21 MAG 2026
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Buongiorno, grazie per come lo racconti: si sente che non stai facendo “dramma”, stai cercando aria. E quello che ti sta succedendo ha una logica precisa: sei in una fase in cui hai già pagato un prezzo alto (una laurea faticosa, un tirocinio traumatico, una storia familiare violenta alle spalle, la necessità di appoggiarti economicamente), e adesso la tua mente sta provando a tirare una conclusione netta per smettere di soffrire: “ho sprecato tempo, ho sbagliato tutto, non troverò lavoro, sono un peso”. Il problema è che la conclusione netta non è vera, è solo un modo rapido di dare un nome alla paura.
Il tirocinio in studio legale, se lo hai vissuto come traumatico, può lasciare un’impronta forte: non è solo “non mi piace fare l’avvocato”, è “quel mondo mi attiva ansia e senso di schiacciamento”. E quando una persona è già in cura farmacologica per ansia generalizzata, un contesto così può essere il punto in cui si rompe l’idea romantica dello studio e resta solo l’esaurimento. Questo non significa che giurisprudenza sia stata una scelta “sbagliata”. Significa che quella strada professionale specifica (lo studio legale) non è compatibile con te, con i tuoi limiti e con il tuo modo di stare al mondo in questo periodo. E non è un fallimento: è un’informazione.
La paura più grande che sento nelle tue parole è la paura di restare senza autonomia economica. E capisco benissimo anche il fastidio verso la dipendenza da tua madre: quando vieni da una famiglia violenta, dipendere riattiva un senso di impotenza e di vergogna che non ha niente a che fare con la tua intelligenza o con la tua volontà. Ti sembra di tornare “piccola”, ed è per questo che ti senti una merda. Ma la verità è che tu ti stai muovendo dentro condizioni oggettivamente difficili: Sud Italia, offerte in nero, poche opportunità, ansia, e una laurea che non vuoi spendere nel modo “tradizionale”. Non è che sei pigra: sei stanca e iperallertata.
Quando dici “a me va bene qualsiasi lavoro” e “mi basterebbe anche seguire il mio compagno in Europa e fare manovalanza”, io ci leggo due cose insieme: una grande disponibilità a non idealizzare, ma anche il desiderio profondo di smettere di sentirti sotto esame. Come se tu dicessi: “pur di non soffrire più, faccio qualsiasi cosa”. È umano. Ma attenzione: questa frase è spesso il segnale che la tua ansia sta guidando la scelta più che i tuoi valori. E tu meriti una vita in cui lavori, sì, ma senza cancellarti.
Sul tema “ho perso tempo e soldi”: è una lettura comprensibile ma non accurata. La laurea non è solo un titolo, è un set di competenze trasferibili: capacità di leggere, analizzare, scrivere, sostenere un ragionamento, gestire documenti e complessità. Che tu non voglia fare l’avvocato non significa che non possa lavorare grazie a quella struttura mentale. E spesso, quando uno è esausto, non vede alternative perché la mente fa zoom su una sola immagine: toga, studio, cause. Invece esistono molti modi di essere “una persona di giurisprudenza” senza fare la vita dello studio legale che ti ha traumatizzata.
Capisco anche l’urgenza: “voglio lavorare anche se mi mancano gli ultimi esami”. Qui la cosa delicata è non trasformare l’ultimo tratto in una montagna impossibile. Perché a volte, proprio quando mancano pochi esami, la mente va in blocco: non per incapacità, ma perché sente che quel traguardo chiude un capitolo e tu sei già carica di paura sul futuro. È come se finire significasse “poi devo affrontare il mondo”, e il corpo si irrigidisce. Non è mancanza di volontà: è difesa.
Mi sembra che la domanda di fondo sia: “come faccio a costruire autonomia senza perdermi?”. E qui, più che scegliere subito la risposta perfetta, io ti inviterei a riconoscerti una cosa: stai già facendo una cosa importante, cioè stai dicendo la verità su ciò che non vuoi più (lo studio legale, il lavoro in nero, la dipendenza, la paura). Non è poco. E anche il fatto che tu abbia uno psichiatra di cui ti fidi e che “stai generalmente meglio” è un fattore protettivo enorme: significa che non sei in balìa totale del caos.
Se vuoi, puoi pensare a questo momento non come “sono rimasta indietro”, ma come “sto cambiando rotta”. Cambiare rotta non è sprecare; è correggere una traiettoria alla luce di quello che hai imparato su di te. E se oggi l’obiettivo è lavorare e smettere di dipendere, può essere un obiettivo legittimo anche prima di avere tutto “perfetto”. L’importante è che tu non prenda decisioni punitive verso di te (tipo “faccio manovalanza perché non valgo altro”), ma decisioni di protezione e dignità.
Se riesci, porta queste stesse parole anche allo psichiatra che ti segue: non tanto per parlare di farmaci, ma per nominare la paura che ti sta tenendo stretta e che ti fa odiare lo studio. Quando la paura viene messa in parole, perde un po’ del suo potere.
Un caro saluto