La peggior nemica di me stessa

Inviata da Ofelia · 18 feb 2026 Autorealizzazione e orientamento personale

Buongiorno,

è la seconda volta che scrivo (a distanza di qualche anno). Dall'età di 11 anni circa ho iniziato a fare terapia. Da 3 anni circa sono in terapia con la stessa dottoressa, con la quale ho costruito un rapporto di fiducia. Mi sento a mio agio e capisco perfettamente le sue indicazioni, ma non riesco a capire se il percorso - cognitivo-comportamentale - sia adatto alla mia situazione, vista la (apparente) mancanza di risultati. Fin da piccola ho avuto pensieri intrusivi legati alla sessualità, ho sofferto di OCD invalidante ed episodi depressivi. Al momento (34 anni), dopo anni e anni di analisi/auto-analisi, ho il sospetto di avere l'ADHD e di poter rientrare nello spettro autistico (riconosco molti comportamenti e sintomi). Le uniche costanti nella mia vita sono state il "senso di colpa" e un serio problema di dipendenza affettiva. Non ho avuto un'infanzia difficile o traumatica e, proprio per questo motivo, mi sento come se fossi una bambina capricciosa che ha tutto e non si accontenta mai. Però non sono per niente felice, né sono mai stata serena. Sto scrivendo questo messaggio dall'ufficio, perché non riesco più a concentrarmi in nessun modo (da mesi diciamo), non ho alcuna speranza in un futuro più roseo, sono stanca di tutto e di tutti. Non riesco neanche più a fingere di stare bene nelle situazioni sociali, infatti mi sto isolando di proposito, per sfuggire all'inevitabile confronto con gli "altri" e a tutte le conversazioni di circostanza. Il fattore scatenante di questo periodo è stato il rifiuto da parte di un uomo. Non è il primo uomo che mi allontana, né la prima volta che ho una crisi per questo motivo. Non riesco neanche a biasimarlo: so di avere dei comportamenti tossici. Appena percepisco una minima perdita di interesse da parte dell'altro, divento passivo-aggressiva e/o spavento le persone, mostrando un attaccamento prematuro. Questa volta il colpo è stato incredibilmente pesante. Avevo confidato a questa persona di avere il terrore che fuggisse, dopo aver visto cosa si nascondeva oltre la superficie. Mi presento come una persona simpatica, solare, spigliata e sono abbastanza carina. Attiro immediatamente l'attenzione ma, dopo la prima impressione, a molti non piace la vera me. Quest'uomo si era confidato a sua volta. Mi aveva confessato di avere diverse difficoltà che lo inibivano sotto molti punti di vista, incluso il dimostrare affetto verso il prossimo. Pur accorgendomi dei passi che stava facendo verso di me, ho deciso di tirare la corda e sono immediatamente andata nel pallone quando non sono stata contattata da lui per qualche ora. Tendo a passare molto tempo al cellulare se una persona mi piace. Non ho degli interessi particolari (al netto dei film/serie/anime che mi divoro) e, tutte le volte che mi interessa un uomo, mi annullo completamente. La ricetta perfetta per un disastro, insomma. Fatto sta che è fuggito a gambe levate, senza neanche darmi la possibilità di avere un dialogo, dopo una frequentazione di un mese circa, dicendomi (riassumendo) che alcune mie dimostrazioni di insicurezza lo avevano fatto dubitare e il mio messaggio passivo-aggressivo era stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso. Che il continuo dover arginare le mie insicurezze, alimentava le sue. Il problema non è che sia fuggito, perché aveva ragione, ma che non riesco più a pensare "mi servirà come lezione per la prossima volta". Mi sento rassegnata. E' come se avessi studiato a memoria un libretto di istruzioni che, però, non so applicare. Mi sembra di ripetere lo stesso copione, ma facendo sempre peggio. Di non riuscire mai a costruirmi un'identità, al di fuori di una relazione. Inoltre, questa volta, mi sembra di aver tradito la fiducia di una bella persona, insistendo su dinamiche malate, nonostante si fosse confidata con me e avesse provato anche a superare i suoi limiti. Mi sento un mostro. Non so proprio come togliermi da questo vortice di disperazione. Non capisco se mi manca quell'elemento di empatia necessario per comprendere le ragioni dell'altro o se il mio ego sovrasta sempre tutto. Ci sono state molte altre cose nella mia vita che mi hanno fatta soffrire (es. l'aver perso amicizie), e sono sempre state situazioni per le quali mi attribuisco totalmente la colpa. Sono sempre e solo stata l'unica carnefice della mia infelicità, e non riesco in alcun modo a perdonarmi. La mia autostima è inesistente. Ho una situazione di vita e lavorativa che non mi soddisfa soddisfatta e, ovviamente, sento di non aver minimamente le forze e la voglia per uscirne. Vorrei semplicemente non svegliarmi più una mattina, dato che mai avrei il coraggio di farla finita. Mi spiace per essere stata prolissa, non so neanche se sono in cerca di consigli o di uno sfogo. Grazie per chiunque abbia prestato attenzione.

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Miglior risposta 19 FEB 2026

Gentile amica,

ho letto ogni tua parola e sento tutto il peso della tua stanchezza. La sensazione di avere in mano il 'libretto delle istruzioni' ma di non riuscire ad applicarlo è una delle frustrazioni più grandi: è il segnale che la tua mente ha capito tutto, ma il tuo cuore e il tuo sistema profondo sono ancora bloccati altrove.

Vorrei dirti subito una cosa: non sei un mostro e non sei una bambina capricciosa. Quello che chiami 'ego' o 'mancanza di empatia' è in realtà una modalità di sopravvivenza. Quando ci sentiamo senza pelle, il nostro sistema reagisce con l'iper-controllo e l'attaccamento, perché il vuoto che sentiamo fa troppa paura.

Nella mia esperienza, quando una persona sente un senso di colpa così antico pur non avendo vissuto traumi evidenti, spesso sta portando un peso che non le appartiene. È quella che chiamo una 'fedeltà invisibile': forse stai recitando un ruolo per qualcun altro nella tua storia familiare, o forse il tuo senso di non valere nulla è un’eredità che hai accolto per amore del tuo sistema. La diagnosi (che sia ADHD, autismo o OCD) è un nome che diamo a un sintomo, ma dietro quel nome c’è una vitalità che è rimasta congelata.

La terapia cognitivo-comportamentale è preziosa per i sintomi, ma per sciogliere il 'copione' che senti di ripetere serve un lavoro che scenda più in profondità, che guardi alle tue radici e che lavori sul corpo, dove queste emozioni sono incistate. Il rifiuto di quest'uomo è stato la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di solitudine, ma è anche l'occasione per smettere di guardare fuori e iniziare a costruire, finalmente, quella 'casa' dentro di te che non hai mai sentito di avere.

Non sei sola in questo vortice. Si può imparare a perdonarsi, ma il perdono non arriva dalla testa, arriva dal sentire che abbiamo il diritto di esistere, indipendentemente dagli altri.

Se vorrai, io sono qui per aiutarti a guardare oltre la superficie e a iniziare questa 'guarigione silenziosa'.

Un caro abbraccio,

Dott.ssa Maria Pandolfo

Maria Pandolfo Psicologo a Pisa

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21 FEB 2026

Cara Ofelia,

sul finire del suo scritto si chiede se sia in cerca di consigli o di uno sfogo. E poi ringrazia chiunque abbia prestato attenzione.
E se fosse proprio questo che lei cerca? Attenzione, si. Vuole qualcuno che la guardi e che la ascolti, che la faccia sentire viva, che le restituisca un’immagine di sé.
Dice di non riuscire a costruirsi un’identità al di fuori di una relazione, ma scrivendo ha allargato il suo campo sfidando il vecchio schema.
In realtà tutti noi ci costruiamo l’identità attraverso le relazioni, a partire dal nome proprio che qualcun altro ci dà.
Poi a un certo punto si prova a ‘uscire’.
Occorre un atto di coraggio e di indipendenza: io sono Ofelia. E’ vero, il nome me l’ha dato qualcun altro, presumibilmente i miei genitori, ma adesso lo voglio fare mio, me ne approprio e ne faccio ciò che voglio. Seguo la mia strada, il mio desiderio, i miei interessi, che sicuramente ho ma che ho messo da parte nello sforzo di dare di me stessa una bella immagine. Uno sforzo che esaurisce tutte le mie energie, e che spesso mi impedisce di vedere e leggere i comportamenti degli altri.
Ho voglia di lavorare un po’ su questo? Potrebbe essere molto importante.
Il fatto che lei non riesca nemmeno più a fingere di stare bene nelle situazioni sociali potrebbe essere proprio il sintomo, la spia che e’ giunto il momento di aprire il sipario e presentarsi al mondo con la sua bella voce, mettendo via un copione in cui non si sente più a suo agio.
Il suo interesse per film, serie e anime, che come scrive divora, conferma proprio questo: la sua curiosità e il suo desiderio di autenticità.
I percorsi che ha fatto in questi anni e che tuttora percorre non sono stati attraversati invano: l’hanno accompagnata fino qui, lungo la strada verso la sua libertà.

Dott.ssa Giovanna Maria Goi Psicologo a Monza

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20 FEB 2026

Gentile utente,

nelle sue parole si avverte una sofferenza che non riguarda solo gli episodi relazionali, ma qualcosa di più strutturale: il senso di colpa costante, la paura di essere abbandonata quando l’altro la conosce davvero, l’idea di essere “il mostro” che rovina tutto. Il rifiuto recente sembra aver riattivato un copione già noto, come se ogni legame toccasse lo stesso punto sensibile.

Quello che descrive non appare soltanto come un problema di gestione del comportamento o di pensieri disfunzionali. Sembra piuttosto che queste dinamiche abbiano un significato profondo nella sua storia affettiva: il bisogno intenso dell’altro, l’angoscia quando si allontana, la tendenza ad annullarsi. In questa prospettiva, il sintomo non è solo qualcosa da correggere, ma un modo attraverso cui la sua psiche tenta di tenere insieme il timore di perdere l’amore e quello di non meritare di essere amata.

Se sente che l’attuale percorso cognitivo-comportamentale non intercetta pienamente questi livelli, potrebbe valutare, anche parlandone con la sua terapeuta, un diverso tipo di lavoro, più orientato all’ascolto del vissuto della persona (come quello psicoanalitico). Un ascolto che non si concentri primariamente sul “come cambiare il comportamento”, ma sul comprendere che senso hanno per lei queste ripetizioni, queste colpe, questa dipendenza. Come scriveva Freud, “ciò che non viene elaborato ritorna”: talvolta il punto non è imparare nuove istruzioni, ma esplorare ciò che continua a ripresentarsi.

Non si tratta necessariamente di abbandonare un percorso, ma di chiedersi quale spazio terapeutico possa aiutarla ad approfondire il significato di ciò che vive, più che la sua sola manifestazione.

Le mando un saluto,
Dott. Valentino Moretto

Dott. Valentino Moretto Psicologo a Salerno

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20 FEB 2026

Una relazione sana e duratura si deve parlare sul rispetto dialogo, comprensione, supporto, obiettivi concreti, comunità concreta di costruire un futuro insieme.tutto questo nel concreto tutto questo entrambe le parti

Una relazione sana ha bisogno di tempo per conoscersi e bisogna procedere piano piano. È una pianta che per crescere ha bisogno di cure ogni giorno.

Il dialogo riconoscersi avviene piano piano

Le abilità sociali si possono apprendere

È importante anche a lavorare sull’autostima, perché il grado in cui abbiamo stima di voi stessi si riflette sul mondo cui ci portiamo con gli altri

Autostima e abilità sociali sono strettamente collegate e si influenzano a vicenda per questa è necessario concretamente lavorare concretamente su entrambe


Le consegne, il percorso psicologico della posso aiutare a comprendere meglio e affrontare la situazione

Dott. Luca Ferretti Psicologo a Pontedera

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20 FEB 2026

Buongiorno Ofelia,

grazie per averci contattato su questo portale ed essersi aperta avendo condiviso con noi la sua preoccupazione.
La peggior nemica di se stessa è lei o meglio non si aiuta, si allontana da sé stessa quando ha la certezza che piace all'altro quando diventa autentica nella relazione.
Questo tema delle relazioni è stato affrontato in terapia?
Se si forse pur essendovi un clima di fiducia non si sente supportata in tale direzione se, invece, non è stato affrontato potrebbe essere una sua resistenza intera.
Se vi è un clima di fiducia ma non si sente supportata nell' obiettivo clinico di migliorare le relazioni sentimentali le consiglierei di parlarne con la sua terapeuta.
Resto disponibile.

Cordiali saluti

Dottoressa Margherita Romeo

Dott.ssa Margherita Romeo Psicologo a Roma

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20 FEB 2026

Buongiorno Ofelia,

quello che descrivi non è il racconto di una “bambina capricciosa che ha tutto e non si accontenta”. È il racconto di una donna che da molti anni convive con ossessioni, senso di colpa cronico, depressione ricorrente e un pattern relazionale profondamente doloroso. Il fatto che tu non abbia avuto un’infanzia traumatica non invalida la tua sofferenza. Non serve un trauma evidente per sviluppare vulnerabilità emotive importanti.
Si sente molto chiaramente il filo conduttore: senso di colpa, paura dell’abbandono, iper-attivazione quando percepisci distanza, poi vergogna e autoaccusa. Quando una persona ti piace, il sistema si accende completamente. Non è mancanza di empatia: è iperattaccamento. È un sistema di allarme relazionale che interpreta ogni micro-segnale come possibile perdita. In quelle ore in cui lui non scriveva, il tuo cervello non stava ragionando in modo lucido; stava cercando di prevenire un abbandono vissuto come minaccia enorme. Il messaggio passivo-aggressivo non nasce da cattiveria, ma da panico.

Il problema è che, subito dopo, entra un giudice interno durissimo. Non ti limiti a pensare “ho sbagliato”, ma “sono un mostro”, “sono la carnefice della mia infelicità”. Questo livello di autocondanna è molto più disfunzionale del comportamento in sé. È lì che si consolida il copione.
Il fatto che tu dica “è come se avessi studiato un libretto di istruzioni che non so applicare” è molto significativo. In CBT puoi comprendere perfettamente le distorsioni, riconoscere i meccanismi, ma nei momenti di attivazione emotiva intensa il sistema di attaccamento prende il sopravvento sulle competenze cognitive. Non è che non hai imparato nulla; è che in quei momenti non hai accesso a ciò che sai.
La ripetizione del copione non indica assenza di identità o mancanza di empatia. Indica che la relazione diventa il regolatore principale della tua autostima. Quando l’altro c’è, ti senti valida; quando si allontana, crolli. Questo non ha a che fare con egoismo, ma con una base di autostima fragile e con una paura profonda di non essere “sufficientemente amabile” quando l’altro vede oltre la superficie.

Il sospetto di ADHD o spettro autistico può avere senso esplorarlo con una valutazione seria, ma attenzione a non usarlo come spiegazione totale del dolore relazionale. I pattern di dipendenza affettiva e iperattivazione dell’attaccamento possono esistere indipendentemente da una neurodivergenza.
Mi colpisce molto la frase “vorrei non svegliarmi più”. Anche se dici che non avresti il coraggio di farla finita, questo è un pensiero di morte passiva e segnala un livello di stanchezza importante. Andrebbe portato apertamente in terapia, senza filtri. Se senti che la CBT ti sta dando strumenti ma non sta toccando il nucleo più profondo – identità, vergogna, attaccamento – forse con la tua terapeuta puoi riflettere sull’integrare un lavoro più focalizzato sugli schemi o sull’attaccamento, senza necessariamente cambiare professionista se il rapporto è buono.
Non sei un mostro. Sei una persona che, quando teme di essere lasciata, reagisce in modo eccessivo e poi si massacra per questo. La vera rigidità non è nel tuo comportamento con gli uomini; è nell’impossibilità di perdonarti. Finché ogni errore diventa una prova definitiva della tua inadeguatezza, ogni relazione sarà vissuta sotto minaccia.

Il punto non è imparare a essere “perfetta” nella prossima frequentazione. È costruire un senso di valore che non dipenda dalla risposta immediata di qualcuno. E questo richiede tempo, ma non è impossibile a 34 anni, anche se ora ti senti rassegnata.
Se in questo momento sei al lavoro e ti senti sopraffatta, prova a fare una cosa molto semplice: rallenta il respiro, appoggia i piedi a terra, orientati nello spazio. Riporta il sistema nervoso a un livello più stabile. Le decisioni globali sulla tua vita non vanno prese dentro un picco di vergogna e rifiuto.

E soprattutto: parla apertamente con la tua terapeuta di questo senso di disperazione e dei pensieri di non volerti svegliare. Non è un fallimento del percorso, è materiale clinico centrale. Non devi uscirne da sola.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica

Dott.ssa Grazia Melchiorre Psicologo a Pescara

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19 FEB 2026

Cara Ofelia,

Quello che descrivi non è capriccio, non è ego, non è “essere una cattiva persona”. È un pattern che nasce da un mix molto preciso: sensibilità altissima, paura dell’abbandono, dipendenza affettiva, senso di colpa cronico, e un’identità che si è costruita più sul compiacere che sul sentire. Non è un difetto morale: è un meccanismo di sopravvivenza che hai imparato presto e che ora ti si ritorce contro.

Tu non sei un mostro. Sei una persona che ha imparato a leggere l’amore come qualcosa che può sparire da un momento all’altro. E quando vivi così, ogni silenzio diventa una minaccia, ogni distanza diventa un terremoto, ogni rifiuto diventa una conferma di una colpa che in realtà non hai.

Il punto non è che “ripeti gli stessi errori”. Il punto è che stai usando strumenti emotivi vecchi per situazioni nuove. È come se avessi studiato il manuale, ma quando arriva la scena vera, il corpo prende il sopravvento e recita la versione antica, quella che ti proteggeva quando eri più piccola. Non è incoerenza: è memoria emotiva.

Il fatto che tu riconosca tutto questo con una lucidità così chirurgica non è un fallimento della terapia. È un segnale che la parte cognitiva è pronta, ma quella emotiva è ancora bloccata in un’altra epoca. E questo succede spesso nelle persone che sospettano ADHD o spettro autistico: la testa capisce, il corpo reagisce in automatico, e il divario tra le due cose crea un dolore enorme.

Il rifiuto di quest’uomo non ti ha ferita perché “era lui”. Ti ha ferita perché ha toccato la tua ferita primaria: la paura di essere troppo, di essere sbagliata, di essere un peso. E quando dici “mi sento una bambina capricciosa”, in realtà stai dicendo “non capisco perché provo così tanto, così forte, così presto”. Questo non è capriccio: è disregolazione emotiva. È un sistema nervoso che non ha mai imparato a sentirsi al sicuro.

Il fatto che tu ti stia isolando non è disinteresse sociale: è protezione. Quando senti di non avere più risorse, il mondo diventa troppo rumoroso. E il lavoro, la concentrazione, la motivazione… tutto si spegne. Non perché non ti impegni, ma perché sei esausta.

E ora la parte che voglio tu senta davvero: non sei tu contro il mondo. Non sei tu che “rovini tutto”. Non sei tu che “non impari mai”. Sei una persona che ha portato sulle spalle un carico emotivo enorme, senza mai avere un luogo in cui appoggiarlo davvero. E quando vivi così, ogni relazione diventa un campo minato.

Non posso darti diagnosi, ma posso dirti che il modo in cui descrivi la tua mente non è quello di una persona “cattiva”: è quello di una persona che ha vissuto troppo a lungo in modalità allarme. E quando vivi in allarme, l’amore diventa sopravvivenza, non scelta.

Tu non hai bisogno di punirti. Hai bisogno di un posto in cui disinnescare tutto questo. E la terapia che stai facendo può essere utile, ma forse serve un’integrazione: un lavoro più profondo sull’attaccamento, sulla regolazione emotiva, sul corpo, non solo sui pensieri.

Ti lascio con una sola frase, non una domanda:
Tu non sei la carnefice della tua vita. Sei la persona che ha portato avanti la battaglia più lunga senza mai fermarsi a curare le ferite.

Se vuoi, possiamo ripartire da qui, da una cosa sola: non “come smettere di sbagliare”, ma come iniziare a trattarti come tratteresti qualcuno che ami davvero.

Un abbraccio

Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica - del Lavoro
Organizzazioni- Risorse Umane
Ricevo online

Arianna Bagnini Psicologo a Città di Castello

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19 FEB 2026

Cara Ofelia,
Quello che descrivi non parla di qualcuno di sbagliato, ma di qualcuno che soffre e che da anni sta lottando con schemi molto radicati, soprattutto legati alla paura dell’abbandono, al senso di colpa e al bisogno di conferme.
Il fatto che tu riesca a osservarti con tanta lucidità è una base per un'inizio terapeutico: capire i propri schemi è il primo passo, modificarli è la parte più delicata, e per questo, spesso richiede del tempo.
Il dolore che provi ora, è amplificato dal rifiuto, e può riattivare vissuti antichi e intensi. Non è debolezza né mancanza di empatia: è il tuo sistema emotivo che reagisce come se fosse in pericolo. E il fatto che tu ti attribuisca tutta la colpa, non significa che sia davvero così, ma che sei abituata a guardarti con uno sguardo duro e punitivo.
Ciò che posso consigliarti da professionista, è di portare tutto questo in terapia, apertamente; questo non sarà un tradimento del lavoro fatto, ma sarà parte del lavoro stesso.
A volte cambiare insieme la rotta, per fare un viaggio più completo.

Resto a disposizione.
Dott.ssa Gaia Rotondo, psicologa clinica
Disponibile anche on-line

Dott.ssa Gaia Rotondo Psicologo a Taranto

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19 FEB 2026

Cara Ofelia,

quello che descrive non è il racconto di una persona “capricciosa” o senza motivi per stare male. È il racconto di qualcuno che da anni prova a capirsi, a lavorare su di sé e che oggi si sente stanco perché vede ripetersi gli stessi schemi, soprattutto nelle relazioni.

Il fatto che il rifiuto di quest’uomo abbia riattivato tutto non significa che il problema sia lui. Ha toccato un punto molto sensibile: la paura di essere vista davvero e poi lasciata. Quando questa paura si attiva, l’attenzione si sposta completamente sull’altro, cresce il bisogno di conferme e, paradossalmente, proprio questo può spaventare e allontanare. Non è mancanza di empatia né cattiveria: è un funzionamento legato all’attaccamento e all’autostima.

La frase che scrive — “so cosa dovrei fare ma non riesco ad applicarlo” — è molto importante. Non indica che la terapia non stia funzionando, ma che il livello cognitivo è avanti rispetto a quello emotivo. Capire non significa ancora riuscire a fare diversamente, soprattutto quando si attivano paura, vergogna e senso di colpa.

Il dubbio su ADHD o spettro autistico può essere legittimo come ipotesi da esplorare, ma non spiega da solo il dolore relazionale, la dipendenza affettiva e il senso di colpa che descrive. Più che una diagnosi nuova, sembra emergere un tema costante: la difficoltà a costruire un’identità che non dipenda dalla relazione e la tendenza a trasformare ogni rottura in auto-condanna.

Il fatto che lei si definisca “mostro” dice molto della severità con cui si giudica. Non sta descrivendo una persona senza empatia, ma una persona che quando ha paura perde regolazione e poi si colpevolizza duramente.

La domanda sul percorso è comprensibile. Non sempre il problema è che la terapia non sia adatta, a volte è il momento del percorso in cui serve lavorare più direttamente su:
– regolazione emotiva nelle relazioni
– attaccamento e paura dell’abbandono
– auto-compassione e riduzione del senso di colpa
– costruzione dell’identità fuori dalla relazione

Questo può essere integrato anche dentro un percorso cognitivo-comportamentale, ma va esplicitato con la terapeuta. Parlare apertamente del dubbio “non sta funzionando” è materiale terapeutico, non un fallimento.

Il pensiero “vorrei non svegliarmi” segnala stanchezza e disperazione, non necessariamente volontà di morire, ma è un segnale da portare in terapia senza filtri. Non deve gestirlo da sola né minimizzarlo.

Non sta ripetendo lo stesso copione perché è sbagliata. Lo sta ripetendo perché è uno schema che si attiva quando entra in relazione. Gli schemi si modificano lentamente e spesso proprio attraverso queste esperienze, anche dolorose.

Forse la domanda più utile ora non è “cosa c’è che non va in me”, ma:
cosa succede dentro di me nei momenti in cui temo di non essere scelta?

È lì che si gioca il cambiamento. E non è un lavoro che si fa da soli.

Un caro saluto
Dottoressa Rosina Motta

Dott.ssa Rosina Motta Psicologo a Lamezia Terme

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19 FEB 2026

Ti ho letto con molta attenzione. E quello che emerge non è l’immagine di “un mostro”, ma di una persona stanca, lucida, estremamente consapevole dei propri meccanismi e allo stesso tempo intrappolata dentro di essi. Questa non è mancanza di empatia. È sofferenza cronica.

Parto da una cosa importante: quando scrivi che vorresti semplicemente non svegliarti più, anche se dici che non avresti il coraggio di farla finita, quello è un segnale di esaurimento emotivo serio. Non è una frase “retorica”. È il linguaggio di chi si sente senza via d’uscita. Se in qualche momento quel pensiero dovesse diventare più concreto o pressante, ti chiedo di parlarne subito con la tua terapeuta o di rivolgerti a un servizio di emergenza o a una linea di supporto. Non devi gestirlo da sola.

Ora provo ad entrare nel cuore di quello che descrivi.

Quello che racconti nelle relazioni non è cattiveria né ego smisurato. È un sistema di attaccamento iperattivato. Quando percepisci una minima distanza, il tuo sistema nervoso va in allarme. Non è una scelta consapevole diventare passivo-aggressiva o iper-presente al telefono. È una strategia appresa, probabilmente molto antica, per evitare l’abbandono. Il problema è che la strategia che nasce per proteggerti finisce per produrre proprio ciò che temi.
Non c’è nulla di mostruoso in questo. C’è paura.
E la cosa che mi colpisce è che ti attribuisci sempre il ruolo di carnefice. Anche quando descrivi quest’uomo, noti le sue difficoltà nell’esprimere affetto, la sua insicurezza, il suo evitamento. Due sistemi insicuri che si agganciano si amplificano a vicenda. Non c’è un colpevole unico. C’è una dinamica.

Il senso di colpa costante che descrivi sembra essere il vero filo rosso della tua vita. Non l’OCD, non l’ipotesi ADHD o spettro autistico, non gli uomini. Il senso di colpa. È come se dentro di te esistesse un giudice severissimo che ti condanna prima ancora che qualcuno possa farlo. Ti senti una bambina capricciosa perché “non hai avuto traumi evidenti”, quindi ti togli il diritto di soffrire. Ma l’assenza di un trauma macroscopico non significa assenza di ferite. Ci sono anche micro-messaggi relazionali, aspettative implicite, modelli affettivi che non lasciano cicatrici visibili, ma strutturano profondamente il modo in cui ci percepiamo.

Il fatto che tu dica di non riuscire a costruire un’identità fuori dalla relazione è molto significativo. Quando l’altro diventa l’unica fonte di regolazione emotiva, è normale che la sua distanza venga vissuta come un crollo dell’intero sistema. Non è dipendenza perché sei debole. È dipendenza perché probabilmente non hai mai sentito una base interna sufficientemente stabile.

Rispetto alla terapia cognitivo-comportamentale, la tua domanda è legittima. Se dopo tre anni senti che hai compreso perfettamente le indicazioni, ma non riesci ad applicarle, potrebbe non essere un problema di “impegno” tuo. A volte quando c’è un attaccamento molto insicuro, una vergogna profonda o schemi di identità radicati, un lavoro più centrato sugli schemi, sull’attaccamento o sulle parti interne può risultare più incisivo. Questo non significa che la tua terapeuta non sia valida né che tu abbia sbagliato percorso. Significa che forse sei in una fase in cui hai bisogno di qualcosa di diverso o di un’integrazione. E questo è un tema che puoi portarle apertamente. Il fatto che tu abbia costruito fiducia è una base preziosa, non qualcosa da buttare.

L’ipotesi ADHD o spettro autistico merita eventualmente una valutazione seria, non un’autodiagnosi. La difficoltà di concentrazione che descrivi, il senso di disorganizzazione interna e l’iperfocalizzazione sulle relazioni potrebbero avere diverse spiegazioni. Ma attenzione a non trasformare una possibile etichetta in un’ennesima accusa contro di te.

C’è un punto molto importante: tu non sei priva di empatia. Una persona priva di empatia non si tormenta per aver “tradito la fiducia” di qualcuno, non si interroga sul proprio impatto, non si sente in colpa per le insicurezze dell’altro. Il tuo problema non è l’assenza di empatia. È l’eccesso di autocritica e la difficoltà a tollerare l’ansia dell’incertezza affettiva.

In questo momento sei rassegnata perché non vedi progresso. Ma il fatto stesso che tu riconosca il copione è già consapevolezza. Il passaggio più difficile non è capire il copione. È imparare a stare dentro l’ansia senza agire il copione. E quello è un lavoro lento, che non si fa con la forza di volontà, ma con una graduale costruzione di regolazione emotiva.
Mi colpisce anche quando dici che non hai interessi particolari e ti annulli quando ti piace qualcuno. Questo è un nodo identitario. Non è che tu non abbia interessi. È che probabilmente non hai mai investito energia nel coltivare uno spazio tuo che non fosse funzionale a essere amata. Questo si può costruire, ma all’inizio sembra vuoto e faticoso.

Adesso però la priorità non è diventare una versione migliore di te per “la prossima volta”. La priorità è ridurre questo stato di disperazione. Sei stanca. Stanca di combattere contro te stessa. E forse il primo passo non è correggerti, ma smettere per un momento di processarti.
Ti farei una domanda, non retorica: nella tua terapia, parlate apertamente del tuo senso di colpa e del modo in cui ti definisci “mostro”? O lavorate più sui comportamenti e sui pensieri legati alle situazioni? Perché a volte il cuore della sofferenza sta nel modo in cui ci guardiamo, non solo in quello che facciamo.
Non sei una bambina capricciosa. Sei una donna di 34 anni che non ha mai davvero sentito stabilità interna e che si è convinta che la sua sofferenza sia una colpa. Questo è un peso enorme da portare.

Concludo dicendoti una cosa semplice ma importante: il fatto che tu stia chiedendo aiuto, ancora, dopo anni, non è il segno di una persona che non impara. È il segno di una persona che non vuole arrendersi del tutto, anche quando è sfinita.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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19 FEB 2026

Buongiorno Ofelia,
Grazie per la condivisione.
Mi occupo di autismo e ADHD in età adulta, e credo che sia sensato indagare quali elementi la portano ad avere il sospetto di rientrare in questi funzionamenti. Ciò non significa che il risultato di un eventuale approfondimento debba necessariamente confermare la sua ipotesi, ma che vale la pena testarla. È frequente arrivare a una diagnosi dopo una storia simile alla sua, in cui percorsi terapeutici fondati su alleanza e fiducia, entrano in fase di apparente stallo perché manca una componente non trascurabile. Con questo non intendo dire che non stiano dando risultati, anzi, secondo me il fatto stesso che lei riconosca in sé le caratteristiche a cui accenna indica capacità di auto-osservazione e riflessione che molto probabilmente ha allenato proprio in terapia.
OCD, pensieri intrusivi, dipendenza, depressione potrebbero derivare da coping maladattativi a un funzionamento sottostante non riconosciuto.
Quello del mancato riconoscimento è un sentimento molto potente, che lavora a livello implicito. La bambina che è stata potrebbe sentirsi in colpa perché, nonostante da fuori andasse tutto bene, sentiva la mancanza di qualcosa che non sapeva bene cosa potesse essere, l'essere vista, appunto.
Il carico cognitivo, emotivo e affettivo del portare una consapevolezza di sé implicita ma non condivisibile, qualcuno la chiama differenza invisibile - io non amo questa espressine ma spesso risulta molto efficace - , rende sempre più difficile stare al passo con le richieste dell'ambiente, ad esempio al lavoro.
Fingere di stare bene è estenuante, un fattore di stress costante che logora e allontana la persona dalla percezione autentica dei propri bisogni. Da qui il sentirsi sempre insoddisfatta, il non accontentarsi mai, e la necessità di isolarsi come meccanismo per evitare il carico del masking.
L'immagine di sé inevitabilmente ne risente, motivando una continua ricerca di conferme della propria adeguatezza nell'altro. Inoltre, possono essere presenti difficoltà a regolare la distanza interpersonale, bruciando così le tappe dei rapporti. È comune cercare nel partner il sostegno non ricevuto in altri contesti.
Ma lei non è un disastro, è una persona desiderosa di conoscersi e di essere riconosciuta per quella che è davvero, senza il libretto di istruzioni imparato a memoria.

La sua condivisione non è affatto prolissa, e mi dispiace che lei non abbia ancora trovato tutti gli strumenti che le servono per stare bene.
I pensieri più pesanti, come quello di non svegliarsi più, meritano attenzione, hanno un significato importante da esplorare. Sono molto comuni tra le persone nello spettro, e questa è una ragione in più per prendere in considerazione un percorso valutativo.
Le opzioni a sua disposizione sono diverse, sia nel pubblico che nel privato.

Se ha dubbi o curiosità, resto a disposizione.
Margherita Barberi, psicologa
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Margherita Barberi Psicologo a Lerici

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19 FEB 2026

Gentile Ofelia,
la ringrazio per aver condiviso con tanta lucidità e onestà ciò che sta vivendo. Percepisco la stanchezza, il senso di colpa e una profonda frustrazione per la sensazione di “ripetere sempre lo stesso copione”, soprattutto nelle relazioni affettive.
Vorrei partire da un punto importante: il fatto che lei riesca a descrivere con così tanta consapevolezza le sue dinamiche non è indice di mancanza di empatia o di mostruosità. Al contrario, mostra una capacità riflessiva significativa. Il dolore che prova dopo aver percepito di aver ferito qualcuno non appartiene a chi è privo di empatia, ma a chi vive un conflitto interno molto intenso.
Il tema dell’attaccamento che descrive – il timore dell’abbandono, l’iperattivazione quando percepisce distanza, il bisogno di rassicurazioni, l’annullarsi nella relazione – è qualcosa che spesso ha radici profonde e che non si modifica semplicemente “sapendo cosa sarebbe giusto fare”. Come scrive lei stessa, è come conoscere il manuale ma non riuscire ad applicarlo: questo accade perché alcune reazioni sono automatiche, non volontarie, e si attivano a livello emotivo prima che la parte razionale possa intervenire.
Rispetto al dubbio sul percorso cognitivo-comportamentale: dopo tre anni è assolutamente legittimo portare apertamente alla sua terapeuta la sensazione di stallo. Non è un fallimento né un tradimento. A volte può essere utile integrare il lavoro con una valutazione diagnostica più approfondita (come nel caso del sospetto ADHD o spettro autistico), oppure rivedere insieme gli obiettivi e le modalità di intervento. Non è necessario interrompere per forza: spesso il confronto diretto sul “non sento risultati” diventa parte stessa del lavoro terapeutico e aiuta a ricalibrare la relazione, ridefinendo gli obiettivi per vedere se qualcosa nel frattempo magari può essere cambiato.
Un altro elemento centrale è il livello di autocritica che emerge. Lei si definisce “carnefice”, “mostro”, “capricciosa”. Questo linguaggio interno è estremamente duro e, paradossalmente, alimenta proprio quelle insicurezze che poi esplodono nelle relazioni. Il senso di colpa cronico può diventare una lente attraverso cui leggere ogni evento, anche quelli complessi e bidirezionali, come le dinamiche relazionali.
Si sente che ha lottato tanto e che sa guardarsi dentro con una lucidità rara. Quel suo desiderio di non svegliarsi più è un grido che racconta quanto sia diventato insostenibile il peso che sta portando e quanto sia comprensibile sentirsi esausti quando sembra che non ci sia più una via d'uscita. È un dolore che merita tutta la delicatezza del mondo e che forse, prima ancora di essere risolto, ha bisogno di essere ascoltato senza che lei debba sentirsi in colpa anche per questo.
In questo momento forse non serve cercare la lezione da imparare. Serve rallentare, contenere la disperazione e lavorare sulla regolazione emotiva prima ancora che sulla performance relazionale. Le relazioni non sono esami da superare.
Il fatto che lei sia stanca non significa che sia irrecuperabile. Significa che sta combattendo da molto tempo.
Porti tutto questo in terapia, così come lo ha scritto qui. Potrebbe essere un ottimo punto di ripartenza.

Un caro saluto.

Dott.ssa Dora Novotny Psicologo a Cassola

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19 FEB 2026

Buongiorno, la ringrazio per la fiducia e per la profondità con cui si è raccontata. Quello che emerge dalle sue parole non è “capriccio”, né mancanza di empatia, né un difetto morale: è una sofferenza strutturata, coerente, che ha una sua logica interna e che merita di essere compresa, non giudicata.
Colpisce quanto lei sia lucida nel descrivere i suoi meccanismi: l’attaccamento che diventa annullamento, l’iper-focalizzazione sull’altro, il panico alla minima distanza, il senso di colpa costante, l’idea di essere sempre e solo la responsabile di ciò che va male. Questa lucidità però, da sola, non basta a cambiare le cose. Ed è qui che spesso nasce quella sensazione dolorosa che descrive così bene: “ho studiato il libretto di istruzioni, ma non so usarlo”. Non è un fallimento suo: è un segnale clinico importante.
Ci sono percorsi terapeutici che aiutano molto a capire (e la terapia cognitivo-comportamentale spesso fa questo in modo eccellente), ma che non sempre riescono ad arrivare in profondità su temi come:
-l’identità che esiste solo in relazione all’altro
-la vergogna e il senso di colpa come stati di base
-il vuoto, la rassegnazione, la perdita di speranza
-le dinamiche di attaccamento che si riattivano nonostante la consapevolezza
Quando questi nuclei sono così centrali e così antichi, spesso non è una questione di “fare meglio” o “impegnarsi di più”, ma di lavorare a un livello diverso, più esperienziale e relazionale, dove il cambiamento non passa solo dal pensiero ma dal sentire, dal corpo, dal modo in cui si sta in relazione qui e ora.
Il sospetto di ADHD o di tratti dello spettro autistico, inoltre, non è affatto secondario: quando alcune caratteristiche neurodivergenti non vengono riconosciute, la persona cresce attribuendosi colpe che non le appartengono (“sono sbagliata”, “sono troppo”, “non capisco gli altri”), costruendo un’immagine di sé profondamente ingiusta. Questo può alimentare proprio quel senso di estraneità e quella dipendenza affettiva che descrive.
Vorrei dirle una cosa con chiarezza:
lei non è un mostro. Una persona priva di empatia non si fa queste domande, non prova questo rimorso, non sente questo dolore per aver “tradito” qualcuno. Quello che lei chiama ego, molto spesso, è panico relazionale: il terrore di sparire agli occhi dell’altro. E quando il sistema di attaccamento va in allarme, non si sceglie come reagire, si sopravvive.
Il pensiero di “non volersi più svegliare” è un segnale serio di quanto sia stanca, non un desiderio di morte. È il desiderio che questo dolore incessante si fermi. E questo merita ascolto e contenimento, non minimizzazione.
Se lei lo vorrà, un percorso con me potrebbe offrirle:
-uno spazio sicuro in cui non dover essere “brava”, “lucida” o “funzionante”
-un lavoro profondo sulle dinamiche di attaccamento e sulla dipendenza affettiva
-una rielaborazione del senso di colpa e dell’autocritica cronica
-una valutazione attenta e rispettosa delle ipotesi di ADHD/spettro, senza etichette ma con comprensione
-soprattutto, la possibilità di costruire un senso di sé che non dipenda dallo sguardo di un altro
Non le prometto soluzioni rapide né formule magiche. Ma le posso dire questo: il copione che oggi sembra immutabile non è la sua identità, è una strategia appresa. E le strategie, anche quelle più radicate, possono essere trasformate quando vengono finalmente comprese nel modo giusto.
Se sente che è arrivato il momento di provare qualcosa di diverso — non perché ha “fallito”, ma perché merita di stare meglio — possiamo prenderci un primo colloquio anche online per capire insieme se e come lavorare.
Non deve farcela da sola. E non è troppo tardi.
Un caro saluto.

Federica Mileto Psicologo a Lecce

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19 FEB 2026

Buongiorno, la ringrazio per aver trovato la forza di scrivere con tanta lucidità e onestà. Dalle sue parole emerge una sofferenza intensa e prolungata, ma anche una notevole capacità di osservazione di sé e di responsabilità: non sono qualità scontate, soprattutto quando si è stanchi come lei descrive di essere.
Vorrei dirle anzitutto una cosa con chiarezza. Il dolore che prova non è sminuito dal fatto di non aver avuto un’infanzia traumatica. La sofferenza psicologica non funziona per paragoni o “meriti”. Il senso di colpa che la accompagna da sempre sembra portarla a invalidare continuamente ciò che sente, come se non avesse il diritto di stare male. Questo meccanismo, da solo, è già estremamente faticoso.
Rispetto alla terapia, è possibile comprendere perfettamente gli strumenti di un approccio (come il cognitivo-comportamentale) e al contempo non riuscire a tradurli in cambiamenti stabili. Questo non significa che lei “non si impegna abbastanza” o che la terapia sia inutile; può voler dire che in questo momento servono integrazioni diverse, un approccio terapeutico di un altro tipo, un cambio di focus o una rivalutazione diagnostica più approfondita (anche rispetto ai suoi dubbi su ADHD e spettro autistico). Portare apertamente questi interrogativi alla sua terapeuta è un passo importante e legittimo.
Il tema della dipendenza affettiva che descrive non parla di mancanza di empatia o di egoismo, ma di paura intensa dell’abbandono e di un’identità che fatica a reggersi quando l’altro diventa il centro. Nei momenti in cui l’attaccamento si attiva, il sistema emotivo va in allarme; il bisogno di controllo, il monitoraggio continuo, la passività aggressiva non sono “tossicità morale”, ma strategie apprese per non perdere il legame. Il fatto che oggi lei riesca a riconoscerle non la rende un mostro, la rende una persona che soffre e che sta cercando di capire. Colpisce molto il modo in cui si attribuisce tutta la colpa di ogni relazione che finisce, di ogni amicizia persa, della sua infelicità. Questo sguardo è estremamente punitivo e lascia poco spazio alla complessità delle dinamiche relazionali, che sono sempre a due (o più). L’auto-accusa costante non è una prova di onestà, ma spesso il segno di un’autostima profondamente ferita.
Quando scrive che vorrebbe “semplicemente non svegliarsi più”, anche se dice di non avere il coraggio di farla finita, sta esprimendo un livello di disperazione che merita attenzione immediata e cura, non giudizio. Se sente che il peso diventa ingestibile, è fondamentale non restare sola.
La invito, quanto prima, a condividere questo stato con la sua terapeuta, magari partendo proprio da questo messaggio. Non deve avere già le risposte né sapere “cosa chiedere”, è sufficiente portare la verità di come sta. Uscire da questo vortice non richiede forza di volontà eroica, ma un contenimento adeguato e un lavoro graduale sul senso di colpa, sull’identità e sulla regolazione emotiva.
Non mi sembra affatto che a lei manchi empatia. Mi sembra, piuttosto, che la sua empatia verso se stessa sia quasi inesistente. E su questo, con il giusto supporto, si può lavorare.
Grazie per aver scritto. Anche se ora le sembra impossibile, il fatto che sia qui a raccontarsi è già un segno che una parte di lei non ha smesso di cercare aiuto.

Resto a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Roberta Fornarelli
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Roberta Fornarelli Psicologo a Bari

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19 FEB 2026

La ringrazio per aver condiviso qualcosa di così delicato. Si sente quanta stanchezza e quanta disperazione stia attraversando, e non c’è nulla di “capriccioso” in questo dolore.
Quando si definisce una “bambina capricciosa che ha tutto e non si accontenta mai” o parla di “ricetta perfetta per un disastro”, mi colpisce quanto sia severa con sé stessa. Forse una parte importante del lavoro — che immagino stia già facendo con la sua dottoressa — riguarda proprio l’autogiudizio: imparare a guardare i propri sentimenti con maggiore gentilezza. Le emozioni che prova, anche quelle che la spaventano o che la fanno reagire in modo che poi non le piace, non sono “negative” o sbagliate: sono funzionali, parlano del suo modo di attaccarsi, di proteggersi, di temere l’abbandono. Accoglierle senza giudizio è il primo passo per capire cosa non la fa stare bene e trasformarlo.
Dal suo racconto emerge una grande capacità di osservarsi e di mettersi in discussione. Non è da tutti riconoscere i propri meccanismi, i comportamenti passivo-aggressivi, la paura che si attiva. Questo implica un enorme lavoro fatto su di sé, negli anni di terapia e nella vita quotidiana. Ci tengo a dirglielo: non leggo l’immagine di un “mostro”, né di una persona priva di empatia. Leggo una persona che soffre, che teme di perdere l’altro e che, nel tentativo di non perderlo, finisce per spaventarlo.
Ci sono bisogni non ascoltati, angosce profonde, emozioni intense e forse anche terrori antichi che si riattivano nelle relazioni. La sua sofferenza non può essere ridotta a un difetto morale o a un capriccio: è un segnale di qualcosa che chiede attenzione e cura.
Il fatto che oggi si senta senza speranza non significa che non ci sia possibilità di cambiamento. Significa che è molto stanca.
Forse, più che chiedersi se è “sbagliata”, potrebbe iniziare a chiedersi: di cosa ho davvero bisogno quando mi aggrappo così? Qual è la paura che si attiva? Sono domande difficili, ma lei ha già dimostrato di avere gli strumenti per affrontarle.
Non è sola in questo percorso

Un caro saluto,
Dott.ssa Francesca Farina

Dott.ssa Francesca Farina Psicologo a Firenze

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19 FEB 2026

Buongiorno Ofelia, Quello che scrivi è sofferenza vera, che dura da anni, e che si riattiva ogni volta con forza attraverso il rifiuto. Non è l’uomo in sé: è ciò che il rifiuto tocca dentro di te.

Ci sono alcuni punti molto chiari nel tuo racconto:
- forte sensibilità all’abbandono
- attivazione immediata quando percepisci distanza
- bisogno intenso di rassicurazione
- annullamento di te quando ti piace qualcuno
- senso di colpa cronico e auto-accusa totale

Quando dici “studio il libretto ma non so applicarlo”, stai descrivendo qualcosa di molto importante: sapere razionalmente cosa fare non significa riuscire a farlo quando si attiva la paura. In quei momenti non è la parte logica che guida, ma quella più antica, legata all’attaccamento e al timore di essere lasciata.

Il fatto che tu ti senta “sbagliata" perché lui si è allontanato mostra quanto sei dura con te stessa. C’è una tendenza a prenderti tutta la responsabilità delle rotture. Ma una relazione è sempre dinamica: lui aveva le sue fragilità, tu le tue. Non sei l’unica variabile.

Sul percorso terapeutico: se dopo tre anni senti stallo, è legittimo portarlo apertamente in seduta. Non come critica, ma come tema clinico. A volte non è la terapia “sbagliata”, ma serve integrare: valutazione per ADHD o spettro autistico se c’è il sospetto, lavoro più mirato sull’attaccamento, sulla regolazione emotiva o sulla dipendenza affettiva. Non è un tradimento della terapeuta chiedersi se serve un cambio o un’integrazione.

Il nodo centrale che emerge è questo:
non hai costruito un’identità autonoma, ma un’identità relazionale. Quando c’è qualcuno, esisti; quando se ne va, crolla tutto.

Tre spunti concreti per iniziare a uscire dal vortice:

- sospensione relazionale volontaria: per un periodo definito (es. 3 mesi) niente frequentazioni romantiche. Non come punizione, ma come laboratorio su di te.

- Allenamento alla distanza: quando senti l’impulso di scrivere o controllare il telefono, aspetta 20 minuti. Non per reprimere, ma per osservare l’onda emotiva.

- Micro-identità quotidiana: ogni giorno un’azione che non ha nulla a che fare con piacere maschile o approvazione (sport, corso, volontariato, attività creativa). Anche piccola. L’identità si costruisce per accumulo.

Il pensiero “vorrei non svegliarmi più” è un segnale di stanchezza estrema, non di reale volontà di morire. Ma merita attenzione seria. Portalo in terapia senza filtri.

La domanda forse non è “perché rovino tutto?”, ma:
“cosa si attiva in me quando sento che qualcuno si allontana?”

Lì c’è la chiave.

Resto a disposizione.
Dott.ssa Sonia Fuggiano

Dott.ssa Sonia Fuggiano Psicologo a Taranto

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19 FEB 2026

Buongiorno Ofelia,

la ringrazio per la profondità con cui ha raccontato ciò che sta vivendo. Si sente tutta la fatica di anni di lotta interiore, il senso di colpa costante e questa convinzione radicata di essere “il problema”. Vorrei partire proprio da qui: il fatto che lei riconosca i suoi schemi, li descriva con lucidità e si interroghi sull’empatia non è il segno di un “mostro”, ma di una persona molto consapevole e sofferente.

Il copione che descrive nelle relazioni ha caratteristiche tipiche dell’attaccamento ansioso: iper-attivazione quando percepisce distanza, paura dell’abbandono, comportamenti impulsivi (come il messaggio passivo-aggressivo) che nascono dal panico più che dall’ego. Non è cattiveria, è paura. E la paura, quando si attiva, prende il controllo prima che la parte razionale possa intervenire. Questo spiega perché “sa cosa dovrebbe fare”, ma non riesce ad applicarlo: nei momenti triggeranti non è un problema di istruzioni, ma di regolazione emotiva.

Il senso di colpa cronico che descrive sembra essere uno schema centrale della sua identità: “sono io la causa di tutto”. In CBT lavoriamo molto su questi schemi nucleari, che spesso si strutturano presto anche in assenza di traumi evidenti. Non serve aver avuto un’infanzia drammatica per sviluppare vulnerabilità emotive profonde.

Rispetto ai dubbi su ADHD o spettro autistico, può essere utile una valutazione specialistica se sente che alcune caratteristiche la descrivono, ma attenzione a non trasformare l’etichetta in un’ulteriore conferma di “sono sbagliata”. Le diagnosi servono a comprendere e adattare l’intervento, non a definire il valore personale.

Il fatto che si stia isolando, che non riesca a concentrarsi e che emergano pensieri del tipo “vorrei non svegliarmi” segnala un livello di sofferenza importante. Anche se dice che non avrebbe il coraggio di farsi del male, questi pensieri meritano attenzione clinica diretta e non vanno normalizzati. Se dovessero intensificarsi, è fondamentale chiedere aiuto immediato a uno specialista o ai servizi di emergenza.

Forse il punto non è che la terapia cognitivo-comportamentale non funzioni, ma che in questa fase serva un lavoro più mirato sugli schemi di abbandono, sulla dipendenza affettiva e sulla costruzione di un’identità autonoma, prima ancora che sulla “prestazione relazionale”. Non si costruisce stabilità affettiva se l’autostima è a zero.

Mi colpisce molto quando scrive che non riesce a perdonarsi. Il perdono verso di sé è un processo, non una decisione. E spesso richiede uno spazio protetto in cui rileggere la propria storia con meno durezza e più compassione.

Credo che tutto ciò che ha descritto meriti un approfondimento strutturato, per capire se il percorso attuale vada rimodulato o integrato, non necessariamente abbandonato. A volte non è il modello terapeutico a essere inadatto, ma il focus che va aggiornato rispetto al momento di vita. Se sente che è arrivata a un punto di blocco, potrebbe essere utile portare apertamente questi dubbi in seduta e, se lo desidera, confrontarsi in modo più approfondito su come uscire da questo schema che si ripete. Non è condannata a rivivere lo stesso copione per sempre.

Vera Zorzetto Psicologo a Verona

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19 FEB 2026

Buongiorno,

quello che emerge dal suo racconto non è l’immagine di un “mostro” né di una persona senza empatia. Al contrario: c’è una forte capacità di analisi, consapevolezza dei propri schemi e senso di responsabilità. Il problema non è che non capisce cosa succede. È che, nel momento emotivo, l’ansia di abbandono prende il sopravvento.

Il copione che descrive – idealizzazione, paura di perdere l’altro, ipercontrollo, messaggi passivo-aggressivi, senso di colpa devastante – è tipico delle dinamiche di attaccamento insicuro e della dipendenza affettiva. Non è cattiveria né ego smisurato: è paura profonda di non essere abbastanza e di essere lasciata.

Il fatto che un rifiuto attivi un crollo così intenso indica che la relazione diventa il principale regolatore della sua autostima. Quando l’altro si allontana, crolla l’identità. Questo è il nodo centrale su cui lavorare, più che la “lezione per la prossima volta”.

Riguardo alla terapia: se sente che dopo tre anni non ci sono cambiamenti significativi, è legittimo portare apertamente questo dubbio alla sua terapeuta. A volte serve integrare approcci diversi (es. lavoro sull’attaccamento, schema therapy, regolazione emotiva) o valutare eventuali aspetti ADHD/spettro con una diagnosi formale, invece di restare nel sospetto.

La frase “vorrei non svegliarmi più” segnala una stanchezza emotiva importante. Anche se dice che non avrebbe il coraggio di farla finita, questa sofferenza merita attenzione clinica seria. Non resti sola con questo peso.

Non è vero che è sempre stata “la carnefice” della sua infelicità. Sta ripetendo schemi appresi, probabilmente molto precoci, non scelti consapevolmente. E gli schemi si possono modificare, ma richiedono lavoro mirato sull’autostima e sulla costruzione di un’identità autonoma, non centrata sulla relazione.

Il punto ora non è capire se le manca empatia. È imparare a tollerare l’ansia dell’abbandono senza agire impulsivamente per spegnerla.

Non è rotta. È ferita in un punto molto specifico. E quel punto si può curare, ma forse serve un intervento più focalizzato su attaccamento, regolazione emotiva e dipendenza affettiva.

Dott. Roberto Porrini Psicologo a Pordenone

93 Risposte

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19 FEB 2026

Buongiorno,
Dal suo messaggio emerge una grande lucidità nel leggere i propri funzionamenti, ma anche una tendenza molto marcata a trasformare ogni difficoltà in una colpa personale. Questo rischia di diventare il vero filo rosso che tiene insieme l’ossessività, la dipendenza affettiva, il senso di vuoto e la rassegnazione che descrive. Più che la mancanza di empatia o un “ego che sovrasta”, sembra esserci un sistema interno in cui il legame con l’altro diventa l’unico luogo possibile di definizione di sé, e ogni minima oscillazione viene vissuta come una minaccia identitaria. In questo quadro, il rifiuto non è solo una perdita relazionale, ma una conferma dolorosa di un’idea di sé già fragile e severamente giudicante. Il fatto che lei “sappia” cosa non funziona, ma non riesca a metterlo in pratica, suggerisce che il problema non sia cognitivo, bensì relazionale ed emotivo: non si tratta di applicare meglio delle regole, ma di capire che funzione ha per lei annullarsi nell’altro e che cosa teme accadrebbe se restasse più separata. Le chiedo: che cosa succede dentro di lei nei momenti in cui l’altro si allontana, anche solo per qualche ora? Quale immagine di sé prende forma in quei vuoti? E che posto ha oggi, nella sua terapia, il lavoro sulla dipendenza affettiva e sulla costruzione di un senso di sé che non passi esclusivamente dallo sguardo dell’altro? Considerare se l’orientamento del percorso sia davvero adeguato non significa svalutare il lavoro fatto, ma interrogarsi su ciò di cui ha bisogno ora, in questa fase della sua vita. Se lo desidera, questo può diventare il punto di partenza per un lavoro più centrato sulle dinamiche relazionali che la fanno sentire intrappolata.
Resto a disposizione,
Dr. Elisabetta Carbone

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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19 FEB 2026

Grazie per la Tua condivisione così sincera e profonda. Non c’è da sentirsi un mostro, nel “non riuscire mai a costruirsi un'identità, al di fuori di una relazione”.
Ci sono bisogni non ascoltati, angosce profonde, emozioni aggressive e terrori sconosciuti, e la tua sofferenza non può essere ridotta superficialmente a capriccio, difetto morale o malvagità.
Presenti un tuo mondo interno in cui il pensiero intrusivo sessuale, i sintomi ossessivi, mancanza di energia e di motivazione, sembrano aver preso tutto lo spazio delle sensazioni e delle emozioni che ti portano in contatto con chi senti di essere davvero, e con i tuoi bisogni più autentici. Se c’è spettro autistico, deve essere valutato a livello clinico per verificarne il funzionamento e la quota di invalidazione nell’autopercezione e nello scambio relazionale con mondo. Ma a a me sembra che in te venga come a mancare un link tra lo stato di svuotamento e ciò che non puoi sentire, nominare, considerare di te abbastanza.
E' come se non ci sia ascolto della pienezza di tutto ciò che ti riempie di sensazioni, emozioni ed interessi, e che ti permette di auto percepire un tuo senso di consistenza e le tue emozioni.
Allora ti chiedo di indagare profondamente che rapporto davvero tu abbia con le tue emozioni, la tua libertà di sentirle e di esprimerle, i tuoi bisogni e le tue paure, e se c’entra anche la vergogna, che forse guida un qualcosa da esplorare.
Chi è la tua vera Te nella relazione? Cosa si mischia col tuo essere solare, mentre esprimi in modo più diretto i tuoi sentimenti?
Cosa ti fa perdere l’empatia? Chi sei, e puoi esistere al di fuori e al di là di una relazione simbiotica? Cosa ti genera ansia, bisogno profondo di rassicurazione, un’aggressività che non può dirigersi in modo libero e diretto verso ciò di cui hai bisogno, e che chiedi?
Puoi continuare ad essere chi sei, potendo tenere insieme i tuoi bisogni relazionali e di affetto e un senso di differenza tra te e l’altro? O ti perdi in questo passaggio? Che cosa smarrisci? In cosa cadi? Cosa cade? Qual è l’insieme delle tue percezioni che costellano le tue sensazioni, le tue emozioni e i tuoi bisogni, e che vengono perdute?
Infine, che rapporto hai con il bisogno di sicurezza relazionale, con l’angoscia di abbandono e con lo stare nel piacere? Cosa ti impedisce di cessare l’autocritica, come modo di gestire il senso di colpa quando senti che senza l’altro non esisti? Che non sei più nessuno?
Puoi sentirti esistente anche senza stare in un continuo contatto con l’altro? E chi sei, quando nessuno ti sta scegliendo?
Credo tu abbia necessità di ascoltarti di più, ora innanzi, sotto aspetti più incentrati sulle tue emozioni, perchè appare un tuo processo di consapevolezza molto lucido e ben strutturato, ma che non va in sintonia con la maturazione di una sensibilità e di una connessione più sentita con i tuoi vissuti interni più profondi.
Spero di esserti stata di aiuto, un abbraccio grande.
Dott.ssa Costanza Tavian

Dott.ssa Costanza Tavian Psicologo a Genova

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19 FEB 2026

Carissima Ofelia,
leggendo il tuo messaggio ho percepito chiaramente quanto peso e fatica stai portando. Il titolo che hai scelto, “la peggior nemica di me stessa”, dice già molto: sembra che dentro di te ci sia un giudice molto severo che non ti dà tregua.
Quello che descrivi, sentirti sempre in colpa, annullarti nelle relazioni, temere di perdere l’altro, è una combinazione di fragilità e di meccanismi di protezione che si sono consolidati nel tempo. Non significa che sei sbagliata, ma che ci sono dinamiche dentro di te che chiedono attenzione e comprensione.
Hai iniziato terapia presto e oggi hai un percorso stabile con una terapeuta di fiducia. Questo è un punto di forza enorme, il fatto che tu possa capire e sentire le indicazioni della tua dottoressa mostra lucidità e consapevolezza. Il dubbio sull’approccio cognitivo-comportamentale non è un fallimento, significa solo che alcune parti di te potrebbero avere bisogno di uno spazio più profondo, dove esplorare le emozioni e le dinamiche relazionali, non solo strumenti pratici per gestire i sintomi.
Il filo rosso nel tuo racconto è chiaro: senso di colpa e dipendenza affettiva. Ti fai completamente carico della relazione e annulli i tuoi bisogni e quando l’altro prende le distanze scatta il panico. Il cellulare diventa un radar, la tua mente va in allerta. Questo non è egoismo, è il modo in cui la tua mente cerca di proteggersi da un’angoscia antica.
Il fatto che tu dica “non riesco a pensare che mi servirà come lezione” non è un fallimento, ma la stanchezza di ripetere uno schema doloroso. Ripetere uno schema non significa non aver capito, ma significa che, nei momenti emotivi forti, prevale la parte più vulnerabile e impaurita di te.
Riguardo al rifiuto recente, è comprensibile che ti abbia colpita così tanto. Non perché tu sia “difettosa” o “tossica”, ma perché ha toccato la paura più antica che, una volta vista la tua vera natura, l’altro se ne vada. Questo non è mancanza di empatia, anzi, sei molto sensibile ai bisogni dell’altro. Solo che quando scatta la paura, prende il sopravvento sulla razionalità.
Il tuo problema non è che quando ti senti in pericolo, il tuo sistema di attaccamento prende il comando e le azioni impulsive e le insicurezze emergono. Non è colpa tua, è una reazione umana, anche se ti fa sentire inadeguata.
Mi preoccupa il fatto che scrivi di voler “non svegliarti più”. Anche se dici che non avresti il coraggio di farlo, è un segnale che la tua sofferenza è molto intensa. Non sottovalutarlo, parlane apertamente in terapia, e se i pensieri dovessero farsi più insistenti, contatta subito i servizi di emergenza. Chiedere aiuto non è debolezza, è cura di te stessa.
Il lavoro, adesso, non è imparare un “manuale di istruzioni” per non sbagliare, ma imparare a stare dalla tua parte, costruire un senso di sé che non dipenda dallo sguardo di un altro, che non ti faccia sentire in colpa o insufficiente. È un percorso delicato, che richiede tempo e pazienza, ma è assolutamente possibile.
Non sei la tua peggior nemica, ma solo una persona che sta imparando a conoscersi, a capire le proprie paure e a gestirle con più consapevolezza. Questo percorso, anche a 34 anni, è ancora tutto aperto e pieno di possibilità.

Un saluto sincero.

Aura Paraschivescu Psicologo a Caserta

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19 FEB 2026

Quello che emerge con forza non è solo la fine di una frequentazione.
È l’attivazione di un copione identitario molto antico:
“Se mi vedono davvero, se vedono cosa c’è oltre la superficie, poi se ne andranno. E sarà colpa mia.”
Quando lui si è allontanato, non si è attivato solo il dolore del rifiuto.
Si è riattivata l’intera organizzazione del sé: senso di colpa, paura di essere “troppo”, paura di essere “sbagliata”, bisogno urgente di riattaccarti per non perdere l’altro.
In ottica cognitivo-costruttivista non ci chiederemmo “perché fai così?”, ma:
Che cosa significa per te la perdita di interesse dell’altro?
Che immagine di te si attiva in quel momento?
Cosa diventi tu, dentro di te, quando non sei più al centro dell’attenzione o della connessione?
Quando dici:
“Mi annullo completamente”
“Non riesco a costruirmi un’identità al di fuori di una relazione”
Qui c’è un punto chiave. Non è solo dipendenza affettiva. È come se l’identità si organizzasse attorno allo sguardo dell’altro. L’altro non è solo un partner: è un regolatore di valore personale.
E quando percepisci anche una minima distanza, il sistema entra in allarme:
panico → controllo → passivo-aggressività → vergogna → colpa → auto-attacco.
Non è mancanza di empatia.
Anzi, paradossalmente, c’è iper-sensibilità. Ma quando l’attivazione è alta, l’obiettivo primario diventa ridurre l’angoscia di perdita, non comprendere l’altro. È una dinamica di sopravvivenza relazionale, non di egoismo.
Mi colpisce molto un altro passaggio:
“Non ho avuto un’infanzia traumatica, quindi mi sento una bambina capricciosa.”
Qui c’è un’idea implicita: “Se non ho un trauma evidente, non ho diritto di soffrire.”
Ma l’organizzazione di attaccamento e il senso di sé non dipendono solo da eventi traumatici eclatanti. Possono strutturarsi anche dentro contesti “funzionanti” ma emotivamente poco rispecchianti, o in cui certe parti di sé non trovavano spazio.
Sul piano terapeutico:
non è detto che la CBT sia sbagliata. Ma se il lavoro è rimasto soprattutto sul piano della gestione dei pensieri e dei comportamenti, forse la parte identitaria e relazionale profonda non è stata ancora sufficientemente esplorata.
Tu stessa scrivi:
“È come se avessi studiato un libretto di istruzioni che non so applicare.”
Questo è tipico quando il cambiamento resta cognitivo, ma l’organizzazione emotiva di base rimane invariata.
Un’altra cosa importante:
quando dici “Vorrei semplicemente non svegliarmi più”, non è desiderio attivo di morte, ma desiderio di cessazione della sofferenza.
Ti faccio alcune domande esplorative, se ti va di usarle anche in terapia:
Quando un uomo si allontana, quale frase automatica compare su di te? (“Sono troppo”, “Sono sbagliata”, “Non valgo abbastanza”…?)
Se tu non ti annullassi in una relazione, cosa temi che accadrebbe? Che l’altro perda interesse? Che tu perda valore?
Chi sei tu quando non sei desiderata?
Cosa provi verso quella parte di te che diventa passivo-aggressiva? Solo disprezzo? O anche paura?
Perché ora la parte dominante è l’auto-attacco:
“sono un mostro”, “sono la carnefice”, “tradisco la fiducia”.
Ma se guardiamo con lente costruttivista, quella parte non è un mostro: è una parte terrorizzata dall’abbandono.
Il lavoro non sarebbe imparare a non essere insicura.
Sarebbe costruire un senso di identità che non dipenda esclusivamente dal legame.
E questo richiede tempo, esplorazione emotiva, non solo tecniche.
Ti lascio con una riformulazione, non per convincerti ma per offrirti un’altra lente:
Forse non sei la carnefice della tua infelicità.
Forse sei una persona che ha imparato che l’amore è precario e che deve essere trattenuto a tutti i costi.
E ogni volta che provi a trattenerlo, confermi la profezia che temi.
Non devi affrontarli tutti insieme.
E una cosa la sottolineo con forza:
il fatto che tu ti interroghi così profondamente sulla tua responsabilità, sull’empatia, sui tuoi schemi… è l’opposto dell’essere un mostro. È coscienza dolorosa. E da lì si può lavorare

Dott.ssa Elena Mammone Psicologo a Parma

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19 FEB 2026

Ciao Ofelia,
comprendo benissimo il tuo stato d’animo e ti ringrazio per la tua profonda condivisione.
Dalle tue parole emerge una sofferenza sentita ma anche una grande capacità di osservarti e metterti in discussione. Non stai descrivendo una persona “capricciosa” o priva di motivi per stare male: stai descrivendo una persona che da molti anni vive con un forte senso di colpa, insicurezza relazionale e fatica emotiva cronica.

Il punto centrale non è il rifiuto di quest’uomo, anche se lo ha riattivato con forza. Quell’evento ha probabilmente toccato un tema molto antico: la paura dell’abbandono e la sensazione di non avere valore se non dentro una relazione. Quando racconti che ti “annulli completamente” e che appena percepisci distanza entri nel panico, stai descrivendo un pattern di attaccamento molto intenso, non mancanza di empatia o egoismo. Anzi, la quantità di colpa che provi indica l’opposto: tendi ad attribuire a te tutta la responsabilità di ciò che accade.

La sensazione di ripetere sempre lo stesso copione e di “sapere cosa fare ma non riuscire a farlo” è tipica quando la parte razionale ha capito i meccanismi, ma la parte emotiva continua ad attivarsi automaticamente. Questo non significa che la terapia non stia funzionando: spesso significa che il lavoro sta toccando livelli più profondi e più lenti da modificare. Capire non equivale ancora a riuscire a fare diversamente nei momenti di attivazione emotiva intensa.

Il fatto che tu stia ipotizzando ADHD o spettro autistico merita di essere esplorato con la tua terapeuta, perché difficoltà di regolazione emotiva, concentrazione, iperfocalizzazione sulle relazioni e senso cronico di “diversità” possono intrecciarsi con questi aspetti e influenzare molto il funzionamento quotidiano.

Colpisce molto la durezza con cui ti giudichi: ti definisci “mostro”, “carnefice”, “unica responsabile”. Questo dialogo interno è estremamente punitivo e contribuisce a mantenere la sensazione di disperazione e stanchezza che descrivi. Non sembra tanto mancare l’empatia verso gli altri, quanto la possibilità di averne verso te stessa.

Il senso di rassegnazione che senti ora è spesso il risultato di stanchezza emotiva e ripetute ferite relazionali, non una verità definitiva sul tuo futuro. È comprensibile sentirsi svuotati quando sembra di ripartire sempre dallo stesso punto. Proprio questo stato merita di essere portato apertamente in terapia: anche il dubbio sull’efficacia del percorso fa parte del lavoro terapeutico e può diventare un tema centrale da affrontare insieme.

In questo momento sembra che tu stia vivendo una fase depressiva e di forte scoraggiamento, più che una “verità” su chi sei o su come andrà la tua vita. Non è poco continuare a cercare aiuto nonostante la fatica: indica che una parte di te non ha smesso di cercare una via d’uscita.

Un abbraccio sincero,
Dott.ssa Valeria Di Stasi
Psicologa clinica
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Dott.ssa Valeria Di Stasi Psicologo a Bari

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