Buonasera,
volevo chiedere se è "corretto" che uno psicoterapeuta, riferendosi ai genitali femminili durante le sedute, usi termini come "patata" (chiedo scusa ma per poterVi porre la domanda sono costretta ad essere esplicita). Gli ho detto che mi dà fastidio perché lo trovo volgare; ma mi ha detto che se si dice "vagina", sembra di stare dal medico.
Vi ringrazio, distinti saluti.
Valeria
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10 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 30 persone
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso quanto accaduto.
In psicoterapia il linguaggio utilizzato non è un elemento secondario, ma parte integrante del setting e della relazione terapeutica. Per questo motivo, è importante che sia rispettoso, condiviso e sensibile al vissuto del paziente.
Se un paziente esprime chiaramente un disagio rispetto a un termine utilizzato, questo non dovrebbe essere liquidato o giustificato in modo rigido, ma accolto ed esplorato come informazione clinicamente rilevante. Il modo in cui una persona vive le parole, soprattutto su temi intimi, ha infatti un significato terapeutico importante.
L’argomentazione secondo cui termini anatomici come “vagina” sarebbero “troppo medici” non è, di per sé, un criterio clinico sufficiente per preferire espressioni gergali, soprattutto se queste risultano spiacevoli o svalutanti per il paziente.
In generale, la buona pratica clinica richiede flessibilità linguistica e attenzione costante al confine e alla sensibilità della persona in terapia.
Se la situazione le ha lasciato perplessità, può essere utile considerare con attenzione il livello di ascolto e di rispetto percepito all’interno della relazione terapeutica.
4 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Cara Principessa,
credo che sia meglio utilizzare un linguaggio appropriato, anche la decenza ha il suo valore. Ribadisca la sua richiesta al terapeuta in modo che possa rendersi conto di quanto possa urtarla questa espressione.
La incoraggio dunque ad essere ancora più esplicita nella sua richiesta che trovo adeguata.
Grazie per la domanda
Dott.Gabriele Lenti Psicoterapeuta Genova
4 MAG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno, se lei gliel’ha fatto presente e invece continua allora si, forse va ripresa la questione. D’altra parte non credo lei abbia 11 anni. Parlatene, delle volte queste sono occasioni importanti per sbloccare degli aspetti. Saluti
25 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buonasera Valeria,
capisco il suo disagio, ed è importante prenderlo sul serio. In terapia non conta solo cosa si dice, ma come ci si sente nello spazio con il terapeuta.
L’uso di termini colloquiali o anche provocatori può, in alcuni casi, far parte di uno stile clinico. Tuttavia questo ha senso solo se è condiviso, sintonizzato e rispettoso della persona che si ha davanti. Se lei ha espresso chiaramente che quel linguaggio la mette a disagio e la risposta è stata di minimizzare o giustificare senza adattarsi, allora il punto non è tanto la parola in sé, ma una mancata attenzione al suo limite.
In terapia, soprattutto su temi così delicati, il linguaggio dovrebbe essere costruito insieme, in modo che lei si senta al sicuro e rispettata. Non è necessario usare termini freddi o medici, ma nemmeno parole che risultano volgari o intrusive per lei.
Non è quindi una questione di “giusto o sbagliato” in astratto, quanto di appropriatezza nella relazione terapeutica. E in questo caso il suo disagio è un segnale molto chiaro.
Se non lo ha fatto, un consiglio utile potrebbe essere quello di riportare il suo sentito al terapeuta, sottolineando ciò che prova e come la fa sentire quando succede. Dietro a un "fastidio" potrebbero nascondersi temi molto più profondi, esperienze che hanno impattato su di lei e convinzioni che ha sviluppato in seguito alle sue esperienze di vita, familiari e non.
Uno degli obiettivi fondamentali di un percorso è proprio quello di sviluppare nuove forme di pensiero e comportamento rispetto a ciò che ci ha portato, nel presente, a chiedere aiuto.
Se invece sente che questa modalità mina la fiducia o il senso di sicurezza, è assolutamente legittimo interrogarsi sulla possibilità di cambiare terapeuta.
In terapia, lei non deve adattarsi a qualcosa che la mette a disagio: lo spazio dovrebbe essere costruito anche a partire da ciò che per lei è rispettoso. Detto questo, comunicare ciò che sentiamo e proviamo agli altri è una capacità che ci sarà utile in generale nella vita, per cui farla con un professionista è il modo migliore per analizzare il tutto e riorientarsi verso i propri obiettivi.
Resto a disposizione,
Dott. Marco Zuccon
24 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
In una relazione terapeutica l'utilizzo del linguaggio non è neutro, si tratta di un elemento importante nel processo di cura. Non si tratta solo di "parole", ma della costruzione di un campo semantico condiviso dove il paziente deve sentirsi al sicuro, rispettato e compreso. Il linguaggio non veicola soltanto informazioni, ma ha un profondo valore simbolico. In ambito sessuologico e psicologico, l'uso di termini corretti (come "vagina" o "vulva") ha spesso una funzione psicoeducativa: serve a restituire dignità e realtà anatomica a parti del corpo spesso cariche di tabù, vergogna o infantilizzazioni. L'uso di termini colloquiali, se non concordato, può essere percepito come una svalutazione o una banalizzazione dell'intimità.
In più, la relazione terapeutica si basa su una forma di alleanza, la quale prevede ascolto attivo e rispetto reciproco. Se un termine genera disagio nella paziente, quel disagio non dovrebbe essere ignorato. Una delle abilità dello psicologo è anche quella di modulare il proprio linguaggio in base alle esigenze della paziente, accogliendo il suo sentire. Proprio per questo il linguaggio deve essere trasparente e concordato tra le parti. Se la paziente segnala che una parola è percepita come "volgare" o inadeguata, il terapeuta ha il dovere deontologico e clinico di accogliere questa osservazione. Ignorarla rischia di trasformare il setting in uno spazio non più sicuro, dove il paziente si sente costretto a subire lo stile comunicativo dell'altro.
L'elemento che la parola indicata possa generare una reazione emotiva è importante, ma il terapeuta non ha lo scopo di imporre la propria idea linguistica. Servirebbe piuttosto esplorare insieme alla paziente cosa quel fastidio le sta raccontando.
20 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno,
Ogni collega può avere un punto di vista diverso sulla correttezza di alcuni termini.
Qualcosa su cui saremmo sicuramente d’accordo, è che vanno valutati di base nella relazione e nello spazio, in questo caso professionale, che abitano.
Nella vostra relazione, è stato esplicitato il fastidio provato e la risposta data non è stata esaustiva e/o di gradimento, da quanto inteso.
Bene, in questo caso, rimarcare i termini della relazione, parlarne con lo psicoterapeuta, confrontarsi su questo tema e vedere cosa ne esce fuori.
16 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Capisco il tuo disagio, ed è assolutamente legittimo. In terapia il linguaggio dovrebbe farti sentire a tuo agio e rispettata, non a disagio o svalutata.
Se un termine ti risulta volgare e lo hai espresso, è importante che venga accolto e rispettato: non esiste un modo “giusto” universale di parlare del corpo, ma esiste quello che per te è accettabile.
Il fatto che il terapeuta insista nonostante il tuo fastidio è un segnale da non ignorare. Può essere utile riportarlo ancora in modo chiaro e osservare come reagisce: la sua capacità di ascoltarti è parte fondamentale del lavoro terapeutico.
15 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Valeria,
al di là delle mie opinioni personali in merito, è importante che tu abbia riconosciuto il tuo disagio.
In terapia, la capacità di accorgersi di ciò che mette a disagio, anche quando può sembrare “banale” o difficile da spiegare, è un passaggio fondamentale.
Ancora più importante è il passo successivo: riuscire a dare voce a quel disagio e comunicarlo al proprio terapeuta.
Il percorso terapeutico si fonda in larga parte sulla qualità della relazione tra paziente e terapeuta. È proprio all’interno di questa relazione che si costruisce fiducia, sicurezza e possibilità di cambiamento. Quando qualcosa, anche un dettaglio linguistico o una parola specifica, genera disagio, non è irrilevante: diventa invece materiale prezioso per il lavoro terapeutico.
Per questo motivo, è essenziale che tu ti sia sentita legittimata a esprimere ciò che provi. Portare questo tipo di vissuto in seduta non significa “criticare” il terapeuta, ma contribuire attivamente al processo terapeutico. Spesso, è proprio attraverso questi momenti che si aprono spazi di comprensione più profondi, sia su di sé che sulle dinamiche relazionali.
In sintesi, più che valutare se quel termine fosse “giusto” o “sbagliato”, è importante sostenere e valorizzare la tua capacità di riconoscere il tuo disagio e di comunicarlo: è da lì che passa una parte essenziale dell’efficacia della terapia.
Resto a disposizione, in presenza e online.
Un caro saluto,
dott. Matteo Basso Bondini
15 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Valeria, la ringrazione per aver riportato qui i suoi dubbi che sono più che legittmi.
In psicoterapia il linguaggio utilizzato dal professionista è parte integrante del setting nonché della prestazione (sanitaria) in essere, infatti il Codice Deontologico punisce ogni azione contraria al decoro e alla dignità della professione.
In questo caso, un linguaggio percepito come volgare o inadeguato può ledere l'immagine della professione e l'efficacia della terapia stessa, il suo vissuto di linguaggio non congruo e non professionale è più che giustificabile.
Per quanto alcuni terapeuti scelgano un linguaggio meno clinico per evitare una sorta di impassibilità di tipo "medico", la priorità deve essere sempre e comunque mettere a proprio agio il paziente.
Nello specifico l'atteggiamento del professionista diviene inappropriato nel momento in cui lei paziente esprime disagio.
Esistono molte sfumature tra un termine prettamente medico-anatomico e uno gergale che possono essere concordate insieme.
Tuttavia se lei ha esplicitamente comunicato che questo termine la infastidisce, il terapeuta ha il dovere professionale di adattare il proprio linguaggio per mantenere un ambiente accogliente e scevro di giudizio.
15 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno
Per correttezza non si parla male dei colleghi, ma ha fatto bene a farlo notare perché Lei si deve sentire a suo agio.
Cordiali saluti
Dott.ssa Stefania Tosi
14 APR 2026
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Salve, da quando descritto ritengo che il suo terapeuta dovrebbe utilizzare un linguaggio professionale, diversamente sarebbe utile nonostante lei abbia puntualizzato la situazione alquanto scomoda e imbarazzante, rivolgersi ad un altro professionista.
Rimango a disposizione per qualsiasi chiarimento
Saluti
Dott.ssa Simona Corinto
14 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno Valeria,
ti ringrazio per aver condiviso un dubbio così delicato. Quello che descrivi merita attenzione e rispetto.
In psicoterapia è fondamentale che il linguaggio utilizzato sia rispettoso, professionale e in sintonia con la sensibilità della persona. Se un termine ti mette a disagio, questo è già un elemento importante: il tuo vissuto va accolto e preso sul serio.
Hai fatto bene a esprimere il tuo fastidio. In un percorso terapeutico, il terapeuta dovrebbe ascoltare questo tipo di feedback e adattare il proprio modo di comunicare, creando uno spazio sicuro, non giudicante e privo di elementi percepiti come volgari o invasivi.
Non esiste un unico modo “giusto” di parlare del corpo, ma è essenziale che il linguaggio sia condiviso, rispettoso e mai fonte di disagio. Se così non è, è importante poterne parlare apertamente e, se necessario, valutare come proseguire il percorso.
Hai diritto a sentirti a tuo agio e rispettata durante le sedute.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
14 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno,
credo che per costruire una buona relazione terapeutica bisogna sapersi ascoltare davvero. Se il termine” patata” l’ ha disturbata forse il collega, piuttosto che proporre un termine medico ( forse troppo asettico) avrebbe dovuto chiederle come desiderava nominarla e da lì ritrovare tra voi un contatto rispettoso e allineato.
Un caro saluto
Dr.ssa Tiziana Domano
14 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buonasera, e grazie per la sua domanda, che richiede coraggio proprio perché tocca qualcosa di intimo e al tempo stesso professionale.
La risposta è no, non è corretto — e le spiego perché in modo articolato.
Il setting terapeutico è uno spazio che deve essere, prima di ogni altra cosa, sicuro e rispettoso. La scelta del linguaggio da parte del terapeuta non è mai neutra: le parole hanno peso affettivo, evocativo, e definiscono la qualità della relazione. Un terapeuta può scegliere di usare un lessico vicino a quello del paziente, ma questa scelta deve sempre essere calibrata sulla sensibilità di quella persona specifica, non sulle preferenze o abitudini del clinico.
La giustificazione che le è stata offerta — "vagina suona troppo medico" — è comprensibile come concetto generale, ma non regge come risposta alla sua obiezione. Esistono molti altri modi per parlare della sessualità e del corpo femminile in terapia: termini anatomici usati con calore e naturalezza, circonlocuzioni rispettose, o semplicemente chiedere al paziente quali parole preferisce usare. Quest'ultima, in realtà, è spesso la prassi più corretta, perché restituisce alla persona la voce su qualcosa di profondamente proprio.
Il punto centrale della sua situazione è però un altro: lei ha espresso un disagio chiaro, e il terapeuta non ha accolto quel segnale come informazione clinicamente rilevante. In terapia, quando un paziente dice "questo mi dà fastidio", quella comunicazione dovrebbe diventare materiale di lavoro, non essere respinta con una spiegazione difensiva. Ignorare o minimizzare il disagio espresso rappresenta una mancanza sul piano della relazione terapeutica, indipendentemente dalla questione linguistica.
Le suggerisco di tornare sull'argomento in seduta, se si sente di farlo, chiedendo esplicitamente che si trovi insieme un linguaggio che non la metta a disagio. La sua richiesta è legittima, ragionevole e dovrebbe essere accolta senza resistenza. Se invece il terapeuta continua a non tenerne conto, è opportuno valutare se quella relazione terapeutica le stia offrendo la qualità di ascolto e rispetto che merita.
13 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Gentilissima Valeria, grazie per la condivisione innanzitutto. Comprendo il suo bisogno di risposte circa questa questione che per lei è importante. Credo che, dato il rapporto di fiducia importantissimo alla base del rapporto terapeutico, sia stato importante per lei potersi esprimere circa il suo disagio, e allo stesso tempo sarebbe importante trovare un accordo con lo specialista per permetterle di parlare della tematica in serenità.
Saluti
AV
13 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buonasera Valeria, grazie per aver posto una domanda molto sensibile e, in realtà, molto importante: perché in terapia la forma con cui si nominano le cose non è un dettaglio, è parte del setting e del rispetto.
In generale non esiste un elenco di parole “vietate” uguale per tutti: alcuni terapeuti scelgono un linguaggio più colloquiale per rendere meno imbarazzanti certi temi, altri un linguaggio più tecnico, altri ancora si accordano con il paziente. Però c’è un punto che, per me, è decisivo: nel momento in cui lei ha detto chiaramente “questa parola mi dà fastidio”, il lavoro del terapeuta non è convincerla che dovrebbe tollerarla, ma ascoltare quel confine e adattarsi. Non perché lei debba comandare la seduta, ma perché la terapia vive di sicurezza e rispetto; e se un termine le suona volgare o la mette a disagio, insistere diventa una forzatura che rischia di spostare l’attenzione dal suo vissuto al suo sentirsi “invasa”.
La risposta che le ha dato (“se diciamo vagina sembra di stare dal medico”) è un’opinione sua, non un criterio oggettivo. “Vagina” è una parola neutra, corretta e utilizzabile anche in un contesto psicoterapeutico; e comunque esistono molte alternative rispettose (“genitali”, “parti intime”, “vulva”, “vagina”) che possono essere scelte insieme. Il punto non è scegliere il termine perfetto, ma creare un linguaggio condiviso che non la faccia sentire svalutata o non ascoltata.
Quindi, più che chiedersi se sia “corretto” in astratto, io le direi di guardare alla sostanza: lei ha espresso un disagio, e lui non lo ha accolto. Questo merita attenzione, perché spesso è il segnale di un modo di lavorare poco sintonizzato: non tanto sulla parola, quanto sulla relazione terapeutica. Se le va, potrebbe riproporglielo una seconda volta in modo molto semplice: “Per me quella parola è spiacevole, mi chiude. Per lavorare bene ho bisogno che usiamo un termine diverso.” Se la risposta fosse ancora difensiva o svalutante, allora sì, avrebbe senso chiedersi se quel professionista è adatto a lei, perché la terapia dovrebbe essere il luogo in cui i suoi confini vengono rispettati, non negoziati a colpi di argomenti.
12 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buonasera,
Grazie per la sua condivisione.
Non c'è una regola fissa per stabilire se il termine " patata" sia appropriato o meno. Cio che non andrebbe trascurato da parte del suo terapeuta è che l ' utilizzo del termine la mette a disagio. ha fatto bene a parlarne con lui, mi auguro che possiate chiarirvi meglio al fine di mantenere una buona alleanza terapeutica.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Erika Giachino
12 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buongiorno Valeria,
ogni professionista utilizza il suo linguaggio, teoricamente adattandolo al paziente che hanno di fronte. Ha fatto bene a condividere il disagio con il suo terapeuta
12 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Cara Principessa,
comprendo il suo disagio e forse anche imbarazzo nell'udire una parola così colloquiale ed informale come "patata" in un contesto professionale quale il setting terapeutico.
Forse il collega intendeva "demedicalizzare" il termine adoperandone uno più colloquiale.
E credo sia apprezzabile da parte sua essere riuscita ad esprimere con tanta chiarezza e immediatezza il suo disappunto al collega.
Perciò, le consiglio di proseguire il confronto col collega perchè, al di là della specifica questione relativa all'appropriatezza o meno del termine, credo sia importante per lei essere riconosciuta in un suo bisogno/preferenza in generale.
E' importante, a mio avviso, seguire questa traccia in cui Pricipessa esprime una sua preferenza e sembra sentirsi sminuita, banalizzata.
Questo può accadere perchè la comunicazione, anche in un setting terapeutico, è alquanto complessa e fuorviante, e anche il terapeuta può commettere errori.
Ma l'essenziale è che lei percepisca la volontà di riprendere la sintonia e la relazione terapeutica.
A parte questo specifico espisodio, come va la sua terapia? si fida del suo terapeuta? è soddisfatta del lavoro che state facendo insieme?
Queste ed altre domande posso aiutarla ad ampliare la propsettiva d'analisi sulla sua terapia per capire come si senta più in generale e che significato attribuire all'episodio qui narrato.
11 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Ciao, Valeria. In terapia ciascun professionista utilizza un suo linguaggio personale, molto dipende dal carattere del terapeuta e dal suo orientamento. In questo caso è chiaro che il termine patata ti abbia turbata, avendo superato la soglia della tua sensibilità. La risposta che ti è stata data dal professionista ha mostrato poca empatia rispetto al tuo disagio. Sarebbe dunque utile riparlarne, esplicitando nuovamente il tuo fastidio, poiché è essenziale che ci sia una buona alleanza terapeutica, fatta di rispetto reciproco, per far funzionare le cose.
11 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Gentile utente, sono pienamente d'accordo con lei. Questo è il motivo per il quale ho smesso di rispondere su questa piattaforma.
E' capitato qualche volta che gli utenti ponessero quesiti, utilizzando un linguaggio estremamente esplicito e soprattutto fortemente volgare. Personalmente lo trovo inaccettabile. Che dire? Si cerchi un professionista in linea con il suo stile e la sua buona educazione.
Le faccio un mondo di auguri. Dott.ssa Daniela Noccioli.
11 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Buonasera Valeria,
ha fatto bene a condividere in seduta ciò che prova, perché il modo in cui vengono utilizzate le parole in terapia ha un impatto importante sull’esperienza personale.
Nel lavoro terapeutico il linguaggio può variare a seconda dello stile del professionista, ma è anche qualcosa che si costruisce insieme, tenendo conto della sensibilità e del vissuto della persona. Se un termine viene percepito come poco adatto o crea disagio, questo diventa un elemento utile da portare nel dialogo terapeutico.
Il fatto che lei abbia espresso il suo punto di vista apre uno spazio di confronto su come nominare certi aspetti in modo per lei più sostenibile. A volte proprio queste differenze possono diventare occasione per chiarire bisogni, limiti e modalità di lavoro reciproche.
Se sente che il tema è ancora presente, può essere utile riprenderlo e vedere insieme al terapeuta come trovare un linguaggio che le permetta di sentirsi più a suo agio.
Dott.ssa Lavinia Conoscenti, psicologa
(Torino e online)
10 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 7 persone
Valeria, la tua domanda è molto pertinente e tocca un punto fondamentale della relazione terapeutica: il confine e il rispetto della sensibilità del paziente.
Nel mio lavoro, che porto avanti dal 1988, considero il linguaggio uno strumento di cura straordinario. Le parole non sono mai neutre: esse creano la realtà del colloquio. Se un termine ti reca fastidio o lo percepisci come volgare, quella parola smette di essere un veicolo di comunicazione e diventa un ostacolo, un "muro" che blocca l'alleanza terapeutica.
Ecco alcune riflessioni che spero possano aiutarti a fare chiarezza:
Il primato del vissuto del paziente: In terapia non esiste un linguaggio "corretto" in assoluto, ma esiste il linguaggio "giusto" per quella specifica persona. Se hai espresso chiaramente il tuo disagio, il terapeuta dovrebbe accoglierlo. Insistere su un termine che ti ferisce o ti imbarazza rischia di invalidare il tuo sentire, che è esattamente l'opposto di ciò che la terapia dovrebbe fare.
La "tecnica" vs il rispetto: A volte i terapeuti usano un linguaggio colloquiale per abbassare le difese o evitare una tecnicizzazione eccessiva (quello che lui chiama "stare dal medico"). Tuttavia, questo non deve mai avvenire a discapito della dignità del paziente o del senso di sicurezza necessario per aprirsi. Esistono moltissime sfumature tra il termine anatomico e quello infantile o volgare.
La dinamica di potere: La risposta del tuo terapeuta — che giustifica la sua scelta minimizzando il tuo fastidio — potrebbe essere letta come una mancanza di sintonizzazione empatica. In un percorso di cura, la "giusta distanza" e l'uso di parole che facciano sentire la persona rispettata sono requisiti deontologici essenziali.
Ti invito a riflettere su come ti sei sentita quando la tua obiezione è stata liquidata in quel modo. La sensazione di non essere ascoltata su un punto così intimo è un materiale prezioso su cui lavorare: se non senti che il tuo spazio è protetto e rispettato anche nelle parole, diventa difficile lasciarsi andare alla "guarigione silenziosa" di cui ogni anima ha bisogno.
Hai il pieno diritto di esigere un linguaggio che ti faccia sentire al sicuro e onorata nella tua femminilità.
10 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Buonasera Valeria, a mio avviso la questione che porta non riguarda tanto una “correttezza” in senso assoluto, quanto piuttosto ciò che accade nella relazione terapeutica tra lei e il suo terapeuta.
Il fatto che quel termine le risulti fastidioso e venga vissuto come volgare è un elemento clinicamente molto importante: in analisi, il modo in cui certe parole toccano il soggetto non è mai secondario. Potremmo dire che non è tanto la parola in sé, ma l’effetto che produce su di lei.
È possibile che l’uso di un linguaggio più informale o provocatorio abbia, da parte del terapeuta, una funzione (ad esempio smarcarsi da un registro troppo medico), ma questo non toglie che, se per lei risulta disturbante, meriti di essere preso sul serio.
In questo senso, il punto centrale potrebbe diventare proprio ciò che è accaduto quando lei ha espresso il suo disagio: come è stato accolto? Che spazio ha avuto?
Come ricordava Jacques Lacan, “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”: le parole, in analisi, non sono mai neutre.
Forse questa situazione può diventare un’occasione per interrogare più a fondo la dinamica tra voi, piuttosto che cercare una regola valida per tutti.
Se sente che questo aspetto resta problematico o poco elaborato, un percorso psicologico (a mio avviso meglio se di orientamento psicoanalitico) può offrirle uno spazio dove comprendere meglio questi vissuti, anche eventualmente con un altro professionista.
10 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Gentile utente,
il linguaggio dello psicoterapeuta è uno degli strumenti più importanti per la costruzione di un clima di empatia, fiducia e alleanza terapeutica; di conseguenza ogni vocabolo dovrebbe essere ponderato e utilizzato a questo scopo.
Sarebbe anche importante comprendere il contesto in cui è stata usata la parola in questione che in ogni caso è inappropriata perchè metafora di genitali femminili esterni e non interni (vagina, utero, ovaie, tube).
Pertanto, qualora il suo terapeuta dovesse continuare ad usare termini che le creano disagio, consideri la possibilità di cercare un altro professionista più attento al linguaggio che utilizza con i pazienti.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).
10 APR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Scelgo sempre di utilizzare i termini medici e anatomicamente corretti quando parlo di sessualità. La scelta di utilizzare termini più personali o gergali o anche volgari può essere compiuta in accordo con il paziente, se il terapeuta ritiene che quel vocabolo o quel modo di esprimersi possa essere utile per il paziente per comprendere o avvicinarsi al contenuto. La cosa che mi viene da chiedere è come il collega ha affrontato il suo disagio così chiaramente espresso. Lo ha raccolto compreso e restituito? L'ha ignorato? Lha "utilizzato" clinicamente per affrontare un aspetto della sessualità che emergeva in seduta? E' molto positivo per il suo percorso che lei si sia concessa la possibilità di dire al suo terapeuta cosa non le e' piaciuto o come sta in seduta. Tutte le emozioni devono essere accessibili in terapia e a mio parere il paziente deve partecipare cooperativamente con il terapeuta nel costruire lo spazio della relazione terapeutica perché facendolo offre parti molto importanti di sé e costruisce nuove possibilità per se stesso.