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Crisi del quarto di secolo

Inviata da Diletta il 23 giu 2018 Crisi esistenziale

Gentili dottori,
vorrei esporvi la mia situazione per avere un parere nuovo e diverso. Sono una ragazza di 26 anni che dal suo ultimo compleanno è entrata in un vortice fatto di ansia e rimpianti, sentendosi come se tutte le occasioni di potersi realizzare ed essere felice fossero andate. Ho avuto un'adolescenza fatta di insicurezze e qualche dinamica familiare un po' complicata, come molti persone credo, ma uscita dalle superiori tutta la mia incapacità di prendere serenamente una decisione fidandomi di me stessa e anche "buttandomi" è emersa, rendendo tutto molto pesante da sopportare. Ho vissuto un conflitto fortissimo tra un perfezionismo e un'aspettativa quasi impossibile di me stessa e la paura mista a pigrizia per il mettersi in gioco assumendosi anche il rischio di sbagliare e deludere qualcuno. A questo si è aggiunto il fatto che con mia mamma non c'è stata una comunicazione efficace e il modo in cui lei ha reagito ai miei atteggiamenti (per non fermarmi a riflettere sulla sofferenza che sentivo per un anno ho praticamente pensato solo a uscire e divertirmi, saltando spessissimo le lezioni dell'università e comportandomi in modo molto superficiale) mi ha gettata nello sconforto più totale provocandomi un complesso di inferiorità e inadeguatezza che mi porto ancora dietro oggi. Mi ero sempre sentita stimata e lodata in casa per i miei risultati scolastici e percepire sfiducia da parte di mia madre perché non stavo prendendo la carriera universitaria come avrei dovuto mi ha fatto perdere un importante fonte di sicurezza e sostegno. Volevo fare fisioterapia, ma per ben due volte non ho passato il test di ammissione. Dopo 2 anni ho deciso di ricominciare da capo e a fatica ho messo da parte i rimorsi per aver sbagliato così tanto e mi sono data un'altra possibilità. Mi sono iscritta, alla fine, in una facoltà che riprendeva le stesse materie del liceo frequentato, non so se per mancanza di coraggio o per vero interesse verso l'indirizzo di studi. Il fatto di conoscere un po' le materie e il sapere di esserci portata mi dava la tranquillità e la stabilità che sentivo di aver perso dopo il liceo. Dentro di me continuavo a coltivare il desiderio di studiare qualcosa in ambito sanitario, fisioterapia o addirittura medicina, e pensavo che se mi fossi laureata in tempo avrei comunque potuto intraprendere una delle due all'età di 23 anni, cosa che mi avrebbe consentito di concluderla ad un'età tutto sommato accettabile. Mi sembrava un buon piano e così, lavorando, studiando e portando avanti altri interessi ho svolto una brillante carriera universitaria con una media alta e abbastanza in pari. A pochi esami dalla laurea, ho avuto una brusca interruzione. Qualcosa si è inceppato nell'ingranaggio e nel giro di poche settimane sono crollata in quella che poi è stata diagnosticata come "reazione depressiva da stress". Non intendo dilungarmi su quanto sia terribile ed estenuante quello che si prova in questi casi. Non c'era altra scelta che iniziare un percorso di psicoterapia, al quale poi è stata affiancata una terapia farmacologica (prescritta naturalmente da uno psichiatra). Nel giro di pochi mesi sono stata meglio, ho ricominciato a riappropriarmi della capacità di gioire anche per le piccole cose e anche a impegnarmi nel lavoro e in altre attività. Già solo il fatto di risentire il cuore leggero la mattina per me era oro. Soltanto lo studio restava fermo. Non riuscivo a ripartire, il tempo passava e sapevo di voler e dover concludere ma nonostante qualche (timido) tentativo non riuscivo a rimettermi davvero sui libri. È stato solo alla fine dell'estate scorsa che finalmente ce l'ho fatta. Ho concluso i miei esami con voti alti, sempre lavorando, e mi sono laureata con lode alla triennale, con due anni accademici di ritardo e nemmeno un briciolo di felicità o gratificazione. Da quando ho compiuto 26 anni, infatti, ho sentito scendere su di me come un'ombra di cinismo e sfiducia. La frustrazione, la rabbia, il senso di colpa per non aver concluso nei tempi che mi ero immaginata e la sensazione di aver perso 3 anni fondamentali (quelli del passaggio tra 23 e i 26) mi corrodono dentro, rendendomi preda del rimpianto e invidiosa di chi ancora mi sembra "giovane e con la vita davanti" e chi magari ha la mia età ma si è realizzato secondo i miei parametri di realizzazione. Il desiderio di studiare qualcosa nell'ambito medico c'è ancora e forse si è accentuato a causa dell'ansia che provo per il fatto di non aver ancora trovato un impiego stabile e per il non sapere cosa sarà di me. Mi piacerebbe studiare medicina, ma non sono nemmeno sicura del perché. Mi sento schiava del tempo e della mia mente e provo una grande rabbia nei confronti di mia madre perché ritengo che non abbia saputo e non sappia cogliere ciò di cui ho davvero bisogno a livello emotivo. Inutile dire che sentire questo verso di lei mi provoca un enorme senso di colpa, perché mi ha dato e mi dà tanto: è una persona dolce, comprensiva e generosa a cui ho sempre raccontato tutto, ma nei momenti più importanti e delicati non mi sono sentita veramente ascoltata e capita fino in fondo e questo ha creato una sorta di spaccatura che mi dilania ogni giorno e mi fa sentire divorata dal bisogno costante di avere la sua approvazione, la tentazione di fare esattamente quello che mi sconsiglia per non accontentarla, il desiderio di capire cosa voglio io e l'oggettiva difficoltà di diventare grandi e indipendenti.
Spero in una vostra risposta. Al momento sto proseguendo la psicoterapia, ma mi sento un po' ad un punto fermo, come se questo disagio, questo rimpianto, questa rabbia e questo rimuginare fossero aspetti della mia vita che non potranno mai davvero cambiare. Ci continuo a sbattere la testa, continuano ad emergere facendomi soffrire, ma non riesco a trovare la chiave per sbloccarli. Per questo, mi piacerebbe avere anche altri pareri.
Grazie sinceramente

Diletta

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Cara Diletta, intanto mi sento di dirti che da ciò che racconti hai fatto molti progressi nella tua vita e raggiunto diversi traguardi sia personali che accademici. Sicuramente adesso ti dirai "si, come no!"...ed qui ciò che, a mio parare, non ti sta aiutando. Da come ti racconti tendi ad interpretare la tua realtà e la tua vita sulla base di ciò che ti manca, e mai in base a ciò che hai o che sei stata brava a fare. Questo è un aspetto sul quale potresti continuare a lavorare in psicoterapia. Altra cosa, arriva forte e chiara l'ambivalenza verso tua madre: da un alto la stimi e riconosci ciò che ha fatto e fa per te, dall'altro provi rabbia e fastidio perchè forse non ti senti ascoltata e accolta. Questi sentimenti vanno affrontati ed elaborati, il tuo rimuginare verso le cose e le relazioni può essere modificato se solo ci metti ancora un pò più di impegno e fai uno sforzo per volerti bene. E' normale passare dei momenti in psicoterapia dove ci si sente in stallo: molto importante è, però, parlarne in seduta e vedere cosa questa sensazione di blocco vuole dirti. E, infine, non avere paura dei tuoi sentimenti (si, anche di quelli cinici e ostili!), lasciali venire dentro di te, anzi accoglili invece di tentare di scacciarli in tutti i modi...non so se è una cosa che fai già, ma potresti usare la scrittura per "buttarli fuori" e dare loro un senso, immaginando che mentre scrivi te ne liberi un pochino.
Continua con fiducia la tua psicoterapia, hai tutte le risorse per stare meglio.
Auguri, Dott.ssa Daniela Cannistrà.

Daniela Cannistrà - Psicologa e Psicoterapeuta Psicologo a Seregno

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Cara Diletta, la Tua lettera è lunga e dettagliata ma la sensazione è che il problema centrale, origine di tutti i Tuoi disturbi, sofferenze, problemi esistenziali, stia nella relazione disfunzionale con Tua madre.
E' una problematica che affonda le radici nella preistoria personale, se intendi cosa voglio dire.
Hai fatto psicoterapia ( quale ? per quanto tempo? con quale approccio metodologico ? con quale frequenza ? ) , hai assunto farmaci ( come un antipiretico, abbassa la febbre, ma si tratta di raffeddore o influenza o polmonite? ).
Evidentemente queste "cure" non bastano.
Vedi la psiche è un pò come una cipolla: la forma dello strato più esterno dipende dalla forma di quello più sotto, che a sua volta dipende da quello sotto e così via, sino al nocciolo. Per affrontare seriamente l'origine delle Tue sofferenze è necessario arrivare sino al nocciolo della cipolla. Ed è un lavoro impegnativo. Ma è l'unico che veramente cambia le cose. In pratica una seria psicoanalisi.
Per efficacia e durata Ti suggerirei la metodologia micropsicoanalitica.
Non posso esserTi di maggiore aiuto in questa sede forzatamente compressa.
Resto perciò a Tua disposizione, anche per eventuali uteriori chiarimenti via mail o telefono ( se ritieni mi trovi la sera dalle 21,00 in poi sul numero fisso che puoi trovare sulla mia scheda in questo sito ) e Ti mando un caro saluto. Dr. Marco Tartari, Roatto Asti

Dott. Marco Tartari Psicologo a Roatto

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