come stare meglio senza scappare
ho 68 anni sposata da 48 e un marito con un principio di alzhaimer e vorrei scappare per vivere. non posso pensare di morire senza avere mai vissuto davvero per me, come posso fare
ho 68 anni sposata da 48 e un marito con un principio di alzhaimer e vorrei scappare per vivere. non posso pensare di morire senza avere mai vissuto davvero per me, come posso fare
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Gentile Signora,
le sue parole sono molto forti e autentiche. Il bisogno che esprime non è sbagliato: dopo tanti anni dedicati agli altri, è umano sentire il desiderio di vivere anche per sé.
La situazione accanto a suo marito con Alzheimer è complessa e può portare stanchezza, solitudine e un senso di perdita. Il desiderio di “scappare” può essere visto come un segnale importante: una parte di lei ha bisogno di spazio, di respiro, di vita.
Forse non è necessario stravolgere tutto, ma iniziare da piccoli passi: ritagliarsi momenti per sé, chiedere supporto, concedersi attività che la facciano sentire viva, e trovare uno spazio di ascolto dove poter esprimere liberamente ciò che prova.
Può prendersi cura di sé senza smettere di essere una persona presente. Le due cose possono coesistere, un passo alla volta.
Non è sola in questo percorso.
Un caro saluto,
Dott.ssa Afrodite Riolli
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Gentile Annina,
la frase “vorrei scappare per vivere” va ascoltata con molta attenzione, non come una colpa, ma come il segnale di una fatica che probabilmente sente già molto grande. Quando una persona cara riceve una diagnosi di Alzheimer, anche nelle fasi iniziali, chi le sta accanto può iniziare a vivere paura, rabbia, senso di ingiustizia, tristezza e anticipazione di ciò che potrebbe accadere. Spesso ci si concentra giustamente sulla persona malata, ma si dimentica che anche il caregiver attraversa un dolore profondo: vede cambiare il rapporto, teme di perdere progressivamente il compagno di una vita e può sentirsi intrappolato in un futuro fatto solo di assistenza.
Allo stesso tempo, forse non è necessario pensare subito in termini così drastici: restare o scappare, vivere per sé o occuparsi di suo marito. Il punto potrebbe essere costruire una terza possibilità: organizzare la cura in modo che lei non venga completamente assorbita dalla malattia. Se suo marito è in una fase iniziale, questo è proprio il momento per attivare una rete: medico di base, neurologo o centro per i disturbi cognitivi, servizi territoriali, assistente sociale, eventuali centri diurni, assistenza domiciliare, gruppi di supporto per familiari. Non deve aspettare di crollare per chiedere aiuto. La cura di una persona con Alzheimer non dovrebbe ricadere su una sola persona, soprattutto se quella persona è anche moglie, compagna di vita e non solo “assistente”.
Il suo bisogno di vivere, avere spazi, respirare, non sentirsi scomparire dentro il ruolo di caregiver è legittimo. Va però trasformato in un progetto sostenibile, non in una decisione presa nel pieno della stanchezza e della paura. Le suggerirei di chiedere un supporto psicologico per sé, anche breve, per dare parola a ciò che prova senza giudicarsi, e parallelamente di informarsi sui servizi disponibili nella sua zona. A volte il primo passo non è decidere se andarsene, ma smettere di pensare di dover reggere tutto da sola. Il diritto di vivere non cancella la responsabilità della cura; chiede però che quella cura venga condivisa, organizzata e resa umanamente possibile.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Maria Averaimo
Psicologa Clinica
Ricevo in Presenza e Online
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Salve, le sue parole arrivano con una forza molto profonda. Non parlano solo di una situazione difficile, ma di un bisogno umano essenziale: sentire di avere ancora diritto alla propria vita.
Dopo 48 anni di matrimonio, trovarsi accanto a un partner con un principio di Alzheimer è qualcosa che può essere estremamente doloroso e destabilizzante. Non solo per la malattia in sé, ma per tutto ciò che porta con sé: cambiamenti nel rapporto, senso di responsabilità, fatica emotiva, e spesso anche solitudine.
Accanto a questo, però, emerge un’altra verità altrettanto importante:una parte di lei sente di non aver vissuto pienamente per sé stessa.
Questo non è qualcosa di cui vergognarsi o da reprimere. È un vissuto che molte persone, soprattutto dopo una vita dedicata alla famiglia, iniziano a sentire con forza.
Ma attenzione a un punto:tra il “restare sacrificandosi completamente” e il “scappare”, esistono delle strade intermedie, più sostenibili e meno distruttive.
Prima di prendere decisioni drastiche, può essere utile fermarsi su alcune domande:
-Cosa significa per lei oggi “vivere davvero”?
-Di cosa sente più mancanza: libertà, leggerezza, riconoscimento, esperienze nuove?
-È possibile iniziare a ritagliarsi spazi per sé, anche piccoli, senza abbandonare completamente la situazione?
Spesso, in questi casi, il rischio è pensare che l’unica via per tornare a vivere sia rompere tutto. In realtà, a volte il primo passo è ricominciare ad esistere dentro la propria vita, non necessariamente fuori da essa.
C’è anche un aspetto pratico importante: non deve affrontare tutto da sola. Esistono servizi di supporto per familiari di persone con Alzheimer (assistenti domiciliari, centri diurni, gruppi di sostegno) che possono alleggerire il carico e darle spazio.
Il desiderio che esprime non va ignorato, ma va ascoltato e accompagnato, perché dietro non c’è solo voglia di “scappare”, ma bisogno di ritrovarsi.
Un percorso psicologico, anche online, potrebbe offrirle uno spazio sicuro per mettere ordine tra senso di responsabilità, bisogno di libertà e scelte possibili, senza dover decidere tutto subito e da sola.
Non è troppo tardi per iniziare a vivere in modo più suo.
Ma è importante farlo in modo che non diventi un’altra fonte di dolore.
Un caro saluto,
Dott.ssa Mileto Federica
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Buongiorno signora,
quello che esprime è molto comprensibile e umano: dopo tanti anni di matrimonio e in una fase in cui suo marito sta affrontando una malattia impegnativa, può emergere con forza il bisogno di chiedersi che spazio ci sia ancora per sé, per la propria vita e per ciò che si è rimandato a lungo.
Allo stesso tempo, la situazione che descrive è anche complessa, perché al desiderio di “vivere per sé” si intrecciano responsabilità affettive e di cura che probabilmente hanno pesato a lungo e che oggi possono risultare ancora più faticose. In questi momenti è importante non prendere decisioni impulsive dettate dall’esaurimento emotivo, ma provare a dare voce a questo bisogno senza cancellarlo.
Potrebbe essere utile, prima di tutto, trovare uno spazio di ascolto per sé stessa (anche psicologico o di sostegno), in cui poter distinguere tra il bisogno legittimo di recuperare una propria vita e le modalità concrete con cui questo può avvenire senza dover necessariamente “scappare”. A volte non si tratta di scegliere tra tutto o niente, ma di capire se e come è possibile ritagliarsi spazi di libertà, autonomia e respiro anche dentro una situazione difficile.
Un caro saluto
Dott.ssa Alejandra Meconcelli
Psicologa a Padova e Online
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Cara Annina, comprendo quanta sofferenza possa generare la situazione che stai affrontando.
Talvolta si affrontano situazioni molto complesse da cui vorremmo fuggire per sottrarci al dolore ma al tempo stesso qualcosa ci tiene legati.
Subentrano un senso di impotenza, di frustrazione e di vuoto.
Sarebbe bene affrontare la questione in seduta in uno spazio di ascolto dedicato a te e protetto dove tu possa esporre il tuo disagio ad un professionista per poter comprenderne le radici e cercare insieme strategie, in modo da affrontare la problematica con calma a piccoli passi.
A disposizione
Dott.ssa Mazzilli Marilena
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Cara Signora,
quello che esprime parla di un vissuto molto carico: da una parte la fatica e la responsabilità legate alla malattia di suo marito, dall’altra un forte bisogno di ritrovare spazio per se e per la sua vita.
È importante dirle che il desiderio di “vivere per sé” non è di per sé egoistico o sbagliato, soprattutto quando emerge dopo molti anni di dedizione agli altri. Spesso, in situazioni di caregiving prolungato, può attivarsi un senso di compressione della propria identità e dei propri bisogni.
Prima ancora di “scappare”, può essere utile chiederti: cosa significa per lei “vivere davvero”? È libertà? Autonomia? Relazioni? Esperienze rimandate?
In questi casi può essere molto utile uno spazio di supporto psicologico, non tanto per scegliere tra “restare o andare”, ma per capire come ritrovare margini di vita personale dentro una situazione complessa, anche attivando eventualmente aiuti esterni o condividendo maggiormente il carico assistenziale.
Il suo bisogno di esistere anche per se stessa è legittimo. La sfida è trovare una forma possibile e sostenibile per dargli spazio, senza che questo passi necessariamente attraverso una rottura immediata.
Un caro saluto,
Dott.ssa Paola Tigretti
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Gentile Annina,
la situazione che sta affrontando è molto delicata e porta con sé grandi cambiamenti, molte emozioni ed una grande fatica ad immaginarsi un futuro diverso da quello che avevamo in mente.
Credo sia fondamentale concedersi del tempo e spazio personale per capire come stare in questo momento di vita e per trovare il modo più sensato per lei per dare ascolto a come si sente. In questi termini sarebbe importante fare spazio alla sua sensazione di voler "scappare" per cercare di capire che cosa le sta comunicando e come può prendersene cura per fare delle scelte delicate che tengano conto di sé, di suo marito e della vostra situazione.
Rivolgersi ad associazioni locali per avere informazioni sulla malattia e conoscere la rete di professionisti sul territorio potrebbe essere una risorsa per iniziare ad orientarsi rispetto alla quotidianità e, al contempo, trovare uno spazio di ascolto e accoglienza personale come quello di una psicoterapia potrebbe aiutarla a mettere a fuoco le sue emozioni e a capire come poter tenere conto di sé e dei suoi bisogni.
Rimango a disposizione
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Silvia CM Tomaino
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Annina Buongiorno,
quello che sta dicendo è molto più comune di quanto si creda, e non è cattiveria. È la voce di una donna che da anni è in funzione, e che davanti all’Alzheimer sente una cosa spaventosa: “se resto qui, mi consumo e sparisco anch’io”. Non è che lei non ami suo marito. È che sta iniziando a vedere il futuro come una gabbia, e il suo corpo sta protestando.
La prima cosa che vorrei darle è un permesso: lei può desiderare di scappare, e quel desiderio non la rende una persona indegna. È un segnale di saturazione e di bisogno di vita. E quando una persona arriva a dirlo così chiaramente, spesso significa che è stata troppo sola troppo a lungo.
Poi però c’è una distinzione importante, che cambia tutto: “scappare” può voler dire abbandonare, oppure può voler dire costruire una forma di libertà dentro una situazione difficile. La mente, quando è esausta, pensa in aut aut: o mi sacrifico fino alla fine o sparisco. Ma spesso esiste una terza via: ridurre il carico, mettere confini, creare spazi reali per lei, anche se non perfetti. Non è una soluzione romantica, è una strategia di sopravvivenza.
Con un principio di Alzheimer, la traiettoria tende ad essere progressiva. Se lei aspetta di “sentirsi più forte” per occuparsene, arriverà tardi. Questo è il momento di mettere in chiaro una cosa: lei non può essere l’unica colonna. Nessuno regge per anni da solo senza diventare malato. Quindi la domanda vera non è “come faccio ad andarmene?”, ma “come faccio a non morire anch’io dentro questa storia?”. E la risposta passa quasi sempre da una rete: familiari, servizi, un supporto domiciliare, qualcuno che entri davvero nella gestione, perché lei possa tornare ad avere tempo, corpo, respiro.
C’è anche un punto emotivo che vale la pena nominare: dopo 48 anni di matrimonio, desiderare “una vita per me” spesso porta con sé una colpa enorme. Ma la colpa non è un buon criterio di decisione. Il criterio è la sostenibilità e la dignità: sia la sua, sia quella di suo marito. Perché un caregiver esausto non è una cura, è un naufragio annunciato.
Se lei mi chiedesse una direzione, io le direi: non prenda decisioni definitive nel picco di sofferenza, ma non resti nemmeno ferma. Cominci a immaginare concretamente cosa significherebbe “vivere” per lei: è un giorno alla settimana senza responsabilità? È tornare a dormire bene? È riprendere un’attività, un’amica, un luogo? È avere qualcuno che lo segua qualche ora al giorno? Perché quando lo definisce, smette di essere “fuga” e diventa un progetto di vita possibile.
E se dentro di lei c’è anche rabbia, o la sensazione di aver dato tutto e di non aver ricevuto, la capisco. Ma non serve giudicare il passato per prendere una decisione sana nel presente. Serve riconoscere che lei ha diritto a non finire schiacciata.
Un caro saluto.
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Buongiorno Annina, le sue parole sono forti e suonano come una richiesta di aiuto immediata. Chissà da quanto tempo si tiene dentro di lei questi sentimenti. Forse sente che è arrivato il momento per lei per confrontarsi con una persona preparata e presente emotivamente, che possa aiutarla a comprendere più a fondo quello che sta cercando. LA terapia aiuta proprio a sentire di vivere in maniera autentica la propria vita e sembra ciò che lei in questo momento desidera di più. Vivere davvero per lei: mi pare una richiesta legittima e sana. Sicuramente sta vivendo un momento delicato e difficile e credo che uno spazio per lei sia importante per iniziare ad esplorare cosa rappresenti per lei questo impellente desiderio di fuggire ed iniziare davvero a vivere. Si faccia accompagnare in questo viaggio da una persona competente e che possa accogliere la sua sensibilità.
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Buongiorno, cos'è che sente esattamente? Secondo me sarebbe utile affrontare tutto ciò in un percorso prima di agire. Se vuole rimango disponibile a tale scopo.
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Buongiorno Annina
Capisco quanto possa essere difficile anche solo dare voce a un pensiero come questo. Dentro le sue parole si sentono insieme la fatica, la solitudine e un bisogno profondo di esistere per sé, dopo tanti anni dedicati alla relazione e oggi alla cura di un marito con un esordio di Malattia di Alzheimer. Non è egoismo: è una parte di lei che chiede spazio e che merita di essere ascoltata.
Il desiderio di “scappare” spesso nasce quando ci si sente intrappolati tra il senso del dovere e il bisogno di vivere. Più che prendere subito una decisione drastica, può essere importante iniziare a riconoscere che questi due aspetti possono trovare un equilibrio, anche se oggi sembra impossibile. Prendersi cura di sé non significa abbandonare l’altro, ma evitare di annullarsi completamente.
Può iniziare chiedendosi in che modo, concretamente e gradualmente, può ritagliarsi spazi per sé, anche attraverso un aiuto esterno nella gestione della malattia. Il senso di colpa è comprensibile, ma non deve diventare l’unico criterio con cui decide della sua vita.
Un supporto psicologico può aiutarla a mettere ordine tra questi vissuti e a trovare una direzione che tenga conto sia della realtà che sta vivendo sia del suo bisogno legittimo di sentirsi viva. Non deve scegliere tutto subito, ma può iniziare a non ignorarsi più.
Buona giornata
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Quello che stai provando arriva dritto al cuore, perché dentro le tue parole c’è una stanchezza profonda ma anche un desiderio fortissimo di vita.
Dopo 48 anni accanto a tuo marito, non sei solo una moglie: sei stata presenza, responsabilità, forse rinunce, continuità… e ora, mentre lui cambia a causa della Malattia di Alzheimer, ti ritrovi anche a fare i conti con una parte di te che è rimasta in attesa troppo a lungo.
È come se dentro di te convivessero due verità: da una parte il legame, la storia, il senso di dovere e anche affetto… dall’altra una voce che dice “non voglio finire la mia vita senza aver sentito di vivere davvero”.
Quella voce non è sbagliata. Non è cattiva. È viva.
Il desiderio di “scappare” non parla solo di andare via da qualcuno, ma di tornare verso te stessa. Di respirare. Di sentirti ancora una persona, non solo un ruolo.
E allo stesso tempo capisco quanto questo possa farti sentire in colpa, quasi come se scegliere te significasse abbandonare lui.
Ma prendersi cura di sé non è un tradimento. È una necessità umana, soprattutto quando il peso è così grande.
Tu non sei fatta per scomparire lentamente accanto alla malattia di qualcun altro.
Puoi iniziare senza strappi violenti, senza decisioni drastiche che poi potrebbero ferirti ancora di più. Puoi iniziare a ritagliarti spazi tuoi, veri, non negoziabili: tempo fuori casa, attività che ti fanno sentire viva, relazioni che non ruotano attorno alla malattia.
E soprattutto, non devi reggere tutto da sola. Chiedere aiuto, organizzare un supporto per tuo marito, non significa lasciarlo… significa permetterti di non affondare anche tu.
Dentro di te non c’è solo stanchezza: c’è ancora desiderio, possibilità, vita.
E quella parte merita di essere ascoltata adesso, non “un giorno”.
Se vuoi, possiamo provare insieme a dare forma concreta a questo “vivere davvero”, in modo che non resti solo un pensiero doloroso ma diventi qualcosa che puoi iniziare a toccare, piano piano. Saluti
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Annina nel suo bisogno c'è la risposta.
Lei ha scritto: stare meglio senza scappare e poi vorrei scappare.
C'è un Anna che vuole esserci e un anna che pensa che non ci sarà più spazio di vita in questo nuovo presente dalla diagnosi in poi..
Immagino che se avete ricevuto la diagnosi abbiate incontrato un professionista a cui potrebbe rivolgersi per chiedere come attivare in maniera graduale e adeguata ai bisogni suoi e di suo marito un piano di assistenza sia socio-santiraria che per la quotidianità.
Forse un tempo per "evadere" un pò le può ridare la forza e la persevanza di stare?
Le segnalo anche gli "Alzheimer cafè" attività in cui si incontrano sia persone coon diagnosi che familiari dove si viene anche informati a livello di servizi, specialisti oltre che sostenuti in una rete di relazioni che comprendono e condividono.
Grazie per la sua autenticità la metta in gioco nella relazione con suo marito, con la sua delitecatezza e troverete il modo per affrontare e attraversare anche questo passaggio..
Se vuole può lasciarsi accompagnare anche nell'affrontare il dolore che prova, quello che sente insostenibile e scioccante per sentirsi meno sola e più presente nella routine quotidiana che muta e
nelle scelte.
Le porgo cordiali saluti restando a disposizione.
Dott.ssa Elisa Mina
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Buongiorno,
le sue parole arrivano con una forza molto chiara: da un lato il senso del dovere, della responsabilità costruita in tanti anni, dall’altro un bisogno profondo – e legittimo – di sentirsi viva, finalmente anche per sé.
Quando si è stati a lungo nel ruolo di “chi tiene insieme tutto”, può arrivare un momento in cui qualcosa dentro dice basta. Non è egoismo: è una parte di sé che chiede spazio, riconoscimento, respiro. E spesso questo accade proprio quando la vita mette davanti a nuove fatiche, come la malattia di una persona cara.
Allo stesso tempo, una scelta come “scappare” non è mai solo una fuga da qualcosa, ma anche un andare verso qualcosa. E forse la domanda più importante, con delicatezza, può diventare: che cosa significherebbe per lei vivere davvero? Libertà? Tempo per sé? Leggerezza? Relazioni diverse?
A volte non è necessario arrivare subito a decisioni drastiche: si può iniziare da piccoli spazi personali, anche protetti, in cui lei torna ad esistere come persona e non solo come moglie o caregiver. Questo può aiutare a capire con più chiarezza quale direzione prendere, senza agire solo nella spinta della stanchezza o della disperazione.
Il carico che sta portando è molto grande, e non dovrebbe essere sostenuto da sola: esistono anche forme di supporto (familiari, servizi, aiuti esterni) che possono alleggerire almeno in parte la gestione quotidiana, permettendole di ritagliarsi momenti suoi.
Se sente questo desiderio così forte, forse è un segnale importante da ascoltare, senza però obbligarsi subito a scegliere tra “restare” o “andare via”. Può concedersi il tempo di capire cosa è davvero possibile per lei, passo dopo passo.
Un confronto personale, in uno spazio tutto suo, potrebbe aiutarla a mettere ordine tra senso di colpa, bisogno di libertà e possibilità concrete, senza sentirsi giudicata.
Dott.ssa Lavinia Conoscenti, psicologa
(Torino e online)
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Quello che stai dicendo è molto potente e anche molto umano. Non è egoismo voler vivere, è un bisogno profondo che forse hai rimandato per tanti anni prendendoti cura degli altri, della famiglia, del tuo ruolo di moglie. Ora quella parte di te sta bussando forte.
La situazione con tuo marito, soprattutto con un inizio di Alzheimer, rende tutto ancora più complesso, perché ti mette dentro una tensione dolorosa: da una parte il senso di responsabilità, l’affetto, la storia condivisa, dall’altra il desiderio di libertà, di esistere finalmente anche per te stessa. Non sei sbagliata per questo conflitto. È esattamente ciò che accade quando una persona ha dato tanto per tanto tempo.
La domanda non è “come faccio a scappare”, ma “come posso iniziare a vivere senza distruggermi nel senso di colpa”. Perché se scappi e basta, il rischio è che la colpa ti insegua e ti tolga proprio quella libertà che stai cercando.
Inizia a pensarti non come qualcuno che abbandona, ma come qualcuno che ridefinisce il proprio posto nella vita. Vivere per te stessa non significa per forza sparire o rompere tutto, ma può voler dire iniziare a creare spazi tuoi, veri, non negoziabili. Anche piccoli all’inizio, ma autentici. Tempo fuori casa, attività solo tue, relazioni nuove, esperienze che non hai mai fatto. È da lì che si costruisce una vita, non da un taglio netto immediato.
Allo stesso tempo, è importante guardare in faccia la realtà pratica: tuo marito avrà bisogno di supporto crescente. Questo non deve ricadere solo su di te. Esistono servizi, supporti domiciliari, strutture, familiari, reti che possono condividere il carico. Non è tradimento chiedere aiuto, è l’unico modo per non annullarti completamente.
C’è anche una verità più profonda che forse fa male ma libera: hai il diritto di vivere anche se lui si sta perdendo. Il suo percorso e il tuo non devono per forza coincidere fino alla fine nello stesso modo in cui sono stati finora.
Forse non si tratta di fuggire via, ma di “tornare a te” senza chiedere il permesso a nessuno. E questo può iniziare già adesso, anche prima di prendere decisioni drastiche.
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Gentile Anna,
capisco profondamente il suo senso di urgenza: non è egoismo, è un bisogno di esistere anche per sé. Allo stesso tempo, la situazione con suo marito richiede scelte delicate. Più che “scappare”, può iniziare a ritagliarsi spazi concreti di vita personale (tempo, interessi, relazioni), valutando anche un supporto esterno per la gestione della malattia. Un percorso psicologico può aiutarla a trovare un equilibrio tra responsabilità e diritto a vivere.
Rimango a disposizione
Cordialmente
Dott.ssa Covini Sofia
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Buongiorno Annina, il vissuto che riporta è molto forte ed intenso e mi rendo conto che richieda un gran coraggio nel (probabilmente per la prima volta) ascoltarsi profondamente.
Sento in lei un grande desiderio di vivere, come se tanto di sé fosse stato messo per molto tempo in secondo piano e abbia scavato una ferita che la malattia di suo marito ha portato alla luce. Sento molto forte il profondo dissidio che lei comprensibilmente prova, perché immagino che esistano legami, responsabilità e sentimenti complessi che la legano a suo marito e alla vostra storia. Voglio innanzitutto dirle che ciò che prova ha un suo senso di esistere, una sua dignità, che non deve farla sentire in alcun modo "sbagliata", ma anzi può rappresentare un nodo che può aver senso cercare di sciogliere per limitare la grossa sofferenza che adesso sente.
Che cosa significa per lei "vivere davvero per sé?" È qualcosa che si sente di non essersi mai concessa e che in questo momento ha bisogno di sperimentare?
E allo stesso tempo mi chiedo cosa succede dentro di lei quando prova a immaginare concretamente di andare via: emergono paure, sensi di colpa, oppure anche sollievo?
Forse, per il momento, puó fermarsi un momento, senza dover prendere subito una decisione, ma provando a dare spazio a queste due parti di lei: quella che oggi sente con forza il bisogno di vivere per sé, e quella che finora è rimasta, ha tenuto, si è presa cura.
In ultima battuta le chiedo se, per lei, è possibile immaginarsi nel ritagliarsi degli spazi più suoi senza che questo significhi necessariamente una rottura totale… oppure se al momento le sembra che l’unica via possibile sia proprio quella di ‘scappare’.
Questi sono solo alcuni spunti su cui riflettere e che possono essere maggiormente esplorati all'interno di un percorso di terapia. Sono certa che questa risvegliata pulsione di vita possa aiutarla anche nel comprendere maggiormente su di sé con l'aiuto di un professionista.
Le auguro ogni bene,
Dott.ssa Beatrice Ilari
(Roma e Online)
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Gentile Annina,
proverò a risponderle con brevità, pur riconoscendo la complessità e la profondità di ciò che sta vivendo.
È comprensibile che, in una fase della vita segnata da cambiamenti importanti come la malattia di suo marito, possano emergere emozioni intense e anche contrastanti. Il desiderio di “vivere per sé”, di recuperare parti di sé che sente di aver messo da parte, è un vissuto umano e legittimo, che merita ascolto senza giudizio.
Allo stesso tempo, la situazione che descrive richiede attenzione e gradualità. Potrebbe esserle utile non affrontare tutto da sola, ma concedersi uno spazio di confronto con un professionista, che la aiuti a esplorare questi vissuti, a fare chiarezza sui suoi bisogni e a individuare modalità sostenibili per prendersi cura di sé.
Parallelamente, può essere importante informarsi sulle risorse e sui servizi di supporto disponibili per suo marito, così da non sentirsi l’unico punto di riferimento e poter ritagliare, nel tempo, degli spazi anche per sé.
Non si tratta necessariamente di “scappare” o di scegliere tra sé stessa e l’altro, ma di provare, passo dopo passo, a costruire un equilibrio possibile tra il prendersi cura e il vivere la propria vita.
Un cordiale saluto
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Gentile Annina,
quello che esprime è molto umano. In poche parole c’è dentro tanta fatica, senso di responsabilità, ma anche un bisogno profondo: sentire di avere ancora uno spazio per sé, per vivere e non solo per dover sostenere gli altri.
Prendersi cura di un marito con un principio di Alzheimer è qualcosa che può diventare, nel tempo, estremamente impegnativo, non solo sul piano pratico ma soprattutto emotivo. Spesso chi si trova in questo ruolo finisce per mettere completamente da parte se stesso, come se la propria vita si fosse fermata.
Il pensiero di scappare va letto come un segnale importante: indica che una parte di lei ha bisogno di respirare, di esistere anche al di fuori di questo ruolo. Allo stesso tempo, è comprensibile che accanto a questo desiderio ci siano anche sensi di colpa, dubbi, paura di fare qualcosa di sbagliato. È proprio questo conflitto interno che la fa soffrire.
Il punto non è scegliere tra restare e annullarsi o scappare e sentirsi in colpa, ma trovare uno spazio intermedio in cui sia possibile prendersi cura di suo marito senza smettere di prendersi cura di sé. Questo, però, è molto difficile da costruire da soli, soprattutto quando la situazione va avanti da tanto tempo.
Per questo motivo, un supporto professionale può essere importante perché il carico che sta portando è molto alto e merita di essere condiviso. Un percorso con uno psicologo può aiutarla a dare voce a questi bisogni senza giudicarli, a ridurre il senso di colpa e a individuare soluzioni concrete, anche organizzative, per alleggerire il peso che sta vivendo.
Esistono anche servizi di supporto per i caregiver, proprio perché situazioni come la sua sono riconosciute come molto impegnative e poco sostenibili a lungo senza aiuto.
Rimango a disposizione.
Dott.ssa Aurora Bacchetta
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Buongiorno signora
Comprendo la situazione, si faccia aiutare dal servizio sociale,o dalla aso
E lei si faccia aiutare da uno psicoterapeuta
Dottssa Patrizia Carboni
Psicologa Psicoterapeuta
Roma
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Carissima Annina, mi spiace proprio per questo sentimento di rimpianto che ha.
Non so dove vive, ma sabato pomeriggio tengo una conferenza dal Tutolo A COME ACCUDIRE. È a Firenze.. magari molto lontano da lei.
Comunque, il momento dell'assistenza ai cari che sviluppano demenza o Alzheimer è molto difficile. È una malattia che ci rende testimoni del loro spengersi lentamente e progressivamente, dopo che si è stati vicini una vita. Ci sono tanti aspetti che portano a specchiarsi e a riconsiderare le cose fatte, a rimpiangere e sentire il peso di questa fase. Fare il caregiver è più difficile che fare i genitori e si necessita di accudimento, ascolto. Credo che potrebbe aiutarla molto il servizio messo a disposizione da AIMA ( Associazione italiana malattia di Alzheimer). In quasi tutti i centri in Italia ci sono consulenze e gruppi gratuiti gestiti da colleghi.
Spero di averla aiutata e le auguro il meglio.
Rimango a disposizione per qualsiasi chiarimento anche on line.
Dott.ssa Silvia Chiavacci
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Gentile Annina,
quello che ha scritto mi ha colpita e vorrei provare a risponderle con la stessa onestà con cui lei si è espressa.
48 anni di matrimonio, un marito che sta cambiando a causa della malattia e dentro di sé una voce che dice “non ho ancora vissuto per me”. È coraggioso da ammettere, soprattutto in una situazione in cui il carico di cura tende a fagocitare tutto il resto.
Il desiderio di “scappare” che descrive, mi chiedo se sia davvero una fuga o piuttosto un bisogno urgente di spazio per sé, per respirare, per esistere al di fuori del ruolo di moglie e caregiver.
Sono cose diverse e vale la pena distinguerle.
Una cosa che spesso aiuta in situazioni simili è iniziare a ritagliarsi piccoli spazi concreti nella settimana: non grandi rivoluzioni, ma momenti che siano solo suoi. Può aiutarla ad alleviare la sensazione di essere intrappolata.
Un percorso di supporto psicologico individuale, in questo momento, potrebbe darle uno spazio in cui portare tutto questo senza dover essere forte o giustificarsi.
Resto a disposizione,
Un caro saluto
Dott.ssa Giulia Mirannalti
Ricevo anche online
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Buongiorno Annina,
Le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista per indagare meglio la sua posizione di caregiver che ha assunto e cercare di capire come e se stare meglio in questa relazione.
Le auguro il suo meglio.
LM
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Buongiorno Annina, le sono molto vicina nella situazione difficile e complessa in cui si trova. Lei ha una gran voglia di vivere ma la malattia di suo marito la "costringe" a stare nella dura realtà. Cosa fare, dunque? Scelga di prendersi cura dell'uomo che le è stato accanto per 48 anni e lo faccia con amore, intelligenza e indulgenza. Si conceda periodicamente qualche fuga di libertà, qualche viaggio con le amiche o da sola. Prendersi degli spazi di libertà personali l'aiuterà a vivere meglio anche il prendersi cura di suo marito.
La saluto e rimango a disposizione.
Dott.ssa Noemi Sembranti
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Annina, quello che stai dicendo è il grido di una donna che per una vita intera ha messo da parte se stessa, e ora sente che il tempo corre più veloce della possibilità di respirare. Non c’è nulla di egoista in quello che provi: c’è stanchezza, c’è solitudine, c’è il peso di un ruolo che ti ha chiesto tutto senza restituirti quasi nulla.
Avere accanto un marito con un principio di Alzheimer è un dolore doppio: perdi la persona che conoscevi e allo stesso tempo diventi la sua ancora, spesso senza sostegno, senza riconoscimento, senza pause. È normale che il tuo corpo e la tua mente urlino “voglio vivere anch’io”.
Il punto non è scappare o restare. Il punto è trovare uno spazio per te, reale, concreto, che non ti faccia sentire in colpa per desiderare vita. Non sei obbligata a sacrificarti fino a spegnerti. Puoi chiedere aiuto, puoi alleggerire il carico, puoi costruire un equilibrio diverso. Esistono servizi, supporti, reti che possono affiancarti nella cura, e tu hai il diritto di usarli senza sentirti una cattiva moglie.
E soprattutto hai il diritto di riconoscere che sei ancora una persona, non solo una caregiver. Hai diritto a desiderare, a respirare, a non morire dentro mentre ti occupi di qualcun altro.
Il primo passo è parlarne con qualcuno che possa accompagnarti davvero: un professionista che ti aiuti a capire come proteggerti, come organizzare un supporto esterno, come ritrovare un pezzo di vita che sia tuo. Non devi scegliere tra lui e te: devi trovare un modo per non perderti.
Se vuoi, posso aiutarti a capire quali possibilità concrete hai per alleggerire il carico e ritrovare un po’ di spazio per te stessa. Non sei sola, e non sei sbagliata per quello che senti.
Un caro saluto
Dottoressa Arianna Bagnini
Psicologa Clinica- del Lavoro
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