Dubbi sulla psicoterapia

Inviata da Kiki · 15 ott 2020

Salve, sono una ragazza di 24 anni. Sono in cura da uno psicoterapeuta ad orientamento analitico dal lontano settembre 2018. Inizialmente mi sono rivolta a lui (dopo aver provato in passato altre terapie ma non essere riuscita a portarle avanti più di due settimane) per un problema di DCA, nella fattispecie anoressia nervosa. Inizialmente mi sono trovata benissimo, ho instaurato fin da subito un rapporto di fiducia, tutto sembrava andare bene nella mia vita, ho conosciuto quasi nello stesso momento un ragazzo che è il mio attuale compagno e mi sembrava di iniziare a provare emozioni mai provate, di starmi aprendo al mondo per la prima volta. La terapia è andata avanti e sono uscite miliardi di tematiche relative alla mia infanzia, al mio funzionamento ecc. ho avuto alti e bassi in questi anni, ho capito molto di me stessa e ad oggi, nonostante il mio psicologo sia fermamente contrario a restituirmi una diagnosi, penso di poter essere inquadrata nel quadro del disturbo di personalità borderline (paura abbandono e fagocitamento, idealizzazione, svalutazione, senso cronico di vuoto, problemi identitari). Il mio quadro è peggiorato radicalmente questa estate, durante la quarantena sono andata a convivere con il mio fidanzato (anche per evitare contatti con mia madre che soffre di una malattia autoimmune). Terminato il lock down lui non ha voluto continuare a vivere con me e, complice la pausa estiva dalla terapia, sono caduta in una profonda depressione accompagnata da sentimenti di angoscia e pensieri suicidari. Ho messo in dubbio profondamente la terapia, l’orientamento del mio psicologo e la sua inesperienza (ha 34 anni). In tutto questo ho accumulato molto ritardo all’università misto a profondi dubbi sulla scelta universitaria e di vita. Tornata in terapia la mia situazione è migliorata, i sintomi sono diminuiti, sto cercando di riprendere l’università, lavoro nel weekend come cameriera e nel frattempo mi guardo attorno per cercare di capire cosa altro potrebbe interessarmi anche se non è facile visto che vivo rispetto a tutto dei sentimenti di estrema vicinanza e di rifiuto. Inoltre ho iniziato ad andare in terapia una volta a settimana invece che due come ho sempre fatto in questi anni, nonostante il mio psicologo abbia insistito molto sul continuare con le vecchie modalità. Tutto bene (nei miei limiti dato che affronto tutto questo con un carico di angoscia e pensieri ossessivi) finché qualche seduta fa, parlando del fatto che vado in terapia una volta, mi sono commossa dicendo che ero molto contenta per la mia autonomia ma dispiaciuta di non vederci due volte a settimana. Il mio psicologo mi ha risposto che questo sentimento era molto genuino e che lui provava lo stesso, un’uscita veramente particolare conoscendo la sua estrema professionalità (ci diamo del lei da sempre, non so assolutamente nulla della sua vita, non ha mai dato una sua opinione su nulla). Di lì mi è andato in tilt il cervello, per la prima volta dopo due anni ho iniziato a fare pensieri romantici su di lui, in un modo insistente e che compromette le mie giornate. Ho sempre pensato a lui come una figura professionale o, fantasticando, come mio testimone di nozze o consigliere, nulla di romantico, nonostante la sua giovane età. Gliene ho già parlato e lui mi ha detto che la sua uscita probabilmente è stata poco adeguata in un momento della mia vita in cui stavo riacquisendo i miei spazi personali, dopo essermi sentita completamente dipendente dal mio ragazzo in seguito al suo rifiuto. Pensavo che dopo questa seduta le cose migliorassero invece non è cambiato niente. Inoltre ho iniziato a pensare per la prima volta alla morte, alla vecchiaia, alla paura di non raggiungere i miei obiettivi e non riuscire a capire quali siano. In tutto questo mi sento tremendamente in colpa per il mio fidanzato, da quando è successo questo ho ricominciato come non facevo da tempo ad avere pensieri ossessivi su di lui, mi chiedo se sia la persona giusta, mi difendo molto da lui ed isolo e mi dispiace. So che questa reazione è causata anche dalla mia ambivalenza (paura dell’abbandono e allo stesso tempo del fagocitamento) ma non posso fare a meno di pensare che questi pensieri sono tornati anche a causa di questo episodio. Voglio molto bene al mio fidanzato, è una persona dolce, sensibile, è molto bello, sa ascoltare, tuttavia sono sempre emerse tra di noi delle differenze di punto di vista sulla realtà, di interessi, di maturità. Lui è molto più superficiale e infantile di me sotto molti punti di vista. Io rispetto veramente il suo modo di vivere e sono felice che lo faccia stare sereno (nei suoi limiti ovviamente essendo una persona paranoica e ansiosa). Sono davvero in crisi e sto ricominciando a pensare che questo specialista non sia adatto a me se dopo due anni mi ritrovo con lui in questo rapporto di dipendenza affettiva, se penso al suicidio quando c’è un’interruzione e se non è disponibile a farmi una diagnosi. Scusate la lunghezza e grazie in anticipo per le risposte.

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Miglior risposta 19 OTT 2020

Salve, dalla sua domanda si capisce chiaramente quanto stia soffrendo in questo momento e mi ha molto colpita la consapevolezza con la quale descrive i suoi vissuti; questo, a mio avviso, è indice del grande lavoro che ha fatto nella sua psicoterapia. Tuttavia, il percorso terapeutico non è una strada dritta che va dal punto A al punto B, bensì un susseguirsi di rettilinei, curve e tornanti e talvolta anche di stop e inversioni a U, il ché rende normali i suoi vissuti di questo momento. Credo che lavorandoci con il suo terapeuta, dandosi tempo e avendo pazienza, potrà trovare strategie utili per superare questi cambi di marcia nel suo percorso.
La diagnosi, dal mio punto di vista, serve a permettere a terapeuta e cliente, di condividere una mappa del funzionamento della persona in modo tale da orientare il percorso con una maggiore consapevolezza del "territorio" psichico nel quale ci si sta muovendo e, da come si descrive, sembra che lei questa mappa ce l'abbia. Per questo mi chiedo quali siano le ragioni che stanno alla base del suo desiderio di ricevere una diagnosi quasi in forma di "etichetta", credo che potrebbe esserle utile rifletterci, con se stessa e con il suo terapeuta.
Per quanto riguarda i suoi vissuti nei confronti del suo terapeuta credo che un solo incontro non sia sufficiente per elaborarli, lei si sta trovando a vivere una reazione emotiva intensa che ha bisogno di tempo per essere compresa, analizzata e, infine, superata. La psicoterapia si basa proprio sulla relazione che si instaura tra clinico e cliente e vivere affetto reciproco è assolutamente normale; se io non provassi affetto per le persone che seguo non riuscirei a trovare la motivazione per aiutarle a stare meglio e non potrei rimandare tutta quella serie di stimoli positivi che arrivano a livello più profondo e che vanno oltre le parole.
Il suggerimento che mi sento di darle è quello di confrontarsi con il suo terapeuta su tutto quello che prova e su tutti i dubbi che sente cercando di non mettersi una "data di scadenza", ma dandosi tempo e avendo pazienza e fiducia in se stessa, nel suo terapeuta e nel vostro percorso insieme.
Spero di esserle stata d'aiuto e le auguro di poter trovare la sua serenità.
Dott.ssa Erika Bovio

Dott.ssa Erika Bovio Psicologo a Torino

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19 OTT 2020

Buongiorno, ho letto tanti temi importanti accennati in un unico messaggio, si percepisce la complessità di una situazione che amplifica la confusione di questo periodo che lei descrive. Mi incuriosisce il suo bisogno di etichetta diagnostica in senso stretto ma non la voglia che qualcuno le racconti la sua stessa storia dandole un ordine ed un significato più strutturato..trovato insieme a lei che è l'unica che ha le informazioni utili..il terapeuta deve "solo " fare le domande giuste e riuscire a leggere ciò che in questa confusione le sfugge. Se lei attualmente ritiene che il suo terapeuta non sia più adeguato al momento e dopo aver condiviso con lui le sue perplessità la sensazione non è cambiata, l'unica cosa che mi viene da dirle è di valorizzare il suo vissuto ed ascoltarsi. Se se la sente provi un'altro o altra terapeuta dello stesso o altro orientamento, sapendo in ogni caso che potrà sempre tornare dal suo terapeuta in teoria..se in eventuale chiusura le esplicita questa possibilità che dovrebbe essere implicita nel lavoro terapeutico.. ossia la disponibilità ad accoglierla in qualsiasi momento lo riterrà opportuno. Non è infrequente fare un percorso con un terapeuta e aprirne un altro con un terapeuta diverso..Si ascolti...dia valore a ciò che prova..l'emozione fornisce molte informazioni utili a darsi una direzione. Cari saluti.

Anonimo-180602 Psicologo a Torino

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16 OTT 2020

Buonasera,
per la buona riuscita di una terapia è molto importante che scatti il transfert. Quello che descrive non è nulla di strano, anzi, è proprio perché lei ha un buon transfert con il suo terapeuta che sente quel genere di rapporto. Transfert significa trasferire pensiero ed è una via aperta su una direzione di parola, a seconda del trattamento che se ne fa, e non un ostacolo opposto a qualche fine.
Freud dice che la psicoanalisi si fa attraverso un trasporto e si accorge che questo avviene attraverso l'amore. Il rapporto d'amore diventa mezzo, per far sì che l'altro possa lavorare produttivamente per capire se stesso.
Come giustamente dice il suo terapeuta il suo affetto è un sentimento genuino, non la definirei "dipendenza affettiva".
Le consiglierei di continuare con il suo percorso di guarigione e di lavorare sul suo vissuto.
Un cordiale saluto.
Dott. G. Gramaglia

Gramaglia Dr. Giancarlo Psicologo a Torino

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