Direttive di vita da parte dello psicoterapeuta al paziente II parte

Inviata da Andrea il 24 apr 2015 Orientamento professionale

Ringrazio tutti.
Gent.ma Dott.ssa Panno, se Lei mi chiede l'età, la mia storia personale e gli accordi presi inizialmente con il mio terapeuta mi induce a capire che la risposta al mio quesito non è pacificamente riconosciuta da tutti gli psicoterapeuti. Ad ogni modo chiarisco di non essere più in terapia e che il rapporto è stato trasformato in amicizia su iniziativa mia, per cui comunque lui mi tiene sotto la sua "custodia". Quanto alla mia età, mi avvicino ai 50 anni ma sono approdato da questo psicoterapeuta quando ne avevo 30. Sicuramente la scarsa cultura e la mancanza di comunicazione affettiva della mia famiglia d'origine mi ha sempre causato problemi. Ero studente fuori corso e ritenevo di aver sbagliato facoltà: allora lo psicoterapeuta cercò di farmi innamorare di quella professione che, una volta laureato, sarei andato a svolgere, costituendo lo sbocco naturale di tale facoltà. Una volta laureatomi a 36 anni io avrei volentieri cercato un qualunque lavoro dipendente anche senza sfruttare la laurea ma lui (illustrandomi gli aspetti negativi del lavoro subordinato e i vantaggi del lavoro autonomo e dicendomi che ho un cervello fuori dalla norma che è peccato sprecare) mi spinse verso quella professione di cui innanzi, che attualmente svolgo ma a cui non mi sono mai appassionato perchè confligge troppo con il mio carattere introverso e poco incline alla lotta, e mi stressa troppo. La conseguenza è che durante l'università avevo disturbi digestivi che lui diceva mi sarebbero passati ma che invece permangono tuttora, per cui sono costretto quotidianamente ad una dieta molto leggera per poter essere attivo ed efficiente nella professione. Quando approdai da tale psicoterapeuta ero fidanzato di lungo corso e lui ha sempre cercato di persuadermi a salvare tale stanco rapporto dicendomi, nella sostanza e con argomenti sempre diversi, che se la mia ragazza mi era stata vicina in tutte le traversie del passato meritava di stare con me anche dopo e che era lei la donna giusta, e dunque dopo la laurea me l'ha fatta sposare. Mia moglie ha la ia stessa età, è estremamente ipocondriaca, ha paura del parto e perciò non abbiamo figli. Preciso che io fino a quando andai da questo terapeuta (avevo 30 anni) ero una persona eternamente indecisa su tutto e soffrivo di depressione. Dopo la laurea ci ha indotto anche a lasciare il nostro paese d'origine per affrancarci dall'influenza negativa delle rispettive famiglie d'origine e ci ha fatto trasferire nella sua città per tenerci sotto la sua ala protettrice, ma io (a differenza di mia moglie) non ho mai accettato nè la decisione riguardante la professione nè la decisione relativa al trasferimento, nè la decisione di non avere figli. Ma ormai non posso più tornare indietro.

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Gentile,
mi permetto una battuta: il meglio è nemico del bene. Se lei non avesse incontrato il suo terapeuta, probabilmente non si sarebbe laureato, non si sarebbe sposato con una donna che, al di là ogni altra considerazione, le è rimasta accanto per tutti questi anni, sarebbe rimasto in famiglia forse sine die, chissà se e quale lavoro avrebbe svolto.
Capisco la sua insoddisfazione per non avere avuto una vita migliore, ma mi paiono eccessive le sue lamentazioni per un'esistenza tutto sommato ordinata e completa. Cosa sarebbe stato di lei se non avesse incontrato il suo terapeuta, ora amico? Tenuto conto che, se lei ai tempi lo aveva cercato, il suo stato psichico non doveva essere così soddisfacente. Lei all'epoca aveva trent'anni: immagino che il terapeuta fosse più anziano, magari una figura paterna vicariante, sostitutiva.
Non sia troppo severo con lui e con sè stesso e provi a rivisitare la sua storia fin qui da altri punti di vista, anche per scoprire come, partendo da dove è ora, possa realizzare parte di quelle aspirazioni che pare continui a nutrire.
Auguri.

Dr.ssa Emanuela Carosso - Psicologa - Psicoterapeuta Psicologo a Torino

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Rispondo alla dott.ssa Federica Brucchietti: erano in due (lo psicoterapeuta e mia moglie, che era stata coinvolta nella terapia, quest'ultima con una volontà molto ferrea) contro uno, io, che partivo da una depressione...

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Caro,
Proponendo "l'interruzione" della terapia (uso il virgolettato perché mi pare sia comunque durata molti anni) al suo terapeuta, lei lo ha praticamente messo nel ruolo che lui ha sempre svolto: un amico che consiglia ciò che lui crede giusto per lei. Lo scopo di una terapia è sempre quella di aiutare un consultante a trovare l'autonomia psicologica necessaria affinché le sue scelte di vita e la sua quotidianità siano autentiche e libere. Non esistono scelte giuste o sbagliate a priori: sono certa che il lavoro da lei svolto è interessante e onorevole ma se la fa soffrire di gastrite, si faccia delle domande a riguardo. L'idea che mi sono fatta è che lei e il suo psicoterapeuta siate rimasti coinvolti entrambi in una dinamica nodosa che vi ha messo in ruoli non appropriati. È importante che lei ora ragioni su quanto ancora ha bisogno di una terapia (con un altro specialista) per poter finalmente trovare autonomia e libertà o se questo percorso di anni le ha permesso di crescere comunque e di poter prendere le redini della sua vita e trovare il suo io più profondamente vero.
Le auguro ogni bene.

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Ammettendo questo Paradosso, Lei (voglio scrivere da Psichiatra) poteva sempre scegliere. Quello che Lei non ha capito è che ha letto lei nei consigli del Terapeuta dei Compiti da svolgere. Se non voleva laurearsi Lei non si Laureava. Se non voleva Sposarsi, non si sposava. Il punto non è il Terapeuta ma il Suo Punto di Vista che non c’è. Chi manca in questo racconto è Lei. Come fa il Terapeuta ad aver avuto tanto Potere su di Lei? Ci pensi un attimo. Il punto Vero è come mi sento Ora rispetto alla mia Vita senza andare indietro a trenta anni quando ero dallo Psichiatra! Lei vive nel Passato senza rendersi conto che sta inquinando il suo Presente Generalizzandola sua Storia, può essere equipollente alla mia ma c’è una bella differenza: La vita la sento addosso, la voglio vivere e voglio il meglio per Me. Il Suo Meglio quale sarebbe? Tornare al 1985 per lagnarsi che sua moglie non vuole figli? Io come mi sento rispetto all'Esser Padre?Felice?Indifferente?Rispetto alla mia Professione come mi sento? Scoprirà' presto che non è il Suo Lavoro o l'Ipocondria di sua Moglie ma è il suo Porsi nel mondo, il Problema. Se ci pensa, se Fosse consapevole cambierebbe moglie e sposerebbe una trentenne rumena (mi creda, sono ovunque) ben lieta di diventar madre .Cioè’, il problema nella realtà non esiste. Esiste Lei che continua a fare quel che ha sempre fatto ovvero mancare di assertività’, spostarsi nel Passato e rendere Immanente o Fissa la sua Immagine di Uomo insoddisfatto. Ma che senso ha per Lei dirsi che non Vale niente? In Cina un Insegnante di Swing chini mi disse una cosa molto carina: Se Lei esiste Ora, il Mondo è Perfetto. Se ci pensa. Senza di Lei il Mondo non potrebbe essere in Equilibrio; insieme al Sole alle Stelle, alla Terra e ai tanti Viventi esiste anche Lei e il fatto che Lei esista Ora è importante ma è molto piu'importante che Lei sia se stesso, Consapevole Responsabile e Presente ovvero pronto ad accettare la Realtà e a scegliere il Suo Meglio, in base a come si Sente. La Naturalezza dell'Anima o Consapevolezza del Se si nutre di un unico Momento che vive: Qui e Ora. Che ne dice di Prendersi per Mano e Vivere recuperando cio' xhe sente rispetto al Momento? Lasci stare l'Idea di Controllo di una Vita Perfetta. Pensieri!La vita va percepita e sentita e sno certo che e' alla sua portata essere qui ed ora.Tanti Auguri per la Sua Anima.

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Buongiorno, nonostante le poche informazioni, ho percepito una forte ambivalenza. Mi chiedo cosa l'abbia spinto a mettere la sua vita nelle mani di questa persona. Forse da una parte avrebbe voluto trovare qualcuno che prendesse sulle spalle la propria sofferenza e che lo alleggerisse dal peso di decisioni difficili. Dall'altra credo che, facendosi manipolare, giustamente abbia provato una grandissima rabbia perché può aver avuto la conferma di non valere e di aver perso la bussola personale con la quale orientarsi. Credo che dovrebbe cercare di fare un percorso che le consenta di ritrovare o costruire la sua bussola personale. Come giustamente diceva anche la mia collega, quello che è successo con questo terapeuta, non ha molto a che fare con la psicoterapia.

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Gentile,

lei descrive un rapporto collusivo di dipendenza (mantenuto da entrambi) che poco ha a che vedere con la psicoterapia. Credo sia importante comprendere che lo psicologo/psicoterapeuta non da "direttive di vita" e non può in alcun caso scegliere al posto del paziente (lavoro, relazioni, amicizie ecc.). Lo psicoterapeuta non può fare le scelte al posto suo, perché non sarebbe corretto da un punto di vista deontologico e questa ovviamente dovrebbe essere una regola condivisa da tutti i Colleghi. Anche il fatto stesso di trasformare una relazione terapeutica in una relazione amicale è la conferma della sua difficoltà nella separazione, difficoltà probabilmente tenuta in piedi da entrambi in un meccanismo collusivo.
Dovrebbe controllare se il professionista è un Collega iscritto all'ordine degli psicologi, può farlo tramite questo link:
https://areariservata.psy.it/cgi-bin/areariservata/albo_nazionale.cgi

Cordiali saluti,
Dott. Giuseppe Del Signore - Psicologo, Psicoterapeuta a Viterbo e Tuscania

Dott. Giuseppe Del Signore Psicologo a Viterbo

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Gentile,
la sua storia meriterebbe degli approfondimenti, non ha mai pensato di cambiare terapeuta o sua moglie non ha mai pensato di consultarne uno per l'ipocondria?
Ad ogni modo è probabile o possibile che per alcune cose lei abbia ragione se dice che non può tornare indietro, ciò non toglie che possa però vivere il presente al meglio, superando eventuali rimpianti, remore e quant'altro e non precludendosi invece strade percorribili.Le consiglierei di consultare alo scopo un altro terapeuta, possibilmente di diverso indirizzo.
Quanto alla sua domanda di carattere generale, esistono approcci terapeutici come le Terapie Brevi, in cui il terapeuta si assume maggiormente la responsabilità di influenzare il paziente, ma ovviamente ciò deve essere fatto nell'interesse del paziente e quindi rigorosamente rispettando la deontologia. Inoltre esiste una sfera di decisioni personali in cui il terapeuta a mio avviso non dovrebbe entrare o entrarvi a scopo di fornire strumenti e risorse per la scelta, tali però da non inficiarne la libertà.
La invito anche a verificare la sua lateralizzazione.Cordiali saluti

Valentina Sciubba Psicologo a Roma

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Gentile,
Una delle garanzie risultanti dal rivolgersi a professionisti è la possibilità di rivolgersi all'Ordine e alle istituzioni competenti se riteniamo di essere stati vittime di scorrettezze o comportamenti scorretti.
Dico questo perché non mi sembrerebbe corretto né entrare nel merito dell'operato di un collega né sottovalutare i suoi vissuti.
Sono d'accordo con i miei colleghi che dalla lettura attenta della sua domanda si può cogliere un processo di riflessione sulle scelte che l'hanno portata a vivere la vita che sta vivendo. Tale processo potrebbe trovare sostegno in una nuova relazione terapeutica che abbia come obiettivi il consolidamento dei risultati ottenuti e lo sviluppo della sua autonomia.
Comprendo il suo disagio e la invito a prendersene cura.

Dott. Nicola Lazzarini Psicologo a Viareggio

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Gentile
ho appena risposto alla sua precedente comunicazione e solo ora leggo questo nuovo scritto.
Quello che mi sembra di comprendere è che l'errore che il suo Psicoterapeuta può aver commesso sta non tanto nell "agire terapeutico" quanto nell'essere stato estremamente protettivo nei suoi sconfronti e quindi ora le scelte fatte lei non le sente davvero come sue ma molto dipendenti da lui.
Lui ha agito e continua ad agire più come un padre mentre, probabilmente lei aveva bisogno anche di sbagliare per poter comprendere.
Tuttavia ora che sta osservando questa dinamica con chiarezza (e di certo vedra anche che lei stesso ha "delegato" a lui molte cose forse per fragilità) sarà anche in grado di dirigersi verso una relazione terapeutica più equilibrata continuando un percorso di crescita con un nuovo terapeuta.
Un caro saluto Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicoterapeuta in Ravenna

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Buongiorno,
se tutt'ora vivi dei disagi, credo sia il caso che tu prosegua con dei colloqui psicologici indipendenti dalla relazione col tuo amico/ex terapeuta ma in un contesto più adeguatamente orientato nell'aiutarti a scoprire qualche interesse personale finalizzato alla conquista della tua armonia interiore. Puoi cercare in qualche Consultorio della tua zona e nel frattempo, se ti va, ricontattami per ulteriori
comunicazioni. Ciao
Dottssa Carla Panno
psicologa-psicoterapeuta

Dott.ssa Carla Panno Psicologo a Milano

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Gentile,
leggendo attentamente il quesito da lei posto e una sintetica anamnesi personale, mi sono accorta che nel titolo è precisato II parte. Non ho letto la prima, per cui perdoni, se alcune mie riflessioni professionali possono essere disallineate a quanto scritto nella prima parte. Non rispondo spesso ai quesiti posti, preferisco scrivere articoli su argomenti di mia competenza e proporli a voi utenti con l'intento che possano essere di stimolo e di aiuto. tornando a lei mi hanno colpite un paio di cose. La prima è relativa al suo contesto familiare affettivamente poco accogliente; l'altra quella in cui il rapporto terapeutico è stato trasformato in amicizia su sua iniziativa, e mi pare di aver capito che tuttora il suo (ex?) psicoterapeuta è presente nella sua vita con indicazioni molto ben definite, cui lei fa cenno. Avendo una formazione prevalentemente psicodinamica e svolgendo questa attività da quasi trent'anni ho incontrato tanti pazienti a cui ho cercato di offrire le mie competenze affinchè fossero loro utili. Ho fatto anche degli errori, dai quali, ho imparato moltissimo, e ad oggi continuo in modo costante la formazione professionale. Ai miei pazienti ho sempre dato del lei, tranne gli adolescenti, ho mostrato di essere presente e disponibile, ma non ho mai accettato un rapporto amicale, pur chiestomi, poichè non avrei potuto più essere loro di aiuto, anche molto dopo la fine di un percorso condiviso e maturato insieme. Imparare a mettere "paletti", specie in un percorso psicologico, è un forte modello pedagogico che si offre al proprio cliente. Certo, questo lei non poteva saperlo, ma forse quella "amicizia"può aver scaldato un giovane uomo che portava dentro di sè tanto freddo affettivo e aspettative non sempre comprese e comunicate in famiglia. Oggi, a cinquant'anni, sembra essersi avviato verso un minimo di autonomia rispetto a questa figura molto significativa per lei. Spero che in tale direzione i passi aumentino, perchè, anche quando le nostre radici familiari sono carenti, c'è un tempo che si deve imparare a divenire "genitori di se stessi" per accogliere il "bambino ferito". Le auguro tanti piccoli e progressivi passi in direzione di una sua autonomia di azione, di scelte, di rischi, e di consapevoli responsabilità.
Dott.ssa Annalisa Orsenigo

Dott.ssa Annalisa Orsenigo Psicologo a Monza

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Caro,

dev'essere terribile aver vissuto venti anni con la consapevolezza di essere manipolato e che le sue scelte di vita le facesse qualcun altro? Oppure, al contrario, l'idea che la responsabilità delle nostre scelte sia di qualcun altro è rassicurante?

Come le hanno già scritto i colleghi l'obiettivo comune a tutti gli indirizzi terapeutici è l'autonomia del cliente/paziente, tutto ciò che si allontana da questo principio e obiettivo non è psicoterapia, ma altro.

Dr.ssa Federica Brucchietti Psicologo a Milano

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