Giocatore cronico e miei disagi

Inviata da mariapia · 25 giu 2018 Ludopatia

Ho una relazione che dura da 22 anni con questa persona che quando ho conosciuto era nel pieno della sua patologia. In tutti i modi ho cercato di aiutarlo a smettere, trovando parecchie difficoltà. Lui, in parte consapevole del suo problema, ha cercato da solo, e lui dice anche grazie a me, di limitarsi nella malattia. All'inizio era un disperato pieno di debiti, ossessionato dal gioco.
10 anni fa, quando è mancata mia mamma ero troppo fragile per non commettere l'errore di permettergli di venire ad abitare con me. Ovviamente mi facevo promettere che avrebbe smesso definitivamente, mi sono sempre documentata molto sulla personalità contorta di queste persone, su cosa cercare di fare e di non fare, sul fatto che hanno problemi di autostima, di vuoto interiore, e di famiglia "disturbata" alle spalle.
Abbiamo fatto tanti discorsi che speravo fossero costruttivi per lui. Si è confidato, sembra aver capito, ma non ha mai smesso di giocare. Per arginare il rischio di finire il suo stipendio al 15 del mese, ha scelto di darlo in parte da gestire a me, che lo uso, documentando tutto, anche per pagare le bollette e le varie spese di casa, che si dividono al 50%, anche se lui quadagna il triplo di me. Cercapoi di gestire ciò che decide di tenere per sé, ma ovviamente non riesce e quindi gli do 100 euro alla settimana di ciò che gli metto da parte. Lui così sembra contento. Si arriva a fine mese e si mette qualche soldino da parte. Ovviamente poco.
Così però non guarirà mai del tutto e a 55 anni è comunque una persona che non sa autogestirsi.
Se lo invito a riflettere su questo e sul fatto che comunque continua a buttare un sacco di soldi, che potrebbero invece servire per noi e per il suo/nostro futuro, mi aggredisce e sembra perdere la ragione. Non sembra più lui. Caratterialmente è contorto, lunatico, a volte prepotente e poco responsabile. In più da poco ha deciso di non versare più una piccola quota mensile per la pensione integrativa. Quindi non sotto impulso tipico dei giocatori, ma sotto lucida decisione?

Sono arrivata ad un punto che non so più cosa è giusto fare. Che non capisco se è furbo, se i suoi atteggiamenti sono ancora frutto della sua malattia, perché mette un limite consapevole al benessere familiare. Ossia: preferisce tenere anche parecchi soldi per sé, che poi ovviamente gioca, piuttosto che metterli al sicuro. Io ci soffro e mi sembra un rapporto squilibrato. Lui non frequenta mai amici, è sempre con me e non esce da solo se non per andare al lavoro. Quindi non mi trascura, ma questo suo ostinarsi a non voler smettere definitivamente, mi fa soffrire e penso: se non smetti ( cosa che sa mi riempirebbe di gioia), non mi vuoi bene. Quando invece capisco che si sforza di guarire, gli dimostro che addirittura mi commuovo dalla felicità.
Ho dato tanto per il suo recupero, e lui lo ammette e dice anche di provare dei sensi di colpa quando ha delle ricadute e di pentirsene. Dice che in lui c'è un'altra persona "brutta" che a volte ha la meglio.

Perché alla luce di queste sue consapevolezze decide in modo premeditato di tenersi una buona fetta di stipendio più altri soldi che prende di provvigioni di cui conosce solo lui l'importo? Devo accontentarmi? Non riesco a darmi pace e in un certo senso a perdonarlo. Sono spesso triste e di cattivo umore a causa sua.
Come posso gestire queste mie ansie? Il fatto è che non posso parlarne con lui perché si rischia di litigare.....pesantemente.
Grazie in anticipo per il vostro aiuto.
Anna

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Miglior risposta 26 GIU 2018

Gentile Anna buongiorno,
il problema detto GAP, gioco d'azzardo patologico, è ad oggi considerato una vera e propria dipendenza, tanto che le persone che ne sono affette vengono prese in carico dal Ser.D (Servizio per le dipendenze). Spesso questo disturbo è causa di grandi difficoltà nella coppia e nella famiglia esattamente per le ragioni che lei ha lucidamente espresso. Volendo mantenere il rapporto intatto, lo dico perché lei non fa cenno ad altre possibilità nella mail, le possibilità sono varie e lei può anche intraprendere un percorso individuale con un/una psicologo/a, però le soluzioni più efficaci sono sempre quelle di coppia: rivolgetevi al Ser.D, all'Unità di Psicologia dell'azienda sanitaria, al consultorio, e/o a gruppi di auto-mutuo aiuto.
Cordiali saluti,

Dott. Paolo Zandomeneghi

Dott. Paolo Zandomeneghi Psicologo a Rovereto

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