30 SET 2025
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Gentile Jessica,
la ringrazio per aver trovato il coraggio di scrivere e condividere una parte così intima e dolorosa della sua vita. Le sue parole raccontano una storia complessa, ma anche una profonda consapevolezza di sé, del proprio disagio, e del bisogno — ormai urgente — di trovare una via d’uscita da una situazione che, da quello che descrive, appare chiaramente segnata da dinamiche di violenza, controllo e paura.
Quello che ha vissuto — e che, purtroppo, sta ancora vivendo — non è una semplice “relazione difficile”, ma un contesto relazionale in cui sono presenti comportamenti gravemente lesivi della sua integrità fisica, psicologica ed emotiva.
Quando lei racconta di quella “pacca sulla spalla” ricevuta nel giorno del funerale di suo padre, sento tutto il dolore di una donna che, nel momento forse più fragile della sua vita, ha trovato accanto a sé l’assenza invece della cura, la distanza invece dell’abbraccio.
E ancora, quando descrive l’episodio del litigio per il cane e la violenza subita — lo spintone, la mano al collo, l’essere sbattuta contro il muro —, il mio primo pensiero è che in quell’istante si è spezzato qualcosa di profondo. E che la ferita che ne è derivata non è solo sul corpo, ma anche nell’anima.
La colpa non è mai di chi subisce la violenza. Mai. E il fatto che il suo compagno cerchi di farle credere il contrario — attribuendole la responsabilità del suo comportamento — è una forma di manipolazione molto sottile e pericolosa, che mira a farla dubitare di sé, dei suoi sentimenti, e perfino della realtà.
Poi ci sono le minacce. Parole come “te la farò pagare”, “ti rovinerò la vita”, o — e mi permetta di dirlo con forza — la frase agghiacciante sul suo nipotino, non possono essere sottovalutate. Non sono “sfoghi detti in un momento di rabbia”. Sono allarmi chiari, campanelli che suonano forte. E che le stanno dicendo una cosa sola: è tempo di mettere la sua sicurezza e il suo benessere al primo posto.
Le faccio alcune domande che forse possono aiutarla a mettere a fuoco: Cosa le sta dicendo il suo corpo, in questo momento, quando pensa a quella casa, a quell’uomo, a quelle minacce?
Come sarebbe la sua vita, anche solo per un giorno, se potesse sentirsi davvero al sicuro, ascoltata, protetta?
Cosa pensa che meriterebbe, se si permettesse di non accontentarsi più di quel poco che riceve?
Cosa direbbe a una sua cara amica, se le raccontasse le stesse cose che lei sta vivendo?
Jessica, c’è una via d’uscita. Ed è più vicina di quanto possa sembrare. Spesso, prima di chiedere aiuto, si rimane intrappolati in un’altalena fatta di speranza, paura, sensi di colpa, vergogna. Ma nessuna donna dovrebbe mai sentirsi in gabbia, né vivere con la costante minaccia di “pagare” per la propria libertà.
La libertà non è qualcosa da conquistare a caro prezzo. La libertà è un diritto. E Lei ha tutto il diritto di vivere relazioni che la rispettino, di sentirsi al sicuro in casa sua, di poter amare liberamente (sì, anche un cane, anche un nipotino) senza che questo diventi un motivo di aggressione.
Se vuole, possiamo parlarne insieme. Nel mio lavoro accolgo donne che, come lei, si sentono confuse, spaventate, spesso sole. Insieme iniziamo un percorso che non è fatto di giudizi, ma di ascolto, di strumenti pratici, di cura e ricostruzione. Non le prometto una “formula magica” per risolvere tutto in un attimo, ma posso assicurarle che non dovrà affrontare questo percorso da sola.
Ogni passo, anche il più piccolo, è già un atto di forza. E lei, Jessica, ha già iniziato a muoversi, scrivendo qui. Questo è il primo passo.
Spero di esserle stata utile e resto a sua completa disposizione per un'eventuale consulenza psicologica, anche online.
Un saluto.
Dott.ssa Deborah De Luca