Disordine, profondita', incongruenza, curiosita', fobia Sociale

Inviata da unpeeled_potato · 28 lug 2020

Salve,

Ero un bambino molto socievole, curioso, interessato a scoprire il mondo e le persone intorno a me. Dai 5 hai 10 anni
Ho vissuto un' esperienza confusionale e traumatica. Il compagno di mia madre era una persona che dimostrava sia odio e sia amore verso di me. Passavamo molto tempo a giocare, mi insegnava certe cose sul mondo, in parole povere spendeva molto tempo con me, era presente, ed era coinvolto nella mia crescita, sopratutto nello sport, cui praticavo costantemente. Altresi era una persona che sfociava in comportamenti mentalmente e fisicamente abusivi. Sono finito all' ospedale piu' di una volta con traumi interni, segni visivi, etcetera.
Questo comportamento di amore/odio mi ha lasciato estremamente confuso durante la mia adolescenza, dove lui non era piu' parte della mia vita o una minaccia (mia madre infine lo butto' fuori di casa).

Vi e' dentro di me un profondo desiderio di essere vicino alle altre persone, di conoscerle profondamente, che sia una relazione di conoscenza, di amicizia, o di relazione fisica. Questo desiderio convive con la paura che provo quando sono fisicamente vicino ad un' altra persona. Succede che quindi mi trovo impossibilitato a dire semplicemente "buongiorno" quando vado al bar a prendere un caffe', o a fare una semplice chiaccherata con qualcuno con cui mi capita di interagire che non conosco o conosco appena. Allo stesso tempo da un' eta' molto giovane mi sono ritrovato ad andare online e parlare, sviluppare connessioni, e profondi legami con persone online, sopratutto in inglese. Quando mi trovo a conoscere qualcuno o parlare con qualcuno online tendo a cercare un legame profondo in modo rapido e costante, per constrastare la completa mancanza di comunicazione in un contesto sociale dove le persone sono appunto "fisicamente" nella stessa stanza. Questa "dissociazione o divisione", tra i due comportamenti distinti, condizionati dalla presenza o mancanza fisica, si e' accentuata profondamente in questi anni, diventando sempre piu' bianco e nero.

Per garantire la mia incoluminita', sono tre i meccanismi con cui mi metto in gioco:

1) Invisibilita'. nelle interazioni dove e' presente una condisione dello spazio fisico: facendo poco rumore, non parlando, indossando abiti neutrali, saponi neutrali, cammindo in un certo modo. Questo garantisce farsi notare il meno possibile dagli altri.
2) Comprensione: nelle interazioni dove vi e' uno scambio meno superficiale, ascoltare gli altri, mettersi nei loro panni, capire la loro situazione, trovare punti in comune: ho sviluppato negli anni un modo di essere basato sul placare i bisogni degli altri, in modo da garantire una reazione "non pericolosa" da parte degli altri. Ho constatato che se le altre persone mi vedono in un modo che io possa aiutarli, piacevole, semplicemente essere li se hanno bisogno nella maggior parte dei casi, e' meno probabile che mi faranno del male, ed e' piu' probabile che mi difenderanno laddove io possa entrare in conflitto con qualcuno.
3) Manipolazione o indifferenza: laddove l' altra persona con cui sto interagendo cominci ad avere un comportamento ostile nei miei confronti, cosa che noto sempre istantaneamente, in modo allarmante, tendo a spostare l' epicentro della conversazione su quella persona, a cercare di mettere in rilievo possibili problemi o traumi di quella stessa persona, in modo da spostare l' attenzione lontana da me. Oppure semplicemente ignorando completamente quella persone, laddove il mio giudizio stipuli che la situazione non possa essere manipolata in questo modo. La mancanza di una qualsiasi reazione infatti, ha spesso portato ad un' eventuale indifferenza da parte della controparte.

Tutto questo mi ha portato negli anni a naturalmente evitare posizioni di potere e responsabilita' nel lavoro, poiche' ho constatato che piu' influenza ho avuto, piu' volte qualcuno si e' opposto, per qualsiasi ragione, sopratutto non personale verso di me, ma piu' per meccanismi legati a loro stessi, che comunque andavano a coinvelgere me stesso, e la mia posizione, e dunque il mio essere.

Come punto di riferimento generico, il risultato al test Myers-Briggs, preso ripetutamente da me durante gli anni, sono risultato injf. Seppur sia impossibile capire la natura intima di qualcuno attraverso questi quesiti, ritengo quel test il piu' interessante per avere uno spettro generale di una possibile personalita' di qualcuno.

Per tornare al punto iniziale, ho provato degli anni fa' a confrontarmi (via internet) con quella persona che cosi fortemente ha condizionato la mia infanzia. Ho preteso che prendesse responsabilita' sulle sue azioni e che lui vedesse il piu' possibile nero su bianco. Lasciando da parte le mie emozioni, ero arrivato al punto che semplicemente un' amissione di colpa, o di consapevolezza, mi sarebbe bastato per poter chiudere questo capitolo per me. Non e' andata cosi. Di fronte a quello che considero un' impossibilita' da parte sua di ammissione (vuoi verso me stesso, vuoi verso se stesso, non saprei), la mia iniziale reazione fu di aggressivita'. La questione comunque si chiuse, ed io capii che semplicemente non si puo' costringere una persona a vedere le cose come le vediamo noi, e pretendere di guardarsi allo specchio senza giudizio, guardando il piu' obbiettivamente quello che e' stato.
Quindi gli riferii che la mia porta era aperta se in futuro fosse interessato ad avere dialogo sincero, onesto dell' accaduto. Neanche questo e' mai avvenuto.

Andando ancora piu' in dettaglio, negli anni ho scoperto che lo stesso tipo di comportamento successe a lui tramito suo padre, che era un poliziotto. Questo mi porta ad un altro argomento, nonostante sia collegato al tutto.
Il rifiuto di avere dei figli, per paura di continuare questo comportamento abusivo. Seppur non sia fisicamente, negli anni vi sono stati molti momenti di abuso psicologico da parte mia verso gli altri, al punto di compromettere amicizie e relazioni. Ho avuto 3 volte la possibilita' in relazioni durature diverse, dove c' era un interesse comune verso cio' , e nei momenti diciamo dove cio' poteva succedere, mi sono sempre tirato indietro.
Ora da due anni a questa parte mi sono rifiutato di conoscere nuove persone e di entrare in una qualsiasi relazione sentimentale e fisica con un' altra persona.

Tutto questo comincia a pesare gravemente sulla mia coscienza.

Durante i miei vent' anni ho lavorato duramente su me stesso per riportare tutto questo a galla e lavorarci sopra. Mi sembra adesso che continuano ad esserci livelli sempre piu' profondi e complessi, quando un problema sembra risolto, se ne apre un altro, anche ad anni di distanza, quando un comportamento o meccanismo cambia, ne entra in gioco un altro, e sembra non finire mai. Nonostante questo, da quando avevo 19 anni ho deciso che avrei continuato a lavorare su me stesso ed arrivare in fondo, viaggiare attraverso le cose che sono successe, e uscirne in qualche modo dall' altra parte. E' un momento difficile, poiche' ho paura che ri-immergendo dentro tutto, al fine, trovero' di nuovo un' altro capitolo del trauma, un' altro viaggio da affrontare, un' altro ostacolo da superare.
Questa paura e il desiderio di realizzare degli obbiettivi nella vita coesistono dentro di me, oggi. E questo stato attuale non mi aiuta in nessun modo, anzi mi ostacola, nel mettermi in moto e crescere verso quegli obbiettivi che mi sono posto, di avere una famiglia, di avere dei figli.

Vi ringrazio per avermi ascoltato, e letto fin qui. Sono curioso e grato di ascoltare le vostre risposte

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Miglior risposta 12 AGO 2020

Carissimo, davvero complimenti per il suo modo di scrivere e di definire il quadro della situazione.
Credo che valga la pena fare un percorso che le consenta, in un ambiente sicuro e di sostegno, di elaborare l' accaduto e di superare il blocco che non le consente di andare verso la direzione che per lei è importante.
Resto a disposizione.
Un caro saluto

Studio Mindfulbrain - Dott.ssa Marianna Ambrosecchia Psicologo a Pesaro

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29 LUG 2020

Gentilissimo complimenti per la comprensione e consapevolezza che ha verso se stesso e le sue difficoltà. Si vede di aver compreso una buona parte delle dinamiche interne, i suoi automatismi e le strategie per assicurarsi la sicurezza emotiva. Riconosce infatti che la distanza che prende dagli altri è un modo per proteggersi dai rischi che i contatto fisico può comportare. Sa quanto questo le impedisce di investire, aprirsi, fidarsi dell' altro, per il timore di soffrire. Forse potrebbe riflettere sulla convinzione negativa che ha di sé stesso rispetto il trauma dell'abuso e ogni quando percepisce ostilità o il pericolo di essere ferito. Cosa proprio pensa di se stesso? Che cosa le viene in mente ora, perché fa parte dei suoi pensieri del presente che la tengono intrappolato costringendola a pensare a quel momento? Da quello che racconta sembra inoltre lei abbia paura della paura "riemergere di nuovo dentro il trauma". Se lei ha fatto una buona elaborazione del suo trauma, l'esperienza traumatica le può veramente insegnare come mettersi in sicurezza ma cercando un "riparo" fondato sulla relazione, è là che possiamo recuperare e curare le nostre ferite. Metterci in salvo cercando di rimanere invisibile, comprendere molto gli altri, manipolarli o rimanendo indifferente è una modalità totalmente comprensibile e protettiva ma che ci allontana da quello che è il vero riparo. Dunque valuti la possibilità di proseguire il suo lavoro in questa direzione, intraprendere magari un percorso centrato sull' attaccamento, il trauma e la relazione, la Emotionally Focused Therapy può essere molto utile nel suo caso.
Rimango a disposizione e le auguro buona continuazione.

Dott.ssa Eleni Drakaki

Dott.ssa Eleni Drakaki Psicologo a Mantova

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