Sono una donna adulta di 47 anni cresciuta in una famiglia disfunzionale con entrambi i genitori alcolisti. Mio padre ha deciso di cambiare più di 20 anni fa e smettere di bere mia mamma invece a 65 anni continua ad avere ricadute e soffre di una grave depressione alcuni giorni fa ha tentato il suicidio ed è finita in pronto soccorso dopo un abuso eccessivo di alcool e psicofarmaci ora seguita in day hospital dal sert . Continua a ribadire che è così perché non vuole vivere con mio padre ma nonostante i vari aiuti e’ sempre rimasta con lui perché può fare ciò’ che le pare anzi lui corre sempre a salvarla ed aiutarla forse anche per controllarla. Negli anni ho provato ad aiutarla più volte fin da bambina ma ha sempre riversato rabbia e invidia nei miei confronti per la vita che sono riuscita a crearmi. Sento l’esigenza di allontanarmi definitivamente ma sono tormentata dalla pena nei suoi confronti e dal senso di colpa per non saperla aiutare e finalmente gioire di una vita migliore. Ho fatto psicoterapia in passato ed ho paura di cadere nuovamente nel tormento per lei
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11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 11 persone
Gentile utente, la ringrazio per la precisione con cui ha scritto. È una precisione che non va data per scontata, perché presuppone anni di lavoro interiore, compresa la psicoterapia che ha fatto, per poter nominare le cose in questo modo.
C'è una figura che abita il suo racconto e che vorrei guardare con lei. Una bambina che prova ad aiutare la propria madre. Questa bambina è ancora presente, intatta, operante nella donna di quarantasette anni che scrive qui oggi. Non è un ricordo. È una posizione che si riattiva ogni volta che sua madre cade, e sua madre cade ciclicamente, da decenni. La bambina accorre. La donna sa che è inutile. Ma la bambina accorre lo stesso, e la donna non riesce a fermarla, perché fermarla significherebbe accettare qualcosa che nessun figlio accetta senza un travaglio enorme: che la propria madre non è salvabile dalle proprie mani.
Suo padre ha smesso di bere vent'anni fa. Sua madre no. Questo dato va preso nella sua asciuttezza, senza addolcirlo. Due persone nella stessa condizione, nello stesso ambiente: una ha compiuto un movimento, l'altra no. Sua madre è rimasta dove stava, e non per mancanza di aiuto - lei stessa ha tentato ripetutamente, i servizi la seguono, il marito la soccorre - ma perché qualcosa in lei non acconsente alla guarigione. Questo è difficile da pensare, ma è necessario. Sua madre dice di non voler vivere con suo padre, ma resta. Potrebbe andarsene, ma resta. Può fare ciò che le pare, e ciò che le pare è restare lì, bere, cadere, essere salvata, e poi ricominciare. Non è inerzia. È una scelta, anche se non è una scelta lucida, anche se è una scelta governata dalla malattia. Resta il fatto che nessuno, dall'esterno, può compiere una scelta al posto di un altro essere umano. Nemmeno una figlia che ci prova da quarant'anni. Lei scrive che sua madre ha sempre riversato su di lei rabbia e invidia per la vita che è riuscita a costruirsi. Questa frase va letta con attenzione. Sua madre non tollera che lei sia riuscita là dove lei ha fallito. La sua salute, la sua autonomia, la sua vita funzionante sono per sua madre uno specchio insostenibile, e la rabbia che ne deriva è il modo in cui sua madre respinge quello specchio. Questo significa che ogni volta che lei tenta di aiutarla, le si presenta non come una figlia amorevole ma come la testimonianza vivente del proprio fallimento. L'aiuto non viene ricevuto come aiuto. Viene ricevuto come affronto. È per questo che non funziona e non ha mai funzionato.
Il senso di colpa che lei avverte all'idea di allontanarsi è la traccia più fedele di quella bambina che accorreva. Quella bambina ha creduto, come credono tutti i figli di genitori in caduta, che fosse compito suo tenere in piedi ciò che crollava. Ha creduto che il proprio amore, se sufficientemente tenace, avrebbe potuto fare la differenza. Non l'ha fatta. Non perché quell'amore fosse insufficiente, ma perché non era quello il tipo di forza di cui sua madre aveva bisogno, ammesso che sua madre avesse e abbia la disposizione ad accogliere qualsiasi forza. Allontanarsi non è abbandono. È il riconoscimento di un limite che non le appartiene. E la pena che prova non scomparirà con la distanza, perché non è una reazione alla vicinanza fisica: è il legame stesso che parla, ed è giusto che parli. Ma può imparare - e qui un ritorno in terapia sarebbe a mio avviso indicato - a portare quella pena senza che le costi la propria vita, che è ciò che rischia di accadere ogni volta che il tormento per sua madre diventa il centro intorno al quale tutto il resto si dispone.
Lei ha costruito una vita. Sua madre non lo sopporta. Questo è triste, ed è vero. Ma quella vita è sua, e non deve essere restituita per colpa. Un caro saluto,
20 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Salve,
la situazione che vive e che ha vissuto non è stata sicuramente di facile gestione.
Riprendere delle sedute anche a stampo cognitivo-comportamentale potrebbe aiutarla nel tirare fuori le risorse necessarie per affrontare tutto, avendo anche un certo distacco emotivo, evitando di sentirsi in colpa e continuando a fare la sua vita.
Visiti il mio profilo e se vuole possiamo fare una chiamata conoscitiva.
Saluti
Dott. . Giuseppe Romano
18 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Gentile Bob,
mi dispiace molto leggere e cogliere dalle sue parole un dolore così profondo e così antico nella sua vita.
Comprendo la sua paura di "cadere nuovamente nel tormento per lei" poichè, da ciò che narra, lei ha vissuto un "role reverse", ossia un inversione nel ruolo genitore/bambino.
Per cui, a causa della dipendenza da alcool dei suoi genitori, ha dovuto supportare e sostenere sua madre come se fosse lei il genitore/caregiver.
Immagino la fatica in tutti questi anni e capisco perfettamente la sua esigenza di allontanarsi anche perchè, la dipendenza da alcool è molto frustrante per i familiari, essendo invasiva e di difficile risoluzione per coloro che ne sofforno.
Perciò i familliari, in molti casi, diventano spettatori impotenti e sofforno proprio perchè non sanno come aiutare i loro cari.
Detto ciò, a partire dalla mi aesperienza clinica, le posso consigliare di provare a inserire sua madre in gurppo di autoaiuto presso alcolisti anominmi della sua zona e parallelamente occuparsi di Bob, ossia prendersi cura di se stessa, magari riprendendo un percorso di psicoterpia individuale che la aiuti a mantenere la giusta distanza/vincinanza rispetto a sua madre e alle sue dificoltà.
Le auguro il meglio!
17 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno, la sua paura è comprensibile, immagino non sia stato facile vivere così. La cosa soprattutto molto difficile da accettare è che non possiamo salvare chi non vuole essere salvato quindi lei può fare quello che riesce e vuole seguendo tuttavia i suoi confini, altrimenti rischia di finire nuovamente nel tormento per lei.
14 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Gentile Bob,
si sente quanto questa situazione la stia mettendo in una posizione molto dolorosa. Crescere accanto a un genitore con una dipendenza spesso porta i figli, fin da piccoli, a sentirsi responsabili di salvarlo o di tenerlo in piedi.
Il senso di colpa che prova è comprensibile, ma è importante ricordare che la vita e le scelte di sua madre non sono nelle sue mani. Lei ha già fatto molto nel corso degli anni, e il desiderio di proteggere anche se stessa non è egoismo, ma un bisogno legittimo.
A volte prendersi una distanza emotiva serve proprio per non essere risucchiati di nuovo in dinamiche che fanno soffrire. Continuare ad avere uno spazio di ascolto per sé può aiutarla a custodire ciò che con fatica è riuscita a costruire nella sua vita.
Un caro saluto,
Dott. Lo Verde Marcello
Psicologo
Ricevo anche Online
14 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 7 persone
Cara Bob,
le tue parole toccano corde profondamente dolorose e comuni a chi è cresciuto in quella che chiamo "l'ombra dei giganti fragili". A 47 anni, porti addosso il peso di una bambina che ha dovuto fare da "genitore ai propri genitori", un ruolo che non ti spettava e che oggi si manifesta sotto forma di quel tormento e di quel senso di colpa che descrivi così bene.
Come professionista che si occupa da trent'anni di Costellazioni Familiari e di scioglimento di patti di fedeltà invisibili, vorrei offrirti alcuni spunti per guardare a questa situazione con una lente diversa, che possa aiutarti a proteggere la tua vitalità:
Il "Soccorritore" e il "Salvato": La dinamica tra i tuoi genitori è quello che definiamo un incastro simbiotico. Tuo padre che "corre a salvarla" e lei che resta per poter continuare nel suo schema sono due facce della stessa medaglia. In questo gioco a due, il tuo tentativo di inserirti come salvatrice è destinato a fallire, non per tua mancanza di capacità, ma perché quell'equilibrio (seppur disfunzionale) serve a loro due.
L'invidia e la rabbia di tua madre: È terribile sentire che un genitore prova invidia per i successi di un figlio. Ma questa invidia non riguarda te: riguarda la tua luce che proietta un'ombra troppo forte sulla sua oscurità. Tua madre, nella sua sofferenza, vede in te ciò che lei non è riuscita a essere, e la sua rabbia è una difesa contro il proprio senso di fallimento.
La Pena non è Amore: La "pena" che senti è un sentimento che ci mette in una posizione di superiorità rispetto all'altro, ma al tempo stesso ci incatena. Il senso di colpa è il segnale di un "patto di lealtà": senti che non hai il diritto di essere felice se lei soffre. Ma la tua felicità è l'unico modo che hai per onorare la vita che ti è stata data, nonostante tutto.
Cosa puoi fare per non cadere nuovamente nel tormento?
Restituisci il destino: Immagina di dire a tua madre: "Cara mamma, riconosco il tuo dolore e il tuo destino, ma lo lascio a te. È troppo pesante per me e non ho il potere di cambiarti". Questo non è disinteresse, è rispetto per la sua dignità di adulta, anche se malata.
Metti un confine per amore di te stessa: L'allontanamento definitivo può essere un atto di estremo amore verso la "bambina interna" che hai il dovere di proteggere ora. Se stare vicina a tua madre significa distruggere la tua gioia, il prezzo è troppo alto.
Lavora sulla "corazza" emotiva: Il Sert e il Day Hospital si stanno occupando di lei. Tu ora devi occuparti di te. Hai già fatto psicoterapia e hai gli strumenti per riconoscere quando il "gorgo" della colpa cerca di trascinarti giù. Utilizza tecniche di Dinamica Mentale o rilassamento profondo per tornare al tuo centro ogni volta che senti il tormento risalire.
Bob, a 47 anni hai il pieno diritto di "gioire di una vita migliore" senza dover chiedere il permesso a nessuno, tanto meno a una madre che ha scelto di restare nel suo inferno. La tua guarigione inizia quando smetti di cercare di salvare chi non vuole essere salvato e inizi a salvare te stessa.
13 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 7 persone
Cara Bob,
le tue parole toccano corde profondamente dolorose e comuni a chi è cresciuto in quella che chiamiamo "l'ombra dei giganti fragili". A 47 anni, porti addosso il peso di una bambina che ha dovuto fare da "genitore ai propri genitori", un ruolo che non ti spettava e che oggi si manifesta sotto forma di quel tormento e di quel senso di colpa che descrivi così bene.
Come professionista che si occupa da trent'anni di Costellazioni Familiari e di scioglimento di patti di fedeltà invisibili, vorrei offrirti alcuni spunti per guardare a questa situazione con una lente diversa, che possa aiutarti a proteggere la tua vitalità:
Il "Soccorritore" e il "Salvato": La dinamica tra i tuoi genitori è quello che definiamo un incastro simbiotico. Tuo padre che "corre a salvarla" e lei che resta per poter continuare nel suo schema sono due facce della stessa medaglia. In questo gioco a due, il tuo tentativo di inserirti come salvatrice è destinato a fallire, non per tua mancanza di capacità, ma perché quell'equilibrio (seppur disfunzionale) serve a loro due.
L'invidia e la rabbia di tua madre: È terribile sentire che un genitore prova invidia per i successi di un figlio. Ma questa invidia non riguarda te: riguarda la tua luce che proietta un'ombra troppo forte sulla sua oscurità. Tua madre, nella sua sofferenza, vede in te ciò che lei non è riuscita a essere, e la sua rabbia è una difesa contro il proprio senso di fallimento.
La Pena non è Amore: La "pena" che senti è un sentimento che ci mette in una posizione di superiorità rispetto all'altro, ma al tempo stesso ci incatena. Il senso di colpa è il segnale di un "patto di lealtà": senti che non hai il diritto di essere felice se lei soffre. Ma la tua felicità è l'unico modo che hai per onorare la vita che ti è stata data, nonostante tutto.
Cosa puoi fare per non cadere nuovamente nel tormento?
Restituisci il destino: Immagina di dire a tua madre: "Cara mamma, riconosco il tuo dolore e il tuo destino, ma lo lascio a te. È troppo pesante per me e non ho il potere di cambiarti". Questo non è disinteresse, è rispetto per la sua dignità di adulta, anche se malata.
Metti un confine per amore di te stessa: L'allontanamento definitivo può essere un atto di estremo amore verso la "bambina interna" che hai il dovere di proteggere ora. Se stare vicina a tua madre significa distruggere la tua gioia, il prezzo è troppo alto.
Lavora sulla "corazza" emotiva: Il Sert e il Day Hospital si stanno occupando di lei. Tu ora devi occuparti di te. Hai già fatto psicoterapia e hai gli strumenti per riconoscere quando il "gorgo" della colpa cerca di trascinarti giù. Utilizza tecniche di Dinamica Mentale o rilassamento profondo per tornare al tuo centro ogni volta che senti il tormento risalire.
Bob, a 47 anni hai il pieno diritto di "gioire di una vita migliore" senza dover chiedere il permesso a nessuno, tanto meno a una madre che ha scelto di restare nel suo inferno. La tua guarigione inizia quando smetti di cercare di salvare chi non vuole essere salvato e inizi a salvare te stessa.
13 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Gentilissima Bob, grazie per la condivisione. Credo che, date le fatiche che ancora stai vivendo a causa delle dinamiche disfunzionali con i tuoi genitori, riprendere un percorso di terapia potrebbe aiutarti e sostenerti in questo momento complesso.
Resto a disposizione! Cordiali saluti
AV
12 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno,
quello che racconti è il vissuto di molte persone cresciute in famiglie con dipendenza da alcol: fin da piccola ti sei trovata, in qualche modo, nel ruolo di chi prova a contenere, aiutare o “salvare” il genitore. Questo tipo di esperienza spesso porta i figli a sviluppare un forte senso di responsabilità emotiva verso il genitore in difficoltà, anche quando da adulti capiscono razionalmente che non è qualcosa che possono davvero controllare.
Nel tuo caso hai provato più volte ad aiutare tua madre, in diversi momenti della vita, ma il cambiamento nelle dipendenze può avvenire solo se la persona lo desidera e lo sostiene attivamente nel tempo. Nessun figlio, per quanto affezionato o disponibile, può sostituirsi a questa scelta. Il fatto che ora sia seguita dai servizi è un elemento importante, perché significa che esiste una rete di cura che non dipende più da te.
Il conflitto che senti, tra il bisogno di proteggerti e il senso di colpa nel prendere distanza, è molto comprensibile. Spesso chi cresce in queste famiglie interiorizza l’idea di dover “restare” o “fare di più”, anche quando questo comporta un grande costo emotivo. In realtà prendersi distanza non significa abbandonare qualcuno, ma riconoscere i propri limiti e il diritto a tutelare il proprio equilibrio.
Dal tuo racconto emerge anche un altro aspetto importante: non solo la dipendenza di tua madre, ma una relazione in cui nel tempo ti sei sentita anche destinataria di rabbia e svalutazione. In queste situazioni il confine personale diventa fondamentale. A volte il gesto più sano non è continuare a tentare di cambiare l’altro, ma permettersi di vivere la propria vita senza restare intrappolati nel ciclo della crisi e del salvataggio.
Il fatto che tu abbia già fatto psicoterapia e stia riconoscendo questi meccanismi è un segnale di grande consapevolezza. Se senti riemergere il timore di essere risucchiata nuovamente in questo tormento, potrebbe essere utile riaprire uno spazio di supporto proprio per lavorare sul senso di colpa e sui confini emotivi. Non perché tu stia “tornando indietro”, ma perché stai affrontando una fase molto delicata.
Il desiderio di poter finalmente vivere e gioire della vita che ti sei costruita non è egoismo: è una parte sana di te che chiede spazio. Prendersi cura di sé, in storie familiari come la tua, è spesso uno dei passaggi più difficili ma anche più necessari.
Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica
12 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buonasera, grazie per aver condiviso una storia così complessa e dolorosa. Crescere in una famiglia in cui l’alcol e la sofferenza emotiva occupano così tanto spazio spesso porta i figli, fin da molto piccoli, a sentirsi in qualche modo responsabili del benessere dei genitori o a provare a “salvarli”. È una posizione molto faticosa perché si impara presto a prendersi cura degli altri, ma molto meno a sentirsi autorizzati a prendersi cura di sé.
Dalle sue parole emerge proprio questo conflitto: da una parte la pena e l’affetto per sua madre, dall’altra il bisogno molto comprensibile di proteggere la vita che è riuscita a costruirsi con fatica. Quando questi due aspetti si scontrano, spesso compare un forte senso di colpa, come se allontanarsi significasse abbandonare l’altro.
In realtà può essere utile fare una distinzione importante: il desiderio di aiutare una persona a cui vogliamo bene è umano e comprensibile, ma non sempre abbiamo il potere di cambiare le scelte o la sofferenza di qualcun altro. Da quello che racconta, negli anni lei ha provato molte volte a esserci e ad aiutarla. Il fatto che sua madre continui a stare male non significa che lei abbia fallito, ma che ci sono dinamiche e fragilità che non dipendono da lei.
A volte, soprattutto per chi è cresciuto in contesti familiari difficili, il passo più complesso è proprio questo: riconoscere che prendersi una distanza emotiva può essere una forma di tutela necessaria, non un atto di egoismo. Proteggere il proprio equilibrio non significa smettere di provare compassione, ma riconoscere i limiti di ciò che possiamo fare per gli altri.
Il timore di tornare nel “tormento” che ha già vissuto è un segnale importante, perché indica che lei conosce bene quanto questa situazione possa coinvolgerla emotivamente. Se sente che questa fase la sta riattivando molto, potrebbe essere utile riaprire uno spazio di confronto con un professionista, non perché lei non abbia già fatto un lavoro su di sé, ma proprio per sostenere questo momento delicato e aiutarla a mantenere quei confini che sente necessari.
Se se la sente, potrebbe provare a chiedersi questo: quale forma di presenza nei confronti di sua madre le permetterebbe di restare umana e partecipe, senza però perdere la serenità e la vita che è riuscita a costruire?
A volte trovare questa misura possibile è il vero lavoro da fare.
12 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Buongiorno,
ho letto il suo scritto e anche diverse risposte di colleghi competenti che l’hanno già sollevata dalla responsabilità di poter cambiare con le sue forze il corso della vita di sua madre.
A conferma di quanto già scritto voglio aggiungere solo il testo di una preghiera, che molto probabilmente lei già conoscerà, e molto probabilmente conoscerà anche sua madre.
E’ la Preghiera della Serenità degli Alcolisti Anonimi:
"Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
coraggio di cambiare le cose che posso,
e saggezza per conoscere la differenza."
Accettare le cose che non si possono cambiare penso sia il punto più difficile sia per gli alcolisti che per i loro figli. E non solo per loro.
Ma e’ proprio qui che vale la pena di approfondire, sia con l’impegno personale ( condivisibile anche con altri figli di alcolisti.) che eventualmente con l’aiuto di uno psicoterapeuta.
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buonasera,
quello che descrive è una situazione molto dolorosa e, purtroppo, molto tipica per chi è cresciuto in una famiglia con dipendenza da alcol e forte instabilità emotiva. È importante partire da un punto fondamentale: lei da bambina ha dovuto assumere un ruolo che non spettava a una figlia, quello di provare a salvare, contenere o aggiustare un genitore. Questo spesso crea, anche nell’età adulta, un forte senso di responsabilità verso il genitore fragile, accompagnato da senso di colpa quando si sente il bisogno di prendere distanza.
La sofferenza di sua madre è reale e grave, ma non è nelle possibilità di una figlia guarire una dipendenza o una depressione. Anche i professionisti della salute mentale sanno che il cambiamento può avvenire solo quando la persona coinvolta lo desidera e lo sostiene nel tempo. Nel suo caso sua madre è seguita dai servizi (SERT e day hospital), quindi oggi la responsabilità della cura è giustamente nelle mani di professionisti, non sulle sue spalle.
Quello che lei sta vivendo è un conflitto interiore molto comune:
la parte empatica, che prova pena e desiderio di aiutare;
la parte che ha bisogno di proteggersi, perché per anni è stata ferita, caricata di rabbia e invidia.
Sentire il bisogno di allontanarsi non significa essere una cattiva figlia, ma può essere un tentativo sano di mettere dei confini psicologici che forse per tutta la vita non sono stati possibili. In molte storie familiari simili, la distanza emotiva o relazionale diventa una forma di tutela della propria salute mentale.
Il senso di colpa che sente spesso nasce da un meccanismo molto profondo: la convinzione di essere responsabili del benessere del genitore. Ma la responsabilità della vita di sua madre non è mai stata sua, neppure quando era bambina, anche se la situazione familiare l’ha portata a sentirsi così.
Un’altra cosa importante che emerge dal suo racconto è la paura di ricadere nel tormento emotivo che ha già vissuto. Questa è una consapevolezza preziosa: significa che oggi lei riconosce quanto questa dinamica la faccia soffrire. A volte tornare a fare qualche colloquio di supporto psicologico, anche solo temporaneamente, può essere utile proprio per proteggersi mentre si ridefiniscono i confini con la famiglia, non perché lei sia fragile, ma perché sta affrontando una situazione emotivamente molto complessa.
Provi a ricordare questo punto chiave: può provare compassione per sua madre senza sacrificare se stessa. Le due cose non sono incompatibili. La distanza non cancella l’affetto, ma può evitare che la sua vita continui a ruotare attorno alla sofferenza di qualcun altro.
Lei ha costruito una vita nonostante un’infanzia difficile: questo è un segno di grande forza e resilienza. Ha il diritto di viverla pienamente, senza sentirsi in colpa per qualcosa che non dipende da lei.
RESTO A DISPOSIZIONE
DOTT.SSA PSICOLOGA CLELIA DEVOTO
RICEVO ANCHE ONLINE
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Salve,
dalle sue parole emerge una storia familiare molto faticosa, che sembra averla messa fin da giovane in una posizione difficile: quella di cercare di prendersi cura di una madre fragile e imprevedibile, mentre allo stesso tempo doveva costruire la propria vita.
Quando si cresce in contesti segnati da dipendenze, depressione e crisi ricorrenti, spesso si sviluppa molto presto un forte senso di responsabilità verso il genitore in difficoltà. È comprensibile quindi che oggi, anche da adulta, il desiderio di proteggere se stessa entri in conflitto con il senso di colpa e con la pena che prova nei confronti di sua madre.
Allo stesso tempo, è importante ricordare che la sofferenza e le scelte di un genitore non possono essere sostenute interamente da un figlio, neppure quando il legame affettivo è molto forte. Prendersi una distanza per tutelare il proprio equilibrio non significa abbandonare o smettere di volere bene, ma riconoscere i propri limiti e il diritto a vivere una vita meno segnata da questo peso.
Il fatto che lei abbia già intrapreso in passato un percorso psicologico dimostra una grande consapevolezza e attenzione verso se stessa. In momenti delicati come questo può essere utile tornare ad avere uno spazio di ascolto e di elaborazione, proprio per non sentirsi sola nel gestire sentimenti così complessi come il senso di colpa, la rabbia e la compassione.
Se lo desidera, resto disponibile per offrirle uno spazio di confronto e di supporto su ciò che sta attraversando.
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 7 persone
Salve Bob,
Grazie per la condivisione!
Chi cresce in famiglie segnate da dipendenze e instabilità emotiva sviluppa spesso convinzioni dolorose come: “devo prendermi cura degli altri per essere una brava figlia” oppure “se mi allontano la abbandono”. Queste convinzioni nascono molto presto, quando il bambino cerca di dare senso al caos familiare assumendosi responsabilità che in realtà non gli competono.
Da ciò che racconta, lei ha provato per anni a salvare sua madre, probabilmente già da bambino. Questo ruolo di figlio-caregiver può creare un legame molto forte tra amore, senso di colpa e responsabilità.
Questo e’ un passaggio evolutivo importante consiste proprio nel verificare se è possibile vivere la propria vita senza distruggere o abbandonare l’altro. Il desiderio di prendere distanza non è crudeltà né menefreghismo: spesso è il tentativo di proteggere la propria stabilità emotiva.
La sofferenza di sua madre è reale, ma la sua guarigione non dipende da lei. Ora è seguita dal servizio per le dipendenze e da professionisti: questo è il luogo dove può ricevere l’aiuto adeguato.
Il senso di colpa che sente è comprensibile, ma spesso nasce dall’idea infantile di dover essere lei a riparare ciò che non funzionava nella sua famiglia. In realtà la responsabilità delle scelte di sua madre non è sulle sue spalle.
Allontanarsi può essere un modo per interrompere un ciclo di dolore che dura da molti anni. Paradossalmente, quando i confini diventano più chiari, anche la relazione può diventare meno distruttiva.
Se teme di ricadere nel tormento emotivo, può essere utile riprendere un sostegno psicologico, non perché lei stia sbagliando, ma per avere uno spazio in cui elaborare questi sentimenti complessi.
Proteggere la propria vita e la propria serenità non significa smettere di amare sua madre. Significa riconoscere che può volerle bene senza sacrificare se stesso!
Un caro saluto
Dr.ssa G. Bolzoni
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Ciao cara,
la situazione che riporti è molto dolorosa e, soprattutto, molto lunga nel tempo. Crescere con genitori con problemi di alcol significa spesso assumere fin da piccoli un ruolo di responsabilità che non spetterebbe a un figlio: cercare di aiutare, contenere, salvare. È comprensibile quindi che oggi tu senta pena per tua madre e allo stesso tempo un forte senso di colpa all’idea di allontanarti.
Tuttavia è importante ricordare che tua madre è una persona adulta con una malattia e con scelte proprie. Tu puoi avere compassione per la sua sofferenza, ma non puoi cambiarla o guarirla al posto suo. Negli anni hai già provato molte volte ad aiutarla e questo dimostra quanto tu ti sia impegnata in quella relazione. Il fatto che la situazione si ripeta non dipende da una tua mancanza.
Il desiderio di prendere distanza non è egoismo, ma può essere una forma di protezione verso te stessa. Mettere dei confini non significa smettere di voler bene a tua madre, significa riconoscere che la tua vita non può restare intrappolata nella sua malattia.
Inoltre, in questo momento tua madre è seguita da servizi sanitari (day hospital e Sert), quindi non è più solo sulle tue spalle: esiste una rete di professionisti che può occuparsi della sua cura.
Il senso di colpa che provi è molto comune in chi è cresciuto in famiglie con dipendenze, ma è importante lavorare proprio su questo punto: imparare a distinguere tra affetto e responsabilità. Hai il diritto di costruirti una vita serena senza sentirti continuamente responsabile delle scelte di tua madre.
Un abbraccio sincero,
Dott.ssa Valeria Di Stasi
Psicologa clinica
Ricevo anche online
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 6 persone
Gentile Bob,
La ringrazio per la chiarezza e l’onestà con cui ha condiviso la sua storia familiare. Quello che descrive rappresenta una situazione complessa, profondamente radicata in dinamiche intergenerazionali che la psicoanalisi contemporanea esplora ampiamente. Crescere con entrambi i genitori alcolisti genera spesso una strutturazione interna caratterizzata da vigilanza costante, ansia anticipatoria e senso di responsabilità eccessivo verso gli altri, caratteristiche che sembrano emergere nella sua narrazione.
Dal suo racconto emergono due aspetti centrali:
Triangolazione affettiva e senso di responsabilità: lei ha cercato per tutta la vita di proteggere e aiutare sua madre, fin dall’infanzia, trovandosi però ad affrontare rabbia, invidia e comportamenti autodistruttivi da parte sua. La letteratura psicoanalitica contemporanea parla di figure parentali “emotivamente dipendenti”, in cui il genitore disfunzionale crea involontariamente un legame in cui il figlio adulto si sente permanentemente responsabile dei suoi stati emotivi. Questo legame genera spesso conflitto interiore: il desiderio di separazione si scontra con sentimenti di colpa e pena.
Autonomia e protezione di sé: lei ha costruito una vita autonoma, e questo è un indicatore di resilienza straordinaria, nonostante le difficoltà. La difficoltà che ora percepisce – il tormento per il senso di colpa e la pena verso sua madre – è coerente con quanto le teorie contemporanee sul trauma familiare e sull’alcolismo descrivono: il genitore disfunzionale può mantenere il controllo emotivo anche indirettamente, generando un coinvolgimento obbligato del figlio adulto.
Alla luce di questi elementi, alcune considerazioni operative possono risultare utili:
Definizione di confini chiari e sicuri: è fondamentale imparare a stabilire confini emotivi e pratici con sua madre. Questo non significa abbandono, ma riconoscere i limiti della propria responsabilità: lei non può risolvere la sua malattia né sostituirsi ai percorsi terapeutici già in corso. La letteratura sulla parentificazione inversa evidenzia quanto sia importante che i figli adulti si concedano la possibilità di proteggere la propria vita e il proprio benessere.
Sostegno psicoterapico mirato: un percorso psicoterapeutico, eventualmente di tipo psicodinamico focalizzato sul trauma familiare e sulla relazione con genitori disfunzionali, può aiutarla a gestire il senso di colpa e la pena, elaborando le emozioni conflittuali e rafforzando la capacità di separarsi emotivamente senza autoaccusarsi.
Strategie pratiche per l’allontanamento graduale:
Ridurre progressivamente la disponibilità immediata e quotidiana.
Comunicare chiaramente i limiti, anche in collaborazione con il team terapeutico della madre.
Creare supporto esterno per sé, come gruppi di supporto per familiari di persone con dipendenza da alcol, che aiutano a normalizzare il conflitto emotivo e a ridurre il senso di colpa.
Lavoro sul diritto alla propria felicità: la ricerca psicoanalitica moderna evidenzia che provare gioia e costruire una vita autonoma non è egoismo, ma un atto necessario di sopravvivenza emotiva e maturazione. La responsabilità di un genitore adulto nei confronti di un figlio adulto non deve impedire a quest’ultimo di vivere pienamente.
In sintesi, il percorso più efficace sembra essere un lavoro combinato su:
confini e autonomia emotiva,
elaborazione del senso di colpa e della pena attraverso psicoterapia,
strumenti pratici per gestire il contatto con sua madre senza compromettere la propria vita.
Questo approccio permette di ritrovare sicurezza, gioia e serenità, pur rimanendo empaticamente consapevole della sofferenza della madre, senza esserne schiacciata.
Se desidera, posso fornirle un modello concreto passo passo, derivato dalle ricerche psicodinamiche più recenti, per allontanarsi emotivamente e fisicamente senza sentirsi colpevole e proteggendo la sua salute psicologica.
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buonasera,
dalle sue parole emerge con molta chiarezza quanto sia stato pesante il contesto in cui è cresciuta e quanto, nonostante questo, lei abbia cercato per anni di prendersi cura di sua madre. I figli che crescono in famiglie segnate dall’alcolismo spesso assumono molto presto un ruolo di responsabilità e di “salvataggio”, cercando di compensare ciò che gli adulti non riescono a fare. Questo però può lasciare dentro un senso di dovere e di colpa molto forte anche in età adulta.
La situazione che descrive oggi è oggettivamente complessa: sua madre è seguita dai servizi, ha un percorso al SERT e un monitoraggio sanitario. Questo è un elemento importante, perché significa che la responsabilità della cura non è sulle sue spalle, ma è affidata a professionisti e a una rete di supporto.
Il punto centrale, da quello che scrive, sembra essere il conflitto interno che sente: da una parte il bisogno di proteggere se stessa e prendere distanza da una relazione che per anni le ha fatto molto male, dall’altra il dolore e il senso di colpa nel farlo. È una tensione molto comune nei figli di genitori con dipendenze o gravi fragilità emotive.
È importante ricordare una cosa che spesso è difficile accettare emotivamente: non possiamo cambiare o salvare un genitore se non riesce o non vuole davvero intraprendere un cambiamento stabile. Lei ha provato ad aiutarla molte volte nel corso della vita, anche fin da bambina. Questo dice molto del suo senso di responsabilità e della sua sensibilità, ma non significa che oggi debba continuare a sacrificare il suo equilibrio.
Prendere distanza non equivale a smettere di voler bene o a “abbandonare”. A volte è l’unico modo possibile per proteggere la propria salute psicologica e interrompere dinamiche che si ripetono da anni.
Il timore di ricadere nel tormento emotivo è comprensibile, proprio perché queste dinamiche familiari hanno radici profonde. Per questo motivo potrebbe esserle utile tornare ad avere uno spazio psicologico di sostegno, non perché lei “non ce la faccia”, ma perché affrontare questo passaggio — ridefinire i confini con un genitore fragile — è uno dei processi più delicati che una persona possa vivere.
Il lavoro in questi casi non è imparare ad aiutare di più il genitore, ma legittimarsi a vivere la propria vita senza sentirsi responsabili della sua sofferenza.
Il fatto che lei senta il desiderio di gioire della vita che ha costruito non è egoismo: è un segnale sano di autodeterminazione dopo molti anni in cui probabilmente ha portato un peso che non era suo.
Prendersi cura di sé è un passo fondamentale.
Resto in ascolto.
Un caro saluto.
Dott.ssa Giulia Bertinetti, Psicologa clinica
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Bob, dalle tue parole emerge una storia molto complessa e dolorosa, che ti ha accompagnata fin dall’infanzia e che ancora oggi ti mette di fronte a scelte difficili. Sei cresciuta in una famiglia segnata dall’alcolismo, hai visto tuo padre cambiare e tua madre invece restare intrappolata nelle ricadute e nella depressione, fino al recente tentativo di suicidio. È comprensibile che tu ti senta divisa tra il bisogno di proteggerti e il senso di colpa per non riuscire ad aiutarla come vorresti.
Dal punto di vista psicologico, quello che descrivi è un classico conflitto tra il ruolo di figlia e la necessità di tutelare la tua vita adulta. Da bambina ti sei trovata a “fare da sostegno” a tua madre, e questo ti ha lasciato un senso di responsabilità che oggi si trasforma in tormento. Ma è importante riconoscere che non sei tu a poterla salvare: tua madre è seguita da professionisti, e il percorso di cura appartiene a lei. Continuare a caricarti di questo compito rischia solo di trascinarti di nuovo nel dolore che hai già affrontato.
La tua esigenza di allontanarti non è egoismo, è un atto di protezione. Non significa abbandonarla, significa riconoscere che il tuo benessere ha diritto di esistere. Il senso di colpa che provi è naturale, ma non è un segnale che stai sbagliando: è la traccia di anni in cui sei stata abituata a pensare che la tua vita dovesse ruotare intorno alle fragilità di tua madre. Oggi puoi scegliere di dare spazio alla tua vita migliore, senza smettere di volerle bene, ma senza sacrificarti.
Un percorso psicologico, anche breve, potrebbe aiutarti a gestire proprio questo nodo: distinguere tra la responsabilità reale e quella che ti porti dentro da bambina, imparare a convivere con il senso di colpa senza lasciarti bloccare, e trovare un modo di mantenere un legame con tua madre che non ti consumi. Non si tratta di “chiudere la porta”, ma di imparare a regolare la distanza in modo che tu possa respirare.
Il fatto che tu abbia già fatto psicoterapia in passato è una risorsa: sai che puoi trovare strumenti per non cadere di nuovo nel tormento. E oggi, con la consapevolezza che hai, puoi affrontare questo passaggio con più forza.
Se vuoi, possiamo approfondire insieme quale parte ti pesa di più: la paura di lasciarla sola, la rabbia per il suo comportamento, o il senso di colpa che ti blocca. Da lì si può capire meglio quale passo concreto ti aiuterebbe a ritrovare equilibrio.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica- del Lavoro
Organizzazioni- risorse umane
Ricevo anche online
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
La tua reazione è psicologicamente molto comprensibile. Crescere con genitori con dipendenza spesso porta i figli ad assumere presto un ruolo di salvataggio e responsabilità emotiva che in realtà non spetta a loro. Da bambina hai probabilmente imparato che dovevi occuparti del benessere di tua madre, ma questo crea nel tempo un forte senso di colpa quando si prova a prendere distanza.
La situazione di tua madre oggi è grave e richiede un aiuto professionale, e infatti ora è seguita dal SERT e da un percorso sanitario. Questo è il luogo dove può ricevere supporto adeguato. Tu, invece, non hai il potere di cambiare la sua dipendenza o la sua depressione: purtroppo queste condizioni possono migliorare solo se la persona sceglie realmente di curarsi.
Il bisogno che senti di allontanarti non è mancanza di amore ma un tentativo di proteggere te stessa dopo molti anni di coinvolgimento doloroso. È possibile provare compassione per un genitore e allo stesso tempo stabilire confini più sani, soprattutto quando il rapporto continua a generare sofferenza.
Il senso di colpa che senti è molto comune nei figli di genitori con dipendenze, ma è importante ricordare che non sei responsabile della sua vita né delle sue scelte. Prenderti cura della tua serenità non significa abbandonarla: significa riconoscere i limiti di ciò che puoi fare.
Se senti il timore di ricadere nel tormento emotivo, potrebbe essere utile riattivare un breve supporto psicologico, non perché tu stia sbagliando qualcosa, ma per sostenerti nel mantenere questi confini senza essere sopraffatta dal senso di colpa. Saluti
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Una situazione molto complessa sua madre ha bisogno di un aiuto concreto che la faccia uscire dall’alcol e dalla repressione che sulle cose che si diventano a vicenda
C’è bisogno di un supporto professionale per uscire da questa situazione. Ti consiglio di rivolgersi al sert oppure a un privato
È una cosa molto bella il fatto che vuole aiutare sua madre, tuttavia attenta, non lasciarsi troppe e coinvolgere dalla situazione per non caricarsi di pesi e sofferenze psicologiche che la porterebbero a risentirne psicologicamente fisicamente
Lei come figlia, faccia il tuo possibile com’è giusto che sia faccio attenzione però sentirsi troppo coinvolta e responsabilizzata
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Buongiorno signora. Ho letto con attenzione la sua storia e mi hanno colpito due punti principalmente:
-il senso di colpa che la attanaglia rispetto al non fare abbastanza per salvare sua madre
-il desiderio di costruirsi una propria vita,libera da costrizioni esterne.
Rispetto al primo, è da riconoscere che la sua difficoltà attuale a differenziarsi e a proteggersi rispetto a questa problematica richiederebbe un training specifico in psicoterapia,allo scopo di contrastare la tendenza (purtroppo molto frequente nei casi come il suo), a farsi risucchiare dai risentimenti. Come scrive in modo puntuale, la malattia di sua madre e le sue espressioni comportamentali svalutanti stanno compromettendo la sua serenità e realizzazione. Andrebbero per questo motivo indagati ed affrontati i suoi sensi di colpa. Successivamente andrebbe guidata ad esprimere in maniera ferma ed assertiva a sua madre (ma anche a sé stessa),le proprie ragioni, rimandandole la responsabilità di cura.
Per quanto ha scritto capisco che i vissuti attuali siano attualmente debilitanto per lei;
le posso assicurare che nei casi di traumi familiari prolungati come il suo è molto frequente riscontrare ciò che esprime come malessere. Questo può essere affrontato in modo più puntuale in psicoterapia. Anche se già ha fatto psicoterapia in passato,riprenderla potrebbe essere un motivo per riflettere su queste difficoltà attuali. Un altro passaggio da valutare sarebbe quello di richiedere l'inserimento in gruppi di auto-aiuto per i familiari.
Se vuole può contattarmi,perché mi occupo proprio di alcologia ed effettuo sostegno psicologico e psicoterapia anche ai familiari.Ricevo anche online
Cordiali saluti
Dott. Christian Di Cecio
Psicologo clinico e Psicoterapeuta
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 6 persone
Buongiorno,
quello che racconti è una combinazione micidiale: alcol + depressione + tentato suicidio dentro una coppia con dinamica “salvatore–dipendente”. È normale che tu sia tirata in due: da una parte il bisogno sano di vivere, dall’altra il vecchio gancio “se mi allontano succede qualcosa e sarà colpa mia”.
Qui però serve una frase di verità (non consolatoria): non sei tu il trattamento di tua madre. E non lo sei mai stata, anche se da bambina ti è stato implicitamente chiesto.
Il nodo centrale: pena e colpa non sono prove d’amore
La pena è un’emozione. La colpa spesso è un meccanismo di controllo: il cervello pensa “se mi sento colpevole, forse posso prevenire la tragedia”. Ma in un sistema di dipendenza, questo è un inganno: ti tiene agganciata e la situazione non cambia.
Con tua madre c’è un messaggio ricorrente: “sto così per tuo padre / se non fossi qui…”.
Questo è uno spostamento di responsabilità. Anche se soffre davvero, la responsabilità della cura resta: SERT/day hospital/psichiatra, non tua.
La dinamica di coppia dei tuoi genitori
Da come la descrivi: tua madre usa il sintomo (e le crisi) anche come modo di tenere potere/attenzione e tuo padre corre a salvare, che diventa una forma di controllo e di co-dipendenza. Se tu entri, diventi il terzo pezzo del triangolo: figlia-salvatrice. E lì perdi la tua vita.
Cosa puoi fare senza “sparire” e senza ricadere nel tormento
Pensa a un confine “adulto” in tre livelli:
Confine emotivo
“Mi dispiace che tu soffra, ma non posso essere io a regolare la tua vita.”
Confine operativo
Tu non gestisci: non fai la terapeuta, non fai la badante, non fai l’ambulanza preventiva.
Se c’è rischio concreto (minacce suicidarie, abuso di farmaci/alcol): chiami i servizi (118/112, CSM/SERT). Punto. Questo è amore adulto.
Confine di contatto
Decidi tu quanto e come: un giorno a settimana / solo telefonata breve / solo messaggi. E soprattutto: niente conversazioni sotto alcol.
Regola pulita: “Quando hai bevuto io chiudo e riparliamo quando sei sobria.”
Il senso di colpa: la frase che lo smonta
Prova questa, perché è la più vera:
“Il senso di colpa non mi rende utile. Mi rende disponibile.”
E tu non puoi più permetterti di essere “disponibile” a essere ferita.
La tua paura di ricadere nel tormento
È una paura intelligente: significa che conosci il tuo punto vulnerabile. La soluzione non è “non sentire”. È strutturare.
Ti propongo un protocollo minimo, da oggi:
Scrivi 3 righe e tienile sul telefono:
“Io non sono responsabile delle scelte di mia madre.”
“Io posso solo indirizzare ai servizi.”
“Se c’è emergenza chiamo 118/112.”
Prepara una frase standard per tua madre (una sola, ripetuta sempre):
“Mamma, mi dispiace. Per questo devi seguire il percorso con SERT e medici. Io posso sentirti X minuti, ma non posso discutere di papà o prendermi responsabilità.”
Parla con tuo padre solo per una cosa: piano emergenza (chi chiama chi, numeri, cosa fare se ricade). Non per analizzare vent’anni di matrimonio.
Quando torna utile la terapia (ma non come “tornare nel dolore”)
Non serve per “salvare tua madre”. Serve per salvare te dal vecchio ruolo.
Il focus giusto sarebbe: codependency, trauma da infanzia con genitori alcolisti, confini, colpa, ipervigilanza, e come costruire una vita piena senza sabotarti.
Se vuoi un criterio: se dopo questo tentato suicidio hai insonnia, ruminazione costante, allarme nel corpo, o senti che stai per crollare, il supporto terapeutico non è una regressione: è manutenzione necessaria.
Una cosa dura ma liberante
Tua madre può migliorare, e spero lo faccia. Ma non sarà la tua vicinanza a farla migliorare. A volte è proprio la disponibilità della famiglia (e la corsa a salvarla) che rende più facile non cambiare.
Allontanarti non è abbandono, se:
lei è in carico ai servizi
tu mantieni un canale minimo e chiaro
in emergenza attivi i professionisti
È semplicemente la fine di un compito che non era tuo.
Se vuoi, posso aiutarti a scrivere un messaggio breve e fermo da inviare a tua madre (e uno a tuo padre) che stabilisca questi confini senza aggressività, così non resti intrappolata tra “sparisco” e “mi sacrifico”.
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno,
la situazione che descrive appare molto complessa e dolorosa, e si percepisce quanto a lungo lei abbia cercato di prenderti cura di sua madre, spesso portando sulle sue spalle un peso emotivo molto grande fin da bambina. Crescere in un contesto familiare segnato da dipendenze e sofferenza può lasciare sentimenti contrastanti: affetto, senso di responsabilità, ma anche stanchezza, rabbia, senso di colpa e il desiderio legittimo di proteggere se stessi.
È importante ricordare che, per quanto si possa voler bene a un genitore, non è possibile salvare o cambiare la vita di un’altra persona al suo posto. Il fatto che oggi lei senta il bisogno di mettere dei confini e di prendersi cura della propria serenità non è un gesto di egoismo, ma spesso un passaggio necessario per tutelare il proprio equilibrio. Il senso di colpa che descrive è molto comune in storie come la sua, ma merita di essere compreso e alleggerito, non portato da sola.
Potrebbe essere utile avere uno spazio di ascolto psicologico in cui poter elaborare questi vissuti e sostenere le sue scelte senza il rischio di ricadere nel “tormento”, ma piuttosto rafforzando la sua possibilità di vivere con maggiore libertà e serenità.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 7 persone
Buongiorno
Non si tormenti, e non si faccia venire i sensi di colpa ,se va a vivere per conto suo.
Può sempre aiutarla .
Si faccia aiutare da uno psicoterapeuta
Dottoressa Patrizia Carboni
Psicologa Psicoterapeuta
Roma
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Gentilissima,
intanto parto con ringraziarla per aver condiviso una situazione così delicata, intima ed importante per lei.
Dalle sue parole emerge quanto questa storia familiare abbia richiesto negli anni molte energie emotive e quanto oggi lei si trovi a vivere sentimenti complessi, tra preoccupazione, senso di colpa e il bisogno di tutelare il proprio equilibrio.
In contesti come questi è piuttosto comune sentirsi divisi tra il desiderio di aiutare una persona cara e la necessità di prendersi cura di sé. Riconoscere questo bisogno non significa mancare di affetto, ma provare a dare spazio anche al proprio benessere.
Se sente il timore di essere nuovamente risucchiata in questo tormento emotivo, potrebbe essere utile valutare uno spazio di confronto con un professionista, che la aiuti ad attraversare questo momento con maggiore sostegno.