Buongiorno a tutti,
ho 43 anni, sono sposata da 6 con un uomo che non mi fa mancare nulla. Al momento ho un lavoro saltuario che non mi soddisfa e finora diciamo che "ho vissuto di rendita", ma la rendita poi finisce.
Sto cercando da anni di mettermi in moto per trovare un lavoro come si deve, come tutti, ma oggi sono giunta alla conclusione che mia madre me lo impedisce, per questo non lo trovo.
Sopratutto da quando è rimasta vedova, ha sempre bisogno di telefonarmi (se lavorassi non potrei risponderle).
Ha sempre bisogno di me nel periodo dei "lavori di casa" perchè papà non c'è più.
Ha sempre bisogno di sapere che io "sia a casa" e, ad esempio, non al bar perché non va bene.
Non va bene che io esca con le mie amiche mentre mio marito lavora.
Mi rinfaccia il fatto che "sono sempre in vacanza perchè non lavoro" ma poi appena le comunico che avrei trovato un impiego ecco che ricomincia: e se devo fare una visita chi mi porta? E se sto male come faccio? E quando ci saranno le siepi da tagliare chi lo farà?
Continua ripetutamente a rinfacciarmi che "tutte hanno figli" (a me non sono arrivati e ci ho sofferto molto).
Mi racconta sempre di quanto siano bravi i miei cugini ad avere un'attività.
Se le rinfaccio di aver provato a fare l'università perchè lo ha voluto lei (infatti non l'ho terminata, ho fallito) ecco che pianta il muso.
Se mi telefona per fare qualcosa ma non posso andarci, ecco che mi sbatte il telefono in faccia e mi ritrovo sempre con i sensi di colpa.
Ho appena avuto una proposta di lavoro, fallirò anche stavolta.
O ci andrò e lo vivrò con i sensi di colpa.
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10 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 9 persone
Buongiorno,
grazie per aver condiviso la sua storia.
Da quello che descrive emerge una sofferenza reale e comprensibile.
Lei è una donna adulta, con una propria vita coniugale, ma si trova ancora intrappolata in una relazione con sua madre, il cui lutto non può essere compensato sacrificando la sua vita, anche se è sua figlia.
È comprensibile la sua frustrazione, dovuta anche ai continui paragoni e confronti e al toccare argomenti per lei dolorosi; tutto questo va inevitabilmente a incidere sulla sua autostima e sul senso di autoefficacia, creando disconferme e distorsioni.
Tutto ciò crea un circolo che la immobilizza e riattiva ferite antiche, come il fallimento universitario e il tema della maternità.
È importante che lei acquisisca e mantenga una chiara consapevolezza del fatto che la sua individualità e la sua esistenza sono totalmente slegate da quelle di sua madre, per la quale lei rappresenta un’ancora; tuttavia, aiutare non significa rinunciare a sé.
Il punto centrale non è se sua madre “le impedisca” di lavorare in modo diretto, ma il fatto che lei abbia interiorizzato il suo bisogno e il suo giudizio, al punto che ogni passo verso l’autonomia viene vissuto come una colpa o un tradimento. Questo conflitto interno è logorante: qualunque scelta faccia, perde qualcosa.
La proposta di lavoro che ha ricevuto rappresenta un passaggio importante: cerchi di non pensare che fallirà, poiché i nostri pensieri incidono sui nostri atteggiamenti e comportamenti.
È però probabile che, senza lavorare sul senso di colpa e sui confini, lei possa viverla con grande fatica.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a:
•distinguere la responsabilità dalla colpa;
•costruire confini più sani;
•legittimare il suo diritto a una vita autonoma.
Lei non è sbagliata né egoista: sta cercando di esistere come adulta. E questo, anche se fa paura, è legittimo.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti
Dott.ssa Alessandra Marascio
Ricevo anche online
IERI, 20 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Salve Roberta, ti rinrazio per aver condiviso in modo così sincero quello che stai vivendo. Si percepisce chiaramente quanto tu desideri costruire una vita autonoma, trovare un lavoro soddisfacente e uno spazio tutto tuo, e allo stesso tempo quanto ti sia difficile gestire le esigenze continue di tua madre: la pressione costante, i sensi di colpa e i rinfacci che descrivi possono rendere qualsiasi passo verso l’autonomia emotivamente faticoso, e non c’è niente di sbagliato nel sentirsi sopraffatti o preoccupati per quello che accadrà.
Dal tuo racconto emerge anche il desiderio di essere riconosciuta come persona adulta con i propri bisogni e diritti, e questo include il diritto di sperimentare e vivere i tuoi progetti senza sentirti in colpa e sopratutto la tua richiesta di arrogarti il diritto di essere una persona e non un estensione di tua madre. Leggo nelle tue parole il bisogno di stabilire limiti e confini, riuscendo a comunicare con chiarezza e capisco quanto questo possa spaventare o apparirti estremamente complesso. Provare a bilanciare i bisogni degli altri con i propri non significa essere egoista, ma prendersi cura di sé in modo sano, e può aiutarti a vivere meglio e con meno sensi di colpa ogni esperienza, incluso il nuovo lavoro che ti è stato proposto.
Resto a tua disposizione se vorrai, anche online.
IERI, 20 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno Roberta,
nelle sue parole sembra emergere un conflitto molto doloroso: da una parte il desiderio legittimo di costruire uno spazio di autonomia, dall’altra un legame con sua madre che sembra richiederle una presenza costante, soprattutto dopo la perdita di suo padre.
Più che di un “impedimento” in senso diretto, ciò che sembra agire è una dinamica relazionale in cui lei si trova a occupare un ruolo fondamentale di sostegno e rassicurazione. In questi casi, il senso di colpa diventa spesso il prezzo da pagare ogni volta che si prova a fare un passo verso di sé. Non lo definirei fallimento personale, quanto piuttosto il segnale di una lealtà affettiva molto forte, che però oggi rischia di bloccare il suo percorso.
È significativo che ogni tentativo di cambiamento (l’università, il lavoro, le scelte di vita) sia accompagnato da richieste, confronti o silenzi che sembrano riportarla indietro. Questo non significa che lei stia sbagliando, ma che il sistema relazionale in cui è inserita fatica a tollerare il cambiamento.
La proposta di lavoro che ha ricevuto rappresenta un passaggio importante, non tanto per “dimostrare di farcela”, quanto perché mette in gioco una ridefinizione dei ruoli e dei confini. Lavorare su questi aspetti, anche con l’aiuto di un professionista, può permetterle di comprendere meglio come tutelare il legame con sua madre senza rinunciare alla propria realizzazione personale.
Il cambiamento, quando coinvolge relazioni così significative, raramente è indolore, ma può diventare possibile se accompagnato e pensato, anziché vissuto solo come colpa o fallimento. Lei ha già espresso un atto di grande coraggio: ha riconosciuto queste dinamiche che le generano malessere.
Saluti,
IERI, 20 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Gentilissima,
il problema che descrive non è il lavoro ma il ruolo che lei occupa nel rapporto con sua madre. Nel tempo è diventata una figura di riferimento emotiva e pratica, soprattutto dopo la perdita di suo padre, e ogni suo tentativo di autonomia mette in crisi questo equilibrio. Il senso di colpa che sente non indica che stia sbagliando, ma che sta provando a uscire da un ruolo che non le appartiene più. Per questo, quando si muove verso il lavoro o una vita più autonoma, compaiono richieste e silenzi: sono modalità con cui il sistema cerca di riportarla al posto di sempre.
Accettare un lavoro e sentirsi in colpa non significa fallire, ma attraversare una fase di cambiamento. Restare ferma, invece, protegge l’equilibrio familiare ma continua a far soffrire lei.
Un percorso terapeutico può sostenerla nel costruire confini più chiari, senza vivere l’autonomia come una colpa.
18 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno Roberta
Da una parte ci sono le inesauribili domande di sua madre, e sicuramente anche l.affetto per lei, e dall.altra il desiderio più che legittimo di avere una propria vita, che sua madre le chiede egoisticamente di sacrificare....
E' facile da comprendere a livello razionale, dovrebbe darle dei limiti, ma per non sentirsi in colpa a vivere per sé stessa, cosa che e un suo diritto, e separarsi quindi dalla soffocante e pressante domanda materna, le consiglio un percorso psicologico o psicoterapeutico.
Un saluto
16 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Cara Roberta,
la situazione che descrive è molto chiara e, allo stesso tempo, complessa dal punto di vista emotivo e relazionale. Da ciò che racconta non emerge una mancanza di capacità o di volontà da parte sua, quanto piuttosto un intreccio di aspettative, bisogni e sensi di colpa che la fanno sentire bloccata.
Da un lato c’è il suo legittimo desiderio di costruirsi una vita lavorativa più stabile e soddisfacente, di sentirsi autonoma e realizzata. Dall’altro lato c’è una madre che, soprattutto dopo la perdita del marito, sembra contare molto sulla sua presenza e disponibilità nella vita quotidiana. Questo crea una tensione continua: ogni passo verso maggiore autonomia rischia di essere vissuto — da lei o da sua madre — come una mancanza di attenzione o di cura.
È comprensibile che in questo contesto lei si senta divisa tra due possibilità entrambe faticose: rinunciare al lavoro per evitare il senso di colpa, oppure accettarlo ma portandosi dietro un peso emotivo costante. Non si tratta di “forza di volontà”, ma di dinamiche familiari costruite nel tempo, che rendono difficile fare scelte serene.
Potrebbe essere utile riflettere su alcuni aspetti: quali sono i suoi bisogni e i suoi limiti legittimi; quali responsabilità verso sua madre le appartengono davvero e quali, invece, sente come imposte; e in che modo potrebbe essere possibile stabilire confini più chiari e funzionali senza dover rinunciare al legame affettivo. Parallelamente, lavorare sui sensi di colpa e sulla paura di “fallire” potrebbe aiutarla a sentirsi più libera nelle sue scelte.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe offrirle uno spazio protetto in cui esplorare queste dinamiche, comprendere meglio le sue emozioni e costruire gradualmente modalità più equilibrate di relazione con sua madre e con se stessa.
Le auguro di trovare la chiarezza e il coraggio per fare passi che rispettino sia i suoi affetti sia il suo diritto a una vita piena e autonoma.
Spero di esserle stata utile.
16 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Le consiglio un lavoro di presa di consapevolezza per riuscire ad uscire da questa sua "costrizione" data dal senso di colpa e sviluppare appieno invece il suo bisogno di autonomia. Le auguro un buon lavoro, sarà difficile e impegnativo ma si sentirà sicuramente appagata dal suo senso di realizzazione personale! Cordialmente, Alessandra - psicologa e psicoterapeuta con approccio relazionale integrato -.
16 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Roberta,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità quello che si trova ad affrontare. Da quello che racconta emerge una grande fatica emotiva, che va ben oltre la questione del lavoro: sembra quasi che lei si trovi, oramai da tempo, come divisa tra il desiderio di costruire uno spazio suo, autonomo e soddisfacente, e un forte senso di responsabilità nei confronti di sua madre, che sfocia spesso in un profondo senso di colpa.
È comprensibile sentirsi bloccati quando ogni tentativo di movimento viene accompagnato da richieste, rinfacci, confronti e silenzi che portano sofferenza. In tutto questo, mi colpisce in particolar modo quanto poco spazio sembra esserci per i suoi di bisogni, per il suo dolore e per il suo diritto a fare scelte che la facciano crescere.
Il senso di colpa che descrive non segnala di certo fallimento, ma piuttosto rappresenta l’effetto di una dinamica relazionale molto pesante e soffocante, che probabilmente è andata costruendosi nel tempo. Tuttavia, ciò non significa che lei sia incapace o destinata a “fallire”, anche se oggi probabilmente questa è la sensazione dominante.
La proposta di lavoro che ha ricevuto arriva dunque in un momento delicato, e il fatto che lei la stia vivendo con paura e ambivalenza non toglie valore né a lei né alle sue possibilità. Forse, più che chiedersi se sarà un fallimento, potrebbe essere molto importante iniziare a chiedersi che spazio vorrebbe.
Se lo desidera, possiamo provare insieme a dare un po’ di ordine a questi vissuti, comprendere meglio i meccanismi che la tengono bloccata e lavorare sul senso di colpa che oggi sembra accompagnare ogni scelta. Cara, il fatto che tu ne stia parlando è già un primo, importante passo.
Con cura,
Dott.ssa Stella Campoverde
15 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buonasera, capisco bene il senso di colpa che prova.. Purtroppo con le persone di una certa età per lo più sole bisogna avete un po' di pazienza. A volte dobbiamo imparare a chiederci se andare per la mostra strada sia abbandonare qualcuno. Trovarsi un lavoro potrebbe farla essere meno presente ma questo non significa non esserci. Pensi a cosa dirà più avanti quando il lavoro non arriverà più e lei è rimasta a casa attaccata al cordone ombelicale da cui sua madre non vuole farla andare via. Metta sul piatto della bilancia il senso di colpa oggi con la rabbia e la frustrazione di domani. Se lei saprà essere presente anche quando avrà trovato lavoro ( e non sarà difficile riuscire ad esserci comunque.. ) sua madre avrà probabilmente una visione diversa delle cose. Resto a disposizione. Cordiali saluti.
Dr. Barbara De Luca
15 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Salve, è necessario da ciò che si evince,ristabilire un equilibrio nel rapporto madre figlia adulta ed indipendente.
La mamma ha bisogno di capire che lei ha una sua vita,pur rimanendo presente alle sue necessità.
Il senso di colpa nel trovare una stabilità lavorativa,non deve essere prevalentemente,si tratta di una necessità nel progetto di vita che lei deve avere.
La mamma chiede il suo aiuto e in un certo senso detiene il controllo delle sue scelte, perché è un modo per avere un ruolo che forse teme di perdere.
15 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Ciao Roberta,
Da quello che racconti, ti posso dire che la difficoltà non è davvero il lavoro, ma il peso emotivo molto forte che senti nel rapporto con tua madre. Negli anni, e soprattutto dopo la perdita di tuo padre, sembri essere diventata per lei un punto di riferimento quasi indispensabile. Questo ti ha messa in una posizione in cui, qualunque scelta di autonomia, viene accompagnata da sensi di colpa, richieste, confronti e svalutazioni. In queste condizioni è comprensibile sentirsi bloccate e temere di “fallire” ogni volta che si prova a fare un passo avanti.
È importante chiarire una cosa, il senso di colpa che provi non indica che stai sbagliando, ma che stai cercando di uscire da un ruolo che ti è stato assegnato da tempo. I bisogni di tua madre sono in gran parte emotivi, non reali, e non possono essere soddisfatti sacrificando la tua vita, il tuo lavoro e la tua identità adulta.
Potrebbe esserti utile iniziare con piccoli cambiamenti: ridurre la disponibilità totale, stabilire confini chiari (ad esempio sugli orari delle telefonate), evitare di giustificarti continuamente e accettare che tua madre possa essere scontenta senza che questo significhi che tu stia facendo qualcosa di sbagliato. Andare a lavorare non è un tradimento né un abbandono, è un tuo diritto.
Ti suggerisco inoltre di valutare un percorso di sostegno psicologico, potrebbe aiutarti a lavorare sul senso di colpa cronico, sull’elaborazione delle ferite legate alla maternità mancata e a rafforzare la tua autonomia emotiva. Questo è un passaggio delicato, ma possibile, e non devi affrontarlo da sola.
Un carissimo saluto
14 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Roberta,
Le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista per indagare meglio le tematiche cha ha scritto.
Le auguro il suo meglio.
Mi contatti online per un consulto gratuito.
Dott. Marco Benfatto
14 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Roberta,
leggo tanta fatica nel suo racconto!
Non credo che il problema sia proprio il lavoro, trovarlo o non trovarlo, che la soddisfi oppure no...la difficoltà è insita nella mancanza di confini nel rapporto con sua madre. Capisco che possa sentirsi in colpa perchè non riesce a dare tutte le attenzioni che sua madre le richiede, ma semplicemente non può farlo. Lei è una donna di 43 anni, quindi un'adulta con una propria vita indipendente: un marito, delle amiche con cui dovrebbe essere libera di uscire, un lavoro saltuario e una nuova proposta professionale - non mi sembra cosa da niente!
Il problema però è che non si concede la possibilità di viverla questa vita, restando legata alla vita di sua madre.
Una madre che dal suo racconto, oltre ad essere molto richiedente, è anche svalutante (che bravi i cugini con una attività; tutti hanno fatto figli..) Capisco che questi continui attacchi siano svilenti ma che, paradossalmente, la tengano ancora più attaccata a doppio filo a lei.
Nel suo racconto parla tanto di fallimento:
- non ha avuto figli e oltre a soffrire per lei è come se si sentisse in colpa nei confronti di sua madre;
- non ha terminato l'università che però ha iniziato a fare per volere di sua madre e non suo;
- non ha un lavoro mentre i cugini hanno l'attività come spesso rinfacciato da sua madre;
- ha una proposta di lavoro ma fallirà anche questa volta perchè deve rimanere disponibile per rispondere nel caso sua madre chiamasse
Insomma, davvero è un fallimento oppure è il riflesso di quello che sua madre le rovescia addosso?
E a questo punto, è sicura che sia sua madre a boicottarla e a far sì che lei non trovi lavoro?
Ormai questa dinamica relazionale si è talmente consolidata nel tempo che sembra quasi impossibile fare altro, comportarsi diversamente, e sentirsi intrappolati dal senso di colpa e dal senso di fallimento è inevitabile.
Tuttavia, è importante per una donna adulta avere pieno controllo della propria vita; si tratta di uno step evolutivo, proprio come quando da piccoli, un po' alla volta, abbiamo imparato a camminare da soli.
Ciò che andrebbe fatto, ed è la parte difficile, è mettere dei paletti - belli grossi e chiari. Che può essere sentirsi solo una volta al giorno + le reali emergenze; non chiamare durante l'orario lavorativo; non discutere le sue scelte su chi frequentare e dove; ecc... Un passo alla volta, dovrebbe creare dei confini sani che le permettano di vivere una vita indipendente senza controllo e senza sensi di colpa perchè non è disponibile 24 ore su 24. Questo non significa voltare le spalle a sua madre, ma significa essere donna oltre che figlia, significa assumersi la responsabilità della propria vita nel bene e nel male, significa camminare da sola e decidere, in alcune occasioni, di camminare affianco a sua madre senza doversi giustificare per il tratto di strada che fa da sola.
Si tratta di un lavoro su di sè non facile, perchè si tratta di rivedere un rapporto così importante che va avanti da tanti anni. Credo che un percorso psicologico possa aiutarla in questo, dandole la possibilità di capire qual è il suo spazio e come meglio gestirlo.
Se vuole sono a disposizione, anche online.
Un saluto
Dott.ssa Veronica Pietrantuoni
14 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Cara Roberta,
da quello che racconti il vero problema non è il lavoro, ma il legame molto stretto e colpevolizzante con tua madre, che dopo la perdita di tuo padre si è appoggiata a te in modo eccessivo. Non è che tu non sia capace, ma sei divisa tra il bisogno di costruire la tua vita e la paura di far soffrire tua madre. I sensi di colpa che provi non significano che stai sbagliando, ma che stai provando a separarti, e questa è una cosa normale e aggiungerei necessaria. Voler bene a tua madre non significa rinunciare a te stessa. Alcuni confini, anche piccoli, sono indispensabili.
Io ti consiglio di affrontare un percorso psicologico. Credo tu sia pronta e ti aiuterebbe molto a liberarti da questo peso e a vivere le tue scelte con più serenità. Se vuoi sono a disposizione
13 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Salve Roberta,
da ciò che scrive emerge in modo molto chiaro la sua stanchezza e la volontà di riuscire a costruire qualcosa di suo, di poter finalmente muoversi libera nel mondo e prendere la propria strada senza sensi di colpa.
Per fare ciò, probabilmente all'inizio dovrà fare qualcosa che le sembrerà molto difficile: mettere dei confini chiari, che la porteranno a non soddisfare le aspettative di sua madre. Questo è un conflitto evolutivo importante, che inizialmente potrebbe portarla a provare di nuovo quel senso di colpa che sembra influenzare le scelte che compie quando si tratta di sua madre, ma vedrà che, nel tempo, questo sentimento si presenterà sempre meno.
Non è facile mettere in atto tali passaggi, vista la difficoltà che sembra avere sua madre nell'accettare che lei si prendesse i suoi spazi di autonomia. Le richieste e le aspettative che sua madre sembra riporre in lei sono numerose e, in alcuni casi, irrealistiche: ciò genera un cortocircuito fra la richiesta e la realtà, ponendola sempre dal lato di chi non fa abbastanza.
Ritengo sia importante per lei, Roberta, intraprendere un percorso che la aiuti in questa fase iniziale, e più difficile, di gestione del confine.
Resto a disposizione,
dr.ssa Alessia Foronchi
13 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Cara Roberta,
nel suo racconto si vede con chiarezza una dinamica che non riguarda semplicemente “una madre bisognosa”, ma un sistema relazionale in cui il bisogno materno è diventato un vincolo e il senso di colpa il suo principale strumento di governo. La contraddizione che lei descrive (“mi rimprovera perché non lavoro” e poi, quando si profila un impiego, attiva immediatamente richieste, paure e urgenze) non è casuale, è tipica di quei legami in cui l’autonomia del figlio viene vissuta, spesso inconsciamente, come abbandono. Dopo la vedovanza, questo movimento può intensificarsi. La madre, invece di elaborare la perdita e riorganizzare la propria vita, tende a spostare su di lei una funzione di sostegno, compagnia, riparazione. Ma ciò che per lei è stato presentato come dovere affettivo si sta traducendo in una rinuncia esistenziale. Il punto è: sua madre può desiderare di averla sempre disponibile, ma non può essere lei a pagare con la propria vita adulta quel bisogno. Altrimenti non si tratta più di cura, si tratta di una forma di dipendenza reciproca, in cui lei resta figlia per tenere in equilibrio la madre, e la madre resta madre impedendole di diventare pienamente soggetto. Il sintomo più eloquente è proprio quello che dice: “o fallirò, o ci andrò con i sensi di colpa”. È come se la sua libertà fosse ammessa solo al prezzo della colpa.
Per questo, davanti alla proposta di lavoro, io non ragionerei in termini di “come farla capire a mia madre”, ma di che confine sono pronta a introdurre, senza negoziazioni infinite. Un confine semplice, ripetuto con calma: “Mamma, in quell’orario non rispondo perché lavoro. Per le visite ci organizziamo in altri modi. Non posso essere la tua soluzione per tutto”. Non serve convincerla, serve renderlo vero nei fatti. All’inizio, è probabile che lei aumenti i ricatti emotivi (muso, telefono in faccia, paragoni, colpevolizzazione): è il modo con cui il sistema tenta di ripristinare l’equilibrio precedente. Ma è proprio lì che si misura la sua nuova posizione. Se sente che da sola fatica a reggere l’urto emotivo, un sostegno psicologico può essere molto utile, per aiutarla a tollerare il senso di colpa senza obbedirgli e a costruire una separazione psichica adulta. Il suo lavoro, in questo momento, è un atto di individuazione.
13 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Roberta,
ho letto attentamente il suo messaggio e ciò che emerge nel concreto é la necessità di creare e mantenere dei confini per salvaguardare non solo i suoi bisogni e quelli di sua madre ma anche il vostro rapporto.
Ciò che mi ha colpito molto é il senso di inadeguatezza che lei trasmette sulla maternità mancata, sul “fallimento” e i sensi di colpa. Le consiglio quindi di riflettere su queste esigenze e resto a disposizione qualora volesse contattarmi.
Cordiali saluti
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buonasera Luca, la sua passione per la musica è intensa e centrale nella sua vita, e il fatto che la mente torni sempre al pianoforte riflette quanto questo spazio le dia senso e rifugio. La frustrazione o irritazione verso chi non condivide i suoi interessi è comprensibile: protegge ciò che è per lei prezioso. La “cattiveria” può essere vista come una difesa naturale. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a equilibrare mondo interno e relazioni, vivendo la sua passione senza conflitto e con maggiore serenità nel quotidiano. Saluti
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Grazie per la tua storia, Roberta, leggendo le tue parole si sente tutta la stanchezza di chi ha provato per anni a muoversi, a crescere, a diventare se stessa, ma ogni volta si è sentita tirare indietro da un filo invisibile fatto di doveri, paura e senso di colpa. Non c’è nulla di sbagliato in te. Quello che vivi è il dolore di una donna adulta che ama sua madre ma che, per amare, ha imparato a rinunciare a se stessa. E questo, alla lunga, logora profondamente.
È come se dentro di te convivessero due parti che si fanno male a vicenda: una che desidera lavorare, uscire, sentirsi viva, autonoma, finalmente padrona del proprio tempo, e un’altra che ha imparato che, se fai un passo per te, qualcuno soffrirà e tu ne sarai responsabile. Vivere così significa non sentirsi mai davvero libera, nemmeno quando “non stai facendo nulla”.
Il senso di colpa che ti accompagna non nasce perché sei egoista, ma perché per tanto tempo l’amore ti è stato fatto coincidere con la disponibilità totale. Quando tua madre ti controlla, ti paragona, ti rinfaccia ciò che non hai o ti chiude il telefono in faccia, tu resti sola con un peso enorme sul petto, come se avessi sbagliato a esistere. E invece no. Il tuo dolore per i figli che non sono arrivati, i tentativi di studio falliti, le occasioni lavorative bloccate non parlano di incapacità, parlano di una vita vissuta sempre con il freno tirato.
La proposta di lavoro che hai ora non è solo un impiego: è una possibilità di scegliere te stessa, anche tremando, anche con la paura, anche con il senso di colpa. E se quel senso di colpa arriverà, non significherà che stai sbagliando, ma che stai facendo qualcosa di nuovo, qualcosa che non ti è mai stato davvero permesso. Non devi dimostrare nulla a nessuno. Meriti una vita che non sia solo attesa, adattamento e rinuncia. Meriti spazio, rispetto, futuro. E anche se ora ti senti fragile, il fatto che tu riesca a vedere tutto questo e a dirlo ad alta voce è già un atto di grande forza.
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno Roberta, capisco la situazione difficile in cui si trova. Tuttavia, penso possa giovarle un percorso psicologico per aiutarla a demarcarsi da sua madre e a gestire il vostro rapporto. in una maniera funzionale per lei, senza sensi di colpa
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Cara Roberta, la ringrazio per aver condiviso la sua storia. La mia ipotesi è che lei si trovi immersa in un conflitto: da un lato, sente il desiderio di costruire una vita che sia realmente sua, dall’altro, emerge un senso di colpa ogni qual volta che prova ad avvicinarsi a qualcosa che sia davvero suo e che la renda autonoma. È comprensibile che tutto ciò generi una certa sofferenza psicologica e la sensazione di non aver via di uscita da quello che lei giustamente definisce “controllo” da parte di sua madre.
Forse sarebbe interessante esplorare il tema dei confini tra la sua vita e quella di sua madre (e provare a estendere questa riflessioni anche alle altre relazioni della sua vita). I confini, infatti, non solo delle porte chiuse che lasciano l’Altro fuori, ma permettono che i legami restino vivi senza soffocare chi è lei. Poter affrontare queste tematiche all’interno di un percorso psicologico potrebbe aiutarla a sciogliere questi nodi senza sentirsi schiacciata dal senso di colpa.
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno, mi sembra che dal suo racconto emerga chiaramente una difficoltà profonda a “tagliare il cordone” materno e liberarsi da un gioco psicologico molto potente che la lascia immobile e insoddisfatta. Le consiglio un percorso di terapia che le possa far ritrovare quella energia interiore per mettersi in moto. A disposizione. Un saluto. Dott. Bianchi
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Da quello che scrive sua madre è molto controllante nella sua vita
È opportuno affrontare la cosa concreto. Il fatto che sia rimasta vedova può aver accentuato il problema aumentando l’ansia e la preoccupazione per se stessa e per lei.
Sarebbe opportuno che sfumate, trovasse qualcosa, qualche impegno, un hobby che la possa distrarre e far pensare all’altro
A esempio, uscire quelle amiche e fare delle gite, trovare qualcosa che la possa impegnare
Lei ha 43 anni e una donna adulta. Non deve rendere conto sua delle sue decisioni
È opportuno che lei parli con sua madre e affronti la situazione. Come suo marito, trovare un hobby un impegno, qualcosa che la possa distrarre può aiutarla a diminuire la preoccupazione e concentrarsi su altro.
Un percorso psicologico può essere utile per comprendere meglio la situazione ed affrontarla
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
I rapporti con i genitori non sono sempre
Sua madre è preoccupata per sussista e per lei una preoccupazione esagerata
Il fatto che si è rimasta vedova può avere accentuato il problema
È importante per sua madre trovare qualcosa che le impegni che la distragga uscire con le amiche a fare una gita, trovare un hobby.
Che sposti la sua attenzione da lei a qualcos’altro
Lei ha 43 anni ha la sua vita e la sua dipendenza è una donna adulta e non deve rendere conto a sua madre se esce con le amiche se va da qualche parte
Per sua madre, intraprendere qualche attività che la possa distrarre, impegnare in altro modo può essere un buon inizio per iniziare a cambiare la situazione
Un percorso psicologico può essere utile per comprendere meglio la situazione ed affrontarla
12 GEN 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno Roberta,
dal tuo racconto emerge una sofferenza reale e profonda, che non riguarda solo il lavoro ma anche la difficoltà di conciliare i tuoi bisogni e quelli di tua madre, soprattutto dopo la perdita del papà.
È comprensibile sentire che la mamma ti ostacoli, ti critichi o ti faccia pesare le cose, ma forse il punto centrale non è tanto ciò che lei le chiede, piuttosto la difficoltà ad elaborare e allontanare il senso di colpa che queste richieste determinano.
.
La pressione, i paragoni, la tendenza a rinfacciare, sembrano rendere ogni passo verso l’autonomia emotivamente molto difficile, al punto di rischiare di non realizzare un desiderio o un bisogno ancora prima di iniziare.
Il rischio è che il problema non sia il lavoro in sé, ma il costo affettivo che senti di dover pagare per scegliere qualcosa per te.
In questo senso, la nuova proposta lavorativa potrebbe rappresentare sia una reale possibilità professionale, sia una realtà in cui sperimentare uno spazio proprio indipendente.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a capire e a elaborare il conflitto tra legame affettivo e colpa.
Questo potrebbe alleggerirti e darti la possibilità di scegliere più liberamente.
Già il fatto di esprimerti in questi contesto è un passo significativo.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gessica Mestriner
Psicologa clinica - ricevo a Verona
12 GEN 2026
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Buongiorno Roberta,
forse questa volta il passato non si ripeterà. Ha scritto a noi, e questo già significa che ha intenzione di ampliare il suo sguardo e trovare conferme a ciò che sente. Ecco la mia di conferma.
E' certamente doveroso avere a cuore la vita dei genitori che invecchiano, specialmente se uno dei due è rimasto solo, ma questo non può accadere a discapito del proprio legittimo progetto di vita.
Anche i bisogni di sua madre necessitano di un confine e, se sua madre non è in grado di stabilirlo, tocca a lei farglielo presente.
Può partire dalla "rendita che finisce", tanto per restare su un terreno neutro e oggettivamente inoppugnabile, per poi arrivare a parlare della vostra dinamica relazionale e della nuova misura che occorrerà cercare insieme.
Quando sua madre si renderà conto che anche nella nuova situazione l'affetto è rimasto e ha soltanto preso forme differenti dal passato, smetterà di chiederle continue rassicurazioni.
L'aiuto di uno psicologo potrebbe servire a entrambe.
Un doppio "buon lavoro", uno per il dialogo con sua mamma e l'altro per l'attività che la sta aspettando.
Rinalda Sabbadini