Darmi un senso, un valore
Buonasera. Premetto che mentre scrivo queste parole sono ubriaco. Difficilmente altrimenti sarei riuscito. Bevo per evitare di fumare cannabinoidi, avendo io cercato di (e, da un mese e mezzo a questa parte, riuscito a) smettere di fumare, avendo cominciato a sedici anni, ed avendo deciso la prima volta di smettere a ventidue, dopo la fine di una delle relazioni più formative, seppur largamente in negativo, della mia vita, durata due anni. Vado in analisi, ed il metodo è quello classico: mi siedo sul lettino e parlo a ruota libera (mia tendenziale vergognosa reticenza permettendo) di ciò che ho vissuto nella settimana trascorsa tra una seduta e l'altra. Mi viene detto che ho una tendenza ad utilizzare le parole per schermare le emozioni, che tendo a non parlare della mia vita sessuale - ampiamente attiva - e dei miei genitori, se non di mio padre, che non vedo da nove anni circa, e per accenni. Dopo le prime sedute conoscitive, ormai un anno e mezzo fa, alle quali giungo dopo quello che è considerabile un bad trip/episodio psicotico - fumate due canne esco di casa terrorizzato perché convinto che sarei divenuto sacrificio in un sabba - il terapeuta dice a mezza bocca che, se proprio dovesse dare una diagnosi, direbbe 'Borderline'. Mi dice che, certamente, cercando in me riuscirei a trovare una componente depressiva. Il problema fondamentale è: non riesco a smettere di pensarmi morto. Attraverso la strada e mi vedo sotto le macchine che passano. Guardo dalla finestra, dal balcone, e mi vedo esploso sul marciapiede. Immagino di aprirmi la testa sullo spigolo più vicino, i polsi a pugnalate, ma non riesco. E mi sento dannoso, costantemente. Per mia madre, le fidanzate che ho avuto e che non riesco a smettere di avere, per mia sorella, i miei amici. Sento di emanare malsanità e disagio, provo pena per chiunque mi prenda a cuore. Ho letto il DSM, so che 'rientra nei sintomi', ma questo non lo rende meno reale. Passo le giornate tentando di fare cose che mi convincano che posso avere un senso, che posso fare del bene, ma periodicamente ciò viene smentito. La mia ultima relazione è finita con lei che mi diceva che 'è come se in me ci fossero due persone. Prima non credeva che fossi Borderline, ma poi, ripensandoci, il mio comportamento era esattamente quello: passavo da momenti nei quali mi riempivo di cose da fare, ad altri nei quali mi deprimevo e non uscivo di casa, ed è colpa mia se le sue normali insicurezze sono diventate motivo di possessività e gelosia'. Io non vedo perché dovrei sottoporre il prossimo a tutto questo. Eppure non riesco neanche a ferirmi come si deve. Solo indirettamente. Poggio la lama ma non riesco, così come non riesco a convincermi che sia la giusta soluzione. Penso alle conseguenze che questa modalità di morte avrebbe sui prossimi. Mia madre, tendente alla preoccupazione, si preoccuperebbe ancora di più, e mia sorella vivrebbe un'adolescenza orrenda. Rischierei di far sentire 'la morte vicina' ad amici ai quali voglio bene. Ma detesto il fatto di perseverare, sento di fare violenza a chiunque m'incontri, di essere una trappola ambulante. Non so neanche bene cosa sto chiedendo. Forse è solo l'ennesima lettera che non porterà a nulla.