Mi sento raggirato dal mio terapeuta?

Inviata da Michele · 26 set 2019 Coaching

Salve a tutti. Vi chiedo scusa se sarò un po’ prolisso, ma ci tengo molto a riportarvi nel modo più fedele possibile la vicenda. Sono uno studente di medicina di 22 anni e da circa uno vado in analisi. Qualche settimana fa è avvenuto un fatto molto strano in seduta ed io non so proprio come comportarmi, né se la percezione che ho della gravità di ciò che e successo sia corretta.
È accaduto quanto segue: Il mio analista si era rotto un piede e, sapendo dei miei studi, ha occupato 15 minuti dei miei 45 per raccontarmi per filo e per segno la dinamica del suo incidente, la diagnosi ed il tipo di cure che gli erano state suggerite al pronto soccorso. Infine, mi ha chiesto più volte se fosse il caso di utilizzare il farmaco suggeritogli, dicendomi che non aveva voglia di contattare uno specialista e che quindi preferiva rivolgersi a me, in quanto futuro medico.
Io inizialmente ho ascoltato con partecipazione. Vi confesso che tutto ciò mi faceva sentire molto gratificato, sia “professionalmente”, che nell’avvertire che la dolorosa asimmetria tra di noi era stata temporaneamente ribaltata. Ad un certo punto, però, mi sono sentito sopraffatto da un senso di disagio e di fastidio. Gli ho ripetuto più volte che non mi reputavo all’altezza di dargli consigli medici, che non mi sembrava il contesto adatto in quanto suo paziente. Dopo la terza volta che insisteva, finalmente si è arreso e sono riuscito a “riportare” la seduta su di me. Questo fatto mi ha bruciato dentro per parecchio, nei giorni a seguire. Ci sono state molto occasioni in cui avrei voluto portare sul tavolo questo disagio, ma ero inibito dal senso di colpa: pensavo che, essendo il mio terapeuta particolarmente rigido ed inflessibile tendenzialmente, non fosse il caso di mortificarlo in questa occasione, di costringerlo nel suo abituale quadratino. Anzi, poteva essere benefico per lui.
Riflettendoci maggiormente, ho pensato che però, così facendo, mi sarei ancora una volta preso cura di lui, contribuendo a questa nociva inversione di ruoli e rinunciando dunque al mio diritto ad essere paziente/figlio (purtroppo, come l’analista ben sa, questa è una tematica che ha un ruolo molto centrale nel mio vissuto infantile). Ho preso così coraggio e gli ho esposto il tutto. Gli ho chiesto se ci fosse stata una qualche finalità terapeutica dietro all’atto o se fosse nato spontaneamente. Lui ha risposto che non c’era alcuna logica particolare sottostante. Quando gli ho fatto notare quanto fosse inappropriato, si è giustificato dicendomi che non si trattava di un “prendersi cura”, o meglio, non nel senso classico del termine: piuttosto aveva visto in me un collega ed aveva riportato in seduta un aspetto del nostro rapporto tra professionisti. Io ho allora insistito rimarcando il fatto che sarebbe comunque stato scorretto, dato che ero in veste di paziente, e che le domande che lui mi aveva posto non erano generiche e teoriche, bensì rivolte ad uno suo interesse personale medico, dettato in parte dalla pigrizia nel non voler contattare un altro specialista. Che si trovavano per giunta in un contesto in cui lui si era posto quale paziente, raccontandomi infatti nei dettagli del proprio malessere fisico e chiedendomi aiuto. Lui ha continuato a negare. Più volte gli ho chiesto di analizzare, ma ho percepito chiusura da parte sua, che tendeva a relegare il tutto a “un errore di poca importanza” (sue parole).
Dopo un po’ di tira e molla su questa storia, la seduta si è conclusa ed io ne ho ricavato il senso di essere stato usato e, data la sua ostinazione nel negare il valore del fatto, manipolato.
Sento di non poter avere un confronto onesto con questo professionista, che mi sembra giri la frittata. Mi sento molto male e molto confuso. Ho un bisogno estremo di un punto di vista esterno sulla questione. Altrimenti, nel dubbio, sarò costretto a concludere la terapia.
Scusate per la lunghezza del testo e vi prego, aiutatemi a capirci di più.

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