Madre manipolatrice, come uscirne?

Inviata da margherita il 8 set 2016 Terapia familiare

Da poche settimane mi sto rendendo conto di una cosa che non ho mai voluto ammettere: mia madre non mi fa bene. Ho sempre avuto solo lei nella vita come figura genitoriale. La dinamica del rapporto è sempre stata questa: avrà pure i suoi difetti, ma è mia madre e non posso litigarci. Molti dei miei problemi relazionali li ho sempre attribuiti all'assenza di una figura paterna nella mia vita, ma ora mi sto rendendo conto che è da lei che parte tutto.
Fin dall'infanzia sono stata "abbandonata a me stessa". Lei, giovanissima, usciva e rincasava anche il giorno dopo. Io, molto piccola (5/6 anni, forse 7?), passavo le notti a piangere nel terrore che non tornasse mai più. Poi la cosa era diventata addirittura più acuta, perché mi veniva l'ansia anche quando tardava di 10 minuti di ritorno dal lavoro. Quando tornava, la mia felicità nel vederla prevaleva sulla rabbia. Se lei si accorgeva che avevo pianto, a volte mi prendeva in giro e altre volte, se era ancora ubriaca, si arrabbiava. Così ho imparato a pensare che la mia reazione fosse stupida e non giustificata. Successivamente mi ha "scaricata" prima ad una tata e poi a mio padre. Lui abitava vicino e potevo andare da lui a piedi. È il classico uomo non cattivo ma completamente disinteressato. Anche lui mi lasciava per giorni a casa con la sua anziana madre, la quale era capace di "tenermi il muso" per giorni per qualsiasi piccolo screzio. Con mio padre poi ho perso ogni tipo di rapporto e quindi sono rimasta sempre e solo con lei. Crescendo, lei mi dimostrava continuamente un enorme senso di colpa per non essere stata una brava madre, il che mi portava a sentirmi in colpa a mia volta e risponderle di continuo "ma figurati, mamma, ti voglio tanto bene". Ha scelto lei la scuola che era giusta per me (o meglio, mi ha convinta che fosse la mia scelta). Mi ha convinta che l'università che volevo fare non servisse a nulla. Sono stata spinta da lei a cercare un lavoro il prima possibile, perché non avevamo mai soldi, e io sentivo la necessità di "ripagare" quello che è stato fatto per me. Sono andata via da casa appena ho potuto. Per problemi economici non riuscivo però a vivere da sola. Così a 30 anni sono alla mia quarta convivenza, e di nuovo penso di non amare l'uomo con cui sto. E di nuovo non ho altra scelta che tornare da lei. Solo che questa volta non ho più sopportato alcuni suoi atteggiamenti e me ne sono andata in malo modo. Non l'avevo mai fatto e ci sto molto male. Ho fissato la prima visita con una psicoanalista, ma è martedì e mia madre mi sta cercando. Ignoro le sue chiamate, perché voglio interrompere questo circolo di dipendenza, ma la voglia tremenda di tornare e fare finta di niente è fortissima. Non so cosa devo fare, non riesco a continuare ad ignorarla, ma non posso più farmi manipolare. Cosa posso fare nel frattempo? Parlarle o continuare ad ignorarla? Sento che mi riprenderà tra le sue grinfie, non sono per niente forte ora.

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Cara Margherita,

credo di comprendere come si possa sentire in questo momento; il rapporto conflittuale e ambivalente con sua madre, che ha ben tratteggiato nel suo scritto, ha probabilmente creato in lei una sensazione di invischiamento da cui, però, è difficile prendere le distanze. Del resto, quello che si è sempre detta, e che forse continua a dirsi, è: “in fondo è mia madre, non posso litigarci”.

A questo va aggiunta la sua vulnerabilità del momento presente; vulnerabilità comprensibile, legittima; la fine di una relazione è spesso accompagnata da timori, maggior senso di inadeguatezza, solitudine emotiva, bisogno di accudimento, indecisione, tentennamenti. E’ necessaria una fase di assestamento che consenta alla persona di prendere nuovamente in mano le redini della propria vita, rimodulando i ritmi emotivi per far fronte alla mancanza.
Fino ad oggi, pur in modo ambivalente, ha sempre trovato una compensazione a questa mancanza in sua madre; come potrebbe, quindi, non essere confusa e disorientata?

Tuttavia, nessuno potrà decidere per lei se sia giusto ignorare le chiamate di sua madre, se sia meglio rispondere, se affrontarla per far fronte ai suoi tentativi di manipolazione, se cadere nuovamente “tra le sue grinfie”; questo non potrà farlo neppure il collega con cui ha fissato una prima visita.
Quello che, invece, potrà fare il collega che la conoscerà di persona, analizzata più nel dettaglio la sua storia di vita, sarà condurla per mano per aiutarla a prendere la decisione che più si adatta a lei, al suo mondo interiore, alle sue necessità del momento.

Mi permetto di chiederle se sia impossibile, in questo momento, pensare di “fermare la mente”, smettere di farsi domande su cosa sia giusto, meglio, peggio, su quale sia la strategia da adottare; quando si è così confusi è difficile fare scelte ponderate.

Si prenda un po’ di tempo, lo viva come una pausa in cui staccare la spina dei pensieri, in cui prendersi cura di sé, nel momento presente, senza pensare al passato o al futuro, lasciando per un attimo da parte le preoccupazioni e le domande. Se ha convissuto fino ad ora con queste emozioni, pensa che qualche giorno in più potrà essere così insostenibile?

Se, nel frattempo, avesse riallacciato il rapporto con sua madre, non se ne faccia un cruccio. Nessuna decisione è necessariamente definitiva. La scelta di contattare uno psicologo rimane la scelta giusta.

Resto in ascolto.
Un caro saluto

Dr. Roberto Callina – psicologo psicoterapeuta

Dr. Roberto Callina Psicologo a Milano

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Gentile Margherita,
la scelta di rivolgersi ad un collega è la più giusta per uscire finalmente da tutti quegli schemi relazionali ed emotivi che sono stati presenti sino ad ora. Il punto non è se nel momento attuale ignorare Sua madre o rispondere alle chiamate, ma avere la determinazione di dare valore ai Suoi bisogni e trovare la strada per realizzarsi come Persona.
Un grande in bocca al lupo

Dott.ssa Annalisa Caretti

Studio Dott.ssa Annalisa Caretti Psicologo a Verbania

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Gentile Margherita,
anche se noi terapeuti sentiamo spesso brutte storie, dispiace il fatto che hai trascorso una infanzia e una adolescenza in un contesto familiare sfavorevole in cui non hai avuto tutte le cure che era giusto avere.
Ora che però hai 30 anni devi imparare a prenderti cura di te stessa e sembra che sia arrivato finalmente il momento in cui hai capito questa cosa decidendo di iniziare un percorso di psicoterapia nella speranza che sarai ben seguita.
Comunque, a mio parere, nel frattempo non dovresti ignorare o rifiutare tua madre proprio perchè, come hai capito da tempo, con tutti i suoi difetti resta sempre tua madre e questo non vuol dire farti manipolare nuovamente.
Inoltre dovresti interrogarti (meglio in seduta di terapia) sulle tue 4 convivenze e sul fatto che, evidentemente, al di là del rapporto con tua madre, hai qualche problema nel mantenere una relazione sentimentale stabile.
Il percorso di terapia che ti attende sarà impegnativo ma ti invito a non demordere perchè, ora che stai acquisendo la giusta motivazione, esso rappresenta l'unica possibilità per dare una svolta positiva alla tua vita.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Dott. Gennaro Fiore Psicologo a Quadrivio

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