Salve, sono una ragazza di 23 anni, e com'è normale sono in una fase della mia vita particolarmente transitoria. Parto con il dire che ognuno di noi debba convivere con i propri dubbi ed incertezze, ed è questa la difficoltà nel riuscire a stare nel mondo per molti:convivere con sé stessi. Però il caso è questo: parlando di me ho una famiglia che mi ama ed è abbastanza tranquilla economicamente parlando, sono tutti in salute, ho amici che mi vogliono bene ho un ragazzo che ci tiene molto alla mia persona, non ho grandi problemi nel relazionarmi e mi sono appena laureata con lode in Accademia di belle arti nella triennale. Tuttavia, sebbene io sia consapevole della fortuna che ho sotto tutti questi punti di vista, e sebbene io comunque provi affetto per chi mi sta attorno, io non sento nulla. Com questo intendo che è ormai una decina d'anni che non riesco a trovare il valore in ogni singolo gesto o pensiero che faccio. Ne comprendo al massimo il potenziale senso, ma che qualcosa funzioni positivamente o negativamente, nell'ottica generale delle cose per me perde di valore. È un unica enorme apatia, sento un costante senso di vuoto che mi divora, e la cosa principale che mi porta a continuare è il fatto che la situazione nella quale vivo (ambiente/persone/salute) sarebbe imperdonabile da semplicemente gettare via, perché c'è troppo dolore al mondo per arrecarne ulteriormente, in primis alle persone che mi amano, e in secondo luogo è ingiusto verso chi avrebbe dato tutto e darebbe tutto per stare al mio posto. Non sono triste non sono felice e ogni giorno devo impedirmi di farmi male in qualche modo, anche perché, pure in quel caso, alla fine non ha veramente senso. Non riesco a pensare al futuro, non ricordo il passato, e vivo in una costante sensazione di un presente nel quale non esisto, sono una totale inetta perché mi limito a essere quello che sono. Alla fine non cambia nulla e penso di aver trovato una sorta di senso di comfort nel conflitto. Sto incredibilmente male, ma alla fine, in prospettiva, non è così, e di questa affermazione vale anche l'esatto opposto. Vorrei solo smettere di esistere e che nessuno provasse nulla per me, essere solo vento, il nulla
Risposta inviata
A breve convalideremo la tua risposta e la pubblicheremo
C’è stato un errore
Per favore, provaci di nuovo più tardi.
Miglior risposta
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 15 persone
Salve,
Come scrive, ci presenta un curriculum della felicità assolutamente impeccabile: laurea con lode, famiglia amorevole, stabilità economica, un fidanzato devoto. Eppure, compila questo elenco non per celebrare la sua vita, ma per redigere la sua spietata condanna.
Ma si sente in colpa perché, pur avendo "tutto" quello che il mondo prescrive per essere felici, sente solo un vuoto divorante. E per rimediare a questa sua presunta ingratitudine, cosa fa? Decide di rimanere al mondo per pura cortesia. Sopravvive per non dare un dispiacere ai suoi genitori, per non fare un torto a chi è meno fortunato, per non inquinare il mondo con ulteriore dolore. Di fatto, sta trattando la sua esistenza come un soprammobile che detesta, ma che tiene esposto in salotto solo perché le dispiace offendere chi glielo ha regalato.
Questo "vuoto" di cui ci parla da dieci anni non è un difetto di fabbrica. È, piuttosto, l'esito inevitabile di quando si investono tutte le proprie energie per soddisfare minuziosamente le domande dell'Altro (essere la brava figlia, la studentessa da lode, la fidanzata perfetta), finendo per svuotare completamente la stanza del proprio desiderio.
La sua apatia, quel comfort nel conflitto che lei stessa ammette di provare, è la sua silente e disperata ribellione. Non provando nulla, diventando "vento" e "nulla", lei si sottrarrebbe e si anestetizzerebbe di fronte a un mondo che le impone l'obbligo di dover essere felice per forza.
Smetta di usare i "veri drammi" e i dolori del resto dell'umanità per invalidare la sua sofferenza. Il suo vuoto è un dolore reale, profondissimo, e ha tutto il diritto di cittadinanza. Forse è arrivato il momento di portare questo senso di inesistenza all'interno di uno spazio d'analisi, non per farsi insegnare come "imparare a essere grata" della sua fortuna, ma per scoprire se esiste un motivo per vivere che non sia soltanto fare la guardia del corpo alla serenità di chi le sta intorno.
A sua disposizione, cordiali saluti,
Dott. Simone Saraniti Lana
21 LUG 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Gentile Utente,
leggendo le sue parole si percepisce chiaramente quanto dolore e quanta fatica ci siano dietro questo stato di apparente "anestesia" emotiva. La sensazione di vuoto profondo, di distacco e di apatia che descrive — specialmente quando si avverte il peso del "dovere" di stare bene perché la vita attorno appare priva di problemi oggettivi — è un'esperienza enormemente faticosa da sostenere, ma assolutamente reale.
Ci tengo prima di tutto a dirle che il dolore non richiede "permessi" o giustificazioni esterne. Avere una famiglia affettuosa, stabilità economica, amicizie o successi importanti come la sua laurea con lode non cancella la sofferenza psicologica, né la rende "sbagliata" o "ingiusta" solo perché c'è chi sta peggio. Il suo vissuto ha piena dignità di esistere e merita di essere ascoltato senza sensi di colpa.
Spesso questo intenso senso di vuoto, il non percepire nulla o il desiderare di "essere solo vento" nascono quando la mente, per difendersi da angosce o sovraccarichi emotivi troppo grandi, decide di abbassare il volume di tutte le emozioni. Purtroppo però, spegnendo il dolore, si finisce per spegnere anche la gioia, il senso dei propri gesti e la sensazione di esistere nel presente. Inoltre, mandare avanti la vita solo per il senso di responsabilità verso le persone che la amano è un atto generoso, ma a lungo andare diventa un macigno insostenibile: lei merita di ritrovare un significato per sé stessa, non solo per gli altri.
Convivere ogni giorno con la sensazione di non esistere, con il desiderio di scomparire e con lo sforzo attivo di non farsi del male è il modo in cui la sua mente sta gridando che ha bisogno di aiuto. Questo stato di congelamento emotivo si può trattare e superare, ma è fondamentale non affrontarlo da sola. La strada principale è concedersi l'opportunità di iniziare un percorso di psicoterapia, affidandosi a un professionista della salute mentale che possa aiutarla a dare un nome a questa apatia e a riattivare il contatto con le sue emozioni in modo sicuro e graduale.
Ricordi anche che, qualora il peso del vuoto o l'impulso di farsi del male dovessero diventare troppo forti da gestire in solitudine, esistono presidi di supporto immediato a cui potersi rivolgere in qualsiasi momento, come i servizi d'emergenza o il Centro di Salute Mentale della sua zona. Lei esiste, la sua sofferenza merita di essere accolta e c'è la possibilità concreta di tornare a sentire il valore della propria vita.
18 LUG 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Tutti cerchiamo la felicità, ma la felicità non è semplicemente qualcosa che arriva dall’esterno. Può manifestarsi nelle relazioni, nel lavoro, nell’amore, nelle esperienze, ma nasce soprattutto dal rapporto che abbiamo con noi stessi.
Stiamo meglio quando ci avviciniamo a noi stessi. Stiamo peggio quando ci allontaniamo dal nostro sentire.
La sensazione di vuoto interiore, a volte, non indica che dentro non ci sia nulla. Può indicare piuttosto uno smarrimento: la persona intuisce uno spazio interno, ma non riesce più ad abitarlo.
Dentro di noi si muovono continuamente sensazioni, emozioni, immagini, pensieri, desideri, paure, convinzioni. Questo spazio interno non è vuoto: è la sorgente stessa della nostra esperienza di vita. È lì che nasce il senso di essere vivi.
Quando però manca consapevolezza di questo movimento, tutto può apparire spento. È come mangiare senza accorgersi dei sapori, odorare senza percepire davvero gli odori, emozionarsi senza sapere di essere emozionati. La vita accade, ma non viene più sentita.
Per millenni i grandi maestri di vita hanno riconosciuto nella consapevolezza, unita alla presenza, una via fondamentale per ritornare al sapore dell’esistenza.
In questo senso, la meditazione non è una tecnica per “stare calmi” o per cancellare il dolore. È un modo per tornare a sentire, con delicatezza, ciò che accade dentro di noi: il respiro, il corpo, le emozioni, i pensieri, le piccole vibrazioni della vita.
Quando la presenza ritorna, anche il vivere può riprendere colore. Non tutto insieme, non per magia. Ma poco alla volta, nelle sue infinite gradazioni.
Se desidera imparare a meditare in modo serio e graduale, posso aiutarla a farlo. La meditazione è un’arte del sentire e del conoscersi.
1 LUG 2026
· Questa risposta è stata utile per 6 persone
Buongiorno, vorrei risponderle senza attenuare ciò che ha scritto, perché lo ha descritto con troppa precisione perché io lo tratti come un semplice momento di stanchezza. Ciò che racconta non è una fase transitoria della sua età, ed è importante che lei lo sappia. Questo non è il normale "convivere con i propri dubbi" di cui parla all'inizio, quasi a giustificare in anticipo la propria sofferenza. È qualcosa di più profondo e di più costante, e ha un peso clinico che non va minimizzato.
Noti una cosa nel modo in cui scrive: elenca con cura tutto ciò che dovrebbe farla stare bene non per rassicurarsi, ma per accusarsi di non sentire nulla nonostante tutto questo. È come se la fortuna oggettiva della sua vita diventasse la misura della sua colpa. Questo è precisamente il modo in cui certe depressioni gravi si presentano: non come tristezza, che lei stessa esclude, ma come un'anestesia, un'assenza di sé, un vivere "un presente in cui non esisto". Il fatto che ciò che la trattiene sia il non voler arrecare altro dolore agli altri è un dettaglio che prendo molto sul serio.
Perché c'è, nelle sue ultime righe, il desiderio di "smettere di esistere", di "essere solo vento, il nulla", e il fatto che ogni giorno debba impedirsi di farsi male. Questo non lo lascio passare come una figura retorica. Le chiedo di dirlo a qualcuno che possa aiutarla davvero, presto: non uno scambio scritto come questo, ma una persona. Un ultimo punto, concreto: dieci anni di apatia così persistente vanno anche valutati da un medico, perché a volte hanno una componente che una cura può alleviare. Ne parli con il medico di base o con uno psichiatra. Non è un fallimento chiedere questo tipo di aiuto: è la cosa sensata da fare quando si sta male da così tanto.
29 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 8 persone
Ti ringrazio per aver trovato la forza di mettere in parole questo vissuto così intimo, denso e doloroso. Leggendoti, arriva in modo dirompente lo scarto lacerante tra la tua realtà esterna – una vita che tu stessa definisci fortunata, costellata di affetti, salute e successi come la tua laurea con lode – e il deserto emotivo che sperimenti dentro di te. Questo contrasto genera un senso di colpa sottile ma feroce, come se non ti sentissi "autorizzata" a stare male, portandoti a definirti "inetta" e a vivere il tuo dolore come un'ingratizia verso il mondo.
In un'ottica cognitivo-costruttivista, il vuoto e l'apatia che descrivi da circa dieci anni non indicano un'assenza di funzionamento o una tua colpa, ma sono il modo in cui il tuo sistema si è organizzato per sopravvivere. Spesso l'apatia non è una mancanza di emozioni, bensì una forma estrema di protezione: quando il dolore, il conflitto interno o la fatica di stare al mondo diventano troppo intensi o minacciosi, la mente "abbassa l'interruttore" e anestetizza tutto. Si impara a non sentire nulla per non rischiare di sentire troppo, e così anche i gesti più belli, i successi e gli affetti perdono il loro colore, trasformandosi in una recita bidimensionale in cui ti limiti a esistere senza abitare davvero il tuo corpo e il tuo presente.
Il fatto che tu abbia trovato una sorta di comfort nel conflitto e in questa oscillazione in cui nulla ha senso mostra quanto tu sia sfinita dal cercare un significato che non riesci ad agganciare. Desiderare di essere solo vento, di svanire senza lasciare traccia per non fare del male a chi ti ama, è il grido di una parte di te che è stanca di fare uno sforzo immane ogni giorno per mantenere in piedi una struttura che senti vuota. È ammirevole il profondo rispetto che porti per il dolore del mondo e per i tuoi cari, ed è proprio questo legame invisibile che ti tiene ancora ancorata qui, ma non puoi continuare a sostenere questo peso da sola, basandoti solo sul dovere morale di non sprecare la tua fortuna.
Questa sofferenza profonda e il pensiero costante di doverti impedire di farti del male sono segnali d'allarme importanti che non vanno sottovalutati né affrontati in solitudine. C'è una parte di te, quella che ha scritto questo messaggio, che sta ancora cercando una via d'uscita e che merita di essere ascoltata. Ti invito con tutto il cuore a fare un passo concreto per te stessa e ad affidare questo vuoto a un professionista della salute mentale, intraprendendo un percorso terapeutico. Hai bisogno di un luogo sicuro in cui deporre le armi, dove non sarai giudicata per la tua apatia e dove potrai, un piccolo passo alla volta, ricostruire un ponte con i tuoi sensi e con il significato profondo della tua esistenza.
28 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Cara Luce,
lmi colpisce che lei dica di non trovare valore in nulla, e allo stesso tempo, scriva con grande lucidità e profondità. Forse una parte di lei non ha smesso di cercare un senso: è proprio quella che l'ha portata a chiedere aiuto. Non abbia fretta di trovare risposte definitive. Si conceda piuttosto di rimanere in ascolto di ciò che questa fase della sua vita sta cercando ci comunicarle. Spesso, non è la vita ad aver perso significato, ma il nostro modo in cui siamo nel mondo che sta richiedendo da noi una trasformazione. Non attraversi questi momento da sola, un percorso psicologico può offrire uno spazio in. cui quel senso di vuoto, anziché combattuto, possa essere visto accettato compreso e trasformato.
Un caro Saluto
Dott. Lorenzo Vazzoler
26 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 8 persone
Buongiorno Luce,
grazie per la sua condivisione. ha provato a rivolgersi alla ASL locale per avere un consulto? Nel suo caso penso che dovrebbe attivare sia la figura dello psicoterapeuta, per lavorare sui suoi pensieri negativi disfunzionali, sia uno psichiatra per stabilizzare l'umore.
Noto anche molta ambivalenza nela suo racconto e, anche se dice che nulla serve e nulla è importante, alla fine ha scelto di scrivere qui: forse non ha perso la speranza del tutto.
25 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 13 persone
Buongiorno Luce,
la prima domanda che mi è venuta in mente leggendo la sua bella lettera è stata :" Dove sono finite le emozioni di questa splendida ragazza? Congelate da qualche parte dentro di lei? Fin dall'età di 13 anni? Perché".
Nelle favole l'accaduto sarebbe opera del maleficio di una qualche fata, invidiosa della nascente femminilità, ma nella nostra realtà? Cosa è successo?
E' stata la pubertà a generare lo scompiglio? La sua capacità di sentire si è incagliata su qualche compito evolutivo per lei particolarmente difficoltoso?
La seconda domanda, che però richiederebbe una risposta da parte sua, è la seguente: "Perché invece di percorrere e ripercorrere il pensiero non-mi-manca-niente-ma-non-sono-felice, considerazione che le lascia ogni volta un sentimento di angoscia e di colpa, non ha mai provato a dirsi: "Un malessere di fondo - che prende spesso l'aspetto dell'apatia, del desiderio di non esistere o di non avere forma alcuna - mi impedisce di apprezzare tutte le cose buone che ci sono nella mia vita e che in buona parte mi sono anche guadagnata. Io voglio finalmente capire da dove nasce questo doloroso sentimento, perché è così pervasivo e cosa posso fare per affrontarlo".
Vede cara Luce, la psicoanalisi è nata dal tentativo di comprendere esperienze dolorose come quelle da lei descritte e ha dovuto col tempo mettere a punto metodi e strategie specificatamente sue per comprendere fenomeni altrimenti incomprensibili, se analizzati con le logiche del pensiero corrente nelle varie epoche storiche. La nostra psiche è molto creativa e si esprime attraverso sintomi, immagini, simboli, sogni, lapsus etc. etc. . A noi spetta il compito di trovarne il significato.
Perché non ha mai pensato di chiedere l'aiuto di un serio professionista del settore? Pregiudizi verso la materia? Diffidenza per la logica inconsueta? Timori verso la consapevolezza?
La psicoanalisi ha già compiuto cento anni e ha imparato tante, tante cose, tutte importanti per vivere con pienezza, profondità e consapevolezza. Ne faccia esperienza, potrebbe trovare le risposte che cerca.
25 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 10 persone
Salve Luce, le sue parole mi hanno colpita profondamente.
Leggendola, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una persona che da molto tempo sta cercando di comprendere qualcosa di estremamente difficile da esprimere: non tanto la tristezza, ma una sorta di distanza dalla vita stessa.
Trovo molto significativa la sua capacità di riconoscere con lucidità tutto ciò che di prezioso ha intorno - eppure racconta che nulla di questo riesce davvero a raggiungerla, come se tra lei e il mondo ci fosse uno "spazio vuoto" che, da anni, non riesce a colmarsi.
Deve essere estremamente faticoso convivere con un dolore così silenzioso e difficile da spiegare agli altri.
C'è poi un passaggio che mi ha colpita particolarmente: quando scrive che ogni giorno deve impedirsi di farsi del male e che vorrebbe semplicemente smettere di esistere. Vorrei dirle con delicatezza che questi pensieri meritano di essere accolti e ascoltati con molta attenzione, e che non dovrebbe trovarsi a sostenerli da sola.
Dietro le sue parole non vedo una persona vuota, né una persona incapace di vivere. Vedo piuttosto qualcuno che sta portando da molto tempo un peso enorme, forse così a lungo da aver quasi dimenticato cosa significhi sentirsi davvero coinvolta dalla propria esistenza.
Per questo credo che un percorso psicologico possa essere uno spazio importante per esplorare insieme questo senso di estraneità, questo vuoto e questa fatica che descrive con tanta lucidità.
Se lo desidera, resto disponibile per offrirle uno spazio di ascolto e di supporto online, in cui poter dare voce al suo vissuto.
Le auguro di poter trovare uno spazio in cui la profondità del suo dolore possa essere accolta e ascoltata con la stessa serietà con cui lei ha trovato il coraggio di raccontarla.
Un caro saluto,
Dott.ssa Michela Massettini- Psicologa
25 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 10 persone
Buongiorno Luce,
leggendo le sue parole, non ho avuto l'impressione di una persona che non apprezza ciò che ha o che non si renda conto della fortuna che la circonda. Anzi, il punto sembra quasi opposto.
Lei appare perfettamente capace di riconoscere il valore delle cose. Riconosce l'amore della sua famiglia, l'affetto degli amici, la presenza del suo compagno, i suoi risultati accademici. Il problema è che tutto questo sembra non riuscire a raggiungerla davvero.
Come se riuscisse a comprenderne il significato con la mente, ma non a sentirlo emotivamente.
Per questo motivo non sono sicura che la questione centrale sia la gratitudine, la felicità o la capacità di apprezzare ciò che possiede. Nel suo racconto sento soprattutto un profondo senso di estraneità verso sé stessa e verso la vita.
Mi colpisce una frase in particolare: "non ricordo il passato, non penso al futuro e vivo in un presente nel quale non esisto".
Più che una riflessione filosofica, questa mi sembra la descrizione di una sofferenza molto concreta.
Ho anche l'impressione che lei faccia qualcosa di continuo con i suoi stati emotivi: li osserva, li analizza, li relativizza e infine li svuota di significato. Quando parla del suo dolore, subito dopo spiega perché non dovrebbe provarlo. Quando parla del desiderio di non esistere, subito dopo lo rende quasi irrilevante. Quando parla del suo malessere, immediatamente lo confronta con quello di chi sta peggio.
Mi chiedo quanto spazio abbia avuto, nella sua vita, la possibilità di sentire qualcosa senza doverlo giustificare, ridimensionare o spiegare.
I pensieri che descrive meritano attenzione, soprattutto perché racconta di convivere da anni con il desiderio di scomparire e con l'impulso a farsi del male. Non mi sembra una crisi esistenziale passeggera né una semplice fase di smarrimento tipica della sua età.
Credo che sarebbe importante poter portare questi vissuti all'interno di un percorso psicologico, non tanto per trovare rapidamente un significato alla vita, ma per comprendere come sia stato possibile arrivare a sentirsi così distante da sé stessa da percepirsi quasi assente dalla propria esistenza.
Perché leggendo il suo racconto, la domanda che mi resta non è "perché non riesce a essere felice?", ma piuttosto: da quando ha iniziato a sentirsi così poco viva?
Resto a disposizione, anche per un confronto online.
Un caro saluto,
Dott.ssa Ginevra Pardi
24 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Ti ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità la tua storia.
La domanda che poni "qual è il senso dello stare bene se alla fine non lo si reputa importante?" sembra essere al centro della sofferenza che descrivi. Dalle tue parole emerge infatti non tanto una mancanza di risultati, relazioni o opportunità, quanto una difficoltà nel valore emotivo e personale da attribuirgli.
Mi ha colpito il tuo recente conseguimento della laurea con lode all'Accademia di Belle Arti. Oltre a rappresentare un importante traguardo personale, il percorso artistico richiede spesso una particolare sensibilità verso il proprio mondo interno. Per questo mi chiedo se l'arte abbia rappresentato uno spazio attraverso cui esprimere emozioni, conflitti o vissuti difficili da comunicare in altri modi. Forse può essere una tua risorsa?
Quando parli di apatia, è importante ricordare che essa non coincide necessariamente con un'assenza di emozioni o bisogni emotivi. Talvolta può rappresentare una difficoltà nel riconoscerli, comprenderli e attribuire loro valore. Parte del lavoro terapeutico può consistere proprio nell'esplorare questi bisogni, imparando gradualmente a validarli e ad ascoltarli senza giudizio.
Vorrei inoltre soffermarmi sul fatto che riferisci di doverti trattenere dal farti del male e che emerga il desiderio di non esistere. Se dovessi percepire che tali pensieri stanno diventando intenzioni concrete o che la tua sicurezza è a rischio, è fondamentale chiedere aiuto immediato rivolgendoti ai servizi di emergenza, al pronto soccorso (112) o a una persona di fiducia. Con il giusto sostegno è possibile comprendere più a fondo ciò che stai vivendo e trovare modalità diverse per affrontarlo.
24 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Gentile utente,
la discrepanza tra una realtà esterna soddisfacente (affetti, traguardi, stabilità) e un vissuto interno di totale apatia e vuoto è una fonte di sofferenza profonda, spesso amplificata da un ingiustificato senso di colpa. Quando l'esistenza viene percepita come un dovere da adempiere solo per proteggere gli altri, e si deve lottare quotidianamente contro l'impulso di farsi del male, significa che il carico emotivo ha superato la soglia di tollerabilità.
Per affrontare questo stato di blocco e la sensazione di non esistere nel proprio presente, è importante muoversi su alcuni punti:
-Separare la sofferenza dalla colpa. L'assenza di significato e l'anestesia emotiva che descrive da anni non sono una scelta né una forma di ingratitudine, ma segnali clinici di un disagio profondo che richiede di essere accolto e trattato con competenza, non affrontato con la sola forza di volontà.
-Attivare un supporto specialistico. A fronte di pensieri legati al farsi del male o al desiderio di sparire, il confronto con professionisti della salute mentale è il passo fondamentale. Laddove lei voglia accedere a percorsi accessibili e tutelati, i Consultori o i servizi territoriali offrono consulenze psicologiche e mediche tramite ticket sanitario.
-Coinvolgere il medico di base. Il medico di medicina generale rappresenta il primo tramite istituzionale per avviare le impegnative necessarie a una valutazione specialistica nel sistema pubblico, garantendo un inquadramento sicuro e integrato.
Permettersi di condividere questo vuoto all'interno di uno spazio psicologico protetto è la via necessaria per iniziare a decodificare questa sofferenza e ritrovare una connessione autentica con se stessa.
Cordialmente.
Dott.ssa Melinda Romano - Psicologa.
24 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 11 persone
Cara Luce, innanzitutto grazie per aver avuto il coraggio di condividere pensieri così profondi e delicati. Vivere una fase di transizione come quella che descrivi, soprattutto a 23 anni, è una condizione molto comune, non sei sola, comunque il peso che porti resta importante.
La sensazione di apatia, quel “non sentire nulla” che descrivi, può essere profondamente destabilizzante, soprattutto quando apparentemente “tutto va bene” e siamo circondati da amore e amicizia e apparente benessere. Spesso, però, il disagio non si nutre solo di assenze oggettive, ma anche di un vuoto che cresce dentro, difficile da spiegare e da accettare. Questo è anche il motivo per cui sentirsi in colpa per non riuscire a godere di ciò che si ha non è sano. La sofferenza interiore non si misura in base alle condizioni esterne: ognuno ha il proprio percorso, e non esistono emozioni “giuste” o “sbagliate”. Non sei ingrata, né sbagliata: semplicemente, in questo momento, stai attraversando una tempesta emotiva che merita rispetto e attenzione, non giudizio.
Il senso della vita: una domanda senza risposte facili
“Non riesco a trovare il valore in ogni singolo gesto o pensiero che faccio”: questa frase racchiude una delle più grandi domande che l’essere umano si pone da sempre. È normale, soprattutto nei periodi di cambiamento, mettere tutto in discussione, qualche volta pensare di avere fallito. A volte, il senso della vita non si trova nei grandi gesti, ma nei piccoli dettagli quotidiani, che però possono apparire privi di significato se ci si sente scollegati da sé stessi.
Il fatto che tu riesca ancora a scrivere, a raccontarti, a riflettere, è già un segnale di grande forza. Ma non devi affrontare tutto da sola. Parlare con un* professionista, può fare davvero la differenza.
Non vergognarti delle tue emozioni
Non c’è nulla di cui vergognarsi nel provare apatia, vuoto, o nel desiderare a volte di “essere solo vento”. Anzi, riconoscere queste emozioni è già un primo passo verso una maggiore consapevolezza. Spesso, il dolore più grande nasce dal tentativo di nascondere o negare ciò che sentiamo. Permettiti di essere fragile, di avere dubbi, di non avere tutte le risposte.
Rimango a disposizione per qualsiasi chiarimento anche on line. Un caro saluto
dott.ssa Silvia Chiavacci
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 9 persone
Cara Luce,
Mi domando se questo nome è il suo o se lo a scelto per celare quello vero. E chissà se così fosse, quanto può dirci di lei questa scelta. Mi domando come mai anche il fatto di "aver tutto nella sua vita" sia motivo per non dare il giusto spazio a quello che sente, quasi come se non avesse un valido motivo per occuparsi di se stessa. Ma il motivo c'è, ed è lei, quello che prova, il vuoto che sente, il desiderio di smettere di esistere. Convivere con se stessi può essere molto complesso e difficile, ha ragione, ma è un viaggio che può essere anche splendido, seppure enormemente faticoso. Il fatto che non veda il futuro non significa che questo non esista per lei. Può esserci, può vederla quella luce, probabilmente dovrà fare un enorme sforzo per cercarla. Credo sempre questo: che spesso i sintomi sono nostri amici. Spesso ci fanno stare uno schifo, ci divorano ma non c'accorgiamo che arrivano per dirci "Ascoltami!". Sono la punta di un iceberg, sono quel pezzetto in superficie che ci fa tanta fatica ma che emerge per ricordarci che sotto forse c'è qualcosa a cui prestare attenzione. Luce, l'apatia e il desiderio d'essere vento, il nulla, le stanno dicendo che si deve occupare di se. Che quello che sente è importante, anche se la sua famiglia la ama, il suo compagno anche e l'università va alla grande. Forse anche questo è troppo da portare. Ammettere un dolore e portare una facciata d'una vita splendida, mentre dentro sente che sta morendo. Che peso incredibile che porta. Spero che possa trovare la forza stessa con cui ha scritto qui, che possa farle fare un passetto in più. Perché di fatto se ha scritto è perché da qualche parte, anche remota, sente che ne ha bisogno. Si prenda uno spazio per lavorare su di sé.
Spero di averle dato qualche spunto e qualora volesse, sarei lieta di aiutarla.
Dott.ssa Giorgia Tanda.
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Quello che descrivi non mi sembra il semplice dubbio esistenziale di una persona di 23 anni che sta attraversando una fase di cambiamento. Mi colpisce soprattutto una cosa: non stai dicendo "la mia vita va male", stai dicendo che da circa dieci anni senti un vuoto così profondo da aver perso il contatto con il significato stesso delle cose.
Molte persone pensano che per stare davvero male sia necessario essere tristi, disperati o avere una vita piena di problemi. In realtà esistono forme di sofferenza in cui il dolore si manifesta proprio come assenza: assenza di piacere, assenza di coinvolgimento, assenza di futuro, assenza di un senso di esistere. Leggendoti, non percepisco ingratitudine verso ciò che hai; anzi, percepisco una forte consapevolezza della fortuna che riconosci di avere. Il problema è che quella consapevolezza non riesce a trasformarsi in esperienza emotiva.
Quando scrivi che ogni giorno devi impedirti di farti del male e che vorresti smettere di esistere, anche se allo stesso tempo non trovi senso neppure in quello, stai descrivendo una sofferenza importante. Non credo che tu debba affrontarla da sola o considerarla semplicemente una caratteristica del tuo modo di essere.
C'è un passaggio che mi ha colpito particolarmente: "non ricordo il passato, non riesco a pensare al futuro e vivo in una costante sensazione di un presente nel quale non esisto". Questa sensazione di essere scollegata da sé, dal tempo e dalla propria esperienza può comparire in diverse condizioni psicologiche e merita di essere esplorata seriamente con un professionista. Non perché ci sia necessariamente qualcosa di "sbagliato" in te, ma perché vivere così da dieci anni è un peso enorme.
Vorrei anche dirti che il fatto che tu continui ad andare avanti per non far soffrire gli altri non è un segno di debolezza. È un segno che una parte di te, anche se molto affaticata, sta ancora scegliendo la vita ogni giorno. Forse in questo momento non lo fa per sé stessa, ma continua comunque a farlo.
Dato che hai scritto che devi impedirti quotidianamente di farti del male e che vorresti non esistere, vorrei chiederti una cosa diretta: in questo momento sei al sicuro? Hai pensieri concreti di farti del male o di toglierti la vita oppure il desiderio è più quello di sparire, di non esserci più, senza un piano specifico? Se senti che il rischio di farti del male potrebbe aumentare nelle prossime ore o se temi di non riuscire a restare al sicuro, contatta subito una persona fidata oppure un servizio di supporto. Puoi rivolgerti a Telefono Amico Italia al numero 02 2327 2327
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
È necessario indagare meglio questo suo senso di vuoto e capirne le basi
Cos’è che concretamente sente?
Cosa vorrebbe cambiare?
Quali obiettivi concretamente vorrà liberarsi?
Quali risultati concretamente vorrebbero raggiungere?
Se potessi cambiare qualcosa concretamente nella sua vita, cosa cambierebbe?
Sono domande in cui un primo momento può sembrare difficile rispondere concretamente. Tuttavia, se ci si ferma e ci si prende il tempo per riflettere piano piano, le idee schiariscono
Consigli intraprendere un percorso psicologico che la posso aiutare, accompagna meglio ed affrontare la situazione
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 12 persone
Gentile Luce,
Le tue parole mi colpiscono molto, sia per la sofferenza che mi sembra traspaia, sia per la grande lucidità con cui ne parli.
Mi correggerai se sbaglio, ma mi sembra che potremmo declinare la tua sofferenza in due direzioni: più superficialmente la difficoltà a identificare e stare con le emozioni che puoi provare di momento in momento; ma, più in profondità, quasi una difficoltà a sentirle e a “viverle”, che mi sembra rimandi alla sensazione di non star vivendo a pieno.
In questo senso, mi colpisce molto quando parli di “senso”: la tua enorme lucidità sottende una grandissima capacità di cogliere gli aspetti più “cognitivi” dell’esistenza, ma sembra che un punto focale di difficoltà stia nel “sentire” le emozioni, nell’estasi (e nell’estetica) del vivere. Mi viene facile pensare che sia facile cogliere il senso delle cose, ma più difficile attribuire un significato personale e vivo alle esperienze che stai vivendo
In questo senso il mio consiglio sarebbe quello di avvalersi di un professionista che possa aiutarti a trovare il significato delle esperienze che ti trovi a vivere, permetterti di stare a contatto con le tue emozioni ma soprattutto con te stessa, con le varie parti di te (studente, figlia, fidanzata, amica…) che adesso sembra tu stia guardando con distanza, quasi come se fossi “fuori” da te stessa
Allo stesso tempo ti invito a non sottovalutare quelle spinte a farti male a cui accennavi: tolta la possibilità di chiamare il 112 se queste si facessero più persistenti, mi viene da pensare che possano essere una spinta da parte tua per provare a metterti in contatto con te stessa, anche se in maniera più disfunzionale
Io rimango a disposizione nel caso avessi bisogno, a Torino e online.
Intanto, ti auguro il meglio, e di poter cogliere e vivere a pieno le possibilità che hai a disposizione
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Gentile giovane ragazza,
nelle sue parole colpisce molto una cosa: la lucidità con cui riesce a descrivere ciò che sente, o forse sarebbe più corretto dire ciò che da molto tempo non riesce più a sentire. E questo spesso rende la sofferenza ancora più solitaria, perché dall’esterno la sua vita appare “a posto”, mentre dentro sembra esserci una distanza continua da sé stessa, dalle emozioni, dal significato delle cose.
Il fatto di avere persone che la amano, una famiglia presente, capacità, risultati e relazioni importanti non rende meno reale quello che sta vivendo. Il dolore psicologico non nasce soltanto dalla mancanza o dai traumi evidenti; a volte prende la forma di un vuoto persistente, di una perdita di contatto con il proprio sentire, come se tutto scorresse senza riuscire davvero a toccarla.
Nel suo racconto emerge anche una grande fatica nel percepirsi nel tempo: un passato che sembra lontano, un futuro quasi impensabile e un presente vissuto come qualcosa in cui “non esiste”. Quando questa condizione dura da anni, e soprattutto quando ogni giorno diventa necessario trattenersi dal farsi del male, è importante non restare sola dentro questa esperienza, anche se una parte di lei tende a minimizzarla o a relativizzarla continuamente.
Credo che il punto centrale non sia capire se “ha diritto” o meno di stare male, perché la sofferenza non è una gara morale. Piuttosto, sarebbe importante che qualcuno potesse aiutarla a esplorare da dove nasce questa sensazione di svuotamento e di annullamento, senza giudicarla e senza costringerla a dimostrare nulla.
Le sue parole non mi restituiscono superficialità o ingratitudine, ma una stanchezza profonda dell’esistere che merita ascolto reale. Per questo penso che un percorso psicologico potrebbe esserle utile non tanto per “aggiustarla”, quanto per permetterle, gradualmente, di tornare a sentirsi presente nella propria vita invece che soltanto spettatrice.
Il fatto che lei abbia scritto tutto questo, con tale precisione e sincerità, è già un movimento importante contro quel nulla che descrive, ma si ricordi che non è e non deve essere sola ad affrontare tutto questo movimento interiore, chieda aiuto diretto e vedrà che questo periodo diventerà il trampolino di lancio per la sua nuova vita, dove il vento di cui parla diventerà una bella sensazione quando le sfiora i capelli
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Buongiorno,
ti ringrazio per aver trovato le parole e il coraggio di raccontare qualcosa di così profondo e complesso.
Quello che descrivi – questa sensazione di vuoto, di apatia, di assenza di significato nonostante una vita “oggettivamente” ricca di affetti e opportunità – è un’esperienza che può far sentire molto soli e confusi. È come se ci fosse una distanza tra ciò che “dovresti” sentire e ciò che realmente senti, e questo può diventare faticoso da sostenere nel tempo.
Il fatto che tu riesca a riconoscere la tua realtà, a rifletterci con questa lucidità e a esprimerla così chiaramente, è già un segnale importante: una parte di te è in contatto con ciò che sta accadendo e sta cercando un senso, anche dentro questo vuoto.
Quella sensazione di “non esistere davvero”, di essere nel presente senza sentirsi vivi, e il bisogno di trattenerti dal farti del male, meritano attenzione e ascolto in uno spazio protetto. Non è qualcosa che devi affrontare da sola, né qualcosa che si risolve semplicemente “pensandoci” o facendo leva sulla gratitudine.
Un percorso psicologico può aiutarti proprio a esplorare questo vuoto, a comprenderne le radici e, gradualmente, a ritrovare un contatto più autentico con te stessa e con ciò che provi. Anche quando sembra che non ci sia nulla, spesso c’è molto che può essere accolto e trasformato.
Se ti va, concediti la possibilità di chiedere un aiuto concreto: è un passo importante, non un segno di debolezza.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 7 persone
Cara,
quello che descrivi è un dolore silenzioso, profondo, che non urla ma consuma. Si sente che da anni vivi in una specie di sospensione, come se tutto scorresse attorno a te senza riuscire davvero a toccarti. Non è mancanza di gratitudine, non è superficialità, non è “non apprezzare ciò che hai”, è una forma di esaurimento emotivo che svuota, che appiattisce tutto, che rende difficile sentire anche le cose buone.
Il fatto che tu abbia una famiglia presente, amici, un ragazzo che ti vuole bene, una laurea brillante, non ti protegge automaticamente da questo vuoto. A volte è proprio quando “dovremmo stare bene” che il dolore diventa più difficile da nominare, perché sembra di non avere il diritto di provarlo. Tu invece hai tutto il diritto di dire che stai male. Hai tutto il diritto di chiedere aiuto.
Questa apatia che descrivi non è indifferenza. È una forma di difesa. Quando per troppo tempo si convive con un senso di vuoto, la mente smette di sentire per non crollare. Non è una scelta, è un meccanismo di sopravvivenza. Il fatto che tu riesca ancora a raccontarlo, a metterlo in parole, significa che una parte di te è viva e sta cercando un appiglio.
Il pensiero di “smettere di esistere” non parla di un vero desiderio di morire. Parla del desiderio di smettere di sentire questo nulla che pesa più di qualsiasi emozione, e’ un segnale importante, e merita uno spazio sicuro, reale, con una persona in carne e ossa che possa accompagnarti. Parlane con qualcuno vicino a te o con un professionista: non perché tu sia “grave”, ma perché non devi restare sola in questo vuoto.
Tu non sei vento, e non sei nulla. Sei una persona che soffre in silenzio da troppo tempo. Il fatto che tu abbia scritto tutto questo è già un primo movimento verso la vita, anche se ora non lo senti.
Se vuoi, possiamo esplorare insieme come dare un nome a questo vuoto oppure come iniziare a parlarne con qualcuno nella tua vita reale.
Saluti
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
Ricevo anche Online
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 10 persone
Buongiorno, quello che sento leggendola non è qualcuno che "non ha motivi per stare male", ma qualcuno che sta soffrendo moltissimo, da molto tempo, in silenzio.
Voglio fermarmi su una cosa: ogni giorno deve impedirsi farsi del male, e vorrebbe smettere di esistere. Questo è importante, e non voglio passarci sopra. Se in questo momento ha bisogno di parlare con qualcuno, le chiedo di cercare supporto: il suo medico, un pronto soccorso, o una persona di fiducia vicino a lei.
C'è una convinzione implicita nel modo in cui si descrive, che suona più o meno così: "Ho tutto, quindi la mia sofferenza è ingiustificata." È una forma di processo che si fa da sola, e in un certo senso è la più crudele, perché aggiunge alla sofferenza anche la colpa di soffrire.
Il benessere emotivo non è l'equazione diretta dell'ambiente in cui viviamo. L'ambiente contribuisce, ma non crea il mondo interno. Il mondo interno ha una storia propria, spesso molto più antica di quanto riusciamo a ricordare.
La psiche ha una sua logica, fatta di stratificazioni e di nodi formatisi in luoghi dove la coscienza non arriva facilmente.
Dieci anni sono una vita dentro una vita. E il fatto che lei continui, non per desiderio, ma per non fare del male agli altri, mi dice che una parte di lei è ancora lì, che tiene. Ma quella parte ha bisogno di essere sostenuta da qualcuno di reale, in uno spazio dedicato solo a lei, ci pensi.
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 9 persone
Gentile utente,
La straordinaria lucidità e l’intelligenza con cui descrive la sua condizione non sono elementi secondari: sono la risorsa più grande che possiede, anche se in questo momento la sua mente le sta usando per analizzare e giudicare il suo senso di vuoto interiore, trasformandolo in una colpa. Una mente meno attenta si sarebbe accontentata della superficie (la laurea con lode, le relazioni stabili, la sicurezza economica); lei invece avverte che la mappa dell'ordinarietà non basta a descrivere il territorio reale della sua interiorità.
Dal vuoto come mancanza al vuoto come potenziale creativo
Il punto di svolta clinico sta nel modo in cui guardiamo a questa apatia profonda. Nella nostra cultura occidentale siamo abituati a considerare il vuoto come una mancanza dolorosa, un buco nero che inghiotte il significato delle cose. Ma esiste un’altra prospettiva, antica e profonda, propria delle tradizioni meditative e della psicologia della consapevolezza: il vuoto come potenziale creativo. Liberarsi dal flusso costante dei doveri, delle aspettative sociali e dei giudizi impietosi della mente razionale non significa scomparire, ma trovare lo spazio per una presenza pura, al di là dei pensieri.
La crisi evolutiva dei vent'anni
Il desiderio di "essere solo vento, il nulla" indica che lei è satura della narrazione che ha costruito su se stessa (l'Io narrativo legato ai risultati), non della vita in sé. Il comfort nel conflitto nasce dal tentativo di usare la logica razionale per risolvere un problema emotivo ed esistenziale che la testa ha creato e che non può comprendere.
La crisi esistenziale a 23 anni, per quanto dolorosa, non è il segnale di un guasto psicologico o di un'ingratitudine verso la vita, ma è la tipica crisi evolutiva che spinge le persone più sensibili a iniziare una ricerca autentica: l'unica che conduce a stare bene davvero. Il lavoro terapeutico da fare non consiste nel riempire questo spazio con altre performance o doveri, ma nello spostare lo sguardo dal mondo esterno al mondo interno. Attraverso la pratica della consapevolezza (mindfulness) è possibile recuperare la sensazione profonda e immediata di esistere, che non dipende dai successi ottenuti.
L'importanza di un supporto specialistico
Questo passaggio dalla razionalità pura alla presenza reale richiede una guida e un contesto protetto. Un percorso psicoterapeutico orientato alla conoscenza di sé e alla mindfulness può aiutarla a disinnescare il giudizio e a trasformare questo vuoto da una condanna a uno spazio di reale libertà e benessere emotivo.
Resto a sua disposizione presso il mio studio qualora sentisse il desiderio di intraprendere questo cammino di ricerca interiore.
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Gentilissima Luce, grazie per la condivisione innanzitutto. Comprendo quello che ci riporta, e soprattutto questo senso di apatia e disinteresse che nutre per qualsiasi cosa la circondi, sia bella che faticosa. Credo che, dato il malessere che la accompagna da oltre 10 anni, intraprendere un percorso di terapia potrebbe aiutarla ad esplorare e provare a comprendere le motivazioni sottostanti le sue fatiche, individuando insieme allo specialista strategie funzionali per affrontare tutto questo.
Resto a disposizione!
saluti
Av
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 9 persone
Gentile utente,
la straordinaria lucidità e l'intelligenza con cui descrive la sua condizione non sono elementi secondari: sono la risorsa più grande che ha, anche se in questo momento la sua mente le sta usando per analizzare e giudicare il vuoto, trasformandolo in una colpa. Una mente meno attenta si sarebbe accontentata della superficie (la laurea, le relazioni, la stabilità esterna); lei invece avverte che la mappa dell'ordinarietà non basta a descrivere il territorio reale.
Il punto di svolta sta nel modo in cui guardiamo a questo "senso di vuoto". Nella nostra cultura siamo abituati a considerarlo come una mancanza dolorosa, un buco nero. Ma esiste un'altra prospettiva, antica e profonda: il vuoto come potenziale creativo. Liberarsi dal flusso costante dei doveri, delle aspettative e dei giudizi impietosi non significa scomparire, ma trovare lo spazio per una presenza pura, al di là dei pensieri.
Il desiderio di essere "solo vento, il nulla" indica che lei è satura della narrazione di se stessa, non della vita in sé. Il "comfort nel conflitto" nasce dal tentativo di usare la logica razionale per risolvere un problema che la testa ha creato e che non può comprendere.
La crisi che sta attraversando, per quanto dolorosa, non è il segnale di un guasto o di un'ingratitudine, ma è la tipica crisi evolutiva che spinge le persone più sensibili a iniziare una ricerca autentica, l'unica che conduce a stare bene davvero. Il lavoro da fare non è riempire questo spazio con altre performance, ma spostare lo sguardo dall'esterno all'interno, imparando a recuperare la sensazione profonda e immediata di esistere, che non dipende dai risultati ottenuti.
Questo passaggio richiede una guida e un contesto protetto. Un percorso terapeutico orientato alla consapevolezza può aiutarla a disinnescare il giudizio e a trasformare questo vuoto da una condanna a uno spazio di reale libertà.
Resto a sua disposizione qualora sentisse il desiderio di intraprendere questo cammino.
Un cordiale saluto,
Dott. Francesco Paolo Coppola
23 GIU 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Ciao Luce, grazie per aver condiviso con noi i tuoi pensieri.
Da quello che scrivi arriva una sofferenza molto profonda, e mi colpisce quanto tu riesca a descriverla con lucidità.
Vorrei dirti una cosa importante: il fatto che tu abbia una famiglia che ti ama, amici, un compagno e dei traguardi raggiunti non rende meno reale il dolore che stai vivendo. La sofferenza non si misura confrontandola con quella degli altri, e non devi meritarti di stare male perché “hai tutto”.
Mi sembra che da molto tempo tu stia convivendo con una sensazione di vuoto, di distacco da te stessa e dalla vita, come se nulla riuscisse davvero a toccarti o ad avere un significato duraturo. E leggo anche qualcosa che merita attenzione: dici che ogni giorno devi impedirti di farti del male e che vorresti smettere di esistere. Anche se una parte di te continua a resistere, non è un peso che dovresti portare da sola.
In questo momento non vedo un’inetta. Vedo una ragazza che da anni sta combattendo una battaglia interiore enorme e che, nonostante tutto, sta cercando parole per raccontarla.
Ti incoraggerei a condividere questo dolore con una persona di fiducia o con un professionista, perché quello che stai vivendo merita ascolto e sostegno. E se dovessi sentire che il rischio di farti del male diventa concreto o difficile da controllare, contatta immediatamente i servizi di emergenza o una persona vicina che possa stare con te.
Per ora, leggendo le tue parole, non penso che tu voglia essere il nulla. Penso che tu sia molto stanca di soffrire.