Compagna che mi lascia per stare con il figlio.

Inviata da Evaristo · 28 ago 2025 Terapia di coppia

La mia compagna divorziata ha 3 figli dal precedente matrimonio. Una minore adolescente, un quasi 20enne e un ragazzo adulto che vive all estero. La madre è la figlia si trasferiscono a vivere da me. Succede che il figlio 20enne vuole cambiare università e trasferirsi dalla madre e quindi nel nostro nucleo familiare.Io non sono d accordo perché ho già esperienza di vita quotidiana con lui.Non riuscirei a gestirlo e non potrei in quanto maggiorenne avere nessuna autorità. La madre pertanto decide di trasferirsi in un altra casa con figlia e figlio universitario al seguito. Come faccio a far capire alla compagna che possono esserci altri modi per seguire il figlio diverso da quello di viverci assieme?lei pensa che trovargli posto in un convitto , pur abitando nella stessa città, sia abbandonarlo.

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Miglior risposta 29 AGO 2025

Gentile Evaristo
Non è semplice entrare nelle dinamiche di una madre e dei i suoi figli che hanno già vissuto una separazione dal padre.
Forse potrebbe pensare di trovare una modalità per comunicare con la sua compagna che sia adeguata e giusta per entrambi, dandovi reciprocamente la possibilità di esprimere paure, dubbi, bisogni.
Le suggerirei delle consulenze di coppia
Un saluto

Dott.ssa Sara Petroni Psicologo a Tarquinia

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2 SET 2025

Capisco bene la delicatezza della situazione. Da un punto di vista sistemico, il nodo è distinguere i bisogni del figlio da quelli della coppia: sua compagna sente il dovere materno di “esserci”, mentre lei percepisce il rischio di perdere il proprio spazio vitale.

Può farle notare che “esserci” non significa necessariamente condividere lo stesso tetto: accompagnare il figlio nel percorso universitario può avvenire anche con una presenza costante e di qualità (incontri frequenti, supporto economico-organizzativo, momenti di confronto), senza coincidere per forza con la convivenza quotidiana.
Dal punto di vista pratico, potrebbe proporle di valutare soluzioni intermedie — ad esempio una stanza in un convitto o appartamento condiviso, con la possibilità di rientrare a casa per i weekend o quando serve — così il figlio sperimenta autonomia e lei si sente comunque vicina e disponibile.
L’obiettivo è spostare la conversazione dalla contrapposizione (“insieme o abbandono”) a una gamma di alternative che salvaguardino sia il ruolo genitoriale sia la tenuta della coppia.
Nel caso in cui non riusciate a trovare una soluzione vissuta serenamente da tutti, potreste pensare a qualche incontro di terapia da fare in coppia per affrontare in modo non conflittuale la questione.

Maia Aura Ricca Psicologo a Reggio Calabria

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1 SET 2025

Buonasera Evaristo,

grazie per averci contattato su questo portale e aver esposto la sua problematica.
Entrare e ristabilire delle nuove dinamiche familiari è complesso ma non impossibile.
Le consiglierei di parlarne con la compagna su quello che pensa e prova ma provare a farlo con tatto e sensibilità.
Se dovessero esserci difficoltà allora le consiglierei di intraprendere un percorso di coppia.
Cordiali saluti.

Dottoressa Margherita Romeo

Dott.ssa Margherita Romeo Psicologo a Roma

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1 SET 2025

Buongiorno Evaristo e grazie per aver condiviso la tua esperienza.
Quando due precedenti nuclei familiari si congiungono gli equilibri devono essere ristabiliti. Da un lato la tua compagna ha dei figli verso cui ha delle responsabilità, dall'altro c'è la vostra relazione di coppia che va preservata.
Quando parli di non avere autorità sul figlio ventenne cosa intendi? E cosa rappresenta per te questa mancata autorità?
D'altro canto cosa significa per la tua compagna avere o non avere in casa il figlio?
Parlare apertamente con la tua compagna potrebbe aiutarvi a trovare una mediazione.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarti/vi a capire quali dinamiche sottostanti bloccano il processo

Resto a disposizione
Dott.ssa Federica Amissini

Dott.ssa Federica Amissini Psicologo a Trescore Balneario

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31 AGO 2025

La situazione che lei descrive tocca uno dei nodi più delicati delle famiglie ricomposte: il bilanciamento tra le esigenze dei figli e quelle della nuova coppia. È comprensibile che si trovi in difficoltà, poiché sta affrontando questioni che vanno oltre la nuova convivenza.

Lei ha assolutamente il diritto di esprimere le sue perplessità riguardo alla convivenza con il figlio ventenne della sua compagna. Non si tratta di mancanza di affetto o rifiuto, ma di una valutazione realistica delle dinamiche che potrebbero crearsi. La sua esperienza passata con questo ragazzo le fornisce elementi concreti per valutare la fattibilità della situazione. È importante che lei possa comunicare i suoi valori e le sue esigenze senza sentirsi in colpa. Vivere serenamente nella propria casa non è un capriccio, ma un bisogno legittimo che influisce sul benessere di tutti i membri della famiglia.

Dall'altro lato, la reazione della tua compagna è tipica di molte madri che hanno attraversato un divorzio. Spesso sviluppano un senso di protezione amplificato verso i figli, temendo di essere percepite come madri "inadeguate" se non si sacrificano completamente per loro. Il pensiero che un convitto equivalga ad "abbandono" riflette questi timori profondi. Per lei, accettare soluzioni alternative potrebbe significare mettere in discussione il proprio ruolo materno, il che genera ansia e resistenza.

Evita di cercare di "farle cambiare idea" - questo approccio spesso genera resistenza. Invece, concentrati sul condividere i tuoi valori senza imporli: "Per me è importante che la nostra casa sia un luogo di serenità per tutti". Esplorate insieme alternative concrete come la ricerca di convitti universitari, appartamenti condivisi con altri studenti o soluzioni abitative vicine ma indipendenti. È fondamentale riconoscere le sue preoccupazioni prima di esporre le tue: "Capisco la tua preoccupazione di essere presente per tuo figlio..."

Esistono molte modalità per supportare un figlio universitario senza convivere. I convitti o residenze studentesche offrono socializzazione e autonomia, mentre appartamenti vicini permettono vicinanza mantenendo l'indipendenza. Il sostegno economico e emotivo regolare attraverso visite frequenti e supporto negli studi, così come il coinvolgimento attivo nella vita universitaria, non richiedono necessariamente di condividere lo spazio abitativo.

Le consiglio di valutare l'opzione della terapia di coppia, che potrebbe essere fondamentale in questo momento per aiutarli a navigare le dinamiche complesse delle famiglie ricomposte, sviluppare strategie di comunicazione più efficaci, trovare compromessi che rispettino i bisogni di tutti e affrontare le paure sottostanti di entrambi. Una terapia individuale per la sua compagna potrebbe inoltre aiutarla a elaborare i sensi di colpa legati al ruolo materno e alla separazione.

È importante ricordare che lei non sta chiedendo alla sua compagna di amare meno suo figlio, ma di trovare modalità di supporto che permettano anche al loro rapporto di prosperare. Una relazione di coppia solida è, paradossalmente, uno dei migliori regali che si possono fare anche ai figli, dimostrando che è possibile creare equilibri sani tra le diverse esigenze familiari. La chiave è trasformare questo momento di crisi in un'opportunità per definire insieme i valori e i confini della loro famiglia ricomposta, rispettando tutti i membri coinvolti.
Rimango a disposizione.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Elsink

Dott.ssa Liesbeth Elsink Psicologo a Pavia

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31 AGO 2025

Salve, cercherò di rispondere al questito.
La sua posizione è chiara e comprensibile, perché sente che vivere insieme al figlio ventenne creerebbe tensioni e un disequilibrio che non è disposto a sostenere, e non significa che tu non voglia bene alla tua compagna né che non rispetti il suo ruolo di madre. Può farle capire che seguire un figlio adulto non coincide necessariamente con il viverci sotto lo stesso tetto: supportarlo può voler dire aiutarlo a trovare la propria autonomia, offrirgli un punto di riferimento affettivo, sostenerlo nelle difficoltà universitarie ed economiche, ma anche lasciargli lo spazio per crescere. Un convitto, una stanza in affitto o una soluzione abitativa indipendente non rappresentano abbandono, ma un modo per responsabilizzarlo e accompagnarlo nella transizione all’età adulta. Il messaggio che può trasmettere alla sua compagna è che non stá mettendo un muro tra lei e suo figlio, ma proponendo un’alternativa che tuteli sia il vostro equilibrio di coppia sia il percorso di crescita del ragazzo, e che la vera vicinanza non dipende dalla convivenza forzata, ma dalla qualità della presenza e del sostegno che si sceglie di dare.
Cordialmente

Dott.ssa Maria Luisa Di Costanzo Psicologo a Fuorigrotta

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30 AGO 2025

Grazie per la sua storia e comprendo il momento che sta vivendo. La situazione che descrivi tocca un punto molto delicato: la costruzione di una nuova famiglia allargata e il bilanciamento tra il ruolo di partner e quello di madre. La tua compagna si sente responsabile e probabilmente in colpa all’idea di “non esserci” per il figlio ventenne, e interpreta soluzioni diverse dalla convivenza come forme di abbandono. In realtà, a quell’età l’obiettivo dovrebbe essere l’autonomia progressiva, e vivere in convitto o in una sistemazione indipendente non significa abbandonarlo, ma sostenerlo nella crescita. È importante che tu possa comunicare i tuoi bisogni senza porli in contrapposizione ai suoi: puoi esprimere che non è un rifiuto verso suo figlio, ma il riconoscimento realistico dei limiti del tuo ruolo e della necessità che lui stesso impari a gestirsi. Potresti proporre di esplorare insieme soluzioni intermedie, come sostegno economico e affettivo a distanza, momenti di incontro regolari, o la vicinanza logistica senza coabitazione. Fondamentale è spostare la conversazione dal piano del “o con me o senza di me” al piano del “come possiamo garantire sostegno al ragazzo senza sacrificare la stabilità della coppia”. In questo senso un percorso di mediazione familiare potrebbe aiutarvi a trovare una soluzione condivisa che dia valore sia alla genitorialità sia alla relazione di coppia.
Saluti

Dott.ssa Ada Palma Psicologo a Giugliano in Campania

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30 AGO 2025

Buongiorno Evaristo, quella che mi descrivi è una situazione delicata, che tocca corde profonde sia nella tua compagna come madre, sia in te come partner e uomo che deve difendere i propri confini. Ci sono però più piani da distinguere:
il piano del figlio, che a vent’anni ha bisogno di sostegno ma anche di autonomia;
il piano della madre, che si sente chiamata a proteggerlo e non vuole correre il rischio di essere percepita come distante o poco presente;
e infine il tuo piano, altrettanto legittimo, di non voler assumere responsabilità che non ti competono e che intaccherebbero la qualità della relazione di coppia.

Quello che sembra mancare, al momento, è uno spazio di confronto in cui non ci sia un aut-aut (“o vivo con mio figlio, o resto con te”), ma piuttosto la ricerca di soluzioni intermedie. Il nodo non è solo “dove vive il figlio”, ma come la madre può sentirsi una buona madre senza sacrificare interamente la vita di coppia*.

Puoi proporle di esplorare insieme alternative realistiche, come:

1) un alloggio indipendente (convitto, stanza in affitto, residenza universitaria) che garantisca al ragazzo autonomia, ma con la possibilità di pasti o momenti frequenti in famiglia;
2) un accordo chiaro di supporto quotidiano (es. pranzi o cene condivise, aiuti pratici programmati), che le permetta di sentirsi presente senza dover convivere 24 ore su 24;
3) un percorso di responsabilizzazione del figlio, che a vent’anni non può più essere trattato come un adolescente da accudire totalmente, ma come un giovane adulto che impara a gestirsi.

Il punto chiave da trasmettere alla tua compagna è che l’amore e la presenza di una madre non si misurano solo con la convivenza, ma con la qualità della relazione e la capacità di sostenere il figlio nella sua crescita verso l’autonomia. Restare in coppia e restare madre non devono essere due ruoli in conflitto, purché vi diate la possibilità di costruire una visione condivisa.

Ti suggerirei come lavoro personale di scrivere nero su bianco le tue esigenze (ciò che non puoi e non vuoi gestire) e allo stesso tempo riconoscere apertamente il bisogno della tua compagna di sentirsi vicina al figlio. Questo può diventare la base per un dialogo che non parta solo da contrapposizioni, ma da bisogni reali da comporre insieme. Sarebbe importante anche che vi faceste seguire su questo tema.

Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork

Dott.ssa Marzia Mazzavillani Psicologo a Forlì

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30 AGO 2025

Ciao Evaristo,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e personale. È comprensibile che lei si senta in difficoltà: vivere insieme richiede equilibrio, e quando entrano in gioco figli adulti con dinamiche già conosciute e magari faticose, è normale avere dei limiti, soprattutto se non si ha un ruolo genitoriale riconosciuto. La sua compagna, da madre, sente probabilmente un forte senso di responsabilità verso il figlio, e per lei l’idea di non accoglierlo in casa può sembrare un “abbandono”, anche se oggettivamente non lo è. Per questo, è importante che la comunicazione tra voi resti aperta e non giudicante.
Potrebbe provare a farle capire che il suo bisogno non è quello di escludere o allontanare suo figlio, ma di proteggere il vostro equilibrio di coppia e familiare. Ci sono effettivamente modi per esserci per un figlio senza necessariamente conviverci: seguirlo nei momenti importanti, coinvolgerlo, essere disponibili… ma anche lasciargli spazi di autonomia, specie alla sua età.
Queste scelte richiedono tempo, dialogo e anche qualche compromesso. Può essere utile fermarsi a capire insieme non solo cosa “va fatto”, ma come volete costruire la vostra vita familiare, con i bisogni di tutti sul tavolo.

Buona giornata.
Dott.ssa Grazia Melchiorre

Dott.ssa Grazia Melchiorre Psicologo a Pescara

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30 AGO 2025

Buongiorno gentile Utente, quella che descrive è una situazione molto delicata, che tocca non solo il tema della convivenza, ma soprattutto quello dei confini e dei ruoli all’interno di una famiglia ricomposta. È comprensibile che lei senta di non avere né gli strumenti né la possibilità di esercitare un’autorità su un figlio adulto che non è il suo, e che quindi avverte il rischio di un forte squilibrio se dovesse condividere con lui la quotidianità. Allo stesso tempo è altrettanto comprensibile che la sua compagna, da madre, senta l’esigenza di non “lasciare solo” il figlio in un momento di passaggio così importante come quello di un cambiamento universitario.

In queste situazioni spesso accade che ciascuno percepisca le proprie ragioni come molto forti, e il dialogo rischi di trasformarsi in una contrapposizione. Il punto, invece, non è stabilire chi abbia ragione, ma cercare di costruire insieme una soluzione che tenga conto sia del bisogno della madre di sentirsi presente e di sostenere il figlio, sia del suo bisogno di preservare uno spazio vitale nella convivenza di coppia. Parlare di “altri modi per seguire il figlio” non significa necessariamente “abbandonarlo”, ma trovare soluzioni intermedie che possano dare sicurezza a lui e nello stesso tempo non minare l’equilibrio della vostra relazione. Ad esempio, un alloggio indipendente, una stanza in residenza universitaria o altre forme di abitazione vicine non rappresentano un distacco affettivo, ma un modo concreto per favorire la sua autonomia, pur rimanendo la madre una presenza di riferimento nella stessa città.

Il nodo centrale, dunque, non è il ragazzo in sé, ma come riuscire lei e la sua compagna a parlarvi in maniera aperta e sincera su ciò che ognuno teme e desidera, senza trasformare questo confronto in una lotta di posizioni. Se questo non fosse semplice da gestire da soli, potrebbe essere utile anche un supporto di coppia, che permetta di dare voce a entrambi i bisogni in uno spazio neutro.

Ciò che conta è che lei riesca a esprimere la sua difficoltà non in termini di rifiuto verso il figlio, ma come esigenza di proteggere l’equilibrio della vostra vita di coppia. Questo può aiutare la sua compagna a sentire che non sta scegliendo “tra lei e i figli”, ma che sta cercando con lei un modo per tenere insieme entrambe le realtà che le sono care.

Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino

Dott. Luca Vocino Psicologo a Bergamo

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30 AGO 2025

Salve Evaristo, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stesso utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL

Anonimo-192705 Psicologo a Roma

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29 AGO 2025

Caro Evaristo,
la ringrazio per questa sua condivisione. Le situazione che descrive è complessa, poichè riguarda la ri-composizione di una famiglia. Vi sono dinamiche che si intrecciano e che riguardano:
- lei, come singolo e come partner;
- la sua compagna, come partner e come madre.
Vi sono delle questioni che potrebbe esplorare con un/a professionista:
- quali sono i suoi desideri rispetto alla coppia coniugale? Li ha espressi alla sua compagna?
- Perchè "deve farle capire" qualcosa? Mi interrogherei su questa modalità/dinamica relazionale.
Rimango a disposizione,
Dott.ssa Di Tillio Tania (Padova e online)

Dott.ssa Tania Di Tillio Psicologo a Padova

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29 AGO 2025

Caro,

So quanto sia importante per te essere presente nella vita dei tuoi figli, e riconosco il tuo impegno costante nel sostenerli. Proprio per questo vorrei condividere con te alcune riflessioni, con il massimo rispetto per il tuo ruolo di madre.

Quando abbiamo deciso di vivere insieme, l’idea era quella di costruire un ambiente sereno e sostenibile per tutti. Il ritorno di tuo figlio universitario nel nostro nucleo familiare mi mette in difficoltà, non per mancanza di affetto, ma perché ho già vissuto situazioni che mi hanno fatto capire i miei limiti nella convivenza con lui. Essendo maggiorenne, non ho alcuna autorità su di lui, e questo rende la gestione quotidiana molto complessa per me.

Vorrei proporti di esplorare insieme soluzioni alternative che gli permettano di sentirsi seguito e supportato, senza che questo implichi necessariamente la convivenza. Vivere in un convitto, ad esempio, non significa abbandonarlo: potrebbe essere un modo per favorire la sua autonomia, mantenendo comunque un legame stretto con te, visto che sareste nella stessa città. Potresti continuare a seguirlo, vederlo spesso, offrirgli il tuo sostegno, ma senza sacrificare la stabilità che stavamo cercando di costruire insieme.

Ti propongo di parlarne con calma, magari anche con l’aiuto di un professionista, per trovare una soluzione che tenga conto dei bisogni di tutti: tuoi, suoi e anche miei. Credo molto nel nostro rapporto e vorrei che potessimo affrontare questa sfida come una squadra, con ascolto e rispetto reciproco.

Con affetto,
Cinzia Parisi psicologa

Cinzia Parisi Psicologo a Cassino

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29 AGO 2025

Per una corretta comprensione e necessario approfondire la situazione nei dettagli

Può provare a parlare con la sua compagna, spiegare le sue motivazioni, un esempio concreti, ascoltare le motivazioni concrete della sua compagna e cercare di trovare insieme un punto d’incontro che vada bene a tutti

È importante parlarne anche con il ragazzo su cosa preferisce fare.

Dott. Luca Ferretti Psicologo a Pontedera

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29 AGO 2025

Quella che descrivi è una situazione molto delicata, perché tocca contemporaneamente tre dimensioni: la vostra relazione di coppia, la genitorialità della tua compagna e i confini di convivenza.
Ti propongo alcuni punti che possono aiutarti a chiarire le cose con lei senza entrare nello scontro:

1) Riconoscere i suoi bisogni di madre
Se la tua compagna sente che “mettere il figlio in convitto” significa abbandonarlo, per lei probabilmente è un tema molto emotivo: il figlio è quasi adulto, ma lei lo percepisce ancora fragile o bisognoso della sua presenza.
Inizia quindi col validare la sua paura: dirle che capisci che per lei è importante non far sentire il figlio lasciato solo.

2) Distinguere vicinanza affettiva e convivenza
Puoi proporle di riflettere su una distinzione: essere presenti come madre non significa necessariamente vivere insieme.
Un ragazzo di 20 anni può essere seguito con pranzi insieme, visite frequenti, sostegno economico, aiuto nello studio anche se abita in un’altra sistemazione.
Il messaggio è: “non si tratta di abbandonarlo, ma di aiutarlo a crescere responsabilmente”.

3) Esplicitare i tuoi limiti
È importante che lei comprenda anche la tua posizione: tu non ti senti in grado di convivere di nuovo con lui, non puoi avere autorità su un figlio maggiorenne e questo creerebbe tensioni che rischiano di danneggiare non solo te, ma anche la vostra relazione.
Se lo spieghi in termini di cura della coppia e non come un rifiuto del figlio, il discorso può essere maggiormente compreso.

4) Cercare soluzioni intermedie
Potresti proporle alternative meno drastiche rispetto al convitto “freddo” o al vivere insieme:

- Appartamento condiviso con altri studenti, vicino a voi.
- Residenza universitaria con possibilità di rientrare da voi nei weekend.
- Stanza in affitto in cui possa sperimentare autonomia, ma mantenere legami quotidiani con la madre.

5) Coinvolgere il figlio
Visto che è maggiorenne, il ragazzo può essere parte della decisione. Potresti incoraggiare la tua compagna a parlare con lui apertamente, chiedendogli che tipo di autonomia desidera e che supporto si aspetta dalla madre. Potrebbe sorprendere scoprire che anche lui gradirebbe una sistemazione diversa.

In sintesi: non si tratta di convincere la tua compagna che ha torto, ma di aiutarla a vedere che esistono più modi per essere madre e che la vostra coppia ha bisogno di un equilibrio che non può basarsi solo sulla convivenza con i figli.

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Noventa Padovana

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29 AGO 2025

Gentile Evaristo, ho letto la sua richiesta che fa luce sulla difficoltà di bilanciare la relazione di coppia e il ruolo genitoriale. È comprensibile che lei viva con fatica la scelta della sua compagna, perché questo significa non condividere più lo stesso spazio abitativo. Per la madre, però, restare accanto ai figli – soprattutto in un momento di cambiamenti come l’università o l’adolescenza – è spesso una priorità irrinunciabile. Non si tratta di una mancanza di amore verso di lei, ma di un bisogno di accudimento e sostegno. Può essere utile provare a spostare il dialogo non tanto su “dove vivere”, ma su come continuare a costruire la vostra relazione anche in condizioni nuove: quali spazi potete creare per la coppia, come mantenere vicinanza, quali progetti comuni potete comunque portare avanti. Se questo confronto rimane difficile o doloroso, un percorso di coppia può aiutarvi a esplorare le reciproche aspettative senza che nessuno si senta costretto a rinunciare o a subire la scelta dell’altro.
Un caro saluto
Dott.ssa Domenica Amoroso- Psicologa

Domenica Amoroso Psicologo a Verbania

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29 AGO 2025

Gentile Evaristo,

La situazione che descrive tocca un punto molto delicato: il rapporto di una madre con i figli e, allo stesso tempo, il bisogno di costruire un equilibrio di coppia. È comprensibile che la sua compagna senta come priorità quella di accogliere il figlio e sostenerlo, soprattutto in un momento di cambiamento così importante come il trasferimento universitario. Allo stesso tempo, è altrettanto legittimo che lei senta il timore di perdere il proprio spazio, di non riuscire a gestire la convivenza e di vedere messo in secondo piano il progetto di coppia.

Non esistono soluzioni “giuste” o “sbagliate”, ma modi diversi di intendere la vicinanza e il sostegno ai figli. Lei ha colto bene il nodo: per sua compagna, non vivere sotto lo stesso tetto equivale a un abbandono, mentre per lei la convivenza forzata rischia di compromettere il vostro legame. Proprio per questo il confronto non può limitarsi al “convivere o no”, ma dovrebbe aprirsi a esplorare insieme che cosa significa per lei esserci come madre e come trovare un punto di equilibrio che tenga conto di entrambi.

Un percorso di terapia di coppia potrebbe offrirvi uno spazio protetto dove comunicare senza accusarvi, riconoscendo i vissuti reciproci. Non si tratta di convincere l’altro della propria posizione, ma di costruire una visione comune del futuro, dove i ruoli di madre e di partner possano coesistere senza annullarsi a vicenda.

Un caro saluto,
Dr. Elisabetta Carbone

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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