Buongiorno, per un anno e mezzo sono stato in terapia da uno specialista.
Mi sono rivolto a questa persona per traumi non elaborati che comportano insonnia, ansia e momenti critici in cui mi blocco, mollo sia lavoro che attività ricreative e mi isolo dal mondo buttato a letto per giorni e difficoltà a intrecciare rapporti con le persone.
In prima fase notevoli cambiamenti almeno esterni: più esperienze, più gruppi sociali, più sperimentazione. Zero miglioramenti di quanto sopra.
I maniera gentile e cordiale mi veniva detto: "ok ma stare sul letto non ti è utile". E io ripartivo e mi ribloccavo.
A seguito dell'ultimo episodio ho chiesto un incontro conclusivo. Il terapeuta ha giustificato il proprio operato dicendo che non riteneva opportuno affrontare certi argomenti e che comunque io risultavo evitante su certi discorsi.
Le risposte mi hanno molto infastidito, il terapeuta ha capito quali fossero le mie difficoltà e per un anno e mezzo ha taciuto. Non si è mai chiamato fuori la situazione ma non mi hai affrontato l'argomento quando avevo difficoltà, mi ha spillato soldi dalla tasca tenendomi in stallo per un anno e mezzo.
Il terapeuta non è un amico o un confidente, è uno specialista che il paziente paga per un miglioramento personale, per affrontare argomenti e difficoltà che da solo non riesce ad affrontare e questa persona ha preferito tacere. Ha capito quali difficoltà avessi e ha taciuto, non mi ha permesso di affrontarle né mi ha liberato come paziente. Sarei andato altrove, per me fare terapia ha comportato dei sacrifici e avrei destinato quelle risorse a un percorso più funzionale.
Questa persona mi ha tenuto con sè e ha incassato denaro per un lavoro che ha deciso di non svolgere e io oggi mi trovo a non dormire e ad avere ancora numerose ansie.
Come si valuta un comportamento del genere? E cosa posso fare a questo punto io?
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4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Gentile A.
premesso che ogni terapeuta ha una propria formazione professionale e metodologia di lavoro, è certo che curare con la psicoterapia non è come curare con le medicine in cui l'aspettativa del paziente si risolve in una delega totale all'efficacia dei farmaci sempre che siano regolarmente assunti ai giusti dosaggi.
In realtà la psicoterapia è un lavoro "in tandem" in cui ognuno dei due protagonisti ha un suo ruolo ma l'obbiettivo è unico per cui è fondamentale l'alleanza terapeutica; è vero che tocca al professionista scegliere la via da seguire e fare da guida ma è chiaro che se ci sono delle resistenze da parte del paziente ad affrontare determinati temi (specialmente dopo eventi traumatici) e tali resistenze richiedono dei tempi per essere superate, questo percorso sarà inevitabilmente più lento e difficile.
Occorre poi anche dire che se non viene rispettata la normale cadenza settimanale delle sedute ne può derivare una errata interpretazione della durata di un percorso terapeutico.
Dal suo scritto sembra emergere che lei non si riconosce alcun beneficio dal percorso di psicoterapia fatto ma ciò non è sufficiente per concludere che il suo terapeuta le abbia solo voluto spillare del denaro.
Probabilmente una nuova esperienza di psicoterapia con un altro professionista potrebbe essere per lei più esplicativa e positiva.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, ,psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).
7 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buonasera Gentile Utente,
grazie per averci scritto e contattato su questo portale ed essersi confidato con noi professionisti.
Capisco ed immagino la sua frustrazione emotiva ma la terapia cognitivo comportamentale funziona così.
Bisogna lavorare sui pensieri ed emozioni che riporta il paziente.
È fondamentale una collaborazione del paziente, senza quest' ultimo non potranno attuarsi dei cambiamenti e dei miglioramenti.
Fondamentale sarà anche l' empatia del terapeuta per attuare un alleanza, una collaborazione con il paziente perché senza di lui non si può lavorare.
Le consiglierei di trovare fra di noi un terapeuta che le ispiri fiducia ed empatia.
Resto disponibile se vorrà.
6 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno,
dal suo racconto emerge soprattutto un senso di amarezza e di tradimento. Non tanto perché la terapia non abbia prodotto i risultati sperati, ma perché ha avuto la sensazione che una parte importante del problema fosse stata riconosciuta dal terapeuta e, nonostante questo, lasciata sullo sfondo senza che lei ne fosse consapevole.
Mi ha colpito una frase: "Sarei andato altrove." Credo che sia qui il nucleo della sua rabbia. Lei non sta dicendo semplicemente "la terapia non ha funzionato", ma "se avessi saputo che il terapeuta riteneva di non poter lavorare su certi aspetti, avrei voluto essere messo nelle condizioni di scegliere". È una differenza importante.
Detto questo, credo sia utile fare una distinzione. In psicoterapia può accadere che il terapeuta scelga di non affrontare subito alcuni temi, perché ritiene che il paziente non sia ancora nelle condizioni di sostenerli o che sia necessario costruire prima alcune risorse. Questa può essere una scelta clinica legittima. Tuttavia, ciò che lei descrive sembra riguardare un altro piano: quello della comunicazione e dell'alleanza terapeutica.
Se, dopo un anno e mezzo, il terapeuta le dice che evitava certi argomenti perché lei risultava evitante, è comprensibile che lei si chieda: "Perché non me lo hai detto prima? Perché non abbiamo lavorato proprio su questa difficoltà?" L'evitamento, infatti, non è qualcosa che il terapeuta dovrebbe semplicemente osservare: molto spesso è proprio uno degli elementi centrali del lavoro terapeutico.
Mi colpisce anche il fatto che lei riconosca dei cambiamenti. Racconta di aver fatto più esperienze, di essersi aperto maggiormente alla socialità e alla sperimentazione. Questo significa che qualcosa nel percorso è accaduto. Ma, allo stesso tempo, i sintomi che l'avevano portata in terapia – l'insonnia, i blocchi, il ritiro, l'ansia – sono rimasti sostanzialmente invariati. È comprensibile che questo le faccia sentire che il cuore della sua sofferenza non sia stato realmente affrontato.
Credo però che sarebbe un peccato trarre una conclusione più ampia, cioè che "la psicoterapia non funziona". Piuttosto, sembra che in questa specifica relazione terapeutica si sia creato uno scarto tra ciò di cui lei aveva bisogno e ciò che il terapeuta riteneva opportuno fare, senza che questa differenza venisse sufficientemente condivisa.
Lei chiede come valutare un comportamento del genere. Da fuori sarebbe scorretto dare un giudizio sul collega senza conoscere l'altro lato della relazione terapeutica. Posso però dire che una buona alleanza terapeutica dovrebbe permettere di parlare anche degli stalli, delle difficoltà e delle ragioni per cui si sceglie di affrontare o meno determinati temi. Se il paziente esce con la sensazione di aver scoperto solo alla fine qualcosa di così importante, significa che quella comunicazione probabilmente non è stata sufficientemente costruita.
Per quanto riguarda il futuro, credo che la domanda più utile non sia se tornare o meno in terapia, ma con quali presupposti. Mi sembra che oggi lei abbia una consapevolezza preziosa: sa che ha bisogno di un terapeuta che non lasci implicite le proprie ipotesi cliniche, che condivida il senso del lavoro e che possa affrontare apertamente anche i momenti di blocco della terapia stessa.
Infine, vorrei soffermarmi su un aspetto del suo racconto. Lei scrive: "mi blocco, mollo lavoro, attività ricreative e mi isolo dal mondo buttato a letto per giorni." Questo mi fa pensare che il problema non sia semplicemente l'ansia o l'insonnia, ma un funzionamento che, quando viene sopraffatto da determinati stati emotivi, tende al ritiro e all'interruzione della continuità della vita. È un tema clinicamente molto importante e, a mio avviso, merita ancora di essere esplorato. Non perché il percorso precedente sia stato inutile, ma perché la sua sofferenza racconta qualcosa che sembra andare oltre il sintomo e che probabilmente ha ancora bisogno di trovare uno spazio terapeutico in cui essere compreso e affrontato insieme, in modo esplicito e condiviso.
6 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno,
è comprensibile che si senta deluso e frustrato, soprattutto se ha investito tempo, energie e risorse senza percepire i miglioramenti che sperava. Da ciò che racconta emerge anche una sensazione di non essere stato compreso nelle sue aspettative rispetto al percorso terapeutico. È difficile però valutare dall'esterno l'operato del collega, poiché il lavoro clinico si basa su molti elementi che non è possibile conoscere.
Se i traumi rappresentano il nucleo della sua sofferenza, potrebbe essere utile valutare un percorso psicologico con uno specialista formato nell'EMDR, un approccio che può essere indicato per l'elaborazione delle esperienze traumatiche. Cambiare terapeuta dopo un'esperienza insoddisfacente non significa che la psicoterapia non possa essere utile, ma che può essere importante trovare il professionista e l'approccio più adatti alle sue esigenze.
Le consiglierei quindi di intraprendere un percorso psicologico specifico EMDR, per affrontare i traumi ancora irrisolti e ritrovare un maggiore benessere.
Cordiali saluti.
5 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Caro A.,
mi dispiace molto nel percepire rabbia e sfiducia verso la nostra categoria professionale e comprendo la sua posizione.
Da ciò che narra, credo che, almeno inizialmene, lei abbia continuato il percorso con il collega poichè aveva notato dei "cambiamenti esterni", perciò, se mi pongo dal punto di vista di A., credo avrei continuato anch'io con fiducia.
Perciò, mi pare di capire che il vostro lavoro si sia concentrato, in primis, sulla parte comportamentale che, infatti, induce, almeno inizialmente, una sensazione di progresso molto evidente.
Detto ciò, credo che in una fase successiva il collega avrebbe poi affrontato la parte traumatica la quale richiede molta attenzione, tempo, pazienza.
Ma da ciò che ha narrato, non ho compreso se il collega ponesse il veto sui traumi oppure li stesse solo rimandando ad una fase più evoluta del suo percorso.
Ha provato a chiedere ulteriori spiegazioni in merito a ciò?
Io personalmente condivido e concordo gli obiettivi terapeutici con i miei pazienti e ci confrontiamo anche sui tempi in cui essi potrebbero realizzarsi in modo da fornire una conrice temporale concreta.
Immagino che anche il collega abbia un approccio simile.
Capisco che sia doloroso, ma se lo ritiene opportuno e utile per lei, potrebbe provare a chiedere chiarimenti al collega con cui comunque ha stabilito una realzione e ha ottenuto, almeno al livello comportamentale, alcuni progressi.
Qualora questa opzione fosse impraticabile per lei, le consiglio di selezionare un/una terapeuta che le ispiri fiducia e a cui senta di poter affidare la parte traumatica non ancora elaborata.
5 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno,
dalle sue parole emerge tutta la delusione di chi ha investito tempo, energie emotive ed economiche in un percorso dal quale si aspettava un aiuto diverso. È comprensibile che oggi si senta frustrato e si chieda se quel percorso sia stato davvero utile.
Talvolta il terapeuta può scegliere di non affrontare immediatamente alcuni temi, ritenendo che la persona non abbia ancora gli strumenti necessari per elaborarli in modo sufficientemente sicuro. Quando questo accade, però, è importante che il paziente possa comprendere il senso di questa scelta e sentirsi coinvolto nel percorso.
Oggi, però, lei ha acquisito una nuova consapevolezza: sa cosa le è mancato e cosa desidera da un percorso terapeutico. Questa può diventare una risorsa preziosa. Potrebbe valutare di intraprendere un nuovo percorso con un altro professionista, condividendo fin dall'inizio quanto ha vissuto e le aspettative che porta con sé. Questo potrebbe permettere di costruire insieme un'alleanza terapeutica ancora più adatta ai suoi bisogni.
Le auguro di trovare uno spazio in cui possa sentirsi accolto, compreso e accompagnato nel modo che sente più utile per lei.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Gentile,
mi dispiace davvero tantissimo che lei non abbia ottenuto benefici tangibili dalla terapia psicologica. Quando succede, non sempre la colpa è del/della terapeuta e, ovviamente, la colpa non è del/della paziente che si è affidata allo/a psicologo/a. Qualche volta, semplicemente, per un motivo o per l'altro la terapia non funziona come dovrebbe. Può essere un problema legato alle resistenze interne da parte del paziente che non vengono superate, oppure per via del/della professionista che non riesce a trovare i “canali” funzionali per avviare insieme al/alla paziente il cambiamento.
Non posso porre una valutazione sulla condotta del collega in questione, non conoscendolo. Posso però suggerirle di evitare di abbattersi e, inoltre, posso dirle che troverà invece un altro professionista che comprenderà la sua sofferenza e la supporterà.
Non ci metta una pietra sopra, ma prenda atto e vada oltre.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Mi dispiace leggere quello che descrivi. Da quello che racconti emerge una sofferenza che va avanti da tempo e che, nonostante un anno e mezzo di terapia, è rimasta sostanzialmente invariata nei suoi aspetti più invalidanti: insonnia, ansia, blocchi, isolamento e difficoltà relazionali. È comprensibile che tu provi rabbia e un senso di tradimento se hai avuto la sensazione che il professionista avesse individuato un nodo importante ma abbia scelto di non affrontarlo né di spiegarti chiaramente il motivo durante il percorso.
Detto questo, è utile distinguere due piani: quello clinico e quello professionale.
Dal punto di vista clinico, può capitare che un terapeuta scelga deliberatamente di non affrontare subito un trauma o alcuni temi molto delicati. Non sempre è un errore. In molti approcci si ritiene che, prima di entrare nei contenuti traumatici, sia necessario costruire risorse di stabilizzazione, capacità di regolazione emotiva e una sufficiente alleanza terapeutica. Inoltre, se il paziente tende a evitare certi argomenti, il terapeuta può decidere di non forzare il processo.
Quello che però mi colpisce nel tuo racconto non è tanto questa scelta clinica in sé, quanto la comunicazione. Se un terapeuta ritiene che un paziente stia evitando sistematicamente i temi centrali e che per questo la terapia stia procedendo con difficoltà, è generalmente buona pratica parlarne apertamente. La terapia stessa dovrebbe diventare l'argomento della terapia. Frasi come: "mi accorgo che quando ci avviciniamo a questi temi tendi a spostarti altrove. Secondo me questo sta limitando il lavoro. Come possiamo affrontarlo?" sono parte del lavoro terapeutico.
Allo stesso modo, se dopo molti mesi non si osservano miglioramenti sui sintomi principali, sarebbe opportuno fare una verifica condivisa degli obiettivi. Ci si può chiedere se l'approccio sia quello giusto, se serva integrare altri interventi, se sia il caso di inviare il paziente a un collega con competenze diverse o, in alcuni casi, se sia indicata anche una valutazione psichiatrica per trattare sintomi come l'insonnia o l'ansia quando sono molto persistenti.
Da quello che scrivi, sembra che questa riflessione sia arrivata solo alla fine, quando sei stato tu a chiedere un incontro conclusivo. Se le cose sono andate realmente così, capisco perché tu senta di non aver ricevuto una gestione trasparente del percorso.
Riguardo all'idea che "mi ha tenuto con sé per incassare denaro", qui credo sia importante essere prudenti. Dal tuo racconto non è possibile stabilire se ci sia stata una volontà economica o una valutazione clinica che, col senno di poi, si è rivelata inefficace. Sono due cose molto diverse. È possibile che il terapeuta fosse sinceramente convinto che il lavoro stesse procedendo nella direzione giusta, pur sbagliando valutazione. È anche possibile che abbia avuto difficoltà a riconoscere che il trattamento non stava funzionando. Entrambe sarebbero criticabili sul piano professionale, ma non equivalgono automaticamente a una condotta intenzionalmente scorretta.
Quello che invece puoi valutare con una certa serenità è il risultato concreto. Tu eri entrato in terapia per sintomi molto specifici e molto gravi. Dopo un anno e mezzo dici di aver avuto più esperienze sociali e una maggiore apertura verso l'esterno, ma i sintomi per cui avevi chiesto aiuto sono rimasti sostanzialmente invariati. Questo è un dato importante. Una terapia non deve necessariamente risolvere tutto in poco tempo, ma dovrebbe prevedere verifiche periodiche su ciò che sta cambiando e su ciò che invece continua a non funzionare.
A questo punto penso che la cosa più utile sia non trarre la conclusione che "la terapia non serve", ma che quel percorso, con quella persona e con quel metodo, non ha risposto ai tuoi bisogni. Sono due affermazioni molto diverse.
Ti suggerirei di cercare un nuovo professionista, raccontando fin dal primo colloquio esattamente quello che hai scritto qui. Dire apertamente: "ho fatto un anno e mezzo di terapia, questi sintomi sono rimasti e alla fine mi è stato detto che evitavo certi temi senza che questo fosse mai stato affrontato durante il percorso. Vorrei capire come lavoreremmo diversamente." Un buon terapeuta dovrebbe essere disponibile a discutere anche del fallimento della terapia precedente e a spiegarti quale sarebbe il suo modo di procedere, quali obiettivi si pone e come intende monitorare i progressi.
Se senti di aver subito un comportamento non solo inefficace ma anche deontologicamente scorretto, puoi anche richiedere una consulenza a un altro psicologo esperto o rivolgerti all'Ordine regionale degli psicologi per chiedere un parere. Questo non significa necessariamente presentare un esposto: può essere semplicemente un modo per capire se ciò che hai vissuto rientra in una scelta clinica discutibile oppure se ci sono elementi che meritano un approfondimento sul piano professionale.
C'è un ultimo aspetto che mi ha colpito. Tu descrivi episodi in cui interrompi il lavoro, abbandoni le attività, resti a letto per giorni, ti isoli e continui a soffrire di insonnia e ansia importanti. Sono sintomi che incidono molto sulla qualità della vita e meritano una valutazione approfondita. Se finora hai visto solo uno psicoterapeuta, potrebbe essere utile affiancare anche una valutazione psichiatrica, non perché il problema sia necessariamente da trattare con farmaci, ma perché uno psichiatra può aiutare a inquadrare meglio il quadro clinico e valutare se esistano interventi aggiuntivi che possano facilitare il lavoro psicoterapeutico.
Quello che emerge dal tuo racconto, in definitiva, non è tanto che tu abbia "fallito" la terapia. È che hai investito tempo, denaro e aspettative in un percorso dal quale ti aspettavi almeno un confronto continuo su ciò che funzionava e ciò che non funzionava. Se davvero quel confronto è mancato fino all'ultimo, è comprensibile che oggi tu senta di aver perso un'occasione preziosa. Questo però non significa che tu non possa ancora trovare un percorso più adatto alle difficoltà che descrivi.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Salve A.,
Comprendo il senso di frustrazione che emerge dal suo racconto. Quando si investono tempo, energie economiche ed emotive in un percorso terapeutico e i sintomi principali rimangono sostanzialmente invariati, è comprensibile interrogarsi su ciò che non ha funzionato.
Detto questo, sulla base di una sola descrizione non è possibile stabilire se il comportamento del collega sia stato professionalmente inadeguato. In psicoterapia può accadere che il terapeuta scelga di non affrontare immediatamente alcuni temi, ritenendo che il paziente non disponga ancora delle risorse necessarie per elaborarli. Allo stesso tempo, però, queste scelte dovrebbero essere condivise e discusse all'interno della relazione terapeutica, soprattutto se il paziente percepisce di essere in una situazione di stallo.
Se, come riferisce, solo al termine del percorso le è stato comunicato che alcuni argomenti non erano stati affrontati perché ritenuti prematuri o perché lei tendeva a evitarli, è comprensibile che questa spiegazione le lasci delle domande. Uno degli aspetti importanti della terapia è infatti la possibilità di riflettere insieme anche sulle difficoltà che emergono nel percorso, compresi eventuali blocchi, evitando che il paziente abbia la sensazione di non comprendere la direzione del lavoro.
A questo punto potrebbe essere utile considerare questa esperienza come conclusa e valutare un nuovo percorso con un altro professionista. Portare fin dai primi colloqui ciò che è accaduto nella terapia precedente, comprese le aspettative deluse e il bisogno di maggiore chiarezza sugli obiettivi e sul metodo di lavoro, può rappresentare un punto di partenza importante.
Resto a disposizione,
Un caro saluto
Dott.ssa Mariagrazia Schettini
Anche online
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Buongiorno,
Quando si investono risorse economiche, tempo, energie emotive e fiducia in un percorso terapeutico, soprattutto per affrontare sintomi invalidanti come insonnia, ansia severe e blocchi con isolamento sociale, trovarsi dopo un anno e mezzo al punto di partenza sui nodi centrali è un'esperienza estremamente sconfortante. Le tue aspettative verso la figura professionale erano corrette: la terapia non è una semplice chiacchierata o una spinta motivazionale a "alzarsi dal letto", ma un lavoro specialistico mirato ad affrontare le cause profonde del disagio.
Nel lavoro clinico e psicoterapeutico esistono precisi confini etici, deontologici e metodologici. Se il terapeuta aveva individuato delle resistenze o un atteggiamento "evitante" da parte tua su determinati argomenti, era suo preciso dovere clinico esplicitarlo e restituirtelo durante il percorso, non usarlo come giustificazione a posteriori nella seduta di congedo. Rilevare un evitamento e non lavorarci sopra (o non segnalarlo al paziente) crea una situazione di stallo ingiustificata.
I sintomi che descrivi (staccare la spina, isolarsi a letto per giorni, blocchi funzionali) sono risposte neurobiologiche tipiche dei traumi non elaborati (spesso legate a meccanismi di freezing o shutdown del sistema nervoso). Dirsi semplicemente "stare a letto non ti è utile" o spingere solo sul piano comportamentale (fare più attività, uscire di più) senza desensibilizzare l'attivazione traumatica sottostante è un intervento parziale che rischia solo di affaticare il paziente, portandolo immancabilmente al burnout e al blocco successivo. Hai fatto benissimo a chiedere un incontro conclusivo. Assicurati che il percorso sia chiuso definitivamente anche a livello amministrativo. Se ritieni che vi sia stata una grave negligenza professionale o una violazione deontologica (art. 22 e 26 del Codice Deontologico degli Psicologi in Italia, legati all'interruzione del rapporto quando non vi sia beneficio), puoi valutare di inviare una segnalazione circostanziata all'Ordine degli Psicologi della regione di appartenenza del professionista. L'Ordine valuterà se aprire un'istruttoria disciplinare. Il fatto che questa esperienza sia stata insoddisfacente non significa che i tuoi traumi non siano trattabili, ma che la metodologia usata non era adeguata alla tua struttura di funzionamento. Quando valuterai un nuovo specialista, fai valere la tua esperienza passata fin dal primo colloquio di consultazione, racconta chiaramente cosa non ha funzionato nella precedente terapia, chiedi un piano di lavoro e obiettivi misurabili, chiedi come intende lavorare sui sintomi specifici (ansia, insonnia, blocchi) e con quali tempi di verifica periodica. La rabbia e l'amarezza che provi in questo momento sono legittime e comprensibili, utilizza questa consapevolezza per pretendere, nel prossimo passo, massima chiarezza e professionalità.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno, comprendo il senso di delusione e di frustrazione che emerge dalle sue parole, soprattutto se, dopo un anno e mezzo di percorso, sente di non aver ottenuto i cambiamenti che sperava. Tuttavia, senza conoscere ciò che è accaduto all’interno della relazione terapeutica, è difficile esprimere un giudizio sull’operato del collega. Credo che il punto più importante sia un altro: oggi lei riferisce di continuare a soffrire di insonnia, ansia e momenti di forte blocco, aspetti che meritano ancora attenzione. Per questo motivo le suggerirei di non rinunciare alla possibilità di chiedere aiuto, valutando un nuovo percorso con un professionista con cui poter ridefinire insieme obiettivi, aspettative e modalità di lavoro.
Resto a disposizione qualora volesse approfondire la sua situazione.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno,
da ciò che racconti si percepisce quanto questo percorso ti sia costato, non soltanto economicamente, ma soprattutto in termini di energie, aspettative e fiducia. È comprensibile, quindi, che oggi tu possa sentirti deluso, arrabbiato e forse anche scoraggiato nel constatare che alcune delle difficoltà per cui avevi chiesto aiuto — insonnia, ansia, blocchi e tendenza all’isolamento — siano ancora così presenti.
Non mi sentirei però di definire a distanza il comportamento del terapeuta come corretto o scorretto, né di stabilire che abbia deliberatamente scelto di “tenerti in terapia” senza occuparsi delle tue difficoltà. Un percorso psicoterapeutico può attraversare momenti di stallo e non tutti gli aspetti vengono necessariamente affrontati immediatamente. Allo stesso tempo, sentirsi ascoltati, poter comprendere insieme ciò che sta accadendo e avere uno spazio per confrontarsi anche sulle difficoltà del percorso sono elementi importanti della relazione terapeutica.
Il fatto che tu abbia percepito una distanza tra ciò di cui sentivi di aver bisogno e ciò che accadeva in terapia merita, a mio avviso, di essere preso seriamente. Anche il tuo vissuto di essere stato definito “evitante” potrebbe diventare, in un nuovo percorso, non un’accusa ma qualcosa da comprendere insieme: che cosa ti rende difficile avvicinarti ad alcuni temi? Cosa accade proprio nei momenti in cui ti blocchi e ti ritiri? Sono domande che possono essere affrontate con gradualità e senza forzature.
A questo punto, forse, più che chiederti se hai “sprecato” un anno e mezzo, potrebbe essere utile provare a chiederti che cosa ti serve oggi. Potresti valutare un nuovo consulto con un altro psicologo-psicoterapeuta, portando anche ciò che è accaduto nel precedente percorso. Non significa necessariamente che la terapia precedente sia stata completamente inutile: anche ciò che non ha funzionato può offrire indicazioni preziose su ciò di cui oggi hai bisogno.
Se invece ritieni che ci siano stati comportamenti specificamente lesivi dei tuoi diritti o dei doveri professionali, puoi anche valutare un confronto con l’Ordine professionale competente per comprendere quali siano concretamente le possibilità a tua disposizione.
Soprattutto, non leggere queste difficoltà come una tua incapacità di fare terapia. Il fatto che tu abbia continuato a cercare una risposta, nonostante la delusione, mi sembra piuttosto indicare che una parte di te non ha ancora rinunciato alla possibilità di stare meglio. E questa, per quanto possa sembrare piccola, può essere una risorsa importante da cui ripartire.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Gentile utente,
grazie per la condivisione
Da quello che racconti non emerge solo la sofferenza per i sintomi che persistono, ma anche il vissuto di essere stato lasciato solo proprio nel momento in cui avevi affidato a qualcuno il compito di aiutarti.
Detto questo, è importante distinguere due piani. Da una parte c’è la tua esperienza soggettiva: dopo un anno e mezzo senti di non aver ottenuto i miglioramenti che cercavi e hai la sensazione che il terapeuta abbia evitato temi centrali. Questo vissuto merita di essere preso sul serio. Dall’altra, però, non è possibile concludere, sulla base di questo racconto, che il professionista abbia deliberatamente “tenuto il paziente per incassare denaro”. Potrebbero esserci altre spiegazioni: una diversa formulazione clinica, un errore di valutazione, un orientamento terapeutico non adatto alle tue necessità o una difficoltà nella comunicazione tra voi.
In CMT, l’evitamento è spesso considerato una strategia protettiva. Se il terapeuta riteneva che affrontare direttamente alcuni temi fosse prematuro, avrebbe però dovuto condividere con te questa ipotesi, spiegandoti il razionale del lavoro. La trasparenza sull’obiettivo della terapia e sul perché si scelga una determinata strategia è fondamentale per l’alleanza terapeutica.
Un elemento che mi colpisce è che tu riferisci di aver ottenuto miglioramenti nella vita esterna (più esperienze, più gruppi, più iniziative), mentre i sintomi più profondi sono rimasti invariati. Questo suggerisce che qualcosa nel percorso abbia prodotto effetti, ma probabilmente non su ciò che per te era prioritario.
A questo punto, il passo più utile potrebbe essere:
* chiedere, se te la senti, una restituzione scritta o un ultimo confronto in cui il terapeuta espliciti la formulazione del caso, gli obiettivi perseguiti e perché ha scelto di non affrontare alcuni temi;
* cercare un nuovo professionista, raccontando fin dall’inizio questa esperienza e chiarendo che hai bisogno di un percorso con obiettivi condivisi e verifiche periodiche dei progressi;
* se ritieni che vi sia stato un comportamento deontologicamente scorretto, puoi valutare di confrontarti con l’Ordine degli Psicologi della tua regione. Tuttavia, perché vi siano gli estremi di una violazione deontologica servono elementi concreti che vadano oltre il fatto che la terapia non abbia avuto gli esiti sperati.
Dal punto di vista CMT, la domanda più importante non è solo “perché il terapeuta non ha affrontato quei temi?”, ma anche: “cosa rendeva così difficile portarli pienamente nella relazione terapeutica e cosa mi serve, oggi, per sentirmi sufficientemente al sicuro da affrontarli?” Se trovi un terapeuta con cui costruire un’alleanza chiara e collaborativa, questa esperienza negativa non preclude la possibilità di fare un percorso efficace.
Un caro saluto
Dr.ssa G.bolzoni
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una delusione profonda, che sembra riguardare non solo gli esiti della terapia, ma anche il senso di fiducia nel rapporto terapeutico. È comprensibile che, dopo un anno e mezzo di investimento personale ed economico, si chieda se quel tempo sia stato impiegato nel modo migliore.
Detto questo, credo sia utile distinguere due piani. Il primo riguarda l'efficacia del percorso: il fatto che alcuni aspetti della sua vita siano cambiati, mentre i sintomi principali siano rimasti pressoché invariati, è un elemento importante da considerare. Il secondo riguarda invece il processo terapeutico: lei riferisce che il terapeuta le ha detto solo alla fine di aver osservato una sua modalità evitante e di aver scelto di non affrontare determinati temi. Sarebbe interessante chiedersi se questa fosse una scelta clinica condivisa e spiegata nel corso del percorso oppure una riflessione emersa solo in conclusione. La differenza non è secondaria.
Mi domando anche se, durante l'anno e mezzo di terapia, abbia avuto occasione di esprimere la sensazione che il lavoro non stesse incidendo sui sintomi che l'avevano portata a chiedere aiuto. Parlare apertamente dell'andamento della terapia è parte integrante del trattamento e spesso permette di ridefinire obiettivi, metodo o, quando necessario, anche di valutare un invio a un altro professionista.
Oggi, più che interrogarsi se quel terapeuta abbia "sbagliato" in senso assoluto, potrebbe essere utile chiedersi di cosa ha bisogno adesso. I sintomi che descrive – insonnia, ansia, blocchi, isolamento – meritano ancora attenzione e non significa che un'esperienza terapeutica insoddisfacente renda inutile intraprenderne un'altra. Anzi, potrebbe rappresentare l'occasione per costruire fin dall'inizio un'alleanza terapeutica nella quale obiettivi, aspettative e modalità di lavoro vengano esplicitati e monitorati con maggiore continuità.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Gentile A.,
dal suo racconto emerge una profonda delusione, che sembra andare oltre il fatto di non aver ottenuto i risultati sperati. Ciò che la ferisce maggiormente è la sensazione che il terapeuta avesse colto alcuni aspetti importanti del suo funzionamento, ma abbia scelto di non affrontarli né di condividerli con lei, lasciandola con l'impressione di aver investito tempo, energie e risorse economiche in un percorso che non ha risposto ai suoi bisogni.
Comprendo come questo possa generare rabbia e sfiducia. Quando ci si affida a un professionista, soprattutto portando con sé una sofferenza significativa, è naturale aspettarsi non solo competenza, ma anche chiarezza rispetto agli obiettivi del percorso e alle difficoltà che possono emergere.
Detto questo, da un racconto online non è possibile valutare se il comportamento del collega sia stato clinicamente appropriato oppure no. In psicoterapia può accadere che il terapeuta scelga di non affrontare alcuni temi in un determinato momento, ritenendo che non vi siano ancora le condizioni per farlo. Tuttavia, quando questa scelta non viene condivisa o compresa dal paziente, può lasciare un vissuto di incomprensione e di stallo, come quello che lei descrive.
Mi ha colpito un altro aspetto: nonostante un miglioramento nella sua vita sociale e nella capacità di sperimentarsi, i sintomi per cui aveva chiesto aiuto, insonnia, ansia, blocchi e isolamento, sono rimasti sostanzialmente invariati. È comprensibile che, alla luce di questo, oggi si domandi se il percorso fosse quello più adatto alle sue esigenze.
Forse, più che cercare di stabilire se il terapeuta abbia "sbagliato", potrebbe essere utile chiedersi che cosa ha imparato da questa esperienza anche rispetto ai suoi bisogni in terapia. Ad esempio, emerge quanto per lei sia importante poter comprendere il senso delle scelte terapeutiche, sentirsi coinvolto negli obiettivi del percorso e avere la possibilità di confrontarsi apertamente quando percepisce di essere in una fase di stallo.
Questa esperienza può aver incrinato la fiducia nella psicoterapia, ma non necessariamente nella possibilità di trovare un percorso più in sintonia con ciò di cui ha bisogno oggi. La relazione terapeutica è uno degli strumenti principali del trattamento e, quando viene meno la sensazione di lavorare insieme nella stessa direzione, è legittimo interrogarsi sull'opportunità di proseguire o di cercare un diverso orientamento.
4 AGO 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Caro Andrea,
quello che ti ha fatto soffrire non è il terapeuta in sé, ma la sensazione di essere rimasto solo dentro un percorso che speravi potesse aiutarti a sciogliere blocchi profondi. Tu sei arrivato con traumi, insonnia, ansia, momenti in cui la vita si fermava. Hai portato materiale difficile, hai portato parti che non riuscivi a gestire da solo. Hai visto cambiamenti esterni, ma non interni. Hai sentito che ciò che ti paralizzava non veniva affrontato. È questo che ti ha fatto male: non la persona, ma la distanza tra ciò che avevi bisogno di lavorare e ciò che è stato effettivamente toccato.
Quando lui ti ha detto che non riteneva opportuno entrare in certi argomenti, tu hai sentito che ciò che per te era centrale non era stato raccolto. Non è un giudizio. È una percezione. È il vissuto di un paziente che si accorge che il percorso non ha incontrato davvero il suo dolore. La terapia non è un’amicizia. Non è una conversazione. È un luogo in cui ci si aspetta che le parti difficili vengano accompagnate. Se questo non accade, resta un senso di sospensione, di stallo, di fatica.
La tua rabbia non è contro di lui. È contro il fatto che per un anno e mezzo hai sperato di sciogliere qualcosa che è rimasto lì. È contro il fatto che hai investito tempo, soldi, fiducia, e oggi ti senti ancora bloccato. È una reazione comprensibile. Non è un’accusa. È un bisogno di capire cosa non ha funzionato.
La domanda “cosa posso fare ora?” ha una risposta chiara: cercare un nuovo terapeuta che lavori in modo più diretto sui tuoi blocchi, sulle ricadute, sull’isolamento, sulla paralisi che ti prende nei momenti critici. Non per giudicare il percorso precedente, ma per trovare un modo diverso di affrontare ciò che ti fa soffrire. A volte non è la terapia sbagliata. È solo la terapia non adatta a quel tipo di ferita.
Un caro saluto,
Dott.ssa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica e del Lavoro
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4 AGO 2026
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Gentile utente,
il terapeuta probabilmente ha preferito che fossi tu a portare nella stanza della terapia, manifestando rispetto per i tuoi tempi ed i tuoi vissuti. Il terapeuta è un professionista che fornisce degli strumenti supportando il paziente nel percorso di significazione degli eventi e delle esperienze, ma il lavoro continua al di fuori della stanza della terapia.
Detto ciò, ti suggerisco di provare ad individuare un collega con il quale magari si stabilirà un’alleanza terapeutica per te più funzionale.
4 AGO 2026
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Buongiorno A.,
capisco che la sua esperienza per lei sia stata negativa. Tuttavia, trovo che il collega abbia agito correttamente: i traumi vanno affrontati piano, dando al paziente il tempo di sentirsi al sicuro. Se il paziente stesso è restio ad entrare dentro certi argomenti, noi non possiamo forzare, non andrebbe bene. Certo, il collega ha capito i suoi problemi, ma mi sembra che lei non li abbia mai espressi direttamente al terapeuta: come facciamo ad agire, quindi, se il paziente non ci fa entrare nel suo mondo? Il mio tipo di orientamento insegna che è bene verificare sempre le nostre ipotesi col paziente, per vedere se lui stesso ci si ritrova, ma se il paziente non lo fa allora siamo fermi anche noi.
So che, per molti, le aspettative sono che il terapeuta risolva i nostri problemi prendendosene tutta la responsabilità, ma non è così: la responsabilità è condivisa.
Mi sembra, poi, che il collega qualcosa di positivo l'abbia fatto, ovvero ampliare la sua rete sociale e aumentare le uscite. Questo è molto positivo, ed è il punto di partenza per lavorare su cadute depressive come, mi sembra, la sua. E' bene prima attivare il corpo, così si alza il tono dell'umore e piano piano si riesce a lavorare sul profondo.