Gli psicologi sono stati a loro volta pazienti?

Inviata da Valentina · 27 dic 2018

Gentili dottori,
sono una ragazza di 21 anni e sono al terzo anno di Psicologia.
La Psicologia mi ha sempre affascinata e al momento della scelta della facoltà universitaria non ho avuto alcun tipo di dubbio sul percorso che avrei voluto intraprendere; ho però avuto tantissime perplessità riguardo alla mia personale predisposizione all'esercizio (futuro) della professione.
Mi rendo conto che sono soltanto all'inizio di questo percorso e che interrogarmi adesso significa anticipare problemi che eventualmente si presenteranno in un secondo momento, ma non voglio investire tempo ed energie dietro qualcosa che mi è precluso in partenza.
Purtroppo, nonostante la mia giovane età, credo di avere un trascorso denso di avvenimenti che mi hanno fatto perdere gran parte della spensieratezza tipica dei miei anni e che mi hanno "appesantita" tanto psicologicamente.
Ad oggi credo proprio di non avere quell'equilibrio psichico che mi consentirebbe di mettere le mie energie a disposizione di qualcun altro e non so se mai ne sarò in grado.
La cosa che più mi preme sottolineare è che convivo da sempre con una perenne ansia che mi accompagna in tutte le situazioni sociali che mi vedono protagonista, provo imbarazzo a fare cose banalissime: fare una telefonata, salutare qualcuno per strada, parlare con qualcuno che non conosco, partecipare ad una festa e tanto altro. La mia vita è condizionata in tutte le sue parti da questa vergogna invalidante e di conseguenza di certo non potrei mai interfacciarmi con tante persone diverse che richiedono da me aiuto e sostegno psicologico. Sono impacciata e goffa e se anche completassi tutti gli studi probabilmente mi vedrei sempre e comunque nella veste del cliente, più che in quella del professionista. Tra l'altro le persone che mi circondano sembrano credere poco in me... E in fondo so che quando mi dicono di lasciar perdere tutto forse non sbagliano...
La domanda che mi sento di rivolgervi è pertanto questa: se iniziassi un percorso di terapia personale ci sarebbe una concreta possibilità di superare completamente le mie difficoltà, tanto da poter fare ciò che da sempre sogno di fare, o al contrario dovrei considerarmi "non tagliata" per questo mestiere?
Freud scriveva "Lo psicoterapeuta deve essere sufficientemente sano, ed essere stato in odore di malattia, tanto da comprendere quella dell'altro, in particolare la malattia di vivere."... Secondo voi aveva ragione? Le nostre debolezze (una volta affrontate) possono diventare punti di forza da cui partire e mediante cui comprendere empaticamente la sofferenza dell' altro? Avete esperienze in proposito?
Ringrazio anticipatamente chiunque vorrà rispondere.

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Miglior risposta 30 DIC 2018

Buongiorno Valentina,

Complimenti per la scelta del percorso, all'inizio può risultare molto difficile poi piano piano le soddisfazioni arriveranno. Nella nostra professione, a mio avviso, la terapia personale è fondamentale, comprendere noi stessi è la base per aiutare gli altri. Altrimenti in alcune situazioni ambigue non saremmo oggettivi. Le nostre debolezze devono essere comprese ed approfondite prima/ mentre esercitiamo la professione.
Se vuole mi può scrivere, cercherò di aiutarti
Cordiali saluti
Dott.ssa Alice Noseda

Dott.ssa Alice Noseda Psicologo a Lecco

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31 DIC 2018

Buonasera Valentina, le domande che ci pone non possono avere le risposte certe di cui sente di aver bisogno, almeno in questo momento. Rispetto alle sue difficoltà, sicuramente la invito a contattare un collega ed iniziare un percorso. Ma questo, principalmente, per stare meglio lei e non per capire se sia tagliata a fare questo mestiere. Ci sono scuole (parlo della specializzazione quadriennale post laurea specialistica) di psicoterapia che obbligano i discenti a fare una terapia personale, altre che la consigliano fortemente (ma buon senso, etica e deontologia vogliono che sia da fare assolutamente un percorso personale). Questo anche per i motivi accennati da Freud ma, a mio parere, soprattutto per comprendere meglio la propria coerenza emotiva, quali siano i vincoli di funzionamento, le nostre forze e debolezze, etc., di modo da prepararci, meglio che si può, a questo tipo di lavoro. Credo che sia troppo presto per darsi risposte a queste domande ma credo, altresi', che già farsele la metta ad un punto di autoriflessione buono e che non è scontato che se le siano fatte tutti ma proprio tutti coloro che, in seguito, sono diventati psicoterapeuti. In questo senso, le dico di lasciarsi un margine di scoperta anche per dopo (cioè quando finirà gli studi ed inizierà a lavorare). Personalmente, a circa 20 anni dalla laurea, ancora mi capitano pazienti che mi fanno venire il dubbio sia sulle mie capacità che se abbia fatto bene a scegliere questa strada. Per fortuna, poi, ci sono terapie il cui progresso mi rassicura. Per finire con una banalità ma molto vera: il dubbio (quello sano, esplorativo e non quello rimuginativo) ci permette di far evolvere il nostro sistema emotivo, mentre le certezze (troppe) tendono ad appiattirci. Mi scuso per la lunghezza,
buona fortuna,
dott. Massimo Bedetti
Psicologo/Psicoterapeuta
Costruttivista-Postrazionalista Roma

Dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta Psicologo a Roma

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