Il mio rancore verso l'umanità, la mia solitudine ed il mio smarrimento

Inviata da Denis · 30 set 2019

Salve, sono un ragazzo di diciotto anni e vi scrivo per ottenere dei pareri sulla mia attuale situazione psicologica e dei consigli sui possibili rimedi.

Sono circa due anni che il mio umore è soggetto a sbalzi repentini. In questo arco di tempo, si sono susseguiti una serie di eventi che hanno mutato profondamente il mio punto di vista verso me stesso e verso coloro che mi circondano: ho allontanato tutti i miei amici, negando ogni successivo rapporto sociale che potesse essere duraturo; ho terminato gli studi superiori ed ho trovato istantaneamente un'occupazione consona al mio percorso formativo.

L'ultimo anno di scuola, in particolare, l'esame di stato, e la successiva introduzione al mondo del lavoro mi hanno convinto di un'amara verità: alla società non importa assolutamente nulla di chi tu sia, nel bene o nel male, ma solo di ciò che sei in grado di raggiungere e conquistare. Questa realtà, oltre ad avermi reso altamente competitivo e tremendamente invidioso nei confronti di chiunque riesca ad ottenere più di me (invidia che cerco in tutti i modi di nascondere, poiché me ne vergogno parecchio), mi ha intriso di risentimento, sia verso me stesso che verso il prossimo.

A scuola, non riuscivo a sopportare chiunque prendesse voti più alti dei miei o chiunque fosse più rapido nell'apprendimento; la mia rabbia verso di loro era talmente alta da costringermi, momentaneamente, a tagliare corto ogni interazione con loro. Dentro di me, volevo davvero vederli fallire; fallire così tanto da dargli un assaggio di quello ero costretto a provare tutte le volte.

Essere superato mi fa male, troppo male; talmente male che lo ritengo un dolore così insopportabile da essere paragonabile ad una serie di pugnalate inflitte dritte al petto. Questa è la ragione per cui ho smesso di stringere rapporti di amicizia: non voglio dare alle persone l'opportunità di essere migliori di me e farmi soffrire, anche se non lo intendono direttamente, proprio come i miei vecchi amici. Vivere in un mondo dove ciascuno di noi è così intrinsecamente egoista da puntare solo e soltanto ad essere migliore di chiunque altro, come se lo scopo della propria vita fosse esclusivamente quello di prevalere su tutti, sta davvero consumando ogni mia energia. Non riesco più a credere nell'amicizia: mi sembra una solo una grandissima illusione.

Le conseguenze di queste convinzioni e del successivo isolamento sono state piuttosto critiche: ho perso interesse in molte delle attività che precedentemente svolgevo con piacere; il mio perfezionismo è peggiorato a vista d'occhio, tantoché notare imperfezioni o commettere degli errori suscita in me un'irritazione spaventosa; ogni giorno, sono assalito da un'affaticamento mentale che non riesco a contrastare nemmeno con otto ore di riposo; il mio sonno è disturbato, talvolta da sogni che rispecchiano il mio cinismo verso la società; spesso e volentieri, sono soggetto ad attacchi d'ira che, solo quando sono solo, mi portano a colpire violentemente ciò che mi circonda; ho una voglia matta di piangere, ma rare sono le volte in cui riesco a versare qualche lacrima; più il tempo passa, più sono motivato ad autolesionarmi; i miei pensieri sono così oscuri da risolversi spesso nell'idea di morte, che sia essa legata al suicidio oppure all'omicidio; infine, ed è la cosa che mi preoccupa di più, mi ritrovo spesso a desiderare che le persone soffrano, specialmente i giovani, poiché non sopporto come siano tutti talmente egocentrici da pensare che l'intero universo ruoti attorno a loro.

Ci tengo a precisare che, in un contesto sociale, che sia con i colleghi di lavoro o con dei perfetti sconosciuti, mi comporto come una persona assolutamente civile, tant'è vero che mi impegno al massimo per mettere a proprio agio il prossimo. I problemi cominciano a sorgere quando sono immerso nella mia solitudine, perché è in questi momenti che la mia mente cade nel baratro più totale. Ripenso a tutte le persone incontrate durante la giornata, sia quelle con le quali ho interagito che quelle con cui non ho neppure stabilito un contatto visivo, e mi convinco di come siano tutte false; di come tutte loro neghino la loro vera personalità pur di sopravvivere nel contesto sociale e di come manchino di empatia. Questa è la convinzione che mi porta a nutrire disprezzo verso me stesso e chiunque altro.

Il rancore che provo verso l'umanità mi ha consumato: ogni giorno, quando torno a casa dal lavoro, non desidero altro che raggomitolarmi sotto le coperte e mettere a tacere i pensieri che infestano la mia mente; tuttavia, non posso permettermelo, perché sono una persona che cerca sempre di dare il massimo in ogni occasione e non voglio assolutamente deludere me stesso. Ad ogni modo, mi sento vuoto, solo e smarrito; è da tempo non riesco a provare qualcosa di autentico e duraturo, qualcosa che non sia così fugace da dissiparsi dopo pochi istanti.

Spesso mi convinco che l'unica via di fuga da questo pantano sia "farsene una ragione", ma, essendo costretto a vivere in una società così egoista e meschina, la trovo davvero impraticabile.

Vi ringrazio moltissimo per l'attenzione.

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