Malpractice?

Inviata da Marco Toti il 20 set 2017 Psicologia risorse umane e lavoro

Sono stato in cura presso un Centro di psicoterapia cognitivo-comportamentale per oltre un anno. Taccio, per carità, sul nome della mia ex psicoterapeuta, persona ottima, ma che ha ingenerato quanto vado a descrivere. Ad ogni modo, ritengo il suo reiterato silenzio e, soprattutto, quanto posto in essere dai vertici del Centro medesimo, successivamente alla interruzione della terapia, a dir poco inopportuni.
Nel mese di aprile 2017, il 18 (era un martedì sera), ho inviato una “mail” alla terapeuta per avvertirla che non sarei potuto essere presente alla nostra usuale seduta (che avrebbe avuto luogo il giovedì successivo, alle 10). L’ho fatto per educazione, anticipando i tempi per comodità della dottoressa: visto che, se avessi disdetto il giorno dopo, sarei stato costretto a farlo oltre il limite delle 24 hh concesse (la segreteria del Centro è aperta il pomeriggio dalle 15 alle 18; cosa strana, io non ho mai avuto un recapito telefonico della mia psicoterapeuta [la prima cosa che ha fatto la mia nuova psicoterapeuta, dopo avermi dato appuntamento, è stato darmi il suo numero di cellulare], né notizia del fatto che sarei stato oggetto di una tesi di specializzazione, se non a molti mesi di distanza dal nostro primo incontro, né copia degli accordi che periodicamente elaboravamo, in forma contrattuale, sulla base di presunte finalità terapeutiche: neppure quella inerente al “vincolo” di cui sotto (nel caso di una disdetta, avrei dovuto immediatamente riprenotare un nuovo appuntamento), stabilito quasi d’autorità dalla dottoressa, e apparentemente determinante la fine della terapia; i suddetti contratti, inoltre, sono allo stato difficilmente accessibili ai non iniziati come me: come molto altro. Incredibilmente, se fossi stato meno educato e avessi chiamato la segreteria il mercoledì –quando però era scaduto il termine per la disdetta--, comunicando la mia indisponibilità e riprendendo appuntamento, la terapia sarebbe normalmente continuata (senza contare che io sono stato malissimo, il mercoledì ed il giovedì successivi). Per oltre una settimana, ho atteso una risposta, che puntualmente non è giunta (nella “mail” specificavo che stavo poco bene, e la dottoressa sa che io, tra le altre cose, soffro di “emicrania con aura”: patologia che è invalidante, e che rende, nei suoi “postumi”, del tutto impossibile uscire di casa anche due/tre giorni dopo la sua insorgenza: proprio per questo ho mandato la “mail” in anticipo sui tempi previsti); e che, forse, non sarebbe mai arrivata, dalla stessa dottoressa, se io, esasperato, non le avessi riscritto oltre una settimana dopo, lamentando la sua immotivata latitanza e facendole presente la mia volontà di risolvere il nostro rapporto (più che altro in modo da provocarne una qualche reazione). Ecco la risposta che ho ricevuto, il 28/4 u.s., con linguaggio tra il kafkianamente burocratico e l’orwellianamente automatico, e senza alcun riferimento alle mie obiezioni (varie, circostanziate e documentate) né la minima parola di conforto e/o interessamento per le mie condizioni (dopo un anno ed oltre di psicoterapia!):


"Buongiorno,

Mi dispiace che i tempi della mia risposta l'abbiano contrariato [dieci giorni per rispondere ad una “mail” di un suo assistito, solo perché quest’ultimo glielo ha praticamente imposto, moralmente, scrivendogli, comprensibilmente alterato e intenzionato, provocatoriamente, a risolvere il rapporto, per la seconda volta].
Nella nostra seduta del 23 febbraio abbiamo accordato che "nel momento della disdetta verrà presso un nuovo appuntamento, altrimenti il percorso terapeutico si intende concluso" per cui il nostro percorso terapeutico è concluso sin dalla sua mail del 18 aprile e sin quel momento mi sono attivata [senza comunicarmi niente, e senza quindi attendere neppure il giorno dopo per darmi il tempo materiale necessario per riprendere appuntamento, visto che la segreteria di sera è ovviamente chiusa: cosa che, se anche avessi ricordato il “vincolo” cui eravamo inflessibilmente legati, non mi sarebbe stata possibile, versando io in condizioni di salute pessime. Come si fa, poi, a prendere appuntamento parlando con la segretaria e non con la terapeuta?] per raccogliere le informazioni riguardanti il colloquio finale […] [colloquio finale che la dottoressa aveva detto avrei avuto con lei stessa]. Può chiamare in segreteria (dalle 15 alle 18) e prendere appuntamento […]. Le somministreranno [sic] gli stessi test del primo colloquio e avrà lo stesso costo (50€).

Buon proseguimento [sic]

“Sin dalla sua mail del 18 aprile”, si noti: senza neppure dare tempo al malcapitato di riprendere appuntamento, il giorno dopo e per vie rocambolesche. Non ci si è neppure preoccupati della mia reazione alla (mancata!) notizia: con fare autenticamente burocratico. Infatti, “mi sono attivata”: le procedure vanno rispettate, oltre ogni rispetto umano, oltre ogni ascolto e semplice cura dell’altro. La persona non vale niente: neppure una comunicazione contestuale. Dopo questa “mail”, nonostante abbia cercato, anche in modo strategicamente molto duro, di contattare la dottoressa con l’unico strumento possibile (la posta elettronica), la stessa ha ritenuto opportuno perseguire nella strategia del silenzio: non so se per scelta personale o se per “ordine di scuderia”. Neppure la coresponsabile della Sezione Clinica del Centro ha acconsentito ad un incontro con me: significativamente, come è nel suo stile, mai affermando perché ciò non fosse possibile (e perché non fosse possibile una prosecuzione della terapia presso il medesimo Centro, con altro terapeuta). Riconosco senza problemi che, ad ogni modo, la responsabile in questione ha sempre risposto a miei messaggi e "mail", dimostrandosi da questo punto di vista persona degna.
Ora, a parte la sensibilità, il buon senso e l’educazione manifestati nella gelida risposta (oltre che nel prolungato silenzio, prima e dopo di questa: non mi si venga a dire che la mia ex terapeuta non avrebbe potuto scrivermi due righe per chiarire, oltre che per mettermi a conoscenza della fine che avevano fatto dei soldi che mi doveva, e che presto riceverò con vaglia postale), mi chiedo come la dottoressa possa aver applicato in maniera tanto draconiana un vincolo informale (tutte le leggi – e quella in oggetto non può certo ambire a tale rango!-- ammettono una eccezione per “stato di necessità”! “Summum ius, summa iniuria”, riportava Cicerone), tanto più che:

1) Avevo avvertito, e non avrei materialmente potuto prendere un nuovo appuntamento, a motivo delle rocambolesche modalità di comunicazione cui ero costretto (niente cellulare della dottoressa e segreteria aperta solo dalle 15 alle 18, dal lunedì al venerdì. Ci si chiede come sarebbe stato possibile disdire un appuntamento per lunedì mattina o anche primissimo pomeriggio, dopo le 18 del venerdì: si sarebbe dovuta profetare una propria malattia il giovedì, forse, per poter chiamare la segreteria il venerdì pomeriggio e disdire l’appuntamento del lunedì mattina?);
2) non ricordavo, anche perché in stato confusionale per la emicrania (mi è stato molto difficile scrivere la “mail” di cui in oggetto: questa patologia genera anche difficoltà di sillabazione e di coordinamento dei movimenti del corpo, quindi di parola e di deambulazione: ma di questo, la dottoressa non ha tenuto minimamente conto, né ha chiesto come stessi), di quell’accordo (tanto è vero che ho riscritto alla dottoressa una settimana dopo la prima “mail”, senza neanche pensare, perché ancora non lo ricordavo, al suddetto vincolo, e quindi senza menzionarlo);
3) non sarebbe forse stato opportuno ricordarmi il vincolo, o al limite farmi presente della sua inflessibile applicazione contestualmente alla “attivazione” della dottoressa (e non a distanza di dieci giorni dalla mia prima “mail”)? Ad oggi, non ho ricevuto neppure una mail di scuse, o di ammissione di responsabilità (“errore tecnico”, mi ha scritto e detto il Presidente del Centro), o anche solo di partecipazione umana dalla dottoressa.

Dopo questi eventi incresciosi e destabilizzanti, ho scritto alla coresponsabile della Sezione Clinica del Centro (che aveva scelto, insieme alla cd. “équipe”, la mia terapeuta, dopo il primo colloquio di “orientamento”, che ebbi proprio con la coresponsabile prima dell’inizio della terapia: ma che, coerentemente con la linea del Centro, non ha mai risposto in modo convincente alle mie domande nel merito [mie telefonate a vuoto, “sms” compassionevoli ma evasivi, “mail” di conforto ma altrettanto elusive, oltre che caratterizzate da linguaggio “standardizzato”, stranamente utilizzato anche in messaggi di sostegno umano], pur essendo, in teoria, “responsabile”; in una sua comunicazione di giugno, via “sms”, al sottoscritto, ella ha scritto che avrebbe risposto a otto mie obiezioni, per poi continuare la tradizione dei “non detti”, non rispondendo) ed al Presidente del CRP, che molto cortesemente mi ha proposto un incontro “chiarificatore”, senza onere per me (per “accontentare” un soggetto poco addomesticabile perché giustamente alterato? O per chiudere la pratica che mi riguardava, come dirò più avanti?). Mi chiedo come si possa ritenere di risolvere un problema così complesso (che si sovrapponeva alla mia già difficile condizione) con questo singolo incontro. In esso, non a caso, non ho avuto risposta alle molte domande che mi ponevo, e che ho tentato, senza successo e in molteplici occasioni, di porre ai miei interlocutori (il professore ha però ottenuto, con l’incontro, l’archiviazione della pratica: visto che ho acconsentito, senza pensarci, alla “somministrazione” dei questionari finali, che hanno chiuso il circolo della psicoterapia un poco "catastale"):

1) Non ho diritto a ottenere gli originali o le copie dei quaderni, delle registrazioni e di tutto quanto inerente al mio caso (a parte i questionari iniziali e simili inutili, paradossali scartoffie), raccolto nel corso della terapia dalla dottoressa. Il mio problema, qui, non consiste nel fatto che tema chissà quali rivelazioni (che danneggerebbero in primis la rivelante; tra l’altro, io non sono certo JFK!), ma che una persona che ora non ricordo con grande stima è in possesso di materiale che mi riguarda intimamente. Dunque, da ciò si ha l'impressione che, di fatto, io sia servito da cavia o che, addirittura, quel materiale sia stato usato per una tesi di specializzazione – dubbio che nessuno, ad oggi, si è preso la briga di fugare;
2) non ho inoltre diritto a conoscere le misteriose "ragioni della dottoressa" (asserite dal Presidente: evidentemente gli psicoterapeuti hanno il diritto di trattare i loro assistiti come oggetti), né ad avere un confronto con lei, da me richiesto, che potrebbe essere chiarificatore, perché “nessuna seria scuola di psicoterapia” acconsentirebbe a ciò (senza considerare che io non intendo, ovviamente, proseguire nella psicoterapia con la dottoressa in questione, pretendendo solo chiarezza: ossia, spiegazioni di un comportamento così irrituale e per me tanto destabilizzante); il perché non si acconsentirebbe a ciò resta un mistero. Proprio perché la dottoressa in questione non è più la mia psicoterapeuta, e non lo sarà mai più, si potrebbe facilmente acconsentire a tale confronto. Alcuni psicoterapeuti che ho contattato hanno asserito di usare avere un ultimo colloquio successivo al termine della psicoterapia: come d’altronde la stessa mia ex terapeuta aveva detto a me!
3) Non ho avuto diritto a che uno psicoterapeuta del Centro sostituisse, pro tempore e anche dietro compenso, la mia ex terapeuta, dopo i fatti descritti;
4) Non ho, infine, diritto a conoscere il nome del secondo terapeuta, supervisore della dottoressa, che presumibilmente fa parte della “équipe” della Sezione Clinica del Centro.

Non ho diritto, praticamente, a niente, ovvero a niente di significativo, ovvero a niente di quel che a me sostanzialmente importa. Ho diritto alle briciole (inutili questionari e simili scartoffie senza senso, amichevoli e metaforiche pacche sulle spalle e simili). Non ho diritto, addirittura, neppure a che mi sia risposto, nel merito, alle domande che ho ripetutamente posto. Tutto questo, dopo aver visto la terapia bruscamente interrotta per mia colpa: la colpa di essere educato, come già spiegato (avevo pure cominciato a compensare la dottoressa con denaro, per riconoscenza e perché mi sentivo in debito con lei: un errore marchiano, oltre che patetico!). Io, che stavo molto male, mi sono premurato di avvertire la dottoressa per tempo: questo, almeno ufficialmente, ha determinato la fine della terapia, senza che nessuno si interessasse di indagare più a fondo sul contesto relativo.

Nel colloquio avuto col professore, in cui egli ha ammesso che “la dottoressa ha sbagliato” e che le mie rimostranze erano giustificate, mi sono state date queste utilissime indicazioni “compensative”:

1) Il suggerimento di una psicanalisi presso un collega del professore: una terapia notoriamente lunga, problematica e costosissima (io sono disoccupato, e per questo ho avuto accesso alla “Terapia Solidale” del Centro in questione; ma, a questo punto, mi chiedo: solidale per chi?), visto che, paradossalmente, “una terapia cognitivo-comportamentale non è adatta alla sua intelligenza ed alla sua preparazione culturale” (ciò che io, che non sono un luminare del cognitivismo, avevo intuito dopo poche sedute); di fronte alle mie rimostranze sulla necessità di una psicanalisi, la risposta del professore è stata: “io farei un piccolo investimento, al posto suo” (piccolo investimento che, senza nessuna garanzia di successo, consiste in migliaia di euro: ma forse per il professore è difficile comprendere che, per chi è disoccupato, è problematico trovare 10000 euro per una terapia);
2) una terapia farmacologica diversa da quella consigliatami da un altro specialista, presso cui ero in cura: ma quando ho chiesto al professore come ci saremmo potuti accordare in tal senso (si era detto disponibile ad una visita privata), egli è repentinamente, misteriosamente svanito nel nulla comportamentista, per poi riapparire, quando avevo perso ogni fiducia in lui, in modo rapsodico.

Inoltre, il professore ha risposto ad una mia “mail” asserendo che il terapeuta è sempre “tenuto al massimo rispetto umano del paziente”. Si è visto, infatti! Un rispetto inappuntabile, fatto più che altro di procedure inflessibili e silenzi amletici, sparizioni e repentine riapparizioni…
Pure, sui 30 euro che la dottoressa mi doveva restituire (insieme ad alcuni miei articoli, di cui ho avuto le prime notizie a mesi di distanza dal termine della terapia, e che ho finalmente ricevuto in data 14/09: a quasi 5 mesi dall’ultima seduta!): stranamente, dopo che io ho alzato i toni, il professore, con ben tre “mail” nel giro di poche ore, tutte nell’imminenza della scadenza da me fissata per la segnalazione del fatto alle autorità competenti, si è rifatto vivo (mentre per il consulto psichiatrico si era definitivamente eclissato).
Il trauma che la dottoressa mi ha causato è dovuto a elementi soggettivi ed oggettivi, oltre che all'"effetto sorpresa" di una interruzione della terapia così brusca, immotivata e irrituale nella forma (e nella sostanza, ovviamente). Lei sapeva di agire su di una persona già in difficoltà (uno non va dallo psicologo per passare il tempo!); nella sua ultima “mail” avrebbe potuto scrivere, pur nel rispetto ferreo, farisaico degli accordi (non rammentati da me, e non assolutamente vincolanti: anche le leggi veterotestamentarie ammettono eccezioni!) e senza necessariamente partecipare umanamente a quanto andava esprimendo – anche se ciò sarebbe stato auspicabile -- qualcosa del tipo: "mi dispiace per lei, per suo padre [che sta male], etc."; oppure, più umanamente: "si ricorda degli accordi? Chiami questo pomeriggio la segreteria etc.". Bastava, in poche parole, un minimo di umanità, pure considerato il fatto che per un anno e mezzo mi sono sempre comportato con grande rispetto e puntualità, al di là dei miei doveri (visto che ho anche pagato, non dovendo niente alla "terapeuta" per contratto: e Dio solo sa con quanta difficoltà mi sono procurato i soldi), e dopo che io, come è comprensibile, le avevo detto che per me la conclusione della terapia sarebbe stato un trauma, anche nei suoi tempi "ordinari" (e lei a ripetermi che le cose sarebbero state gestite con gradualità: si è visto!); dopo che le avevo fatto capire che mi ero affezionato (in senso fraterno, o meglio filiale) a lei (d'altra parte, è forse possibile non affezionarsi ad una persona che per un anno e mezzo sta ad ascoltare ciò che nessuno conosce?).
Mi chiedo quindi: è lecito abbandonare a se stesso il paziente, mettendo al di sopra del fine della sua professione (il benessere psichico del paziente, mi pare) questioni procedurali (non assolute: e lo stato di necessità? E un minimo di flessibilità e di buon senso? E la considerazione delle ragioni logistiche? E l'informarsi se il paziente è vivo o morto, prima di procedere alla esecuzione della sanzione suprema?)? I danni che ne scaturiscono sono morali, materiali e psicologici: tutti di non poco momento (potenziamento della terapia farmacologica [Alprazolam, Lamictal, Brintellix], peggioramento dello stato di prostrazione e di “depressione” [3 giorni praticamente passati a letto, subito dopo la comunicazione della fine della terapia], con enormi sbalzi di umore ed inconsulti scatti di rabbia, aggressività, senso di umiliazione e di “violenza” subita, oltre che un oggettivo ritrovarsi in una “terra di nessuno” terapeutica, innumerevoli crisi di pianto e di angoscia, dieci episodi di emicrania con aura in circa tre mesi [di solito ne ho tre per anno] etc.): si consideri che io ho sempre avuto un carattere pacifico, e ciò può essere facilmente dimostrato. Tutto ciò, ovviamente, ha drasticamente ridotto la mia capacità lavorativa e quanto gli stessi cognitivisti chiamano, nella neolingua che essi usano, le “abilità sociali”. Il paradosso è che uno va dallo psicologo già ridotto male, e se ne torna a casa ridotto peggio, sentendosi ridicolizzato e “violentato”: e di ciò nessuno risponde, nella pratica. Ma poi, tutto questo distacco, mi chiedo, è realmente terapeutico? E l'empatia tanto sbandierata? E l’educazione, al di là della prassi terapeutica?
Un ulteriore paradosso è che la psicoterapia cognitivo-comportamentale mi era stata presentata, inizialmente, come “breve, efficace, collaborativa”; ma, nella realtà dei fatti, è stata lunga ed inefficace (ed anzi dannosa, nel suo esito grottesco). Mi chiedo come sia possibile che non si risponda nel merito, neppure con una “mail”, da parte di più persone, tutte in qualche modo responsabili, a chi è stato vittima di quanto riportato, declinando di fatto le proprie responsabilità (materiali, morali, cliniche ed istituzionali): sport nazionale, in Italia, lo si deve riconoscere.
Oltre al trauma subito, sono particolarmente adirato (e scosso) sia per il trattamento ricevuto – da “professionisti dell’ascolto”, poi! — e, ancor più, per l’evasività delle risposte (formali, quasi mai sostanziali e sempre non convincenti) da me ricevute, dopo innumerevoli tentativi di comprendere le ragioni, ove ve ne fossero, di quanto avvenuto: se non altro, per mettermi l’anima in pace (in teoria, è possibile che la dottoressa abbia le sue ragioni: e perché, visto che mi riguardano, non dovrei venirne a conoscenza, quando lei di me sa tutto?).
Di fatto, non si è responsabili di ciò che si è cagionato al paziente/utente/cliente/”alleato terapeutico”: "Ci dispiace; sì, forse ci siamo sbagliati, ma sa, è tutto molto soggettivo: coraggio, un mio collega, per qualche decina di euro per cinquanta minuti per qualche annetto, la potrà aiutare, forse; arrivederci e grazie".

Ho chiesto quindi (senza ottenere nulla), a compensazione di quanto da me patito:

1) un confronto chiarificatore con la mia ex terapeuta, nei modi e nei tempi più comodi per lei e per i suoi colleghi; in subordine, nella comprovata, materiale impossibilità del colloquio, le scuse da parte della dottoressa, a mezzo “mail” o raccomandata (non intendendo io in alcun modo incontrarla, se non per il detto confronto), unitamente ad una rappresentazione chiara delle ragioni del suo comportamento;
2) che tutti i materiali trascritti, registrati e da me donati nel corso della terapia alla dottoressa siano messi a mia disposizione, in originale, ovvero, in subordine, distrutti di fronte al sottoscritto, o, infine, in copia.

Perseguo nel richiedere ciò, con particolare riferimento al punto 1, funzionale ad una mia domanda, cui la coresponsabile del Centro ha risposto in maniera fallace, finalmente, ad inizio agosto: scambiando la fine del rapporto terapeutico (naturale) con le modalità di questa “interruzione” (assurde): ciò che, tra l’altro, contraddice l’ammissione di errore (fatta a voce e per iscritto) da parte del Presidente; che, tra l’altro, ha sostenuto che la mia ex terapeuta, pure in modo silente, mi avrebbe concesso del tempo per ripensare alla mia (presunta) volontà di interrompere la terapia. Ma, allora, dove sarebbe l’errore? E, soprattutto, come si accorda ciò con l’affermazione della dottoressa che il rapporto era concluso fin dalla mia “mail” del 18/4? Come è possibile che un terapeuta non risponda di un suo grave errore, neppure acconsentendo ad un incontro di chiarimento?

Afferma M.C. Cirrincione: “Le persone che agiscono nella loro veste professionale sono tenute a mantenere uno standard di comportamento ancora più alto di quello richiesto ad una persona qualunque. Se il comportamento del professionista ricade senza intenzione al di sotto di tale standard, si applica il termine di ‘cattiva pratica’ (Clemmons 1997 [corsivo mio])”. Dorken (cit. ibidem) afferma che “una volta intrapreso il trattamento di un paziente, lo psicologo, allo stesso modo del medico o del chirurgo, è obbligato a condurre il suo esame e il trattamento in modo abile, competente e professionale. Lo psicologo offre il possesso di una abilità e di una conoscenza comunemente possedute dai membri di buona reputazione della professione di psicologo, e di conseguenza è responsabile per i danni o le lesioni inflitte e per non aver mantenuto i correnti standard professionali” (http://www.psicoterapie.org/471.htm [M.C. Cirrincione, “Quando è un professionista della salute a sbagliare: confini tra malpractice e negligenza nell’intervento dello psicologo clinico, un’indagine pilota”). Inoltre, nel mio caso forse si è disapplicato, a mio giudizio, l’obbligo alla probità/chiarezza della psicologa (e dei suoi colleghi), mentre sarebbe da discutere se, oltre la “malpractice”, si è tenuta una condotta negligente (ignoranza colpevole, con o senza dolo; certamente con grave imperizia); tanto più che il fine ultimo della professione dello psicologo/psicoterapeuta, ossia il benessere psichico del paziente, è stato subordinato ad un’osservanza più che fiscale del “protocollo” (sulla idolatria del protocollo, tanto più in psicoterapia, si dovrebbe molto riflettere: lo psicoterapeuta, oggi, come il medico, rischia di divenire un semplice esecutore del protocollo: se fa così, non è responsabile di nulla, anche se il danno che ha determinato è evidente), ossia di una norma di valore relativo e che la terapeuta avrebbe dovuto “contestualizzare”. Un autorevole psicoterapeuta, N. Lalli, scrive, appoggiandosi su T.B. Karasu, che, tra i casi di “malpractice” in psicoterapia si dà quello di “prassi inadeguata o scorretta” (http://www.nicolalalli.it/pdf/confronto/malpractice.pdf, p. 5), integrando la fattispecie, tra l’altro, con un lavoro “imprudente” da parte dello psicoterapeuta (ibidem, p. 9), ovviamente non esente, almeno in potenza, da colpe (ibidem, p. 10). Soprattutto, sulla base di D. Furrow, Lalli afferma che non si deve “abbandonare improvvisamente senza valido motivo un paziente, ma garantire a quest'ultimo un tempo sufficiente per trovare un altro terapeuta” (ibidem; si noti che a me non è stata neanche comunicata in tempi consoni, immediatamente e “spontaneamente” la fine della terapia, decretata unilateralmente, irritualmente ed arbitrariamente: Peraltro, un incontro supplementare mi sarebbe stato comunque dovuto, se non altro per motivi inerenti al buon senso, all’etica professionale ed al banale senso di umanità; e, infine, questa grossolana “malpractice”, che urta non solo coi principi della psicoterapia, ma anche con quelli elementari della buona creanza, non è stata adeguatamente riconosciuta e/o sanzionata [e/o “compensata”], a mia conoscenza, dai superiori della mia ex terapeuta). Addirittura, senza che io ne avessi mai fatto menzione, il professore fece riferimento, in una sua “mail” a me indirizzata, che se ne avessi ravvisato la necessità, avrei potuto considerare il ricorso alle vie legali (evidentemente riconoscendo, pure implicitamente, la gravità della questione).
Tengo a precisare che, se materialmente la responsabilità di quanto avvenuto è della mia ex terapeuta, rimango ancor più esterrefatto del comportamento del Presidente: che, in varie "mail", ha esibito nei miei confronti un linguaggio da me percepito come inopportuno (avendo asserito, tra le righe, che io sia uno squilibrato: sarei affetto da “irrazionalità”), oltre che il suo tariffario (ad es. 30 euro "potenziali", per una "mail" di risposta, scritta in circa 5 minuti, suppongo): onorari che, ho scritto a chiare lettere, avrei pagato se avesse avuto la bontà di ricevermi. Addirittura, in riferimento al fatto di essere io stesso parte lesa (vittima, quindi) in alcuni procedimenti penali (nel primo grado di uno dei quali l’imputato è stato riconosciuto colpevole), il professore ha scritto di un mio “copione di vita”, che consisterebbe nell’istruire processi in cui io sarei vittima, accusatore e giudice contemporaneamente (“ci si domanda perché sia parte lesa in vari processi” [?!]): giudizio, oltre che falso, ridicolo, visto che per dar luogo ad un processo, e per esserne parte lesa, non basta certo l’impressione di essere stato vittima di un reato.
Confido che questa mia venga diffusa il più possibile, al fine di contribuire alla comprensione ed alla valutazione di alcuni contorti ed ambigui meccanismi che caratterizzano certi contesti psicoterapeutici. Per quel che mi riguarda, concludo asserendo con forza: basta con l’idolatria dei protocolli, basta con la proliferazione dei contratti, basta con l’utilizzo kafkiano della neolingua, basta con la psicoterapia catastale, basta con le “buone pratiche” (che, anche se fossero davvero buone, nel mio caso hanno creato solo danni): chi chiede aiuto a un “professionista” è una persona (in difficoltà, peraltro), e come tale dovrebbe essere trattata.

Con osservanza

PS Se non giungeranno risposte degne e circostanziate a questa mia, sarò costretto a rivelare nomi che, per ora, ho taciuto per senso di opportunità. Mi riservo anche di segnalare la vicenda all’Ordine degli Psicologi -- pure senza grandi illusioni --, oltre che di considerare la congruità di renderla nota in altre sedi.

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Gentile Marco,
mi dispiace che lei abbia avuto questa brutta esperienza col centro e con la psicoterapeuta che la seguiva prima.
Concordo sul fatto che l'umanità e l'ascolto per comprendere il disagio della persona che abbiamo davanti dovrebbero essere imprescindibili e non dovrebbero essere mai sostituiti da comunicazioni scritte con gergo burocratico, laddove sia possibile evitarlo.
Ritengo che anche sul fatto di essere oggetto di una tesi di specializzazione avrebbe dovuto essere stato informato e fornire il suo consenso ed effettivamente questo è un atto forse di leggerezza della terapeuta che peró è eticamente abbastanza grave e che andrebbe segnalato all'Ordine. Una volta segnalato, sarà l'Ordine stesso a prendere provvedimenti.
Sulla questione dell'intelligenza, mi sento di dirle che è una questione che non è legata all'orientamento psicologico, ma piuttosto alle competenze, alla cultura e capacità del professionista che si trova di fronte.
Riguardo ad appunti e diari del terapeuta delle sedute, la informo che noi psicologi non siamo tenuti a condividerli con chi si rivolge a noi e alcuni di noi fanno presente questo aspetto anche sul consenso informato che fanno firmare al primo colloquio.
Da quello che racconta, ho qualche dubbio che riceverà ulteriori chiarimenti sul comportamento della terapeuta, visti i suoi reiterati silenzi. Ipotizzo che forse ci sia stata anche qualche incomprensione tra lei e la terapeuta, incomprensione che peró purtroppo non è stata chiarita.
Mi fa peró piacere che nel frattempo abbia trovato un'altra terapeuta con cui si trova meglio.
La invito infine a riflettere sulla rabbia e rancore che ha dentro per la vicenda che ha raccontato e capire da dove vengono: forse dal fatto di essersi sentito trattato come cavia, in modo poco umano? E cosa l'ha portata a condividere su questo sito la sua storia?
Infine concludo con queste parole: etica, competenza, impegno e umanità. Queste sono le caratteristiche che secondo me e molti altri colleghi dovrebbe avere un buon terapeuta. Sono certa che dopo questa esperienza le terrà ben a mente e saprà riconoscere al primo sguardo un terapeuta che fa bene il proprio lavoro.
Le auguro tutto il meglio.

Cordiali saluti,

dott.ssa Elisa Canossa, psicologa psicoterapeuta a Padova e Sustinente (MN)

Dott.ssa Elisa Canossa - Studio di psicologia e psicoterapia Psicologo a Sustinente

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Buongiorno Marco,
traspare molta rabbia e rancore dal suo scritto, ha vissuto un'esperienza difficile in un momento per lei delicato. Purtroppo in tutte le professioni si possono trovare professionisti che hanno poco di questa definizione. L'invito a fare segnalazione all'ordine degli psicologi se ritiene che la sua terapeuta non si sia comportata in modo appropriato e di valutare un eventuale percorso in cui poter elaborare la rabbia che sembra guidarla in questo momento, capendone il senso e il motivo che l'ha portata a sfogare la sua rabbia in questo luogo (sito guidapsicologi). E le chiedo, cosa si immagina possa accedere ora su questo sito? Con che aspettative ci ha scritto?
Cordiali saluti
Dott.ssa Ambra Caselli (Brescia)

Dott.ssa Ambra Caselli Psicologo a Castegnato

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