrico per una valutazione clinica completa e, se necessario, un supporto farmacologico insieme alla psicoterapia. Se i pensieri dovessero intensificarsi o diventare più concreti, si rivolga subito al pronto soccorso o ai numeri di emergenza della sua zona. Non resti solo con questo peso.
La sensazione di “nebbia” e di non sentire nulla spesso è una forma di protezione: quando il dolore diventa troppo, la mente si spegne per non soffrire. Ma spegnendosi attenua anche il piacere e il senso. Questo non significa che la sua vitalità sia scomparsa: è coperta.
In questo momento eviti di pensare ai “prossimi 40 anni”. La depressione allarga il tempo e rende tutto insopportabile. Riduca l’orizzonte: oggi, questa settimana. Piccoli obiettivi concreti e misurabili, anche senza motivazione. Nell’anedonia l’azione viene prima della voglia, non il contrario.
Il fatto che lei scriva e dica di voler usare l’energia rimasta per migliorare è un segnale prezioso. C’è ancora una parte che vuole vivere, anche se è stanca.
Coinvolga qualcuno di fidato – un familiare, un amico – e condivida apertamente come sta. La solitudine amplifica il vuoto.
Non è la sua vita a essere inutile: è la lente depressiva che la sta facendo apparire così. E questa lente si può curare. Con l’aiuto adeguato, questo stato può cambiare.

ROBERTO PORRINI Psicologo a Pordenone

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