3 GIU 2025
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Cara Sara,
ti ringrazio per aver condiviso una parte così delicata della tua storia. Le parole che hai scritto portano dentro un grande dolore, ma anche il desiderio – chiaro e profondo – di essere vista, ascoltata, capita. E questo è già un atto di forza.
Hai affrontato un evento traumatico, fisico e psicologico: un intervento importante, che ha segnato un prima e un dopo nella tua vita. Quando il corpo cambia in modo così radicale, spesso la mente fatica a “ritrovarsi” dentro quella nuova condizione. Le tue paure,la paura di non arrivare in tempo in bagno, di essere giudicata, di fare una figuraccia , non sono “solo” sintomi: sono reazioni profonde a un vissuto di vergogna, di perdita di controllo, e forse anche di abbandono.
Quello che racconti sul ritiro sociale, sulle amicizie svanite, sulla rinuncia a uscire, ci parla di una persona che si è trovata sola a combattere qualcosa che avrebbe richiesto invece sostegno, delicatezza e accoglienza. E questo vale sia per chi ti è stato accanto (o non c'è stato), sia per quella professionista che avrebbe dovuto aiutarti e invece ti ha fatto sentire umiliata. Questo non dovrebbe mai accadere, soprattutto in un contesto di cura. Hai fatto benissimo a segnalare l'accaduto, e il fatto che tu lo abbia fatto, nonostante la sofferenza, dimostra che dentro di te c'è ancora voce, c’è dignità, c’è valore.
Il dolore che stai vivendo ora ,il sentirti sola, inutile, fuori posto , non è il riflesso di ciò che sei, ma della condizione in cui ti trovi. Non sei sbagliata. Non sei meno di nessuno. Non sei "finita". Stai semplicemente attraversando un momento di rottura, che ha bisogno di tempo, e soprattutto di accoglienza psicologica e umana.
Forse è utile dirti anche questo, con molta chiarezza: il tuo corpo non è colpa tua. Le sue reazioni, i suoi limiti attuali, sono il frutto di qualcosa che hai dovuto affrontare per sopravvivere. E tu hai già vinto una battaglia enorme. Ora ne stai combattendo un’altra: quella per riconquistare libertà, sicurezza, dignità nella quotidianità. È una battaglia invisibile agli occhi di molti, ma tremendamente reale.
Mi sento di consigliarti, se e quando ti sentirai pronta, di cercare un’altra figura professionale. Qualcuno che abbia esperienza con il trauma medico, le patologie gastrointestinali, e i risvolti psicologici legati all’immagine corporea, alla vergogna e all’ansia sociale. Ci sono psicologi e psicoterapeuti che lavorano anche online, con approcci molto rispettosi e centrati sulla persona. Ti meriti un ambiente in cui ti senti al sicuro, non giudicata, e dove puoi ricostruire poco alla volta il tuo senso di identità e valore.
Sara, anche se ora ti senti a pezzi, anche se tutto sembra fermo, non è la fine della strada. È un tratto difficile, sì, ma può diventare anche il punto da cui risalire. E il fatto che tu abbia scritto qui, oggi, è già un primo passo.
Se vuoi, possiamo continuare a parlarne. Posso aiutarti anche a trovare strumenti per gestire l’ansia, piccoli passi da fare, o parole da darti nei momenti in cui tutto sembra troppo.
Con rispetto e presenza,
ti mando un caro saluto .