Disturbo alimentare, famiglia “assente”, d situazione pesante sulle mie spalle.

Inviata da L. · 25 ago 2021

Buongiorno, sono una ragazza di 20 anni, vengo da una cittadina del sud Italia ma ora come ora vivo da fuori sede a Milano per l’università. Dunque, da dove cominciare… Sono sempre stata, fin da piccola, la “bambina prodigio” della mia famiglia. Ero sveglia, estroversa, ho imparato a leggere e a scrivere a 2 anni, a scuola ho sempre avuto dei risultati eccellenti senza fare il minimo sforzo, e si può dire che tutto ciò che mi è stato chiesto durante gli anni di fare (suonare uno strumento, partecipare a concorsi letterari, ecc.), beh, io l’ho fatto e l’ho fatto bene. La mia famiglia nutre delle aspettative enormi nei miei confronti e mi vogliono genuinamente bene, questo non lo metto in dubbio. Eppure i miei genitori sanno così poco di me, oltre al fatto che mi sono diplomata con il massimo dei voti, che mi piace studiare e che nel tempo libero leggo i saggi di filosofia morale. Mia madre e mio padre sono due persone così diverse tra di loro, il loro matrimonio sembra essere fallito già da qualche tempo ma comunque fanno finta di riuscire a mandarlo avanti - forse perché nella piccola cittadina da cui veniamo la gente ha la lingua troppo lunga e hanno paura di essere giudicati o additati male da chissà chi. Mia madre una grande lavoratrice, si è sudata a suo tempo la laurea facendo tanti sforzi economici, è una libera professionista, si è sempre fatta in quattro per la famiglia e mal sopporta il fatto che mio padre campi di rendita con l’eredità che gli ha lasciato mio nonno paterno. Mio padre fondamentalmente un pezzo di pane, fuori un po’ burbero ma in realtà tanto buono; non ha mai dovuto realmente fare sforzi nella vita e ha sempre avuto tutto servito su un piatto d’argento, quindi dopo aver passato qualche anno a lavoricchiare nell’azienda familiare di mio nonno ha abbandonato e come già detto prima ora campa di rendita. Ecco, i miei genitori hanno una visione del mondo e delle prospettive completamente diverse eppure cercano a fatica di mandare avanti una famiglia che oramai è in frantumi; con scarsi risultati per giunta. Litigano spesso e volentieri, tirando me e mio fratello minore in mezzo, a volte usando argomenti che non dovrebbero essere utilizzati di fronte ai figli, come per esempio il fatto che mi mantengono gli studi (in un’università privata dove loro hanno fortemente voluto che io studiassi, e io, in maniera piuttosto indifferente, ho acconsentito). In questa situazione di distacco generale che io provo nei confronti della mia famiglia, che sicuramente mi ha sempre dato tanto al livello materiale e nutre in me grandi aspettative, ma che sul piano emotivo è sempre stata distante, si aggiungono altre due problematiche piuttosto pesanti. La prima: il fatto che mia madre, da buona “scalatrice sociale” quale è sempre stata, non approva che io abbia una relazione con un ragazzo che, letteralmente, viene da una famiglia modesta. Lui studia e lavora, cercando di mantenersi e di aiutare i genitori per non pesare sulle loro spalle, e si sta laureando con voti eccellenti: quindi il problema per lei risiede esattamente nel fatto che lui provenga dalla stessa piccola cittadina da cui proveniamo noi e per giunta da una famiglia non così altolocata. Al di là di questo, che sicuramente mi fa stare male ma in maniera relativa, il secondo problema è che soffro di un disturbo alimentare oramai da svariati anni. Dietro la mia immagine perfetta e patinata di figlia prodigio la mia famiglia, che da così tanta importanza alle apparenze, non può mai immaginare che si nasconda un’insicurezza esteriore enorme e una bulimia piuttosto grave. Il mio rapporto conflittuale con il cibo è cominciato quando avevo 13 anni, ma fino ai 18 si è trattato più che altro di un tira e molla asfissiante con la palestra e di tanta insicurezza quando mi guardavo allo specchio, niente di più. Poi a 18 anni la mia testa ha iniziato ad arrotolarsi su se stessa, forse il peso delle nuove responsabilità e delle sempre maggiori aspettative da parte degli altri, ebbene, ho iniziato ad evitare il cibo, per poi abbuffarmi, per poi sentirmi in colpa e vomitare e/o imbottirmi di lassativi. Sono alta 160 cm e tuttora sono terrorizzata dall’idea di superare i 50 kg, e anzi, vorrei solo che la lancetta della bilancia potesse spostarsi sempre più a sinistra verso i 45 e poi i 40 e così via. D’estate non indosso più le canotte perché detesto l’immagine delle mie braccia grosse e nude, e lo stesso vale per gonne corte o pantaloncini: non posso accettare le mie cosce e il mio sedere, ancora così pieni, rotondi, grossi. Vorrei non avere seno, vorrei poter passare da una terza ad una prima schioccando le dita, e persino la dimensione o la struttura delle mie ossa mi infastidisce perché mi da l’impressione di sembrare troppo robusta. Sto affrontando tutto questo da sola, adesso è circa un mese che non vomito o non prendo lassativi, ma è pesante e logorante, e ho paura di non farcela. Ho spesso pensieri suicidi. Il mondo è troppo pesante e io non sono forte abbastanza. Vorrei potermi rivolgere ad un consultorio o qualcosa del genere sul territorio milanese.
Chiedo venia per il lungo sfogo, ma non so con chi parlarne.

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Miglior risposta 29 AGO 2021

Gentile L.
Sembri molto consapevole della tua sofferenza e dei legami di questa con le alte aspettative familiari e sociali. Forse adesso però vuoi fare qualcosa per cambiare e poter essere veramente te stessa. Sei giovane e intelligente, una psicoterapia può realmente essere lo spazio giusto in cui poter elaborare pienamente il significato della tua bulimia, per dare finalmente voce alle tue emozioni forse per troppo tempo inespresse e inascoltate.
È il tempo giusto per iniziare a pensare a te stessa. Resto a disposizione.

Cordiali saluti

Dott.ssa Valeria Mavilia

Dott.ssa Valeria Mavilia Psicologo a Spadafora

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26 AGO 2021

Cara L,
Seguo con attenzione la tua preoccupazione e sofferenza emotiva.
Resto a disposizione anche online se vorrai per fare un colloquio conoscitivo.
Cordiali saluti.

Dott.ssa Margherita Romeo

Dott.ssa Margherita Romeo Psicologo a Roma

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26 AGO 2021

Buongiorno,

dal suo racconto emerge come le sue difficoltà e la sua sofferenza siano strettamente legate al rapporto che ha con la sua famiglia. Sembrerebbe che questo legame, negli anni, non si sia basato sul criterio fondamentale della libertà, ma sia stato continuamente caratterizzato da una serie di aspettative che lei volta dopo volta doveva soddisfare, al fine di confermare un ruolo non scelto da lei, quello della “bambina prodigio”: “Sono sempre stata, fin da piccola, la “bambina prodigio” della mia famiglia. Ero sveglia, estroversa, ho imparato a leggere e a scrivere a 2 anni, a scuola ho sempre avuto dei risultati eccellenti senza fare il minimo sforzo, e si può dire che tutto ciò che mi è stato chiesto durante gli anni di fare (suonare uno strumento, partecipare a concorsi letterari, ecc.), beh, io l’ho fatto e l’ho fatto bene. La mia famiglia nutre delle aspettative enormi nei miei confronti”. Le aspettative, nella sua famiglia, sono molto alte. Sembra che il “potere”, lo scatto in avanti, la distanza da tutti gli altri e un certo tipo di “perfezione”, siano tutte cose molto importanti. Sembrerebbe che l’idea che s’aggira nella famiglia, sia quella di un’aspirazione costante alla superiorità. Il raggiungimento di una perfezione che consenta di non confondersi con tutti gli altri. In effetti, quando parla del suo fidanzato, lei scrive: “mia madre, da buona “scalatrice sociale” quale è sempre stata, non approva che io abbia una relazione con un ragazzo che, letteralmente, viene da una famiglia modesta. Lui studia e lavora, cercando di mantenersi e di aiutare i genitori per non pesare sulle loro spalle, e si sta laureando con voti eccellenti: quindi il problema per lei risiede esattamente nel fatto che lui provenga dalla stessa piccola cittadina da cui proveniamo noi e per giunta da una famiglia non così altolocata”. Se l’idea di base è questa, se questo è il modello che lei ha interiorizzato sin da piccola, diviene “legittima” la sua deviazione verso un disturbo dell’alimentazione. Il cibo è un elemento su cui non è possibile, in fondo, avere un controllo. Noi dobbiamo alimentarci. La fame ringhia; ci costringe. Eppure, alcune persone riescono in quest’impresa, ma è fondamentale capire cosa si cela dietro. Possiamo pensare, secondo lei – è una domanda che le porgo direttamente e su cui se vorrà potrà riflettere –, alle restrizioni alimentari come un tentativo d’elevazione? Come il tentativo di raggiungere una perfezione? Cosa c’è di più grande, in fondo? Porre un controllo sull’incontrollabile. Tentare di frenare ciò che è fisiologia e di fatto irrefrenabile. Mantenere tutto sotto controllo. Non sgarrare. Non smarginare. Non uscire fuori dalle righe. Ma ecco che il movimento bulimico mostra che siamo fatti anche per assorbire, per metter dentro, per nutrirci; ma tutto questo è inaccettabile, e allora ecco la colpa che conduce all’eliminazione. Lei vorrebbe che la lancetta della bilancia si spostasse verso sinistra fino a scomparire. Un tentativo estremo di controllo che si risolve nella stessa evaporazione della sua persona. Tutto questo per non accedere a quella dimensione così bella ma destabilizzante, che concerne le emozioni. Lo diceva lei stessa: la sua famiglia pone un’attenzione materiale che allontana sempre più quella emotiva. Ma noi non siamo questo… Non siamo mera aspirazione al successo. Non siamo perfezione. Non siamo restrizione. Siamo fatti, forgiati dalle emozioni. Senza queste, il tutto non ha molto senso. Ma è la sua stessa storia che lo dimostra, insieme a quella della sua famiglia. Quella ricerca spasmodica di perfezione, in fondo, non è altro che un’illusione. È una mera apparenza. Uno schermo, niente di più: “Mia madre e mio padre sono due persone così diverse tra di loro, il loro matrimonio sembra essere fallito già da qualche tempo ma comunque fanno finta di riuscire a mandarlo avanti - forse perché nella piccola cittadina da cui veniamo la gente ha la lingua troppo lunga e hanno paura di essere giudicati o additati male da chissà chi. (…) Ecco, i miei genitori hanno una visione del mondo e delle prospettive completamente diverse eppure cercano a fatica di mandare avanti una famiglia che oramai è in frantumi; con scarsi risultati per giunta. Litigano spesso e volentieri, tirando me e mio fratello minore in mezzo, a volte usando argomenti che non dovrebbero essere utilizzati di fronte ai figli, come per esempio il fatto che mi mantengono gli studi (in un’università privata dove loro hanno fortemente voluto che io studiassi, e io, in maniera piuttosto indifferente, ho acconsentito)”. È una farsa, una commedia, un copione da recitare. Dietro un’apparenza di perfezione, si cela la crisi, l’imperfezione, la sbavatura. Lo dice anche parlando di se stessa: “Dietro la mia immagine perfetta e patinata di figlia prodigio la mia famiglia, che da così tanta importanza alle apparenze, non può mai immaginare che si nasconda un’insicurezza esteriore enorme”. Nonostante lei abbia uno spiccato senso critico, dal momento che ha riconosciuto la facciata esteriore della sua famiglia, è pur vero che lei sembra ancora incastrata in queste dinamiche. Prova ne è sicuramente l’attuazione delle dinamiche bulimiche, ma anche il fatto che dal suo racconto non emerge il suo desiderio. Parla di un’università privata in cui i suoi genitori volevano che lei studiasse. Lei ha acconsentito, in maniera indifferente. Ma come… ? Questa è la sua vita. È la sua esistenza. Lei ha il diritto di esprimere ciò che vuole. Deve compiere gli studi che desidera. Questi due aspetti sembrano andare a braccetto. Da una parte abbiamo l’attaccamento al desiderio dell’Altro e da un’altra parte la dinamica alimentare. Due aspetti strettamente legati, in quanto nella condotta distorta che riguarda l’alimentazione, non c’è che la ricerca di quella perfezione a cui la sua famiglia aspira. Dunque da un lato la sua critica è assolutamente lucida, ma dall’altro la sua vita sembra dire che è ancora troppo incastrata nei flussi inconsci della sua famiglia. Cambiare la famiglia, non è cosa da poco. Modelli così antichi, è difficile portarli alla luce. Ma forse, ad un certo punto conta poco. Ciò che conta è lei. Lei come soggetto desiderante. Come ragazza che decide adesso, in questo momento, di fuoriuscire da ciò che non le compete e che non ha scelto per dar voce al suo desiderio bloccato su quello dell’Altro. E’ questo il passaggio: passare dal desiderio dell’Altro al desiderio d’Altro – al suo. Ma la sua difficoltà è perfettamente comprensibile. Per immetterci nel mondo abbiamo bisogno di fiducia, empatia e amore. È questo ciò che sta cercando. In fondo, le sue condotte questo ci dicono: che lei non è un oggetto, una cosa, un qualcosa che deve essere riempito. Tutt’altro. Lei è fatta di emozioni. E la sua richiesta è la più umana che ci sia: trovare un-Altro che se ne accorga e le dia la possibilità di esprimerle in tutta la loro potenza e naturalezza. E che, perché no, conceda un altro lusso: quello di sbagliare.

I miei migliori auguri.

Dott. Simone Evangelista

Simone Evangelista Psicologo a Milano

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26 AGO 2021

Buongiorno L.,
sei nel pieno della tua giovinezza e puoi fare grandi cose nella vita. Le ferite che ci vengono dalla famiglia possono trasformarsi in catene che ci impediscono di volare e dare il massimo di quello che siamo. il dolore non elaborato ci porta a vedere noi stessi e ciò che abbiamo attorno con occhi sfiduciati e stanchi. Arriviamo a non volerci bene e a non riuscire a fare del bene.
Datti una possibilità: lasciati aiutare! Tornerai a navigare sul mare mosso della vita surfando sulle onde e divertendoti e non più bevendo acqua.
Resto a disposizione e ti auguro il meglio
Dott.ssa Oriana Parisi

Dott.ssa Oriana Parisi Psicologo a Bari

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26 AGO 2021

Cara L.,
Mi dispiace molto che tu stia attraversando tutto ciò da sola. Però ricorda puoi sentirti sola ma non lo sei. La tua bulimia è il modo che hai trovato per gestire tutto il peso delle aspettative di cui ti senti investita dalla famiglia, è un male invisibile e silenzioso ti permette contemporaneamente di mantenere un peso che non desti preoccupazioni nei tuoi familiari lasciandoti ancora nella posizione e di buttare fuori tutte le aspettative e l'ansia,la rabbia e la paura che queste ti creano. Anche a km di distanza può essere difficile scrollarsi di dosso le dinamiche familiari nelle quali siamo cresciuti e che ci hanno negli anni formato. È importante che tu intraprenda un percorso che ti permetta di avere uno spazio tutto tuo, dove non sentirti giudicata, che ti permetta di imparare a mettere la giusta distanza tra te e la tua famiglia, che ti faccia riscoprire la tua identità e il tuo valore al di là del perfezionismo, della prestazione e del tuo aspetto esteriore, che ti permetta di essere te stessa nella maniera più autentica e non condizionata dalle aspettative altrui. Prova a rivolgerti ai servizi del territorio come i servizi di psicologia. Se hai bisogno di chiarimenti resto a disposizione, puoi inviare un messaggio in privato.
Un caro saluto
Dott.ssa Camilla Ripa

Dott.ssa Camilla Ripa Psicologo a Torino

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