Incomprensione destabilizzante.

Inviata da reb2428 · 4 mag 2026 Attacchi di panico

Sto cercando un nuovo percorso psicoterapeutico, attualmente già me avrei in corso uno, da ben tre anni, ma sento di non essere assolutamente migliorata.
In realtà, il lavoro si é concentrato inizialmente a fare terminare i miei attacchi di panico dovuti a gesti scorretti nei confronti della mia relazione, poi sulla relazione con la mia famiglia e poi molto su di me e questi "famosi" bisogni viscerali che io non so interpretare e, di conseguenza, soddisfare.

Questi bisogni hanno caratterizzato la parte centrale di tutto il mio percorso, perché la mia psicoterapeuta sostiene che io non riesca a trovarli in ciò che mi circonda adesso e quindi cerco di gratificarmi con altro, fumo e alcol, errori gravi e non per poi sentirmi in colpa e cercare di controllare me stessa al massimo, per poi rivedere poco dopo e riniziare quel ciclo. Quindi lei sostiene che, forse, per osservare questi bisogni viscerali di cui io non so dare spiegazione, forse dovrei rimanere sola con me stessa (cosa che io non ho mai voluto fare perché non voglio stare sola con me stessa, preferirei morire) e lasciare quindi il mio partner sarebbe un inizio. Ma secondo me non ha senso questo perché se lasciassi il mio fidanzato andrei a ricadere subito su qualcun altro per evitare di stare sola e sarei punto a capo. Io invece voglio capirlo con lui, senza andare però a soddisfare i miei bisogni altrove. Ho spesso detto al mio fidanzato che la relazione non va bene, che io non sto bene, che lui non mi fa sentire amata e lui mi ha sempre chiesto che cosa poteva fare di più, che voleva fare di più, ma non sapeva cosa, come. Il famoso libretto delle istruzioni che io non ho mai saputo dargli, perché neanche io so cosa voglio, di cosa ho bisogno, non so niente. Anche oggi stavo per lasciarlo, quando poi mi sono sentita pugnalata nel sentirmi dire che se non ho le risposte lui le avrebbe cercate con me oppure mi avrebbe lasciata cercarle da sola se avessi preferito, se quello fosse stato il modo per evitare di preferire di morire. E io gli ho detto che voglio stare con lui, che mi sono sentita sola perché c'è mio padre qui in casa mia adesso per due giorni e io non ho il coraggio di starci da sola, ma vorrei il suo sostegno. Lui tutto questo non lo sapeva, perché non glielo avevo mai detto e non gli avevo mai detto che non mi sono mai sentita amata da mio padre e che lui se ne era accorto solo dopo che io e mia sorella siamo andate via da casa per l'università. E quindi io gli ho detto che sono rimasta delusa e male dal fatto che lui stasera sarebbe uscito sapendo che io sono in malattia e da sola con mio babbo e quindi non posso uscire neanche dopo l'orario, perché c'è lui. Insomma, questa é tutta la situazione...

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Miglior risposta 5 MAG 2026

Buongiorno Reb,
quello che riporti è molto chiaro e mette in evidenza un punto centrale: non è che “non sai cosa vuoi” in assoluto, ma fai fatica a riconoscere e comunicare i tuoi bisogni nel momento in cui emergono. Questo ti porta a sentirti vuota, a cercare compensazioni (fumo, alcol, altri comportamenti) e poi a entrare nel ciclo colpa–controllo–ricaduta.

Rispetto al percorso che stai facendo, è comprensibile che tu sia in dubbio. L’idea di “stare da sola per capire i tuoi bisogni” può avere un senso teorico, ma nel tuo caso va maneggiata con molta cautela, perché tu stessa dici chiaramente che stare sola ti attiva una paura molto forte. Forzare questo passaggio rischia di aumentare il malessere, non di chiarirlo.

C’è un altro elemento importante:
oggi, parlando con il tuo partner, hai fatto qualcosa di diverso. Hai espresso un bisogno concreto (“ho bisogno di sostegno perché mi sento sola con mio padre”) e lui ha risposto in modo disponibile. Questo è un passaggio significativo, perché mostra che non sei “senza bisogni”, ma che fai fatica a renderli espliciti prima che diventino crisi.

Il tema della relazione con tuo padre sembra avere un peso rilevante. Il fatto di non esserti sentita amata e di provare ancora oggi difficoltà a stare con lui si collega a quel senso di vuoto e di ricerca continua di conferme. In questo senso, il lavoro sui “bisogni” non è sbagliato, ma forse va reso più concreto e meno astratto.

Rispetto alla tua domanda implicita sul cambiare percorso, più che cambiare subito terapeuta, può essere utile fermarti e chiederti:
in questo percorso mi sento compresa e aiutata, oppure mi sento spinta verso direzioni che non riesco a sostenere?

E soprattutto, puoi portare questi dubbi direttamente in seduta. Il modo in cui la terapeuta risponderà ti darà indicazioni importanti.

Un punto fermo:
lasciare il tuo partner non è una soluzione automatica al problema. Se la difficoltà è interna, come tu stessa riconosci, rischieresti di riprodurre lo stesso schema altrove.

In sintesi, il lavoro da fare non è “trovare la risposta giusta su cosa vuoi”, ma imparare a riconoscere piccoli bisogni nel presente e comunicarli, senza arrivare al punto di rottura. Quello che è successo oggi è già un esempio di come questo può iniziare a cambiare.

Un caro saluto,
Dott.ssa Valeria Di Stasi
Psicologa clinica
Ricevo anche online

Dott.ssa Valeria Di Stasi Psicologo a Bari

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10 MAG 2026

Buonasera,
nelle sue parole si sente molta sofferenza, ma anche un aspetto importante: il tentativo di capire cosa le stia accadendo davvero, senza fermarsi soltanto ai sintomi o ai sensi di colpa.

Da ciò che racconta, sembra che il tema centrale non sia semplicemente “lasciare o non lasciare il partner”, ma il rapporto molto difficile che lei ha con alcuni vissuti interni: la paura della solitudine, il senso di vuoto, il bisogno di sentirsi amata e rassicurata, e forse anche la difficoltà a riconoscere e nominare ciò che sente davvero. Quando non si riesce a dare un nome ai propri bisogni, spesso ci si muove oscillando tra il tentativo di controllarsi e quello di riempire rapidamente quel vuoto con qualcosa o qualcuno.

Mi colpisce una frase: “preferirei morire piuttosto che stare sola con me stessa”. È una frase forte, che fa pensare a quanto stare in contatto con certe emozioni possa essere per lei angosciante.

Allo stesso tempo, però, nel suo racconto emerge anche qualcosa di importante rispetto al suo compagno: forse per la prima volta lei è riuscita a comunicargli un dolore più profondo, legato non solo alla relazione tra voi due, ma anche alla sua storia personale e al rapporto con suo padre. E lui, da come racconta, non ha risposto chiudendosi o allontanandosi, ma cercando di capire.

A volte si chiede all’altro qualcosa senza riuscire davvero a dirlo, aspettandosi che lo colga da sé. Ma quando il bisogno resta non espresso, il rischio è sentirsi continuamente non compresi o non amati abbastanza.

Questo non significa che la relazione sia necessariamente “la soluzione” o “il problema”. Forse il punto è che il partner non può sapere ciò che lei stessa fatica ancora a riconoscere dentro di sé. Ed è proprio questo lavoro di ascolto interiore che una psicoterapia dovrebbe aiutarla a fare, senza imporre necessariamente decisioni drastiche o immediate.

Se dopo tre anni sente di non stare trovando uno spazio trasformativo, può avere senso interrogarsi sul percorso terapeutico e sul tipo di lavoro che sta facendo, magari anche portando apertamente questi dubbi alla sua terapeuta. A volte anche il sentimento di incomprensione dentro la terapia può diventare qualcosa di importante da esplorare, invece che un fallimento.

Dott. Valentino Moretto Psicologo a Salerno

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9 MAG 2026

Buongiorno,
grazie per aver raccontato con tanta sincerità una situazione così complessa e dolorosa.

Da quello che descrivi, sembra che tu stia vivendo una grande fatica nel comprendere i tuoi bisogni emotivi e nel sentirti davvero sicura e amata nelle relazioni, soprattutto quando temi la solitudine o il distacco. Questo può portare facilmente a entrare in cicli molto intensi: sentirsi vuota o sola, cercare sollievo immediato, provare colpa, controllarsi rigidamente e poi ritrovarsi nuovamente nello stesso punto.

Colpisce però un aspetto importante del tuo racconto: quando sei riuscita a comunicare in modo più profondo al tuo partner ciò che stavi vivendo — la paura, il dolore legato a tuo padre, il bisogno di sostegno — lui non si è allontanato, ma ha cercato di capire e di esserci. Questo non risolve automaticamente la sofferenza, ma può essere un elemento significativo su cui riflettere.

A volte, quando per molto tempo non ci si è sentiti accolti emotivamente, può diventare difficile perfino riconoscere ciò di cui si ha bisogno. Non perché quei bisogni non esistano, ma perché si è imparato più a sopravvivere emotivamente che ad ascoltarsi davvero. E in questi casi è comprensibile oscillare tra il desiderio intenso di vicinanza e la sensazione che nulla basti davvero a colmare quel vuoto.

Rispetto al tema del “dover stare da sola”, credo sia importante chiarire che il punto non è necessariamente lasciare qualcuno per stare male da soli, ma costruire gradualmente una capacità di stare in relazione senza sentirsi annullati, abbandonati o dipendenti dall’altro per sentirsi al sicuro. Questo è un lavoro delicato, che richiede tempo e che può essere affrontato anche all’interno di una relazione, se c’è disponibilità al dialogo e alla comprensione reciproca.

Il fatto che dopo tre anni senta di non stare migliorando merita comunque attenzione. A volte non è il percorso “sbagliato”, ma può esserci bisogno di rivedere obiettivi, modalità terapeutiche o sentirsi maggiormente compresi nel tipo di sofferenza che si sta vivendo. Portare questi dubbi apertamente in terapia potrebbe essere un passaggio importante.

Ti mando un caro saluto.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Martina Vallocchia

Dott.ssa Martina Vallocchia Psicologo a Roma

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8 MAG 2026

Leggendo le sue parole, viene da chiedersi se il problema non sia tanto il fatto che lei “non sa cosa vuole”, ma che riesca a sentire di esistere davvero solo nel momento in cui teme di perdere qualcuno o di non essere abbastanza importante per lui.
Per questo forse lasciare il suo compagno non risolverebbe il dolore: probabilmente cambierebbe il volto della relazione, ma non quella sensazione profonda di vuoto, allarme e ricerca disperata dell’altro che sembra riattivarsi ogni volta che si sente sola, non vista o emotivamente non raggiunta.
Mi colpisce anche un altro aspetto: lei dice di non sapere quali siano i suoi bisogni, ma nel racconto i suoi bisogni emergono con forza proprio nei momenti di crisi. Non sembrano bisogni “razionali”, spiegabili a parole; sembrano piuttosto bisogni che prendono forma dentro la relazione, nel desiderio che qualcuno resti emotivamente accanto a lei quando certe emozioni diventano troppo difficili da sostenere da sola.
E forse non è un caso che il momento in cui stava per lasciare il suo compagno coincida con la presenza di suo padre in casa e con il timore di restare sola con lui. A volte alcune relazioni attuali finiscono inconsapevolmente per diventare il luogo in cui si riaccendono ferite molto più antiche.
Più che una donna incapace di amare o scegliere, nel suo racconto si intravede qualcuno che sembra vivere le relazioni come l’unico posto possibile in cui sentirsi al sicuro… salvo poi sentirsi inevitabilmente delusa, affamata o sola anche lì.
Ed è proprio questo ciclo, forse, che meriterebbe di essere compreso davvero.

Resto a disposizione,
Un caro saluto
Dott.ssa Krista Baldin

Dott.ssa Krista Baldin Psicologo a Concesio

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8 MAG 2026

Buonasera Red,
dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva, ma anche una forte consapevolezza di ciò che sta vivendo internamente. Si percepisce quanto lei si senta confusa, combattuta e stanca di vivere continuamente questo alternarsi tra bisogno di vicinanza, paura di restare sola, senso di vuoto, ricerca di gratificazione e successivo senso di colpa.
Credo sia importante riconoscere che il fatto di non riuscire a dare un nome preciso ai propri bisogni non significa che questi non esistano. Molte persone, soprattutto quando hanno vissuto relazioni affettive complesse o esperienze emotive in cui non si sono sentite pienamente viste, accolte o amate, possono crescere imparando più ad adattarsi agli altri che ad ascoltare sé stesse. In questi casi diventa molto difficile capire cosa si desidera davvero, cosa manca e cosa fa stare bene in modo autentico.

Nel suo messaggio emerge anche un aspetto molto significativo: lei sembra vivere la solitudine non come semplice “essere sola”, ma quasi come un’esperienza emotivamente intollerabile, dolorosa e spaventosa. Quando scrive “preferirei morire”, si percepisce tutta la profondità del malessere che prova nel restare sola con sé stessa e con i propri vissuti interni. Questo merita ascolto, delicatezza e uno spazio sicuro in cui poter essere compreso senza giudizio.
Allo stesso tempo, mi colpisce che nel dialogo con il suo compagno sia emerso qualcosa di importante. Da ciò che racconta, sembra che lui non fosse consapevole fino in fondo del dolore che lei stava vivendo in questi giorni, del significato che aveva per lei la presenza di suo padre o del bisogno di sentirsi sostenuta proprio in quel momento. A volte, quando si fatica a comprendere i propri bisogni, può diventare molto difficile anche comunicarli all’altro, con il rischio di sentirsi non amate o non comprese senza che l’altro abbia realmente gli strumenti per capire cosa stia accadendo dentro di noi.

Non credo esista una risposta semplice o immediata rispetto al “dover stare da sola” oppure no. Più che la presenza o meno di una relazione, probabilmente il punto centrale è comprendere come costruire uno spazio interno più stabile, in cui lei possa gradualmente sentirsi meno in balia del vuoto, della paura dell’abbandono o della necessità di colmare immediatamente il dolore attraverso qualcosa o qualcuno.
Il fatto che dopo tre anni di percorso lei senta il bisogno di interrogarsi sul lavoro terapeutico fatto finora è legittimo. A volte può essere utile anche rivalutare insieme al proprio terapeuta gli obiettivi del percorso, i dubbi, le sensazioni di stallo o il bisogno di un approccio diverso, senza viverlo necessariamente come un fallimento.
Mi sembra che dentro di lei ci sia una parte molto sofferente, ma anche una parte che continua a cercare comprensione, verità e un modo diverso di stare nelle relazioni. E questa parte merita ascolto.

Resto a disposizione,
Cordialmente
Dott.ssa Psicologa Clelia Devoto

Clelia Devoto Psicologo a Sarzana

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7 MAG 2026

Quello che porti è molto chiaro nel suo movimento, anche se da dentro lo vivi come confusione.
Da una parte c’è questa sensazione di non sapere cosa vuoi, di non riuscire a trovare questi bisogni di cui si parla in terapia. Dall’altra però, nel momento in cui racconti una situazione concreta, quei bisogni emergono eccome: oggi avevi bisogno di non sentirti sola con tuo padre, di avere il tuo compagno vicino, di sentirti sostenuta. Solo che forse non riesci a riconoscerli mentre li vivi, e arrivano fuori successivamente sotto forma di malessere, rabbia o crisi.
Rispetto a quello che ti ha detto la tua terapeuta, forse il punto non è tanto “devi stare da sola”, quanto il fatto che stare sola con te stessa ti spaventa molto ed evoca sentimenti molto forti. Questo è un passaggio importante, perché indica che il contatto con alcune parti di te è vissuto come qualcosa di troppo intenso, non semplicemente scomodo.
Allo stesso tempo, la tua intuizione potrebbe essere corretta, e lasciare il tuo compagno senza aver capito cosa succede dentro di te rischierebbe solo di spostare il problema altrove, non di risolverlo.
C’è però un nodo che emerge chiaramente nel tuo racconto: tendi a non dire ciò di cui hai bisogno finché non diventa troppo. Il tuo compagno non sapeva che stavi male per la presenza di tuo padre, non sapeva che avevi bisogno di lui in quel momento. E quando questo bisogno non viene visto, lo vivi come mancanza d’amore.
Non è che tu non abbia bisogni, è che fai fatica a riconoscerli in tempo e a comunicarli, e questo ti lascia in una posizione di solitudine anche dentro la relazione.
Prova a raccontare ciò che senti in terapia, esprimi la tua difficoltà nel farlo, racconta il tuo vissuto mentre lo stai vivendo. Questi sono tutti punti importantissimi che potranno guidare il tuo percorso e riorientarlo. Il professionista è pronto a gestire queste richieste e saranno materiale utile per entrambi.
E poi, forse, si sta presentando con la terapeuta la stessa situazione che vivi nelle relazioni. Li però potrai sperimentarti in modo diverso, sicuro, professionale.
Dopo tre anni è legittimo interrogarti se ti stia aiutando davvero. La terapia è un lavoro che si fa insieme, e nel quale la comunicazione è fondamentale, e la libertà di interrompere è contrattualizzata.
Quello che stai vivendo non è mancanza di volontà o incapacità. È un modo di stare in relazione con te stessa e con gli altri che si è costruito nel tempo, e che ora ti sta facendo soffrire. Ma dal modo in cui scrivi si vede che una parte di te sta già iniziando a vedere i passaggi. Ed è da lì che si può lavorare.
Resto a disposizione,
Dott. Marco Zuccon
Psicologo
Online - Firenze

Dott. Marco Zuccon Psicologo a Firenze

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7 MAG 2026

Buongiorno Reb, personalmente ho provato molto disagio a leggere la sua storia e mi accingo a spiegarle perchè. Da una parte sento tutta la sua sofferenza e la fatica di vivere, dall'altra vedo una donna che nonostante abbia intorno a sè persone che si prendono cura di lei e le vogliono bene si lamenta perchè non fanno abbastanza. La descrizione che lei riporta del lavoro fatto con la sua psicoterapeuta in tre anni l' ho trovato alquanto riduttivo e giudicante. Niente è cambiato fino ad oggi.
E' possibile che niente sia cambiato ma quanto attaccamento lei mette nel sostenere le sue dipendenze e nel giustificare i suoi comportamenti sbagliati?
Poi ci parla del suo fidanzato che cerca di aiutarla ma senza riuscirci e che lei vuole accanto perchè non riuscirebbe a stare da sola. Il solo fatto che voglia uscire con gli amici per lei è "già abbandono".
Alla fine è tutta colpa di suo padre col quale probabilmente ha una pessima relazione, causa di tutti i suoi mali.
Cosa fare? Continui a lavorare su se stessa con la sua psicoterapeuta pensando a lei come ad una persona che in questi anni le è stata accanto, l'ha ascoltata e ha accolto le sue sofferenze.
Per quanto riguarda il suo ragazzo cerchi di apprezzare il fatto che le sta accanto, che ha voglia di stare con gli amici e che non vuole chiudersi in un rapporto esclusivo e possessivo.
Un caro saluto .
Dott.ssa Noemi Sembranti

Noemi Sembranti Psicologo a Pescia

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6 MAG 2026

Cara Reb,
da ciò che narra, mi pare di capire che non si senta convalidata dalla sua attuale terapeuta a che dissenta, in parte, dalle indicazioni che le ha suggerito la collega ("stare sola").

Perciò, credo che, in primis, sia importante provare ad esplicitare ciò alla collega, anche in considerazione del fatto che la relazione terapeutica è significativa e perdura da tre anni.
Mi sembra che abbiate fatto molto lavoro insieme, quindi forse in questa fase della terapia lei si sente più stanca, affaticata da tante situazioni che ha descritto (es. suo padre).

Perciò, prima di valutare il cambio del terapeuta, credo sia opportuno provare a chiarire con la sua terapeuta, tentativo questo che poi è del tutto congruente a qualsiasi lavoro di terapia il quale prevede, tra le altre cose, l'abilità di costruire un rapporto autentico ed aperto con terapeuta.
Lei si fida della sua terapeuta? E' grata del percorso fatto finora con lei?
Riflettere sulla vostra relazione terapeutica è essenziale e può essere molto utile anche per il lavoro che sta facendo su di sè.

Le auguro il meglio!

Dott.ssa Anna Marcella Pisani Psicologo a Roma

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5 MAG 2026

Buonasera,
si sente quanto sia stanca e frustrata dopo tanto tempo senza i risultati che desidera. Il tema dei “bisogni” e del vuoto che descrive è complesso e va esplorato con delicatezza, senza forzarla a scelte drastiche come stare sola se non se la sente.
Il fatto che voglia capirsi restando nella relazione è un punto importante e su cui si può lavorare. Un nuovo percorso potrebbe aiutarla a trovare un modo più chiaro e concreto per ascoltarsi.
Resto disponibile se vuole confrontarsi.
Dott.ssa Covini Sofia

Dott.ssa Sofia Covini Psicologo a Milano

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5 MAG 2026

Buongiorno Reb,
capisco bene perché si senta così bloccata e confusa: dalle sue parole emerge un uragano di emozioni intense, dai confini sfumati, che sembrano non darle tregua. Che fatica gestire tutto questo da sola.

Credo fermamente che lei sia l'unica in grado di sapere cosa sia meglio per lei nella sua vita privata e in questo momento, quindi non sono qui per dare dei consigli o dirle cosa scegliere. Noto però un filo rosso nel suo racconto, che sembra ripetersi sia con il suo fidanzato sia con la sua terapeuta: “ho bisogno di te, ma non so dirti come”. Questo spesso succede quando in passato non si è imparato a comunicare i propri bisogni o a dar loro un nome, una legittimità, in una casa in cui per loro non c’era spazio o non venivano accolti con amore.

Mi chiedo: cosa la aiuterebbe oggi a sentirsi abbastanza al sicuro da condividere questi pensieri con la sua terapeuta? E cosa le ha permesso, invece, di confessare al suo fidanzato che avrebbe avuto bisogno di lui, anche se solo a posteriori? Da cosa la protegge questo silenzio, se sente che è così?

Queste due relazioni, per quanto con qualche fatica, sembrano preziose per lei. Potrebbero essere proprio la base giusta per costruire piccoli ponti tra ciò che sente e ciò che riesce a dire. Anche in modo imperfetto, anche senza avere ancora il libretto delle istruzioni.

Un caro saluto,
dott.ssa Silvia Viglianco

Dott.ssa Silvia Viglianco Psicologo a Torino

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5 MAG 2026

Ciao Reb2428,
Ho letto il tuo messaggio e quello che racconti è molto complesso e anche molto doloroso. Non si può non percepire quanto tu stia cercando da tempo di dare un senso a ciò che provi e a ciò che ti accade dentro. Il fatto che tu sia in terapia da tre anni e che tu stia continuando a interrogarti, a mettere in discussione il percorso e a cercare altre chiavi di lettura, indica che non sei ferma ma stai ancora provando a capire te stessa, anche se in questo momento la sensazione è di confusione e stallo.
Quello che descrivi il ciclo tra impulso, vuoto, ricerca di gratificazione, colpa e controllo è una dinamica che spesso nasce da una difficoltà profonda nel riconoscere e tollerare i propri bisogni emotivi. Non perché “non ci siano”, ma perché possono essere stati a lungo poco riconosciuti o difficili da nominare. In questi casi, il comportamento (come fumo, alcol, relazioni, impulsività) diventa un modo per regolare emozioni molto intense che altrimenti sarebbero difficili da sostenere.
È importante anche dirti che il fatto di “non sapere cosa vuoi” non è una mancanza o un difetto di personalità ma spesso è proprio il punto di partenza del lavoro terapeutico, non un fallimento del lavoro stesso.
Rispetto alla proposta della tua terapeuta di esplorare la solitudine come passaggio per comprenderti meglio, capisco perché questo possa sembrarti spaventoso e persino respingente. Il bisogno di non restare sola è qualcosa di molto umano, soprattutto quando la solitudine è stata associata a dolore o a mancanza di contenimento emotivo. Allo stesso tempo, è possibile che il lavoro non debba necessariamente passare da una separazione concreta dal tuo partner, se per te questo non è il momento o non risuona come strada utile.
In una terapia efficace non esiste una sola “direzione giusta”, ma un lavoro condiviso che tiene conto dei tuoi tempi, delle tue resistenze e delle tue risorse.
Anche la relazione con il tuo fidanzato sembra essere un luogo molto importante per te, ma anche molto carico di aspettative, bisogni non detti e dolore. Il fatto che tu sia riuscita a dirgli alcune cose che non avevi mai espresso prima (come il vissuto con tuo padre e la difficoltà a sentirti amata) è un passaggio significativo: spesso la possibilità di dare parole a ciò che è rimasto a lungo implicito è già un primo movimento di cambiamento.
Detto questo, quando senti che un percorso terapeutico non ti sta aiutando o non ti rispecchia più, è assolutamente legittimo valutare un cambiamento. Non significa “fallire la terapia”, ma riconoscere che forse serve un diverso tipo di alleanza terapeutica o un approccio più adatto a ciò che stai vivendo adesso. Potresti prendere in considerazione tre passi concreti:

- Portare esplicitamente questi dubbi nella terapia attuale. Anche il tuo senso di stagnazione e il bisogno di capire se il percorso ti sta aiutando o meno può diventare un tema centrale del lavoro.
- Valutare un secondo parere o un nuovo percorso. Iniziare un colloquio con un’altra/un altro psicologo/a non implica interrompere subito quello attuale, ma può aiutarti a capire come ti senti in un contesto diverso e se ti senti più compresa.
- Chiarire i tuoi bisogni nella relazione, senza dover avere subito tutte le risposte. Può essere utile lavorare sul distinguere ciò che senti, ciò che ti manca e ciò che riesci a comunicare, senza la pressione di dover dare “istruzioni perfette” al tuo partner.

In conclusione, quello che stai vivendo non è un vicolo cieco, anche se in questo momento può sembrare così. È un processo complesso, fatto di tentativi, confusione e aggiustamenti progressivi. Il fatto che tu stia cercando di capire e di mettere ordine in tutto questo è già una parte importante del lavoro su di te.
Se senti il bisogno di un cambiamento nel percorso terapeutico, può essere uno spazio da esplorare con cura, senza fretta, cercando soprattutto la sensazione di essere più accolta e compresa in ciò che stai vivendo adesso. Sappi che non è scontata la cosiddetta "alleanza terapeutica".

Ti auguro di riuscire a ritrovare te stessa attraverso un percorso di sostegno psicologico adatto a te stessa ed alle tue aspettative che vorresti conseguire per il tuo futuro.
Un caro saluto.
Dott.ssa Chiara Ilardi

Chiara Ilardi Psicologo a Roma

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5 MAG 2026

Quando ci troviamo in una situazione di grande confusione, per non sapere più cosa si vuole è importante fermarsi e prendersi il tempo

Valutare oggettivamente nei fatti la situazione

Cosa concretamente voglio cambiare
Quali sono concretamente i miei obiettivi?
Sono obiettivi concretamente fattibili

Quali sono i passi concreti da fare per raggiungere tali obiettivi?

Spesso, quando siamo in confusione, entriamo in un circuito chiuso di non saper cosa fare e di non sapere neanche cosa volere e quindi entriamo in un limbo in attesa che la situazione si risolve da sé.

È importante invece capire che il cambiamento inizia da noi da un nostro atto di volontà

Per cambiare bisogna cambiare qualcosa nel concreto, anche piccolo, un primo passo ogni giorno

È importante comprendere anche quelli siano quelle logiche di pensiero e quei comportamenti disfunzionali che aiutano a mantenere la la situazione così com’è

È importante individuare questi stili di pensiero e di comportamento e darli a sostituire con uno stile di pensiero e comportamentale funzionale e salutare

Per cambiare, bisogna darsi degli obiettivi concreti e fattibili e ogni giorno fare un pasto concreto verso quell’obiettivo

Un percorso psicologico può essere utile ad affrontare questa situazione

Dott. Luca Ferretti Psicologo a Pontedera

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5 MAG 2026

Buongiorno Reb, personalmente ho provato molto disagio a leggere la sua storia e mi accingo a spiegarle perchè. Da una parte sento tutta la sua sofferenza e la fatica di vivere, dall'altra vedo una donna che nonostante abbia intorno a sè persone che si prendono cura di lei e le vogliono bene si lamenta perchè non fanno abbastanza. La descrizione che lei riporta del lavoro fatto con la sua psicoterapeuta in tre anni l' ho trovato alquanto riduttivo e giudicante. Niente è cambiato fino ad oggi.
E' possibile che niente sia cambiato ma quanto attaccamento lei mette nel sostenere le sue dipendenze e nel giustificare i suoi comportamenti sbagliati?
Poi ci parla del suo fidanzato che cerca di aiutarla ma senza riuscirci e che lei vuole accanto perchè non riuscirebbe a stare da sola. Il solo fatto che voglia uscire con gli amici per lei è "già abbandono".
Alla fine è tutta colpa di suo padre col quale probabilmente ha una pessima relazione, causa di tutti i suoi mali.
Cosa fare? Continui a lavorare su se stessa con la sua psicoterapeuta pensando a lei come ad una persona che in questi anni le è stata accanto, l'ha ascoltata e ha accolto le sue sofferenze.
Per quanto riguarda il suo ragazzo cerchi di apprezzare il fatto che le sta accanto, che ha voglia di stare con gli amici e che non vuole chiudersi in un rapporto esclusivo e possessivo.
Un caro saluto .
Dott.ssa Noemi Sembranti

Noemi Sembranti Psicologo a Pescia

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5 MAG 2026

Buongiorno Reb, personalmente ho provato molto disagio a leggere la sua storia e mi accingo a spiegarle perchè. Da una parte sento tutta la sua sofferenza e la fatica di vivere, dall'altra vedo una donna che nonostante abbia intorno a sè persone che si prendono cura di lei e le vogliono bene si lamenta perchè non fanno abbastanza. La descrizione che lei riporta del lavoro fatto con la sua psicoterapeuta in tre anni l' ho trovato alquanto riduttivo e giudicante. Niente è cambiato fino ad oggi.
E' possibile che niente sia cambiato ma quanto attaccamento lei mette nel sostenere le sue dipendenze e nel giustificare i suoi comportamenti sbagliati?
Poi ci parla del suo fidanzato che cerca di aiutarla ma senza riuscirci e che lei vuole accanto perchè non riuscirebbe a stare da sola. Il solo fatto che voglia uscire con gli amici per lei è "già abbandono".
Alla fine è tutta colpa di suo padre col quale probabilmente ha una pessima relazione, causa di tutti i suoi mali.
Cosa fare? Continui a lavorare su se stessa con la sua psicoterapeuta pensando a lei come ad una persona che in questi anni le è stata accanto, l'ha ascoltata e ha accolto le sue sofferenze.
Per quanto riguarda il suo ragazzo cerchi di apprezzare il fatto che le sta accanto, che ha voglia di stare con gli amici e che non vuole chiudersi in un rapporto esclusivo e possessivo.
Un caro saluto .
Dott.ssa Noemi Sembranti

Noemi Sembranti Psicologo a Pescia

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5 MAG 2026

Buongiorno,
da quello che racconti emerge quanta fatica tu stia vivendo da tempo, e quanto sia doloroso sentirsi “ferma” dopo un percorso così lungo. Allo stesso tempo, nelle tue parole si sente anche un forte desiderio di capire, di stare meglio e di trovare un modo più autentico di stare nelle relazioni.

Il tema dei “bisogni” può essere davvero complesso: non è raro percepirli come confusi, contraddittori o difficili da nominare. Spesso, quando non sono chiari, si attivano quei cicli che descrivi — ricerca di sollievo, senso di colpa, controllo — che alla lunga aumentano la sofferenza invece di ridurla. Questo non significa che ci sia qualcosa che “non va” in te, ma che probabilmente serve uno spazio diverso in cui poterli esplorare con più gradualità e sicurezza.

Rispetto a ciò che ti è stato proposto (lo stare da sola), è comprensibile la tua resistenza: il bisogno di relazione e di vicinanza è altrettanto importante quanto quello di comprensione di sé. Non necessariamente queste due dimensioni si escludono. Si può lavorare su di sé anche dentro una relazione, imparando poco alla volta a riconoscere e comunicare ciò che si sente, senza dover affrontare tutto in solitudine.

Colpisce anche quanto tu riesca, quando trovi le parole, a condividere aspetti molto profondi con il tuo partner: questo è già un segnale importante su cui poter costruire. Non devi avere subito “il libretto delle istruzioni”: può essere qualcosa che si scopre insieme, passo dopo passo.

Forse, più che trovare subito risposte definitive, potrebbe esserti utile un percorso che ti aiuti a stare in ascolto di ciò che provi, a dare un nome alle emozioni e ai bisogni, e a interrompere gradualmente quei meccanismi che ti fanno sentire intrappolata.

Se senti che il percorso attuale non ti sta aiutando come vorresti, è legittimo porti delle domande e valutare un confronto diverso, in cui tu possa sentirti accolta e compresa nei tuoi tempi e nei tuoi bisogni.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

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Dott. Fabio Mallardo Psicologo a Mestre

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5 MAG 2026

Buongiorno
Come mai non hai il coraggio di stare da sola con tuo padre?
Che cosa e successo?
Forse e meglio che tu ne parli con una psicoterapeuta.
Dottoressa Patrizia Carboni
Psicologa Psicoterapeuta
Roma

Dott.ssa Patrizia Carboni Psicologo a Roma

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5 MAG 2026

Ciao Reb, comprendo profondamente il senso di stallo e la confusione che stai provando. Dopo tre anni di terapia, è naturale sentirsi scoraggiati se senti di essere in un "vicolo cieco", specialmente quando la soluzione proposta (lasciare il tuo partner) ti sembra non solo spaventosa, ma anche non risolutiva rispetto al tuo schema di comportamento.
​In un'ottica cognitivo-costruttivista, quello che stai vivendo può essere letto non come una mancanza di volontà, ma come una difficoltà nel dare un nome e una forma ai tuoi vissuti interni. Ecco alcune riflessioni sulla tua situazione:
​1. Il dilemma della solitudine
​La tua terapeuta suggerisce la solitudine come "laboratorio" per conoscerti, ma per te la solitudine è vissuta come una minaccia mortale ("preferirei morire"). Dal punto di vista costruttivista, la tua identità sembra poggiare sulla presenza dell'altro: senza un "tu" che ti faccia da specchio o da porto sicuro, il tuo "io" sente di frammentarsi. Chiederti di restare sola ora è come chiederti di buttarti nel vuoto senza paracadute. È normale che tu opponga resistenza.
​2. Il "Libretto delle istruzioni" mancante
​Dici di non sapere cosa vuoi e di non poterlo dire al tuo partner. Questo accade perché i tuoi bisogni viscerali (quelli che chiami così) sono probabilmente emozioni che non sono mai state "alfabetizzate". Se, come accennavi parlando di tuo padre, non ti sei sentita amata o vista nei tuoi bisogni primari da bambina, non hai potuto imparare a riconoscerli. Non è che non hai i bisogni, è che non hai le parole per tradurli.
​3. Il ciclo di gratificazione e colpa (Fumo, Alcol, Errori)
​Questi comportamenti non sono "errori gravi" per dolo, ma tentativi (disfunzionali, certo, ma pur sempre tentativi) di auto-cura. Quando il vuoto dei bisogni inespressi diventa insopportabile, cerchi di "riempirlo" o di anestetizzarlo con sostanze o azioni esterne. La colpa che segue poi innesca il bisogno di controllo, che però è così rigido da rompersi subito dopo, riavviando il ciclo.
​4. La relazione come luogo di esplorazione
​La tua idea di voler capire i tuoi bisogni dentro la relazione, e non fuori, ha una sua validità clinica. Esiste una possibilità terapeutica chiamata "lavoro sulla relazione": invece di andartene per conoscerti, puoi usare la relazione come una base sicura per iniziare a esplorare quei bisogni. Il fatto che il tuo partner si sia offerto di "cercare le risposte con te" è un segnale di apertura molto importante.
​Cosa potrebbe servirti in un nuovo percorso?
​Se deciderai di cambiare terapeuta, potrebbe esserti utile cercare un approccio che:
​Non forzi le separazioni: Ma che lavori sulla costruzione di un senso di sé più solido, in modo che la solitudine diventi gradualmente meno terrificante.
​Si focalizzi sulla regolazione emotiva: Prima di "scoprire" i bisogni, bisogna imparare a stare con le emozioni senza scappare nell'alcol, nel fumo o nel controllo ossessivo.
​Lavori sulla tua storia di attaccamento: Capire meglio come il rapporto con tuo padre ha influenzato il modo in cui oggi chiedi (o non chiedi) amore.
​Il fatto che tu sia riuscita a parlare chiaramente al tuo fidanzato della tua delusione per stasera e della tua paura di stare con tuo padre è un enorme passo avanti: hai tradotto un bisogno viscerale (protezione/vicinanza) in parole. È esattamente questo il lavoro da fare.
​Sentiti libera di prenderti del tempo per riflettere. Non sei "sbagliata" perché non sai cosa vuoi; sei in un processo di scoperta che ha solo bisogno di strumenti diversi.

Dott.ssa Elena Mammone Psicologo a Parma

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5 MAG 2026

Quello che descrivi è molto più coerente di quanto ti sembri mentre lo vivi. Non è un “non so cosa voglio” vuoto, è più un “sento qualcosa di molto forte ma non so ancora tradurlo in parole chiare”. E quando questa traduzione manca, il corpo e i comportamenti cercano altre strade: il ciclo che descrivi (impulso, azione, colpa, controllo, di nuovo impulso) è un modo, anche se faticoso e doloroso, di gestire qualcosa che dentro spinge.

La cosa importante è che non sei “senza bisogni”. I bisogni ci sono, ma sembrano stare a un livello molto emotivo e profondo, legato anche alla tua storia affettiva. Quando racconti di tuo padre e del fatto che non ti sei mai sentita amata da lui, lì si intravede qualcosa di molto centrale: il bisogno di sentirti vista, scelta, rassicurata, tenuta emotivamente. Non è un bisogno “strano”, è molto umano. Il punto è che se non è stato soddisfatto davvero, spesso resta come una fame difficile da nominare e si cerca di colmarla in modi indiretti.
Per questo capisco perché l’idea di “stare da sola” ti faccia così paura. Non è semplicemente stare sola: è stare a contatto con quel vuoto, con quella mancanza, senza qualcuno che la attutisca. E quando dici “preferirei morire”, non suona come un desiderio reale di morte, ma come un rifiuto fortissimo di sentire quel dolore lì. È una differenza importante.
Allo stesso tempo, la tua intuizione sul fatto che lasciare il tuo partner non risolverebbe automaticamente il problema è lucida. Se il meccanismo è interno, cambiare persona rischia davvero di riproporlo. Però c’è un punto delicato: non è che il tuo partner non basti o sbagli per forza, è che tu stessa dici di non riuscire a dirgli di cosa hai bisogno. Quindi lui si muove nel buio e tu resti comunque insoddisfatta.
Il momento che hai descritto, però, è molto significativo. Quando finalmente gli hai detto qualcosa di più vero, che avevi paura di stare sola con tuo padre, che ti serviva il suo sostegno, lui non si è tirato indietro. Anzi, ha provato a esserci. Questo è un segnale importante perché mostra che forse il problema non è solo “lui non mi dona”, ma anche “io non riesco a farmi raggiungere davvero”.
Il fatto che tu ti sia sentita ferita perché lui usciva, senza che lui sapesse cosa stavi vivendo, racconta proprio questo: dentro di te c’era un bisogno molto chiaro (protezione, vicinanza), ma non era stato comunicato. E allora si trasforma in delusione e solitudine.

Sulla tua terapia attuale, ti direi una cosa onesta: se dopo tre anni senti di non essere migliorata, è legittimo metterla in discussione. Non significa che sia “sbagliata”, ma forse non è più adatta a dove sei adesso oppure il modo in cui state lavorando non ti sta aiutando a tradurre queste sensazioni in qualcosa di più comprensibile e utilizzabile nella vita quotidiana.
L’idea della tua terapeuta di farti stare sola può avere un senso teorico, ma se per te è vissuta come qualcosa di intollerabile, rischia di diventare più traumatica che utile. Il lavoro su di te non deve partire da una rottura forzata, ma da una maggiore capacità di stare in contatto con quello che senti, anche mentre sei in relazione.
Tu non devi scegliere per forza tra “stare con lui e non capirmi” o “lasciarlo per capirmi”. Esiste una terza strada, che è quella che stai già iniziando a intravedere: restare nella relazione e cominciare, poco alla volta, a dire cose più vere, anche se incomplete, anche se confuse. Non il “libretto delle istruzioni perfetto”, ma pezzi di verità come quello che hai detto nella situazione che hai raccontato.
E forse il punto da cui partire non è “cosa voglio in assoluto”, ma qualcosa di più semplice e concreto: “in questo momento, cosa mi farebbe sentire un po’ meno sola?”. Non è una risposta definitiva, ma è già un contatto con il bisogno.

Se senti che il tuo percorso attuale ti blocca più che aiutarti, potrebbe avere senso cercare un approccio diverso, magari più centrato sulle emozioni e sul corpo, che ti aiuti a riconoscere questi stati interni senza doverli subito spiegare razionalmente.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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5 MAG 2026

Buongiorno,
capisco quanto possa essere frustrante e doloroso sentirsi bloccati dopo tre anni di terapia, con il ciclo di colpa, controllo e ricadute che sembra non interrompersi mai. Hai fatto un lavoro importante sui panico, sulla famiglia e ora su questi bisogni viscerali, ma il fatto che non porti ancora la serenità che cerchi è un segnale valido da ascoltare con gentilezza verso te stessa.
Il suggerimento della terapeuta di stare sola per “ascoltare i bisogni” ha senso in teoria, ma se evoca tanto terrore (“preferirei morire”) e rievoca l’abbandono paterno, va vissuto con più protezione. Non sei obbligata a lasciare il partner per “guarire”: lui è lì, disposto a fare di più, e i bisogni profondi spesso si chiariscono proprio nel dialogo sicuro con qualcuno che ti vuole bene. Il “libretto delle istruzioni” che non hai non è un tuo fallimento – è umano non sapere sempre cosa ci serve, soprattutto quando il padre non ha saputo dartelo.
Forse è arrivato il momento di rendere il percorso più concreto: dopo tanto tempo di esplorazione, meriti strategie che interrompano il ciclo e ti diano sollievo tangibile. Potresti discutere in seduta il tuo dubbio (“non miglioro, cosa cambiamo?”) e valutare un approccio più strutturato come la CBT per il controllo-compulsioni. Se bloccato, un secondo parere non tradisce il lavoro fatto, ma lo integra con ciò che ora ti serve.
Intanto, prova a coinvolgere il fidanzato: la sua disponibilità è un alleato prezioso per tradurre i bisogni in richieste semplici, senza doverli “trovare” da sola. Tu vali, con o senza risposte immediate, continua a cercare il percorso che ti accolga davvero.

Resto a disposizione.
Dott.ssa Beatrice Bisi

Beatrice Bisi Psicologo a Carpi

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5 MAG 2026

Quello che porti è molto intenso, e soprattutto molto coerente, anche se dentro lo vivi come confusione. Non mi arriva l’idea che “non sai niente di te”, ma piuttosto che ci sono parti di te che sanno e altre che si spaventano così tanto da coprire tutto.
Quando parli di questi “bisogni viscerali” che non riesci a identificare, io non sento tanto un vuoto, quanto una specie di movimento interno molto potente, che però non ha ancora trovato parole chiare per esprimersi. E' come se la tua parte bambina interna è molto attiva: sente tanto, desidera tanto, ha bisogno di amore, di sicurezza, di presenza, ma allo stesso tempo è anche molto spaventata e sola. E quando ci si sente così, può succedere proprio quello che descrivi: cerchi qualcosa fuori (persone, alcol, fumo, comportamenti impulsivi), poi arriva una parte più genitoriale dentro di te che giudica, si arrabbia, ti fa sentire in colpa, allora provi a controllarti al massimo, ma quella spinta non sparisce e il ciclo ricomincia. Non è mancanza di volontà. È proprio un copione interno che si attiva.
Sul tema del “restare sola”, credo sia importante soffermarci. Quando dici: “preferirei morire piuttosto che stare sola con me stessa”, è un segnale da non tralasciare. Ti consiglio di parlarne con la tua terapeuta, di non gestirlo da sola, ma di chiedere aiuto.
Probabilmente stare sola, per te, non significa semplicemente “non avere qualcuno accanto”, ma sembra significare entrare in contatto con un’esperienza interna molto dolorosa, probabilmente antica.
Quando poi racconti di tuo padre, qualcosa si collega subito. Il fatto che tu dica di non esserti mai sentita amata da lui, e che questa cosa sia emersa solo dopo, dà molto senso a quello che vivi oggi. È come se dentro di te ci fosse una decisione profonda, qualcosa del tipo: “Se sono sola, non sono amata.”, “Se non c’è qualcuno che mi tiene, io non valgo / non esisto abbastanza.”. Queste non sono idee razionali, sono decisioni emotive prese molto presto.
Ora, rispetto alla proposta della tua terapeuta di “stare da sola”, capisco perfettamente la tua resistenza. E ti dico anche: il tuo ragionamento è lucido. Tu dici: “Se lo lascio, mi attacco subito a qualcun altro”. Questo è molto realistico. Non è evitamento, è consapevolezza del tuo funzionamento attuale. Però forse il punto non è tanto lasciare o non lasciare il partner, ma capire come stai nella relazione. Perché da quello che racconti succede questo: senti che non stai bene, senti che non ti senti amata, glielo dici, lui ti chiede “cosa posso fare?” e lì tu resti senza parole. E questa è una scena molto importante. Non è che non hai bisogni, è che non hai ancora accesso chiaro a come tradurli in richieste. E allora succede che lui rimane un po’ “fuori”, mentre tu dentro vivi una solitudine fortissima.
Quello che mi ha colpito molto è un passaggio che hai raccontato quasi di lato, ma che in realtà è centrale. Quando dici che ti sei sentita male perché lui usciva mentre tu eri a casa con tuo padre, e che avevi bisogno del suo sostegno ma non glielo avevi detto.
Ecco credo che questo sia esattamente il punto di lavoro. Non tanto “scoprire bisogni misteriosi”, ma iniziare a fare piccoli passi come questo: riconoscere un bisogno concreto (in quel momento: “ho paura / mi sento sola con mio padre”) e dirlo. Quando poi lo hai detto, lui non si è tirato indietro. Anzi, ti ha detto che vuole cercare con te. Questo è un dato reale, importante. Quindi forse il lavoro non è togliere il partner per forza, ma aiutare la tua parte legata al qui ed ora a diventare più presente, così che possa ascoltare la tua parte bambina senza farsi travolgere, e tradurre quei vissuti in comunicazioni più chiare. E allo stesso tempo, lavorare sul tuo Genitore interno, che oggi sembra molto severo (quello che ti fa sentire in colpa, che ti spinge al controllo rigido dopo gli “errori”).
Ti dico anche una cosa con onestà. Tre anni di terapia senza sentire miglioramenti è qualcosa che va preso sul serio. Non significa per forza che la terapia sia “sbagliata”, ma forse che così com’è non sta funzionando per te. E il fatto che tu stia cercando un altro percorso ha senso. L’importante, se inizierai altrove, sarà proprio questo: non restare solo sul piano del “capire i bisogni”, ma lavorare anche su regolazione emotiva, relazione tra le tue parti interne e modalità concrete di stare nelle relazioni senza perderti.
Ti lascio con una domanda, molto semplice ma centrale: quando ti senti così agitata, vuota o spinta a fare qualcosa, se provassi a fermarti un attimo e chiederti: “Di cosa avrei bisogno adesso, in questo preciso momento, anche se è una cosa piccola?”. Non una risposta perfetta, ma una prima risposta. Da lì si inizia.
Un caro saluto

Dott.ssa Chiara Sberna Psicologo a Milano

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5 MAG 2026

Capisco quanto sia frustrante sentirti bloccata dopo tre anni di terapia senza i progressi sperati, soprattutto con bisogni emotivi profondi non chiari che alimentano cicli di colpa, fumo, alcol e relazioni instabili. È normale voler cambiare terapeuta se l'alleanza si è indebolita o il focus (panico, famiglia, bisogni viscerali) non porta a concrete azioni soddisfacenti. Dopo 3 anni senza miglioramento tangibile, discuti onestamente con la tua attuale terapeuta il tuo stallo – potrebbe essere "transfert negativo" o mismatch approccio (es. troppo analitico vs. esperienziale). Se non cambia, passa a un nuovo professionista.
Questi "bisogni viscerali" (es. amore, sicurezza da padre assente) si esplorano con mindfulness corporea o Gestalt, identificando segnali fisici prima che esplodano in comportamenti compensatori. Evita solitudine forzata: integra partner con terapia di coppia, dove imparate insieme a nominare bisogni ("libretto istruzioni") senza blame – utile per crisi relazionali, ricostruendo intimità. Esempi: bisogni di "sentirsi vista" legati a padre; esercizi condivisi per validazione emotiva. Consiglio di coinvolgere il tuo fidanzato nel tuo percorso psicologico.

Natale Montalto Psicologo a Verona

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5 MAG 2026

Buongiorno,
quello che racconta è molto faticoso da portare avanti da sola. Si sente che c’è una lotta interna: tra il bisogno di non restare sola, il desiderio di capire cosa sente davvero, e la paura di perdersi o di ricadere negli stessi schemi.
L’idea della sua terapeuta, ovvero stare sola per ascoltarsi – può avere un senso teorico, ma nel suo caso sembra attivare qualcosa di molto forte: lei stessa dice “preferirei morire piuttosto che stare sola con me stessa”. Questo non è un dettaglio. È come se la solitudine, più che uno spazio di ascolto, diventasse uno spazio pericoloso.
Allo stesso tempo, stare in relazione le porta a dire “non mi sento amata”, ma senza riuscire a capire o comunicare cosa significhi per lei essere amata. E questo mette anche il suo partner in una posizione molto difficile: vuole esserci, ma non ha strumenti per capire come. É come se si muovesse tra due poli: da una parte il bisogno forte di legame e presenza, dall’altra una sensazione interna di vuoto o insoddisfazione che non trova forma.
Il punto forse non è scegliere tra stare da sola o stare con lui, ma capire cosa succede dentro di lei quando è in relazione e quando è sola. Perché il rischio, come dice giustamente, è che cambiare relazione o restarci non modifichi davvero il meccanismo.
Le faccio notare una cosa importante: nel momento in cui oggi ha espresso al suo partner qualcosa di più concreto (il fatto che aveva bisogno di lui, che si sentiva sola con suo padre), lui ha risposto in modo disponibile. Questo suggerisce che il punto importante è quanto lei riesce a riconoscere e comunicare ciò che sente nel momento in cui lo sente.
Ma qui arriviamo al punto centrale: questo non è semplice da fare da soli, soprattutto quando c’è una storia emotiva complessa dietro (come il rapporto con suo padre che accenna).
Dopo tre anni di percorso, se sente di non essere migliorata e soprattutto di essere rimasta bloccata su concetti che non riesce a rendere concreti, ha senso interrogarsi sul tipo di lavoro che sta facendo.
Un approccio più strutturato può aiutarla a tradurre questi bisogni viscerali in elementi più concreti e osservabili capire cosa attiva quel ciclo che descrive, lavorare sui comportamenti e sulle emozioni nel qui e ora, non solo sull’interpretazione, imparare gradualmente a stare con sé stessa.
Rimango a disposizione,
Dott.ssa Aurora Bacchetta

Dott.ssa Aurora Bacchetta Psicologo a Roma

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5 MAG 2026

Buongiorno Reb,

il quadro che descrive è certamente complesso e merita accoglienza. Quanto riporta sembra affaticarla nel lungo termine e lasciarla in una dimensione di incertezza fastidiosa, per la quale però ad oggi non abbiamo ancora i mezzi per controllarla. Immagino la frustrazione nel non sentirsi “arrivata” ad un punto di svolta dopo tre anni di percorso terapeutico, ma quanto riportato dalla sua psicologa potrebbe aver colto un nodo centrale: la difficoltà nello stare da sola e riconoscere le sue personali risorse.

La nostra mente ci porta inevitabilmente a focalizzarci su ciò che non va e ciò che (apparentemente) non funziona in noi stessi. Se invece il lavoro terapeutico fosse orientato ad accogliere da una parte la sofferenza, ma lavorare attivamente sulle risorse e capacità che lei possiede? Restare sola e percepire il vuoto può essere destabilizzante e terrorizzante all’inizio, ma non significa essere abbandonata. Anche se il suo corpo le riferisce il riattivarsi di una sofferenza passata.

Il suo partner appare essere una risorsa in termini di motivazione a voler uscire da questa condizione, dandole lo spazio per trovare prima un equilibrio in sé stessa o insieme, se lei lo desidera. Il manuale di istruzioni non può però consegnarglielo se ancora non è stato scritto: il suo partner non può avere la capacità di leggerle la mente se lei non comunica, anche a piccoli passi, i propri bisogni profondi. Lasciarsi scoprire dall’altro può sembrare spaventoso perché non possediamo la certezza e il controllo di quella che sarà la sua reazione, ma è un gradino necessario in una relazione basata sulla fiducia reciproca.

Infine, le azioni e i comportamenti che lei mette in atto, seppur disfunzionali le appaiono funzionali nel breve termine, perché la tolgono da una condizione di smarrimento e senso profondo di vuoto (o di emozioni intense che non riesce a regolare). Se è motivata a cambiare percorso terapeutico, potrebbe risultare utile un approccio focalizzato sulla tolleranza di quelle emozioni e condizioni di vuoto che lei prova in maniera intensa adesso. Imparare a tollerare l’incertezza, la solitudine, anche solo per 10 minuti, senza che queste la distruggano.

Un cordiale saluto,
Dott.ssa Carola Lama

Dott.ssa Carola Lama Psicologo a Aosta

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5 MAG 2026

Cara,
la ringrazio per aver condiviso in modo aperto una parte così complessa e faticosa del suo vissuto.
Da ciò che racconta sento chiaramente quanto impegno abbia messo in questi tre anni di percorso e quanto, allo stesso tempo, si senta ancora bloccata in dinamiche che si ripetono e che la fanno soffrire. Comprendo che questo possa portarla a interrogarsi sull’efficacia del lavoro svolto finora e a sentire il bisogno di qualcosa di diverso.
Questa difficoltà a riconoscere i propri bisogni unita al ciclo: ricerca di gratificazione-senso di colpa -controllo, è qualcosa che molte persone sperimentano, soprattutto quando ci sono vissuti relazionali profondi legati alla storia familiare.
Quello che dice è molto importante! Avverto che il timore di restare sola è molto intenso soprattutto quando afferma che “preferirebbe morire”, e questo merita uno spazio di ascolto attento e rispettoso. Allo stesso modo, il fatto che lei desideri capire se stessa anche all’interno della relazione, e non necessariamente fuori da essa, è un punto legittimo da cui partire in un eventuale nuovo percorso.
Un altro aspetto significativo è la difficoltà nel comunicare i suoi bisogni al partner, non per mancanza di volontà ma perché sente di non conoscerli. Questo è spesso uno degli obiettivi centrali del lavoro psicoterapeutico: costruire, gradualmente, un linguaggio interno che permetta di riconoscere e dare senso a ciò che si prova, prima ancora di tradurlo in richieste per l’altro.
Se sente che il percorso attuale non sta più rispondendo ai suoi bisogni, può avere senso valutare un nuovo spazio terapeutico in cui sentirsi maggiormente compresa e accompagnata. A volte non è tanto “giusto o sbagliato” il contenuto del lavoro, ma il modo in cui viene condiviso e costruito insieme.
Le consiglio comunque di parlarne con il suo/la sua terapeuta. Potrebbe altresì portare nuovi spunti di riflessione.

Resto a disposizione se desidera approfondire.
Un caro saluto
Dott.ssa Stella Campoverde

Dott.ssa Stella Campoverde Psicologo a Roma

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5 MAG 2026

Buongiorno,

volevo comunicarti che è comprensibile il tuo senso di frustrazione e di stagnazione che stai provando. Tre anni sono un grande investimento, di tempo, energia ed emozioni, ed è normale aspettarsi di vedere dei frutti che vadano oltre la semplice gestione dell'urgenza sintomatologica (gli attacchi di panico).

Il fatto che tu senta di "non essere migliorata" e che la soluzione proposta dalla tua terapeuta (lasciare il partner per stare sola) ti provochi un'angoscia così estrema da preferire la morte, personalmente mi fa pensare che sia necessario comunicare tale aspetto alla tua terapeuta.

Nel tuo percorso psicologico attuale sembra che vi stiate muovendo su un certo piano, che sembra non sia quello che ti aspetti: cercate di comprendere perché fai quello che fai. Tuttavia, tu riferisci di non avere il "libretto delle istruzioni". Per questo motivo, chiedere di restare sola per scoprirlo può sembrare, chiaramente, un salto nel vuoto senza paracadute. Spesso, infatti, può capitare che quando non sentiamo i nostri bisogni, non è perché siamo "sbagliati", ma perché siamo cresciuti in un ambiente dove quei bisogni dovevano essere messi a "tacere" (come potrebbe suggerire, ipoteticamente, il rapporto con tuo padre).

Quello che è successo poi con il tuo fidanzato, quando lui ha riportato di "voler cercare con te" le risposte, è un elemento molto importante. Da questo punto di vista non puoi concedere all'altro un "libretto di istruzioni" se la tua mente entra in modalità "sopravvivenza" e si chiude: anche in questo caso non è colpa tua, è perché questo è il tuo modo di reagire a certe dinamiche. Il fatto che, comunque, tu sia riuscita a parlarne oggi è un enorme passo avanti, più di molti discorsi teorici sui bisogni. Hai potuto vedere, infatti, che parlando chiaramente al tuo fidanzato, lui ha risposto con vicinanza. Il tuo "bisogno viscerale" in quel momento era la protezione. Forse i tuoi bisogni non sono così misteriosi, confusi o cos'altro, sono forse stati sepolti dalla "paura di dar fastidio" o chissà quale possa essere la tematica di fondo.

Sicuramente, dal punto di vista psicologico, lavorare affinché la terapia porti al contenimento/gestione dell'attacco di panico può essere una soluzione, almeno nel breve/medio periodo. Se però senti che questo non basta, conviene parlarne, chiarire, lavorare sulle aspettative del percorso psicologico in essere e quindi degli obiettivi. Nonostante comprenda la difficoltà nell'aprirsi in maniera schietta e onesta, magari avendo paura di far soffrire l'altro, penso non ci sia cosa migliore che una genuina espressione rispetto a cosa sentiamo: e questo penso che valga con tutte le persone che ci circondano.

Spero di poter essere stato utile.
Le auguro un in bocca al lupo per il futuro e nel caso rimango a disposizione.

Cordiali saluti.

Dott. Andrea Mandis Psicologo a Torino

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5 MAG 2026

Gentilissima,
Grazie per la sua condivisione. Descrive certamente una situazione di grande difficoltà in cui deve essere difficile trovare modo di muoversi con serenità. Ma mi sembra che stia raccontando, in verità, un importante potenziale punto di svolta.
Tre anni di terapia sono un tempo significativo, e la fatica che sente (quella sensazione di “non essere migliorata”, motivo per cui vorrebbe cambiare terapeuta) merita di essere presa sul serio. Non necessariamente come fallimento suo o della terapeuta, ma come informazione clinica importante. Mi chiedo se questa sensazione di stagnazione sia mai diventata oggetto esplicito del lavoro con lei, e se possa essere esplorato insieme alla sua terapeuta. Specie dopo che oggi ha fatto un passo importante: stava per lasciare il suo fidanzato, con cui ha dei problemi ma sembra riferire che nascano da delle sensazioni e dei bisogni indefiniti e imprecisati, ma si è ricreduta all’ultimo sentendo uno spazio di cooperazione e di condivisione, esitato col raccontargli elementi della sua storia con suo padre che prima aveva tralasciato.
Quello che scrive, che non si è mai sentita amata da lui, che se n’è accorto solo dopo che se ne è andata, suona come una ferita antica che si riattiva ogni volta che qualcuno che ami non “vede” quello che sta vivendo senza che lei lo dica esplicitamente. Come questa serata con il suo fidanzato e, se mi permette, con la sua terapeuta. Forse questo fa parte del “libretto delle istruzioni” di cui parlava, che purtroppo non è dato a priori ma si scrive e costruisce lentamente, con pazienza e condivisione.

Da quel che racconta, sembra quasi che lei abbia difficoltà sì a riconoscere dei suoi “bisogni viscerali”, ma soprattutto a concedersi lo spazio per farlo e per poterli condividere. Le relazioni rischiano quindi di diventare uno spazio dove possibilmente si può trovare una soluzione, oppure finire col sentirsi nuovamente trascurate.
Però per questo intendo che mi sembra lei si trovi, potenzialmente, a un punto di svolta: sta cominciando ad aprirsi e poter parlare “più liberamente” di quel che prova, permettendosi di esplorarlo, e lo spazio con la terapeuta potrebbe essere un ottimo punto di partenza, se le sembra possibile.

Le auguro il meglio, e rimango a disposizione laddove necessario

Cordialmente
Matteo Sesia

Dr. Matteo Sesia Psicologo a Torino

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