Detesto il mio passato

Inviata da Harlock.89 · 11 nov 2025 Autorealizzazione e orientamento personale

Buonasera.
Mi ritrovo spesso a ripensare alla.mia infanzia, o meglio al bambino che ero durante la mia infanzia. Ricordi bene che non ero un bambino particolarmente sveglio, mi piaceva fantasticare e anche a scuola diventavo un bersaglio facile.
Ho rivisto, poco tempo fa, dei filmini di quando avevo 5 anni circa, e a dirla tutta mi sono sembrato un bambino detestabile, il classico piagnone, lamentoso e viziato. Ho il sentore che questa cosa la percepiamo anche i miei familiari, con mio padre che sicuramente non condivideva questo, mia madre molto più apprensiva, e mia sorella che non perdeva occasione per prendermi in giro. Oggi io stesso non sopporterei un bambino così, ed è come se il mio essere stato quel tipo di bambino avesse determinato la mia vita: oggi mi sento uno sconfitto. Non posso cambiare il passato, ma vorrei farci pace.

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Miglior risposta 12 NOV 2025

Buonasera,
mentre la leggo, sento che sta parlando con onestà di una ferita antica: forse l’inquadratura del racconto non riguarda tanto quel bambino, ma il modo in cui non si è sentito accolto per ciò che era.
È comprensibile che oggi guardando quei filmati provi fastidio o vergogna, è lo sguardo di chi cerca di trovare una spiegazione per un rifiuto percepito, magari mai del tutto appreso o verbalizzato.
Eppure, quel bambino merita la sua attenzione, non per pesarne i difetti, ma per accoglierlo dentro di sé con curiosità e gentilezza.

Lavorare sulla vergogna può essere uno dei compiti più sfidanti nel percorso terapeutico ma rappresenta anche il terreno più fertile dove scoprire la propria verità.

Un saluto
Dottoressa Clelia Felici

Clelia Felici Psicologo a Gallarate

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4 DIC 2025

Ciao Harlock.89, grazie per la condivisione. Può capitare, da adulti, di riguardare la nostra infanzia e sentirci a disagio. A volte ci sembra di rivedere un bambino “troppo sensibile”, “troppo fragile”, “troppo piagnone”. E da lì nasce un giudizio duro: “Ero così… quindi oggi sono uno sconfitto.”
La prima cosa da ricordare è che stai osservando quel bambino con gli occhi dell’adulto che sei ora. È come se pretendessi che un bambino di cinque anni si comporti come un adulto equilibrato, padrone delle proprie emozioni.
E allora una prima domanda che ti pongo è:
Rispetto a quale criterio un bambino così piccolo dovrebbe essere diverso da com’era?
Sono aspettative che arrivano dal presente, non dal passato.

Poi c’è un altro punto: tendiamo a basare l’intero giudizio su pochi ricordi, magari su un filmato o una scena specifica.
Davvero eri sempre così? E quali aspetti di te stai lasciando fuori da questa descrizione?
Molte volte, quando ci si ferma a riflettere, emergono anche immagini diverse: momenti in cui eri curioso, affettuoso, divertente, energico. Ma quei ricordi si perdono sotto il peso dell’autocritica.

Un altro elemento che influisce molto è il modo in cui la famiglia reagiva a certi comportamenti. È facile interiorizzare quelle reazioni come se fossero verità. Ma anche qui una domanda è fondamentale:
Di chi è davvero questa definizione? Chi ha stabilito cosa è ‘detestabile’ e cosa no?
Il giudizio degli altri parla spesso più dei loro modelli, delle loro aspettative, dei loro limiti… che del tuo valore.

E poi c’è il nodo più importante: quel collegamento automatico che fai tra il bambino che eri e l’adulto che sei oggi.
In che modo esattamente il comportamento di un bambino di cinque anni determina il valore dell’adulto di adesso?
Quando inizi a guardare bene questo legame, scopri che non è una catena logica: è un’abitudine emotiva.

Sarebbe utile cambiare la rappresentazione interna di quei ricordi. Non per cancellarli, ma per trasformare il modo in cui li vivi. È un lavoro di riconciliazione, in cui inizi a guardare quel bambino non più come un fastidio, ma come una parte di te che aveva bisogno di protezione, non di giudizio.

Fare pace con il passato non significa dire che tutto andava bene. Significa permettere a te stesso di integrare quella parte di storia senza che diventi una condanna.
Quel bambino non ti ha “determinato”: ti ha accompagnato fin qui. Ora sei tu l’adulto che può offrirgli un nuovo sguardo, più gentile e più vero.
Dott.ssa Marialessia Antonacci

Marialessia Antonacci Psicologo a Bari

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30 NOV 2025

Buongiorno, è comprensibile che riguardando il bambino che è stato provi disagio o giudizio verso di sé; spesso con gli occhi adulti osserviamo l’infanzia con una durezza che non riserviamo ad altri. Quel bambino non era “detestabile”, era semplicemente come poteva essere in quel momento: sensibile, forse bisognoso di rassicurazioni, e questo non ne definisce il valore né allora né oggi.

Il sentirsi “uno sconfitto” sembra derivare da un’immagine di sé congelata nel tempo, ma Lei non è più quel bambino: ha strumenti, consapevolezza e una capacità di riflessione che dimostra proprio ora. La invito a riconoscere che quel modo di essere è stato una forma di adattamento, non un difetto. Non può cambiare il passato, ma può imparare ad accoglierlo con comprensione, come farebbe con chiunque altro provasse fragilità.

Fare pace con quel bambino significa iniziare a parlargli con gentilezza, non con disprezzo. Forse, oggi, più che giudicarlo, merita che qualcuno - Lei per primo - lo ascolti. Rimango a disposizione, un caro saluto!

Dott.ssa Gloria Simoni Psicologo a Pistoia

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30 NOV 2025

Salve Harlock,
Grazie per aver condiviso questo pensiero che così spesso le torna in mente.
Può farci pace, può scegliere di ascoltare quel bambino che era, può smettere di essere lei per primo il giudice di se stesso che si guarda esternamente pensando che fosse proprio effettivamente detestabile. Si guarda con gli occhi con cui si è sentito guardato, ma questo non vuol dire che lei non meriti amore o non abbia risorse. Deve iniziare lei per primo a concederselo.

Faccia una scelta per se stesso e prenda per mano quel bambino di tanti anni fa; questo ripensare le dice qualcosa di lei di importante e forse sarebbe il caso di smettere di non dargli voce. Si faccia aiutare da un professionista..

Spero di averle dato qualche spunto e qualora ne avesse bisogno, sarei lieta di darle il mio sostegno.
Dott.ssa Giorgia Tanda

Dott.ssa Giorgia Tanda Psicologo a Roma

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28 NOV 2025

Salve,
mi sembra di capire che, nell'ultimo periodo, lei stia facendo i conti con il proprio presente e con alcuni aspetti di sé del passato. La visione che ha di sé e l'obiettivo che si pone meritano sicuramente uno spazio psicoterapeutico, all'interno del quale provare a dare significato a questi vissuti, alle emozioni che prova e a questo senso di sconfitta che sente nel presente.
Resto a disposizione,
dr.ssa Alessia Foronchi

Dott.ssa Alessia Foronchi Psicologo a Pesaro

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27 NOV 2025

Buonasera,
grazie per la commovente condivisione. Non è affatto facile essere in pace nel presente, se non riusciamo a prenderci cura del bambino che siamo stati. Sa, nessuno nasce senza bagagli. Ognuno di noi ha una storia, un codice genetico, un temperamento, una famiglia, un contesto storico vissuto: tutte cose che non si possono cambiare e che, nondimeno, in parte plasmano la persona che siamo. Quello che può cambiare è il nostro sguardo verso tutto ciò. E più lo sguardo è morbido, tollerante e accogliente, più i nodi si sciolgono e il presente inizia a cambiare forma.
Le lascio qui una frase di C .S Lewis che amo molto: "non puoi tornare indietro e cambiare l'inizio, ma puoi iniziare dove sei, adesso, e cambiare il finale".
Un abbraccio,

Dott. Gianmarco Massaro

Dott. Gianmarco Massaro Psicologo a Pistoia

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27 NOV 2025

Buonasera,
quello che descrivi è un percorso interiore molto intenso e delicato. Guardare indietro e rivedere il bambino che eri può essere doloroso, soprattutto quando emerge la percezione di essere stato “piagnone, lamentoso, viziato” e di aver suscitato giudizi o scherni da parte dei familiari. È naturale avere una reazione critica verso noi stessi: spesso siamo i giudici più severi, molto più severi di quanto lo siano stati gli altri realmente.
Quello che è importante ricordare è che quel bambino era, in realtà, un essere umano in crescita, con risorse, limiti, fragilità e bisogni che forse non sapeva come esprimere. Il pianto, la sensibilità, la voglia di attenzione non erano difetti: erano il modo in cui cercavi di sopravvivere, di farti riconoscere e di ricevere cura. È molto difficile, per chi guarda da adulto, non giudicare il proprio passato con gli occhi della critica, ma ciò che oggi percepisci come “detestabile” era la tua forma di risposta a un contesto che, evidentemente, non ti sosteneva pienamente.
Fare pace con il passato significa accettare quel bambino per quello che era, riconoscendo insieme la sua fragilità e la sua umanità. Non è giusto né realistico pensare che il passato determini irrimediabilmente tutta la vita, anche se può aver influito sulle tue esperienze e sul tuo modo di relazionarti. La vita adulta ti offre la possibilità di guardare indietro con compassione, e di coltivare dentro di te quell’accoglienza che forse mancava allora: verso il bambino che eri e verso te stesso oggi.
Può essere utile parlare di queste sensazioni con un terapeuta, usando tecniche di lavoro sul bambino interiore o di self-compassion, per trasformare la critica in comprensione e iniziare a ricostruire un rapporto più gentile con te stesso.

Rimango a disposizione.
Lorenzo Taidelli,
Psicologo clinico e Sessuologo
Milano & Online

Lorenzo Taidelli Psicologo a Rho

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27 NOV 2025

Buongiorno, quello che descrive tocca un punto molto delicato: il rapporto con il proprio bambino interiore, con l’immagine di sé che si è formata nei primi anni di vita e che spesso continua, silenziosamente, a condizionare l’autostima adulta. È molto significativo che Lei sia tornato a guardare quei filmini: non lo ha fatto per nostalgia, ma perché lì sente che c’è una parte di Lei che non ha mai davvero accolto, che forse è stata giudicata troppo presto, sia da Lei stesso sia da chi la circondava.
Quando Lei dice di essere stato un bambino “piagnone, lamentoso, detestabile”, in realtà non sta descrivendo il bambino: sta descrivendo come oggi lo giudica, partendo da categorie adulte, rigide, implacabili. I bambini non sono mai “detestabili”. Sono fragili, bisognosi, a volte goffi nel modo in cui chiedono attenzione o sicurezza. Se allora non ha incontrato uno sguardo veramente comprensivo, se è stato preso in giro da sua sorella, se ha percepito la delusione di suo padre o l’apprensione ansiosa di sua madre, è molto probabile che quel bambino abbia imparato a pensare: “c’è qualcosa di sbagliato in me”. E questa frase, quando si radica, non ha bisogno di essere vera per fare male: basta che sia stata sentita abbastanza intensamente.
Lei oggi guarda quel bambino e dice: “non lo sopporterei”. Ed è proprio qui che, terapeuticamente, si apre la possibilità di un lavoro importante. Perché quella reazione non parla del bambino, ma della durezza con cui tratta sé stesso. Un adulto che si sente “uno sconfitto”, come Lei si descrive, porta quasi sempre dentro di sé un bambino che non è stato difeso, né consolato, né valorizzato. E allora l’adulto continua a fare ciò che hanno fatto gli altri: lo giudica, lo rifiuta, lo umilia. È un modo di perpetuare quel dolore, come se non gli fosse mai stata offerta un’alternativa.
Lei lo dice in modo molto chiaro: “Non posso cambiare il passato, ma vorrei farci pace.” E questa è una frase preziosa, perché la pace non nasce dal dimenticare il bambino che è stato, ma dal guardarlo senza disprezzo. Quando riesce, anche solo per qualche istante, a osservare quel bambino non come un adulto osserva un adulto, ma come un adulto osserva un bambino fragile, allora il giudizio inizia a sciogliersi. Può nascere la compassione. E allora quello che oggi interpreta come “debolezza” potrebbe diventare semplicemente: sensibilità, fantasia, bisogno di protezione non ricevuto.
Il vero nodo non è ciò che Lei è stato, ma la narrazione che oggi porta con sé. Una narrazione che non è neutrale: è intrisa delle aspettative e delle mancanze degli adulti che aveva intorno. E questa narrazione può cambiare. Non serve riscrivere i fatti, ma cambiare lo sguardo: invece di “ero sbagliato”, può lentamente diventare “ero un bambino che chiedeva qualcosa che non ha ricevuto”.
Può sembrare poco, ma questo tipo di accoglienza interiore ha un effetto profondissimo sulla percezione di sé. Non farà sparire il passato, ma può ridare dignità a quella parte di Lei che ancora oggi chiede riconoscimento.
Un caro saluto

Dott.ssa Tiziana Citti

Dott.ssa Tiziana Citti Psicologo a Roma

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26 NOV 2025

Buonasera,
grazie per aver condiviso dei pensieri così delicati e personali.
Da quello che racconta emerge con chiarezza quanto sia doloroso sentire che quegli aspetti dell’infanzia l’abbiano in qualche modo definito. È comprensibile che oggi lei provi un groviglio di vergogna, dispiacere e rabbia verso quel passato: quando da piccoli si sperimenta la percezione di non essere in qualche modo compresi o protetti, è molto facile che da adulti riaffiorino sensazioni di sconfitta o di auto-giudizio.
Quello che descrive :la sensazione di essere stato “troppo” o addirittura “sbagliato” e “difficilmente sopportabile” ; spesso nasce da come gli altri hanno reagito. Un bambino sensibile, immaginativo o bisognoso di attenzioni non è un bambino “detestabile”: è un bambino che aveva necessità di essere visto,ascoltato e supportato. E se questo pensa non sia avvenuto, certamente non deve farsene una colpa. I bambini non hanno colpe.
Di contro, Il fatto che oggi lei senta il desiderio di fare pace con quel passato, è un segnale molto importante, fondamentale: significa che qualcosa in lei sta chiedendo cura e riconciliazione. Ed è un percorso che non deve affrontare da solo.
In un contesto sicuro e rispettoso, si possono dare nuovi significati a vecchi episodi che ha vissuto negativamente e guardare con occhi diversi sia il bambino che è stato, sia l’adulto che è diventato.
A volte basta iniziare a parlarne per accorgersi che ciò che sembrava inciso nella pietra può invece trasformarsi.

Un caro saluto.

Stella Campoverde Psicologo a Roma

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25 NOV 2025

Buonasera, dal suo racconto emerge con chiarezza l’immagine del bambino che è stato, rivisto anche nei filmini che cita. Sembra che questo ricordo la colpisca e fa riaffiorare sentimenti complessi. Probabilmente, quell’immagine del passato è in qualche modo collegata anche a come percepisce la persona che è oggi.
Non possiamo sapere con certezza come la sua famiglia viveva quel bambino, e parlarne con loro non cambierebbe necessariamente la sua esperienza presente. Ciò che sembra davvero rilevante, e che potrebbe essere utile esplorare, è il legame tra la persona che era da piccola e quella che è ora.
Se lo desidera, uno spazio di ascolto, in particolar modo un ascolto psicoanalitico, potrebbe offrirle l’occasione di riflettere su questi ricordi e sulle emozioni che suscitano, aiutandola a trovare una maggiore comprensione e accoglienza verso sé stessa, ieri e oggi.
Un saluto,

Dott. VM

Dott. Valentino Moretto Psicologo a Salerno

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25 NOV 2025

Caro Harlock,
il bambino che lei è stato, influenza ancora evidentemente la sua idea dell'adulto che è adesso.
L'idea di essere stato "detestabile, piagnone, lamentoso e viziato" sono etichette che lei ancora si porta addosso.
Quel bambino richiedeva attenzioni, esprimeva bisogni e fragilità e lei non sopporterebbe un bambino così, perché quelle ferite antiche sono ancora le sue ferite di oggi.
Provi a chiedersi davvero com'era quel bambino, di che cosa aveva paura, che cosa stava cercando, da chi sperava protezione, perché piangeva. Probabilmente non aveva altri modi per esprimere ciò che sentiva.
Pertanto, la sua sensazione di essere uno sconfitto deriva da come oggi lei si sta raccontando quella storia. E la buona notizia è che può cambiare questo.
Lei non è il bambino di allora e nemmeno il giudizio che le è stato messo addosso.
E' qualcuno che oggi, con sincerità e coraggio, si sta ponendo domande importanti, mature e profonde.
E questo non ha davvero nulla a che fare con la sconfitta.

Un caro saluto
Dottoressa Martina Miranda

Martina Miranda Psicologo a Poggiomarino

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25 NOV 2025

Gentile utente, il passato di ognuno di noi influenza profondamente ciò che siamo oggi. Allo stesso tempo, le scelte e i pensieri del presente determineranno a loro volta chi saremo. Questa dinamica non è affatto negativa; al contrario, può rappresentare l’occasione per risvegliare un forte senso di autoefficacia attraverso la modifica della nostra narrativa di vita.
È assolutamente comprensibile provare un senso di disagio guardando indietro nel nostro passato, ancor di più quando ci rivediamo in foto o video. Tuttavia vorrei portare l’attenzione sul suo desiderio di far pace con quel passato che emerge dal suo messaggio. Capita infatti spesso che bambini molto sensibili sviluppino un forte senso di disagio e di colpa quando circondati da un ambiente familiare poco sintonizzato. Questo senso di colpa può segnare profondamente la percezione di se stessi. Eppure, senza quel bambino, lei non avrebbe potuto oggi scrivere questo messaggio, e non avrebbe potuto manifestare questo desiderio di accettazione verso il se stesso di un tempo. Termino questa risposta dicendole che il bambino dentro di noi ha sentito e ancora sente le mancanze di un ambiente circostante spesso troppo distratto. Tali mancanze però possono essere compensate dall’adulto che siamo, accettando e abbracciando ciò che siamo stati, ciò che siamo, e ciò che saremo. Rimango a disposizione per qualsiasi altra domanda.

Roberta Cubisino Psicologo a Grammichele

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24 NOV 2025

Gentile Harlock,
sicuramente da bambino lei non si è sentito sufficientemente accolto, capito e confortato in primis dai suoi familiari e questa può essere stata una ferita dell'infanzia talmente interiorizzata da relazionarsi ora al ricordo di quel bambino con le stesse modalità che avevano usato i suoi familiari allora.
Sarebbe perciò interessante e opportuno analizzare in un contesto di psicoterapia la sua successiva storia di vita finora per comprendere come mai non è riuscito ancora ad acquisire l'autostima e la serenità necessarie per elaborare e sanare quelle ferite del passato empatizzando col bambino che è stato tanti anni fa.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Gennaro Fiore Psicologo a Campagna

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24 NOV 2025

Buonasera Harlock,
capisco il suo dispiacere e la sua insofferenza però, stia pur certo che ciò che prova nei confronti del suo passato lo prova la maggior parte delle gente; in parte non si può far nulla dall'altra con l'aiuto di uno psicologo si può stare meglio.
Il rimuginare sul passato anche se gravemente dannoso per la salute tanto da diventare un grave disturbo è adattivo perché ci permette di imparare dai nostri errori e dai nostri comportamenti. Lei stesso si sta rendendo conto ora di come era insopportabile allora, non le resta che imparare il massimo dalle sue riflessioni, contatti uno psicologo (io ricevo anche online) insieme rifletteremo su come migliorare il suo presente e come circoscrivere il passato.
Mi contatti per ulteriori chiarimenti
Dott. Marco Benfatto

Dott. Marco Benfatto Psicologo a Vigonza

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19 NOV 2025

Buongiorno,

le sue considerazioni, seppur dolorose, sono chiare e il suo desiderio di stare meglio rispetto alla sua storia è più che comprensibile, anche per poter fronteggiare il senso di sconfitta che menziona alla fine della sua domanda.


Proprio la conclusione del suo messaggio ("non posso cambiare il passato, ma vorrei farci pace") sembra un ottimo punto di partenza, utile e ben ancorato alla realtà: non è possibile cambiare la propria storia passata mentre è sensato impegnarsi per trasformare il vissuto e il significato che attribuiamo agli eventi della nostra vita. La preoccupazione rispetto ad avvenimenti o situazioni del proprio passato appartiene a molte altre persone ed è un elemento del tutto naturale della condizione esistenziale umana.

Il fatto che lei dica "mi ritrovo spesso a ripensare alla mia infanzia" fa pensare però alla necessità, per lei, di occuparsi, delle considerazioni e delle valutazioni che lei fa sulla sua storia personale, in particolare sul periodo infantile.

La memoria degli avvenimenti passati non è, contrariamente al pensiero comune, una “pellicola” che resta impressa ed immutabile, bensì un processo di continua “ricostruzione”, che avviene nel momento presente ed è influenzato anche dal proprio stato attuale, dalle emozioni e dai pensieri che ci accompagnano mentre ricordiamo.

A tal proposito, dalle sue parole sembra trasparire una considerazione piuttosto radicata, quasi una certezza, che le sue qualità non fossero apprezzate ed apprezzabili. Spesso queste considerazioni sono influenzate da assunzioni e considerazioni implicite (frutto di apprendimenti avvenuti durante l’infanzia, ma non solo) che stabiliscono quali sono, per noi, le condizioni necessarie, se non obbligatorie, per essere per essere amati, accettati, felici, etc. (per esempio, parafrasando le sue parole: “per essere amati e realizzarsi non si deve essere piagnoni, lamentosi e viziati”).


Queste considerazioni implicite hanno spesso il tono dell'assoluto ("si deve", "bisogna", etc.) e possono essere messe in discussione e riconsiderate, attraverso un dialogo con se stessi e anche con l'aiuto ed il supporto professionale per verificare e, se necessario, riportarle sul piano della realtà e della vita "umana" e verificare se il suo modo di essere possa avere veramente (usando le sue parole) "determinato la mia vita".
Questo genere di riflessioni in genere portano a scoprire che il proprio percorso esistenziale è ben più ricco delle cose che (pensiamo) lo abbiano influenzato, e lasciano spazio alla considerazione delle (numerose) possibilità e potenzialità che si possono mettere in campo per trasformare la propria vita "qui ed ora".
Accanto a questo lavoro di conoscenza e di messa in discussione, può essere utile avviarsi alla scoperta dei propri valori, delle proprie qualità e potenzialità e provare a sostenerle ed utilizzarle nella vita quotidiana, in particolare nel raggiungimento di obiettivi esistenziali che si ritengono significativi.

Il dolore per il suo passato potrebbe quindi rivelarsi una utile “occasione” per conoscersi meglio e avviarsi ad una trasformazione di quel sentimento di sconfitta a cui nessuno, in nessun caso, è destinato in modo ineluttabile.

Dott. Andrea Campagna Psicologo a Bologna

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19 NOV 2025

Buongiorno,
La ringrazio per aver condiviso i suoi stati d'animo. Le consiglio vivamente di intraprendere un percorso con un professionista per indagare meglio il suo passato e cercare, come dice Lei, di farci pace.
Le auguro il meglio.
Luca Mazzoleni

Dott. Luca Mazzoleni Psicologo a Bergamo

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19 NOV 2025

Gentile Harlock, grazie per aver descritto qui i suoi ricordi così personali.
Un bimbo non è una persona adulta 'in miniatura' ma ha delle esigenze, dei bisogni specifici e delle capacità ancora da costruire e sviluppare, per cui quando si definisce 'non particolarmente sveglio' forse si riferisce a un giudizio interiorizzato, da chissà chi, è interessante la visione che ha di sé stesso e la invito a riflettere sul giudizio di 'bimbo detestabile'. Cosa lo rende tale?
Non è semplice essere gentile con le vecchie versioni di noi stessi, ma la invito a considerare il fatto che al tempo, quel bambino non sapeva tutto ciò che lei sa ora.
Non deve essere stato semplice viversi come il bersaglio facile, in un contesto così quotidiano e presente per un bimbo, come appunto la scuola. Tali vissuti minano significativamente il vissuto di autostima che è in fase di realizzazione, soprattutto in contesto di gruppo dei pari.
Dalla sua descrizione sembra che sia abituato a svalutarsi e senza rendersene conto, denigrarsi è diventata un abitudine automatica.
La invito a considerare la possibilità di intraprendere un percorso di psicoterapia al fine di indagare come queste dinamiche caratterizzano oggi la sua vita, quindi la loro origine e soprattutto cosa le ha alimentate fino ad ora.
Lo spazio di psicoterapia è infatti un luogo sicuro e senza giudizio che le consente di far emergere aspetti nascosti e potenzialità personali, spesso rimaste in secondo piano.

Le auguro ogni bene.

Dott.ssa Ilaria Bagnoli Psicologo a Modena

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18 NOV 2025

La propria infanzia è ciò che ci portiamo dietro e che caratterizza l'età adulta ,ma iniziare a riprendere dei ricordi passati o cose che ci hanno fatto del male ,questo attraverso anche appunto dei filmini ,può farci rendere conto di ciò che eravamo ,di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere ,perché è giusto quello che dice ,cioè il voler far pace col proprio passato ma è potendo riprendere quel passato che può essere riletto sotto un'altra luce e può essere visto con gli occhi della maturità ,cercando di capire a quel tempo cosa accadeva ma anche che quei gesti che oggi non sopporta ,a quel tempo avevano un senso ,perché giusti per quella età, ma anche come risposta alle cose che stava affrontando. Questo può avvenire attraverso un percorso psicologico tale da poter riprendere i suoi ricordi così vivi e nitidi Oggi più che mai e poterne fare qualcosa, accoglierli rispetto al rimuoverli o al detestarli

Dott.ssa Emanuela Grosso Psicologo a Salerno

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18 NOV 2025

Gentilissimo, mi ha colpito la sua frase "mi trovo spesso a ripensare a quel bambino e oggi mi sento no sconfitto". Questa frase, in realtà, ha a che fare con il riemergere di un sé infantile non integrato. Ciò che ricorda non è solo il bambino lamentoso... che era. Ciò che sta guardando è soprattutto come quel bambino è stato visto dal padre distante e critico; dalla madre molto apprensiva e dalla sorella che lo faceva sentire sbagliato. In realtà non sta guardano il bambino che era, ma come quel bambino è stato visto e giudicato dagli altri, dalle persone che lo circondavano. E' il loro giudizio, il loro sguardo, che è diventata la sua voce interna. Quello che lei sta facendo oggi è una identificazione con l'aggressore: cerca di difendersi dal dolore provocato da altri quando era bambino ponendosi, però, dalla parte di chi lo giudicava. Insomma, è come se lei stesse continuando a giudicare quel bambino, ciò significa che sta rivolgendo verso di sé quell'aggressività. Quando dice "mi sento sconfitto", in realtà, sta riconnettendosi con la ferita subita da bambino che lei non ha mai completamente elaborato. Dal suo racconto, invece, emerge che quel bambino era molto sensibile, aveva molte fantasie, era in cerca di sicurezza e di protezione e, quando non si sentiva protetto, reagiva come poteva, cioè con il pianto. Solo che gli adulti non hanno riconosciuto questa sua sensibilità e desiderio di protezione. Le consilgio di lavorare sul suo passato, di riprendere per mano quel bambino e dargli ora la sicurezza e la protezione che ha tanto desiderato ma mai ricevuto. Consenta a quel bambino di fare parte della sua storia è l'unico modo per liberarsi della sua immagine svalutata che ancora la turba.

Dott. Rocco Ressa Psicologo a Taranto

4 Risposte

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18 NOV 2025

Capisco quanto possa essere difficile rivedere il bambino che sei stato e provare giudizio o fastidio verso quei comportamenti. Spesso, però, ciò che oggi interpreti come “piagnone” o “viziato” erano semplicemente i modi che quel bambino aveva per esprimere bisogni e insicurezze, con le risorse emotive di cui disponeva in quel momento.

Il disagio che provi ora dice molto più del tuo rapporto attuale con te stesso che di chi eri davvero allora. Lavorare su uno sguardo più gentile verso quel bambino può aiutarti a fare pace con la tua storia e ad alleggerire quel senso di sconfitta che senti oggi. È un percorso che si può affrontare, passo dopo passo, con delicatezza. Se vuoi iniziare questo percorso, insieme, puoi contattarmi!

Dott.ssa Federica Fazzini Psicologo a Firenze

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17 NOV 2025

Gentile utente, grazie per la sua condivisione. Le sue parole emanano sofferenza, mi spiace molto per il vissuto che avverte. Da come lo descrive a me quel bambino sembra bisognoso di cure e affetto, un bambino forse sensibile e sicuramente con delle risorse. Ha ragione a dire che sarebbe importante fare pace con questo passato e con il bambino che era in modo da potergli volere un po' di bene, riscoprire tutte le qualità che racchiude ancora oggi e magari indagare le sofferenze che ha affrontato anche a livello relazionale familiare e che lo hanno fatto magari ritirare un po'.
Resto a disposizione. Un caro saluto.
Dott.ssa Ciaudano

Giulia Ciaudano Psicologo a Torino

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16 NOV 2025

Buongiorno,
elabori grazie alla terapia il suo passato, vedrà che cambierà
Cordiali saluti

Dott.ssa Alice Noseda Psicologo a Lecco

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16 NOV 2025

Buongiorno,

potrebbe rinnegare un passato in cui non si piaceva, oppure considerarlo un passaggio per la crescita. Un bruco diventa una farfalla. Non pensi quindi a quello che non è stato in passato, al bruco, ma alla farfalla che è e che può continuare ad evolvere. Pensi a quello che può continuare a diventare attraverso una crescita personale continua in base ad obiettivi specifici.

Aumentano le possibilità che questa farfalla si evolva anche grazie al liberarsi della zavorra del giudizio del passato. Provi a sospendere il giudizio sulle parti del passato che non le piacciono e gli dia un valore positivo e costruttivo, quello di esperienza e di lezione di vita, per realizzare di essere migliore nel presente, e decidere di continuare a migliorare ed evolvere nel futuro..

Lo psicologo John Watson diceva circa un secolo fa che un carattere è un sistema sovraordinato di abitudini. Presi uno alla volta, gli aspetti del nostro carattere possono essere abitudini che non ci piacciono da perdere, o abitudini che non abbiamo, da acquisire. Su questo principio di basava un metodo di crescita personale di Benjamin Franklin, quello delle 13 virtù, attraverso il quale egli migliorò molti suoi aspetti lavorando su uno alla volta.

Decida se fare il regista della sua vita focalizzandosi e organizzandosi sulle scene che non le piacciono, oppure su come migliorare la regia e la qualità delle scene attuali e future.

Le auguro il meglio per la sua crescita personale e resto a disposizione, anche online
Cordialmente. Dott. Giovanni Iacoviello

Dott. Giovanni Iacoviello Psicologo a Bergamo

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16 NOV 2025

Buonasera Harlock,

Il bambino che descrivi - piagnone, fantasioso, sensibile, facilmente ferito - non è un bambino “detestabile”, ma un bambino non protetto, non visto, probabilmente privo di qualcuno che potesse tradurre i suoi modi di reagire come forme di fragilità, piuttosto che come colpe. Che tuo padre non condividesse quella modalità, che tua sorella ne facesse bersaglio, che tua madre fosse apprensiva ma forse non contenitiva non ci dice che tu fossi “sbagliato”; dice piuttosto che non hai ricevuto lo sguardo giusto attraverso cui poterti specchiare. Il problema, dunque, non è il bambino, ma la storia narrata su quel bambino. Quando affermi: “è come se l’essere stato così avesse determinato la mia vita; oggi mi sento uno sconfitto”, stai producendo un’equazione devastante: essere stati fragili da piccoli = essere inadeguati da adulti. Pare un verdetto, e pare venire proprio da quel clima infantile in cui la tua sensibilità veniva probabilmente percepita come un difetto da correggere, prima ancora che da custodire. A questo si aggiunge il fatto che, guardando il passato con gli occhi dell’oggi, rischiamo di usare il bambino come capro espiatorio della nostra sofferenza adulta: “se fossi stato diverso, oggi non sarei così”. Ma la verità è più complessa e molto più misericordiosa: quel bambino ha fatto ciò che poteva con gli strumenti che possedeva, dentro l’ambiente che abitava. Era normale che piangesse, che fosse spaventato, che cercasse protezione. Era normale che fantasticasse: è ciò che fanno i bambini per sopravvivere a ciò che non sanno ancora comprendere. L'interrogativo, più che essere: “come posso perdonarmi per essere stato così?" potrebbe invece essere: “perché nessuno allora ha difeso quel bambino; perché la sua fragilità è diventata colpa?”. Fare pace con l’infanzia significa soprattutto riconoscere che quel bambino non meritava il giudizio che ancora oggi gli infliggi. È un’operazione di riscrittura interna, più che di memoria.

Il disprezzo verso il sé infantile può essere anche una forma di autodifesa; può servire a prendere distanza da parti di sé che un tempo non erano accolte. Ma è anche un modo per perpetuare ciò che allora hai subito: lo sguardo ironico di tua sorella, il fastidio di tuo padre, la preoccupazione ansiosa e impotente di tua madre. Quando oggi ti definisci “uno sconfitto”, non stai parlando di te, ma stai piuttosto ripetendo ciò che hai imparato a pensare di te. Il lavoro che ti attende - ed è un lavoro possibile, graduale - consiste nel riavvicinare il bambino senza giudicarlo, nel riconoscere quanto fosse in realtà solo, sensibile, bisognoso di cura. Quando riuscirai a riconoscere quel bambino come l'origine vulnerabile del tuo dolore corrente, la relazione con il passato che tanto detesti potrà ricomporsi. Da quella stessa riconciliazione, potrà nascere poi una maniera diversa di sentirti adulto; non più “determinato” da ciò che è stato, ma più libero di immaginarsi in altro modo.

Un caro saluto,

Dottoressa Giulia Foddai

Giulia Foddai Psicologo a Torino

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14 NOV 2025

Ciao. È chiaro che emerga un vissuto doloroso dalle tue parole. Può succedere che, ripensando alla propria infanzia, si ricordino delle cose che c’infastidiscono. L’atteggiamento di tuo padre e di tua sorella può aver contribuito a generare in te un senso di vergogna per alcuni aspetti caratteriali di quando eri un bambino. Ciascuno di noi ha un vissuto e una storia, non siamo perfetti ma ciò non significa che non abbiamo un valore. Elaborare quel periodo, i rapporti in famiglia e come tutto ciò impatta sul tuo presente potrebbe esserti utile, tramite un percorso psicoterapeutico.

Cordiali saluti,
Dott.ssa Ornella Esposito.

Ornella Esposito Psicologo a San Giorgio a Cremano

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12 NOV 2025

Salve Harlock,
Il suo intervento è molto perspicace e profondo. Quando si guarda una foto della propria infanzia si percepiscono delle cose, si hanno delle impressioni vivide di sé stessi ma non per forza veraci. Spesso, pur riconoscendosi e rintracciando i propri tratti fisionomici caratteristici, si ravvisa nella foto un sé che non è più, un soggetto che siamo e non siamo più noi. E questo può avere un certo senso di verità. Infatti l’essere che è ritratto o ripreso da una telecamera, non è quello che noi siamo in questo momento, il tempo ha mutato o meglio siamo mutati nel fattore che chiamiamo tempo. In questo senso un bambino che piange potrebbe non avere molto a che fare con me, anche se mi sento uno che si lamenta. Non bisognerebbe cadere nel tranello di vedere l’immagine di sè con gli occhi degli altri, per esempio della famiglia. Sarebbe invece opportuno lasciarsi guidare da un senso di estraneità che potrebbe condurre a farci sentire empatici con quel bambino, capendone i bisogni sottostanti che aveva. Questo potrebbe essere il primo cambiamento importante di prospettiva. Un cambio prospettico che ci fa vedere noi stessi con altri occhi, quelli della comprensione.
Perché non inizia un percorso analitico con uno psicoanalista? Per comprendere e comprendersi, per godere della vita cercando di viverla appieno.
Dott. Pietro Salemme

Dott. Pietro Salemme Psicologo a Roma

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