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Conclusione psicoterapia

Inviata da Elena il 14 lug 2019

Buongiorno gentili dottori. Sono una ragazza di 23 anni. Pochi giorni fa ho concluso il mio percorso di psicoterapia psicoanalitica, durato tre anni. Da mesi, ormai, sentivo che qualcosa non andava nel percorso e nella relazione con la terapeuta. Ho ricondotto queste difficoltà all'approccio clinico, non più adeguato per i temi e i bisogni di questo momento, e ad una serie di dinamiche di idealizzazione della dottoressa e svalutazione mia, nel confronto con l'immagine di lei. Negli ultimi tempi abbiamo provato ad affrontare questa ed altre questioni molto rilevanti, ma avevo già chiuso le porte al dialogo e alla riflessione, convinta che non avrei raggiunto una comprensione soddisfacente in quella sede e in quei termini. Il risultato è che molte cose sono rimaste irrisolte, incomprese ed implicite. Da tempo manifestavo il desiderio di concludere ma poi ho deciso all'improvviso di terminare, non dando il tempo a nessuna delle due di abituarsi all'idea di concludere- forse strappare il cerotto era l'unico modo per evitare di procrastinare- e temo di non aver compreso tutto ciò che potevo comprendere insieme a lei. Riconosco che la mia scelta sia stata importante in quel momento (anche perché ultimamente sembrava fosse tutto in stallo, a causa della mia opposizione al proseguire l'analisi e dopo ogni seduta stavo male per giorni), ma ora sono spaventata all'idea di proseguire la mia vita "da sola". Inoltre, mi dispiace non condividere più uno spazio con lei, che stimo molto e che rappresenta qualcosa di molto importante in me, e mi sento in colpa (quasi come se le facessi un torto).

Sto cercando di dare spazio ai ricordi, ai pensieri, ai significati di ciò che abbiamo vissuto, ma resta un senso di inafferrabilità e disorientamento, che genera tanta frustrazione e ulteriore sconforto. Continuo a chiedermi se io abbia fatto un buon uso degli strumenti che la dott.ssa ha messo a mia disposizione, se davvero io abbia imparato qualcosa- e le risposte per ora sono autosvalutanti, per cui mi convinco di non aver imparato niente, confermando ciò con il fatto che non so far fronte a questo momento di tristezza e cambiamento.

E' come se avessi bisogno di una conferma che questo vissuto sia valido e legittimo: è “normale” provare così tanti sentimenti, anche contrastanti, tutti insieme? E’ “normale” non riuscire ad afferrare i pensieri, ed essere confusi? Può, questo, indicare che non si sia raggiunto un buon risultato, oppure è compatibile con la complessità della fine di un percorso così intenso? Come posso ringraziare la terapeuta per il lavoro straordinario che ha fatto con me, per le cose che mi ha permesso di imparare su me stessa e la persona alla quale ha contribuito a dare forma, oggi? A quale "luogo" destino tutte quelle cose che penso e sento?
Grazie dell'ascolto e a chi vorrà esprimere qualche riflessione, considerazione, indicazione, consiglio...

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Cara Elena,
la mia risposta non potrà essere esauriente, dal momento che non conosco il suo percorso. Condivido con lei alcune riflessioni. A volte (non è detto che sia il suo caso) l’idealizzazione del terapeuta risponde ad un bisogno, ossia quello di proteggere lui/lei dai nostri pensieri svalutativi e al contempo proteggere noi stessi dal sentimento negativo che deriva dall’aver “fatto male” a qualcuno che è importante per noi. Da quello che racconta posso ipotizzare che forse le faceva troppo male non solo comunicare, ma “sentire” i pensieri svalutativi nei confronti della sua terapeuta e ha forse deciso inconsapevolmente di “agirli” interrompendo, o concludendo in modo repentino la terapia.
E’ assolutamente normale provare così tanti sentimenti contrastanti, a maggior ragione considerato il momento così delicato che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una buonissima capacità di introspezione e di leggere le dinamiche da più punti di vista, che sicuramente avrà potenziato anche grazie al trattamento.
Sia indulgente verso se stessa. Fare un "buon uso degli strumenti messi a disposizione" non si misura dalla capacità di “far fronte”, ma anche di attraversare la difficoltà del momento, di “stare” nella tristezza. Un percorso terapeutico ci rende più elastici, meno rigidi. Non ci protegge dal mondo esterno, ma ci dà la possibilità di interiorizzare delle funzioni e usare delle risorse che prima non avevamo.
Se è convinta che non ci sarebbe stato modo e spazio ulteriore per il dialogo, veda la sua scelta come uno slancio verso l’autonomia e ne accetti le conseguenze: significa che non ha paura di crescere.
Le cose che ha imparato, restano, e se le ha apprese significa che erano già dentro di lei e la sua terapeuta le ha "insegnato" a farle venir fuori.
Un caro augurio,
Donatella Tribuzio

Dott.ssa Donatella Tribuzio Psicologo a Bari

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