Help...Parere di un altro psicologo

Inviata da Maria il 25 dic 2016 2 Risposte  · Psicologia risorse umane e lavoro

Buongiorno a tutti,
Mi chiamo Rossella, ho 32 anni e sono in terapia da 2 anni e mezzo. Ho scelto di mia iniziativa di rivolgermi ad un professionista che potesse aiutarmi a risolvere i miei problemi sul lavoro. Vi assicuro che in questo la piscologa che ho scelto (in maniera tra l'altro del tutto casuale) è stata veramente brava ed è riuscita in pochi mesi a far sparire quel senso di rabbia e di impotenza che mi opprimeva sul lavoro e che, in molti casi, mi portava ad atteggiamenti che finivano solo per danneggiarmi. Ovviamente, ma credo che questo sia scontato per voi, una volta risolto quello che era il problema più urgente (vi assicuro che rischiavo seriamente di perdere il lavoro o di auto-licenziarmi durante i miei scatti di rabbia) siamo passati alla vera origine del mio problema. Abbiamo lavorato veramente tanto e ho preso, nel corso delle varie sedute, consapevolezza di cose a cui non avevo mai fatto attenzione ma che, ovviamente, si sono stratificate. Nel corso del tempo sono diventata una persona dura e severa, prima di tutto con sé stessa ma anche con gli altri, incapace di perdonare anche il minimo errore, una persona esigente nei rapporti umani, ma anche capace di dare tutta sé stessa a poche ed elette persone. È come se avessi due modalità: o tutto o niente. Il fulcro della mia vita è il lavoro, oltra a quello non svolgo altre attività e tutte i miei sogni o le mie aspettative per il futuro ruotano attorno al lavoro (forse l'unica cosa che amo veramente ormai). Sono consapevole che questo mio modo di essere sia il risultato di un processo, che mi ha portata ad indossare una corazza quasi impenetrabile. Tanto che forse neanche la mia psicologa riesce a raggiungere quello che sono veramente. Ho l'impressione, a volte, che anche lei non riesca a "vedermi". E questa è una sensazione che mi porto dietro dall'infanzia, da quando ero la bambina che è sempre stata grande per i giochi, per le coccole o per qualsiasi attenzione; da quando ero la bambina troppo grande per festeggiare un compleanno o per ricevere un regalo. Il problema è che io di queste cose con la mia psicologa non riesco a parlarne perché c'è una cosa che mi blocca. La mia psicologa somiglia a mia madre (..tranquilli non ho le allucinazioni, hanno la stessa età, lo stesso taglio di capelli e lo stesso colore, la stessa corporatura e figli della stessa identica età..fate voi..). Questa cosa è venuta fuori, per me, recentemente, nel senso che prima non lo avevo mai notato. E mi blocca, nel senso che faccio scena muta o, tante volte (anche se me ne rendo conto solo a posteriori) mi capita di avere atteggiamente accondiscendenti (esatto, la brava bambina…in cerca di attenzioni). Sta cercando di aiutarmi, e vedo e apprezzo il suo impegno. Gliene ho parlato tempo fa e mi propose di provare a chiedere un parere ad un suo collega maschio, ovviamente in maniera congiunta. Il mio fu un rifiuto immediato. È sempre difficile cominciare un rapporto del genere (e voi lo sapete bene) e non mi sentivo, in quel momento, la forza emotiva per farlo oltre al fatto che, forse, avevo paura di perderla. Gli ultimi due anni sono stati veramente pesanti, sotto vari aspetti, e lei c'è sempre stata ed è stata l'unica a credere in me quando nessuno sembrava più crederci (io per prima). Le devo molto, e avrà sempre la mia riconoscenza. Quella proposta mi spaventò al punto da farmi interrompere la seduta e scappare via. Per i due mesi successivi non ci siamo viste anche perché sono stata all'estero per lavoro. Ma c'è stata, ci siamo sentite molto spesso e al rientro in Italia la prima cosa che ho fatto è stata proprio andare in terapia. In questo periodo però mi sono sempre chiesta se non avesse ragione. Magari il parere di una persona che non mi ricordi mia madre, che sia esperta in questo genere di situazioni potrebbe essere utile. Quello che non voglio è, però, sostituirla. Sarei tentata di chiedere una seduta per avere un parere e poi valutare tutti insieme il da farsi. Cosa ne pensate? Vi ringrazio in anticipo.

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Cara Maria, dal momento che è stata proprio la tua psicologa a proportelo, te la sentiresti di parlare con lei dei tuoi dubbi e timori rispetto a rivolgersi a uno psicologo? Ed anche degli aspetti che vedi tu e vede lei come possibilità rispetto a questa alternativa?
Forse sarebbe un modo per aggirare l'ostacolo senza perderci troppo, che ne pensi?
Un caro saluto, Cecilia

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Cara Rossella, inevitabilmente il terapeuta uomo o donna che sia, ci rimanda al rapporto con i nostri genitori. Dubito che il cambiare il sesso del terapeuta ti possa essere di aiuto. Si attiveranno, probabilmente altri tipi di meccanismi, legati al vissuto con i tuoi genitori. Lo so è difficile, esprimere certe emozioni, vissuti talmente incistati in noi, al suo terapeuta anche se questa le è stata molto d'aiuto. Però credo che sia questa la chiava di volta, la porta d'accesso. Forse attraverso la figura della sua terapeuta che tanto le ricorda sua madre, può andare dapprima a risignificare il rapporto con sua madre, a ricontestualizzare e attribuire un nuovo senso, più complesso, a certi vissuti ed esperienze che da tempo vivono in lei. Le auguro che possa uscire da questo stato di impasse terapeutico. Un caloroso saluto. Dott.ssa T. Capr'

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4 GEN 2017

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