Ho quasi 23 anni e sono al 3 anno di servizio sociale. Prima ero a lettere moderne, ma ho cambiato facoltà al 3 anno iniziando di nuovo tutto da capo. Ho 17 esami da dare per laurearmi e non riesco a sbloccarmi da gennaio scorso, quando ho rivissuto un brutto periodo. Ho attacchi di panico se vado all'esame e mi si svuota la testa completamente di quel poco che studio. Ciò perché arrivo sempre sotto sotto a studiare. Al liceo anche facevo così, perché a causa di un periodo brutto avevo perso l'abitudine a studiare. Mi sento indietro rispetto a tutto e tutti. Non ho neanche la patente e sono indietro anche con le altre esperienze di vita. Sento che non sto facendo nulla.
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20 FEB 2026
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Buongiorno Lulù,
da quello che descrive emerge una situazione che può essere molto frustrante e dolorosa: il senso di essere bloccata, di accumulare ritardo e di vedere gli altri andare avanti mentre lei si sente ferma. È una sensazione che, quando si prolunga nel tempo, può incidere profondamente sull’autostima e sulla fiducia nelle proprie capacità.
Gli attacchi di panico durante gli esami e il “vuoto mentale” che racconta non sono segni di mancanza di impegno o di capacità. Spesso si crea un circolo difficile: l’ansia porta a rimandare o a studiare sotto pressione, questo aumenta il senso di insicurezza, e al momento dell’esame l’attivazione emotiva è così alta da bloccare memoria e concentrazione. Più questo accade, più cresce la paura del fallimento e il confronto con gli altri diventa pesante.
Un altro aspetto importante è il periodo difficile che dice di aver vissuto: quando attraversiamo momenti di sofferenza, alcune abitudini (come lo studio o l’organizzazione) possono interrompersi, e riprenderle da soli non è sempre semplice. Questo non significa essere “indietro nella vita”, ma piuttosto trovarsi in una fase di fatica che merita attenzione e cura.
Un percorso psicologico può essere molto utile per lavorare sull’ansia da prestazione, ricostruire un rapporto più stabile con lo studio e, soprattutto, affrontare quel senso di inadeguatezza e di confronto che oggi sembra pesare molto. Spesso, intervenendo su questi meccanismi, il blocco inizia gradualmente a sciogliersi.
Se lo desidera, resto disponibile per un eventuale spazio di confronto e di supporto su queste difficoltà, per aiutarla ad orientarsi e a non affrontare questo momento da sola.
12 MAR 2026
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Gentile Lulù,
ciò che ho perceputo leggendo quanto ha narrato è una tendenza all'autocritica molto marcata verso se stessa. Quesa tendenza che la induce a giudicarsi negativamente sotto molti aspetti e aree della sua vita ("mi sento indietro, non ho la patente, sono indietro con altre espeeinze di vita") le impedisce di perseguire efficacemente gli obiettivi di studio che ha qui esposto.
Perciò, a partire dalla mia esperienza clinica e didattica, le posso consigliare, in primis, di affrontare e risolvere la sua condizione emotiva ("attacchi di panico", "brutto periodo"), perchè la posssibilità si studiare e superare con profitto gli esami è indissolubilmente associata ad una condizione di serenità e stabilità interiore.
Quando avrà trovato la sua serenità, potrà risovere il blocco univrsitario.
Ogni blocco universitario è la metafora di un nostro blocco emotivo.
Le auguro il meglio!
Dr. Anna Marcella Pisani
1 MAR 2026
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Buongiorno,
da ciò che racconta emerge un periodo di forte pressione, in cui lo studio si è intrecciato con momenti emotivamente difficili. In situazioni così, non è raro che la concentrazione si interrompa, che si perda continuità e che il corpo reagisca con ansia intensa proprio nei momenti di verifica.
Gli attacchi di panico e il “vuoto” agli esami non parlano di scarsa volontà o capacità, ma di un sistema che si attiva oltre misura. Quando l’ansia cresce, si tende a rimandare; rimandare aumenta la tensione; e al momento dell’esame l’attivazione è così alta da bloccare memoria e lucidità. È un circolo che molte persone sperimentano e che può essere compreso e modificato.
Anche la sensazione di essere “indietro” rispetto agli altri è comprensibile quando ci si sente fermi, ma non definisce il suo valore né le sue possibilità. Ognuno ha tempi diversi, e attraversare periodi complessi non significa essere meno capaci: significa aver dovuto far fronte a molto.
Lavorare su questi meccanismi, sull’ansia da prestazione e sul rapporto con lo studio permette spesso di ritrovare continuità, fiducia e un senso più stabile di direzione. È un percorso che molte persone intraprendono con buoni risultati, soprattutto quando c’è già la consapevolezza che lei mostra nel descrivere ciò che sta vivendo.
25 FEB 2026
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Gentile Lulù,
immagino che lei abbia avuto dei buoni motivi per decidere di cambiare facoltà dopo tre anni e sarebbe opportuno non essere dispersiva anche in quest'altro percorso universitario. Siccome ha vissuto periodi negativi che hanno interferito negativamente sul suo rendimento scolastico e accademico procurandole attacchi d'ansia e crollo dell'autostima, è consigliabile intraprendere una esperienza di psicoterapia (preferibilmente cognitivo-comportamentale) che la aiuti a superare questi disagi e queste difficoltà.
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).
24 FEB 2026
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Buonasera,
Non vedo in te un problema di capacità, ma un equilibrio che si è costruito per proteggerti. Dopo un periodo difficile al liceo e qualcosa che si è riattivato a gennaio, il tuo sistema ha imparato ad associare studio ed esame a pressione, giudizio, rischio di fallimento. L’ansia e il panico non sono un difetto: sono un segnale di allarme.
Il fatto che tu studi solo all’ultimo momento può essere letto come una strategia protettiva: se va male, è “perché non ho studiato abbastanza”, non perché “non valgo”. Così il tuo valore personale resta al sicuro.
Mi colpisce molto il tema dell’essere “indietro”. Indietro rispetto a chi? Secondo quale idea di tempo o di successo? Spesso questa sensazione nasce dal confronto interiorizzato con aspettative familiari o sociali. Non è solo una questione di esami, ma di identità.
Cambiare facoltà non è un fallimento: è un atto di scelta. I 17 esami oggi rappresentano anche il peso simbolico di quella scelta e la paura di aver “sbagliato”.
Più che chiederti di essere più disciplinata, ti inviterei a chiederti: cosa rappresenta davvero l’esame per me? Di quale giudizio ho paura? E di chi?
Il blocco non è immobilità. È un tentativo del tuo sistema di proteggerti. La domanda è: da cosa?
24 FEB 2026
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Buongiorno Lulù,
La ringrazio innanzitutto per aver condiviso la sua condizione esistenziale e, con essa inevitabilmente le sue emozioni e il suo dolore. Credo che questo sia un passo iniziale ma fondamentale, un primo passo per chiedere aiuto a se stessa e agli altri.
Non bisogno sottovalutare questa spinta. Nel suo racconto, infatti, sento tanto dolore ma anche tanta vitalità. Penso, in questo senso, anche alla scelta coraggiosa di cambiare percorso universitario dopo tre anni: una scelta importante, che richiede capacità ed energie. Lei a questo punto sicuramente mi dirà che questa scelta ha provocato delle conseguenze, un blocco. Più di un blocco, però, mi sembra che lei abbia a che fare con una “crisi”: solo apparentemente simile, ma in realtà una posizione del tutto diversa. La crisi può essere un periodo brutto, di panico per l’appunto, ma tutto ciò è legato all’aver perso degli appigli, dei punti fermi, di trovare i propri piedi impantanati nel terreno dell’incertezza. Tuttavia, la crisi, nonostante la posizione scomoda, ha in sé delle opportunità: cercare soluzioni nuove per problemi complessi (e che hanno origini lontane, come ha raccontato lei stessa dicendo che una situazione del genere si era già presentata al liceo). Un percorso di psicoterapia può essere il modo di giusto di affrontare le opportunità di questa crisi. Al di là dei 17 esami da fare, degli attacchi di panico, del sentirsi indietro, di non aver ancora fatto la patente, c’è la sua persona con la sua vita e la profonda complessità della sua psiche.
Cordiali saluti,
Dottor Nicola Milano
23 FEB 2026
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Cara Lulù,
capisco bene il senso di soffocamento che provi. Quando scrivi che "ti si svuota la testa", il tuo corpo ti sta mandando un segnale preciso: non è mancanza di volontà o di intelligenza, ma un sistema nervoso in costante stato di allarme.
Il blocco che stai vivendo, e quegli attacchi di panico che ti bloccano sulla soglia dell'esame, sono legati a una pressione interna diventata insostenibile. A 23 anni senti il peso di aver ricominciato da capo e ti confronti con un'idea di "tabella di marcia" che ti fa sentire in ritardo su tutto, inclusa la patente. Ma la vita non è una corsa di velocità, è un cammino di fioritura, e ognuno ha i suoi tempi di "gelata" e di "primavera".
Arrivare a studiare "sotto sotto" è spesso una strategia inconscia di difesa: se studi all'ultimo, hai una scusa pronta per il fallimento ("non ho avuto tempo") che protegge la tua autostima dal timore più profondo: "e se studiassi tantissimo e fallissi lo stesso?". È un circolo vizioso che si trascina dal liceo e che si è riacutizzato dopo il brutto periodo di gennaio scorso.
Per uscire da questo fermo immagine, bisogna cambiare prospettiva:
Scomponi la montagna: 17 esami sembrano un muro insormontabile. Non guardarli tutti insieme. Concentrati su uno solo, il più piccolo, il più semplice. L'obiettivo non è laurearsi domani, ma riprendere il movimento.
Gestisci il corpo, non solo la mente: L'attacco di panico è un eccesso di energia bloccata. Prima di studiare e prima di un esame, impara delle tecniche di rilassamento profondo o di respirazione. Devi rassicurare il tuo corpo che non sei in pericolo di vita.
Smetti di confrontarti: Il confronto con gli altri è il veleno dell'anima. Ognuno ha i suoi pesi invisibili. Tu hai avuto il coraggio di cambiare facoltà e ricominciare: questa non è debolezza, è onestà verso te stessa.
Piccoli passi fuori dall'università: A volte sbloccarsi in una piccola cosa (iniziare la teoria della patente, fare un'attività nuova) ridà fiducia anche per lo studio.
Sei ancora giovanissima e hai tutto il tempo per costruire la tua strada. Questo blocco non è la tua identità, è solo un momento di sosta forzata che il tuo sistema ha scelto per proteggersi da un dolore che forse non hai ancora elaborato del tutto.
Riparti da una piccola cosa oggi, senza pensare a domani. Io sono qui se avrai bisogno di approfondire questo tuo sentire.
23 FEB 2026
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Gentilissima Lulù, grazie per la condivisione innanzitutto. Comprendo la situazione che descrivi, e soprattutto il tuo bisogno di risposte rispetto il cambiamento che senti nel tuo modo di approcciarti allo studio. Intraprendere un percorso di terapia potrebbe aiutarti ad esplorare e comprendere le motivazioni sottostanti le tue fatiche, individuando insieme allo specialista delle strategie funzionali per affrontare tutto questo.
Resto a disposizione!
Cordiali saluti
AV
22 FEB 2026
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Ciao Lulù, quello che chiami “blocco” spesso è un nome povero per un fenomeno più ricco: una parte di te sta dicendo che non vuole più attraversare l’università come una catena di prove umilianti, fatte “sotto sotto”, in clandestinità, fino allo schianto. Il panico, allora, non è solo un nemico: è una figura che ti ferma sulla soglia e ti obbliga a cambiare modo di entrare. Ti trovi in una stagione saturnina; non perché sei sbagliata, ma perché la psiche chiede forma, ritmo, realtà. La testa vuota all’esame è spesso l’effetto di una vita studiata in emergenza: la mente non si fida, e all’ultimo ti ritira la corrente.
Ricomincia da un rito minimo quotidiano (breve, sempre uguale, non negoziabile) che dica al corpo: “non ti userò più come campo di battaglia”. E, senza vergogna, cerca un contenitore esterno (counseling universitario o terapeuta), per non fare da sola la guardia a una soglia che ti spaventa. Quando la soglia è condivisa, spesso si apre.
22 FEB 2026
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Lulù,
quello che descrivi non è solo “essere indietro”, ma una fatica più profonda che tiene insieme ansia, blocco e una perdita di fiducia nelle tue capacità, che sembra riattivarsi proprio nei momenti di verifica. Gli attacchi di panico agli esami e il vuoto mentale non sono mancanza di capacità, ma il segnale di un sistema interno sotto pressione, dove la paura di non farcela prende il sopravvento. Il fatto che tu tenda a iniziare tardi a studiare sembra inserirsi in questo circolo: più rimandi, più l’ansia cresce, più l’esame diventa minaccioso. Anche il confronto con gli altri e la sensazione di essere “indietro nella vita” amplificano questa percezione di immobilità e inadeguatezza. È comprensibile che tu ti senta così: stai affrontando non solo lo studio, ma anche il peso di un periodo difficile che sembra non essersi ancora del tutto chiuso. Forse il punto non è recuperare tutto insieme, ma riprendere un minimo senso di continuità e di fiducia, partendo da passi molto piccoli e sostenibili. Ti chiederei: qual è il primo passo davvero realistico che potresti fare, senza aspettarti di sentirti pronta? Sono qui se desideri lavorarci assieme. Buon cammino
22 FEB 2026
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Ciao Lulù,
si sente tanta fatica nelle tue parole. Non è solo lo studio: è come se ti portassi addosso un peso che ti dice continuamente “sono indietro”, “non ce la faccio”, “non sto facendo nulla”. E vivere così, giorno dopo giorno, stanca tantissimo.
Quando arrivi all’esame e ti si svuota la testa, non è perché sei incapace. È perché in quel momento sei terrorizzata di fallire, di confermare l’idea che hai di te. Il panico non nasce dal nulla: nasce da una pressione enorme che ti metti addosso. E studiare sempre all’ultimo non è pigrizia, spesso è paura. Paura di metterti davvero alla prova, paura di scoprire che forse non basta. Rimandare, per un po’, ti protegge da quella paura. Poi però all’esame tutto esplode.
Cambiare facoltà e ricominciare non è da “sfigati”: è da persone che provano a cercare una strada più loro. Il problema è che tu oggi guardi solo quello che ti manca: gli esami, la patente, le esperienze che pensi dovresti già avere. Così tutto quello che hai fatto sparisce, e resta solo la sensazione di essere indietro rispetto a tutti. Ma tu non sei indietro nella vita: sei in un momento difficile della tua vita.
Mi colpisce che questo blocco sia arrivato dopo aver rivissuto un periodo brutto. È come se qualcosa dentro di te fosse rimasto ferito e, ogni volta che ti trovi davanti a una prova, quella ferita si riapre. Per questo l’esame pesa così tanto: non è solo un esame, è come se mettesse in discussione il tuo valore.
Forse oggi non hai bisogno di spingerti di più, ma di trattarti con un po’ più di gentilezza. Non di dirti “dovrei essere avanti”, ma “sto facendo il meglio che posso in un momento che per me è difficile”. Chiedere aiuto non significa essere deboli: significa prendersi sul serio. A volte serve uno spazio in cui poter dire “sto male” senza doversi giustificare, e da lì, piano piano, ritrovare il passo.
Non sei ferma. Sei stanca e spaventata. E questo si può attraversare, un passo piccolo alla volta.
Se lo desideri, sono disponibile per una consulenza online: puoi chiedere di intraprendere un percorso che ti aiuti passo passo a ritrovare fiducia.
Un saluto
Dottoressa Laura Borgione
21 FEB 2026
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Ciao Lulù, da quello che scrivi emerge molta fatica, ma anche tanta consapevolezza. Non stai “facendo nulla”, ma stai cercando di portare avanti un percorso mentre ti confronti con ansia, paragoni costanti con gli altri e il peso di un periodo difficile che sembra non essersi del tutto chiuso. Gli attacchi di panico agli esami e il “vuoto mentale” non sono un segno di incapacità, ma una risposta dell’ansia. Quando si arriva sempre all’ultimo a studiare, spesso non è pigrizia: a volte è un circolo vizioso fatto di paura di non farcela, evitamento e senso di colpa che si rinforzano a vicenda. Il fatto che tu abbia cambiato facoltà non significa essere indietro, ma aver avuto il coraggio di rimetterti in discussione. Conta che ciascuno di noi ha tempi diversi, anche se il confronto con i coetanei (enormemente potenziato dai social) può far sembrare il contrario. Potrebbe essere utile fermarti non tanto sul “quanti esami mi mancano”, ma su cosa succede dentro di te quando ti avvicini allo studio e all’esame: quali pensieri emergono? Quali aspettative hai su di te? Cosa temi che accada? Se gli attacchi di panico si ripetono, parlarne con un professionista potrebbe aiutarti a lavorare sia sull’ansia sia sul metodo di studio, in modo graduale e sostenibile. Non è una questione di forza di volontà, ma di trovare strumenti più adatti alla fase che stai vivendo. Non sei indietro nella vita. Sei in un momento complesso. E i momenti complessi si attraversano, un passo alla volta.
21 FEB 2026
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Ciao Lulù,
in quello che scrivi si sente tanta frustrazione e un senso di blocco che non riguarda solo gli esami, ma l’idea più ampia di essere “indietro” nella vita.
Vorrei dirti una cosa con chiarezza, cambiare facoltà al terzo anno non è un fallimento. È una scelta. E spesso è una scelta coraggiosa, perché significa ammettere che qualcosa non era più in linea con te. Il problema è che, quando si riparte da capo, è facile confrontarsi con chi sembra “più avanti” e sentirsi in difetto.
Il nodo centrale, però, sembra essere un altro: da gennaio, dopo aver rivissuto un brutto periodo, qualcosa si è riattivato. Gli attacchi di panico all’esame, il vuoto mentale, lo studio rimandato fino all’ultimo. Non sono solo cattiva organizzazione, sono segnali d’ansia.
Quando dici che arrivi sempre tardi a studiare, mi viene da pensare che non sia pigrizia ma evitamento. Se studiare ti espone alla possibilità di fallire, rimandare protegge momentaneamente dall’ansia. Il problema è che poi l’ansia esplode all’esame, e il panico svuota la mente. È un circolo che si autoalimenta.
Ti faccio una domanda: quando stai per iscriverti a un esame, qual è il pensiero che ti attraversa? È più “non sono pronta” o più “non ce la farò mai”?
Il senso di essere indietro rispetto agli altri è molto doloroso, ma spesso nasce da confronti parziali. Non conosci davvero i tempi interni degli altri, né le loro difficoltà. A 23 anni non avere ancora la patente o non sentirsi “avanti” non è un verdetto sulla tua vita. È una fase.
Inoltre quello che colpisce è la ripetizione. Già al liceo, dopo un periodo difficile, avevi perso l’abitudine allo studio. Ora qualcosa di simile si ripresenta. Questo suggerisce che, nei momenti di sofferenza emotiva, la prima cosa che si blocca in te è la funzione organizzativa e la fiducia nelle tue capacità.
Forse il punto non è “come dare 17 esami”, ma:
- come interrompere il ciclo evitamento–ansia–panico,
- come ricostruire un ritmo minimo e sostenibile,
- come capire cosa è successo a gennaio che ti ha riattivato così tanto.
Ma soprattutto, interrompere, per un momento, di misurare il tuo valore in base alla tabella di marcia. La vita non è una corsa lineare. Ci sono deviazioni, pause, ripartenze.
Quando scrivi “sento che non sto facendo nulla”, mi chiedo se è davvero così o se stai attraversando un momento di fatica che ti fa vedere tutto nero.
Non sei bloccata per sempre. Sei in un nodo. E i nodi si possono sciogliere, ma non con la frusta addosso.
Forse il primo passo non è correre, ma fermarti a capire cosa ti ha ferita a gennaio. Perché finché quella parte resta attiva, ogni esame diventa molto più di un esame, diventa una prova sul tuo valore.
E tu non sei il tuo libretto universitario.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa
21 FEB 2026
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Leggendo le sue parole si sente quanto lei stia soffrendo e quanto questo blocco la faccia sentire “indietro” rispetto agli altri. Quello che descrive non è un segno di incapacità, ma probabilmente un circuito ansioso che si autoalimenta. L’attacco di panico è un segnale e spesso indica che qualcosa di emotivamente significativo si è riattivato, come quel “brutto periodo” che nomina.
Quando si inizia a leggere le difficoltà come conferma di non essere abbastanza o di aver “perso tempo”, l’esame smette di essere solo una prova universitaria e diventa una prova di valore personale. È qui che l’ansia aumenta.
Il fatto che lei riesca a descrivere con chiarezza ciò che accade è un punto di partenza importante. Questo tipo di meccanismo si può comprendere e trasformare insieme, lavorando sull’ansia e sul senso di autosvalutazione che la sostiene.
Se ha bisogno di supporto, mi può contattare.
20 FEB 2026
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Cara Lulu’,
parto dalla fine del suo scritto: ‘ sento che non sto facendo nulla’.
In realtà ha avuto il coraggio di cambiare facoltà, di ricominciare ‘ tutto da capo’, e ora di chiedere aiuto per essersi bloccata.
I blocchi nello studio possono succedere, la nostra vita privata e tutto ciò che accade intorno a noi hanno un’influenza su come svolgiamo i nostri impegni quotidiani. E questo lei dimostra di averlo capito, quando parla dei ‘brutti periodi’ che ha vissuto, sia al liceo che all’università.
Ora si tratta di capire meglio:
- cosa intende per essere indietro rispetto a tutto e tutti?
Ieri alle Olimpiadi, alle gare di pattinaggio di figura, ha vinto una pattinatrice che aveva smesso di pattinare per due anni. Poi quando ha ricominciato, per sua scelta personale e senza pressioni, per passione verso questo sport, ha dato il meglio di se’, mostrando pure di divertirsi, libera dai condizionamenti.
Un esame universitario, come una gara di pattinaggio, non e’ l’esame della vita.
Sotto esame e’ solo la preparazione di una materia, non tutta la persona.
Chi pensa possa giudicarla dal voto di un esame?
Forse e’ proprio qui che potrebbe approfondire, per riscoprire il gusto e il piacere dello studio e per eliminare quel censore spietato che l’angoscia ad ogni appello.
20 FEB 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Cara Lulù,
la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e delicato. Dalle sue parole si percepisce chiaramente quanta fatica stia vivendo in questo momento, ma anche la sua capacità di riflettere su ciò che le sta accadendo.
Il fatto che le difficoltà si siano intensificate dopo aver rivissuto un periodo doloroso rende comprensibile la complessità di ciò che sta attraversando. Quando esperienze significative del passato si riattivano, possono influenzare il presente in modo incisivo, anche se razionalmente si desidererebbe semplicemente “andare avanti”. Questo non indica una mancanza o un errore da parte sua, ma segnala che sta vivendo una fase che merita attenzione e rispetto.
Anche il senso di essere in ritardo rispetto agli altri — negli studi, nella patente, nelle esperienze di vita — è un vissuto che può diventare molto pesante. La percezione di non fare abbastanza o di non essere al passo può incidere profondamente sull’autostima e sulla serenità.
Per questi aspetti, potrebbe essere importante concedersi uno spazio in cui esplorare con calma il significato che questo blocco ha per lei oggi. Un supporto psicologico può offrirle un luogo protetto e non giudicante, dove poter sostare sulle sue domande senza pressione, senza dover dimostrare nulla, senza sentirsi valutata. Non con l’obiettivo di “sbloccarsi” rapidamente, ma di comprendere ciò che sta accadendo e dare parola a ciò che ora si esprime attraverso l’ansia e la sensazione di paralisi.
A volte ciò che appare come un ostacolo può essere anche un segnale che chiede ascolto. Lei non coincide con il suo blocco, né con il numero degli esami che le restano, né con il confronto con i coetanei. È una persona che sta attraversando un momento complesso e che merita uno spazio di comprensione e cura.
20 FEB 2026
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Salve,
Più volte ha scritto che il blocco che sente accade a causa di un periodo brutto, dunque forse non si tratta di quanto impegno ci mette nel fare le cose, ma di come sta in questo momento.
Sarebbe importante per lei poter comprendere come mai si sente così, cos'è che la fa sentire bloccata e indietro. Solamente così potrà sbloccare pian piano qualcosa, attraversando i suoi vissuti e sentendosi davvero titolare della sua vita.
Se ha bisogno di supporto mi può contattare.
Dott.ssa Martina Pallottini
Psicologa Psicoterapeuta
20 FEB 2026
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Buongiorno Lulù grazie per aver condiviso la tua esperienza. Ti vorrei domandare rispetto a chi e cosa ti senti indietro, nel senso di chi decide cosa sia appropriato fare/aver raggiunto a una determinata età piuttosto che a un'altra.
Penso che un percorso di supporto psicologico possa aiutarti ad elaborare quanto vissuto nel "periodo brutto" e capire quali elementi ti rendono difficile proseguire negli studi.
20 FEB 2026
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Grazie per aver scritto con tanta sincerità. Quello che descrivi non è pigrizia né mancanza di volontà: è la fotografia di una persona che ha attraversato momenti emotivamente difficili e che oggi si trova bloccata, non incapace.
Hai quasi 23 anni, sei al terzo anno di servizio sociale dopo aver avuto il coraggio di cambiare strada, ricominciando da capo. Questo dato, anche se ora non lo senti così, parla di responsabilità e consapevolezza, non di fallimento. Il problema non sono i 17 esami in sé, ma ciò che si è riattivato dentro di te da gennaio: quel “brutto periodo” non è davvero passato, si è trasformato in ansia, paura della prestazione e attacchi di panico.
Il panico agli esami, la mente che si svuota, il fatto di studiare sempre all’ultimo non sono difetti personali. Sono strategie di sopravvivenza apprese in un momento in cui stavi male. Il tuo corpo e la tua mente oggi associano lo studio e l’esame a un pericolo, non a una sfida. Per questo, anche quando studi, al momento dell’esame il sistema va in blocco. Non è che “non sai”, è che l’ansia spegne l’accesso a ciò che sai.
Il confronto con gli altri, il sentirti indietro nella vita, la patente, le esperienze “che dovresti avere” alimentano ulteriormente questo circolo. Quando una persona vive così, la sensazione dominante è quella che descrivi molto bene: “sento che non sto facendo nulla”. In realtà stai spendendo enormi energie per reggere un peso emotivo costante.
Questa situazione non si risolve con forza di volontà o con una migliore organizzazione dello studio, perché il nodo è emotivo, non cognitivo. È necessario lavorare sul blocco, sulla paura di fallire, sul senso di inadeguatezza e sulla storia che ti racconti da anni su di te. Quando questi aspetti vengono affrontati, lo studio torna gradualmente possibile, il panico si riduce e la mente ricomincia a funzionare.
Un percorso di terapia può essere particolarmente adatto in questo momento: ti permette di iniziare senza lo stress degli spostamenti, in un ambiente sicuro, con tempi flessibili. È uno spazio in cui non devi dimostrare nulla, ma puoi finalmente capire perché sei ferma e come sbloccarti davvero, senza colpevolizzarti.
Non sei in ritardo sulla vita. Sei una persona che ha avuto delle fratture e che ora ha bisogno di ricucirle, non di correre. Se vuoi, possiamo lavorarci insieme, con calma e metodo, partendo esattamente da dove sei adesso.
Resto a disposizione anche online
20 FEB 2026
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Salve Lulú, quello che descrive non è semplicemente “non riuscire a studiare”, ma sembra assumere il valore di un blocco più profondo che si riattiva nei momenti in cui sente di essere messa alla prova. L’ansia all’esame, il vuoto mentale, il rimandare fino all’ultimo non parlano solo di organizzazione, ma di qualcosa che si muove dentro quando si avvicina al giudizio.
A volte il sintomo non è solo un ostacolo da eliminare, ma una forma di protezione. Rimandare può inconsciamente evitare il confronto pieno con la possibilità di fallire; il panico può interrompere una situazione vissuta come troppo esposta. Freud ricordava che “il sintomo è un compromesso”: non nasce per caso, ma per tenere insieme qualcosa che dentro è in conflitto.
Il senso di essere indietro rispetto agli altri sembra amplificare tutto questo, come se il confronto diventasse una misura costante del suo valore. E quando il valore personale si lega troppo alla performance, ogni esame può trasformarsi in una minaccia.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere cosa si è riattivato in quel “brutto periodo” e perché questo copione si ripete. Non per darle strategie rapide, ma per dare senso a ciò che oggi la blocca e restituirle una posizione meno severa verso sé stessa.
20 FEB 2026
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Da come ne parli si sente quanta fatica stai facendo, e non è affatto “poco”.
Quello che descrivi ha molto senso: hai vissuto un periodo difficile, hai cambiato facoltà ricominciando da capo (che richiede coraggio), e ora il momento dell’esame sembra riattivare qualcosa di molto intenso. Gli attacchi di panico, il vuoto mentale, il rimandare lo studio fino all’ultimo non sono segni di incapacità, ma spesso sono modalità con cui il nostro sistema cerca di gestire ansia, pressione e paura di non essere abbastanza.
Mi colpisce anche quanto ti confronti con gli altri: sentirsi “indietro” rispetto a tutto e tutti può diventare una lente molto severa con cui guardarsi. Ma le traiettorie di vita non sono lineari e non sono uguali per tutti. Il fatto che tu sia al terzo anno, nonostante un cambio di percorso e un periodo difficile, racconta anche di una parte di te che continua ad andare avanti.
Potremmo provare a guardare insieme alcune cose:
- Cosa succede dentro di te nei giorni prima dell’esame?
- Che pensieri compaiono quando inizi a studiare e quando rimandi?
- Che significato ha per te “essere indietro”?
A volte lavorare sull’ansia da prestazione e sulla paura del giudizio (anche interno) aiuta molto più che concentrarsi solo sul metodo di studio. E il fatto che questo schema fosse già presente al liceo ci dice che forse è qualcosa che merita uno spazio di comprensione, non di colpa.
Se ti va, possiamo approfondire insieme questi aspetti e capire quali piccoli passi concreti possano aiutarti a sbloccarti, senza pretendere di risolvere tutto in una volta.
Non sei “ferma”: sei in un momento complesso. E chiedere aiuto è già un movimento.
20 FEB 2026
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Capisco quanto quello che sta vivendo sia faticoso, e la ringrazio per averlo espresso con tanta chiarezza. Da ciò che racconta emerge una sofferenza reale, che non ha nulla a che fare con la pigrizia o con una mancanza di volontà, ma piuttosto con un blocco emotivo profondo che si è strutturato nel tempo. Lei ha attraversato più di un periodo difficile e, ogni volta, ha trovato il modo di andare avanti: ha cambiato facoltà quando ha sentito che quella precedente non era più adatta, ha ricominciato da capo, ed è arrivata al terzo anno. Questo non è “non fare nulla”, ma è una traiettoria segnata da tentativi di adattamento e di resistenza, anche se oggi le sembrano invisibili.
Gli attacchi di panico in prossimità degli esami e il “vuoto mentale” sono reazioni molto comuni quando lo studio viene associato, nel tempo, a vissuti di ansia, fallimento o paura. In queste condizioni il cervello non è nelle condizioni di “funzionare bene”, perché è occupato a difendersi. Non è che lei non sappia le cose: è che il suo sistema emotivo prende il sopravvento. Questo spiega anche perché studiare “all’ultimo” diventa una modalità ricorrente: spesso è un modo per evitare il contatto prolungato con l’ansia, non una scelta consapevole.
Il senso di essere “indietro rispetto a tutti” è un confronto molto doloroso, ma anche molto ingannevole. Lei sta misurando il suo valore e il suo percorso usando parametri esterni e lineari, quando in realtà la sua storia è stata tutt’altro che lineare. Il fatto di non avere la patente o di percepire un ritardo nelle esperienze di vita non definisce chi lei è, né il suo potenziale. Definisce solo che ha dovuto investire molte energie nel sopravvivere emotivamente. Quando dice “sento che non sto facendo nulla”, io sento invece una persona che è bloccata, non ferma. Essere bloccati è diverso: significa che qualcosa dentro di lei sta chiedendo attenzione, cura e forse anche aiuto. In questi casi, lavorare solo sulla forza di volontà o sull’organizzazione dello studio raramente è sufficiente. Può essere molto utile uno spazio psicologico in cui affrontare il periodo traumatico riattivato a gennaio, l’ansia da prestazione e il senso di svalutazione che la accompagna.
Non deve “recuperare tutto” né dimostrare di essere al passo con gli altri. Il primo passo, spesso, è smettere di trattarsi come se fosse in difetto e iniziare a chiedersi di cosa ha bisogno adesso, realisticamente, per stare un po’ meglio. Da lì, anche lo studio può gradualmente tornare ad essere possibile.
Resto a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Roberta Fornarelli
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20 FEB 2026
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Quello che descrivi è molto più comune di quanto pensi, anche se quando ci sei dentro sembra che tutti stiano andando avanti tranne te.
Hai quasi 23 anni. Hai cambiato facoltà dopo tre anni a Lettere moderne e ora sei al terzo anno di Servizio sociale. Questo non è “essere indietro”. È aver avuto il coraggio di accorgerti che qualcosa non ti rappresentava più e ricominciare. Non è una cosa da poco.
Il nodo centrale, però, non è il numero di esami. È quello che succede dentro di te.
Da gennaio hai rivissuto un brutto periodo. Il tuo corpo sta ancora reagendo a qualcosa che non è stato digerito. Gli attacchi di panico all’esame non sono un problema di intelligenza o di capacità. Sono una risposta di allarme. Quando vai all’esame, il tuo sistema nervoso entra in modalità pericolo. In quella modalità la memoria si blocca, la mente si svuota, il cuore accelera. Non è che non sai le cose. È che il tuo cervello sta cercando di proteggerti.
Poi c’è il circolo vizioso: studi tardi perché ti senti bloccata, arrivi impreparata, l’ansia aumenta, l’esame diventa minaccioso, il panico conferma l’idea “non ce la faccio” e la volta dopo è ancora più difficile iniziare.
Il fatto che al liceo sia successo qualcosa di simile mi fa pensare che non sia un problema di studio, ma di relazione con la pressione e con il senso di fallimento. Quando vivi un periodo brutto, spesso perdi il ritmo, perdi fiducia e ogni compito diventa la prova del tuo valore.
La frase che pesa di più è “mi sento indietro rispetto a tutto e tutti”. Questa è una ferita identitaria, non accademica. Ti stai confrontando con una linea temporale immaginaria in cui dovresti già avere la patente, gli esami finiti, più esperienze. Ma la vita non è una gara sincronizzata. È una traiettoria personale.
Quello che oggi interpreti come “non sto facendo nulla” in realtà è “sto lottando in silenzio con qualcosa che mi blocca”. È molto diverso.
Ti faccio notare una cosa importante: non hai mollato. Sei ancora iscritta. Hai 17 esami, sì, ma sei ancora lì. Questo dice che una parte di te vuole andare avanti.
Provo a dirti qualcosa di concreto, ma senza ricette magiche. In questo momento l’obiettivo non dovrebbe essere “recuperare tutto” o “diventare come gli altri”. L’obiettivo è ristabilire un senso minimo di sicurezza. Se il tuo sistema nervoso è in allarme, non puoi chiedergli performance.
Forse il primo passo non è studiare di più, ma capire cosa è successo a gennaio e cosa stai ancora portando addosso. Se non lo hai già fatto, parlare con uno psicologo potrebbe aiutarti a sciogliere quel nodo, non solo per gli esami, ma per il modo in cui ti percepisci.
Sul piano pratico, serve rompere il pattern del “studio solo quando sono sotto”. Non con grandi piani, ma con micro-obiettivi ridicoli. Studiare 25 minuti al giorno per una settimana è più potente di 6 ore fatte in emergenza. Devi ricostruire l’abitudine, non dimostrare qualcosa.
E sugli esami, forse per un periodo l’obiettivo potrebbe essere andare anche solo per “allenarti”, non per brillare. Togliere dall’esame il peso del giudizio totale su di te.
La patente, le esperienze, il sentirti indietro: spesso quando siamo bloccati in un’area, tutto il resto sembra fermo. Ma non sei in ritardo nella vita. Sei in una fase di transizione e le transizioni fanno sentire sospesi.
Ti faccio una domanda, non per metterti pressione ma per capire meglio: se togliessimo il confronto con gli altri, cosa vorresti davvero per te in questo momento? Laurearti? Ritrovare serenità? Dimostrare qualcosa? O semplicemente smettere di sentirti così inadeguata?
Perché la direzione cambia molto a seconda della risposta.
Non sei ferma. Sei spaventata. E la paura si può attraversare, con tempo e con il giusto supporto.
20 FEB 2026
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Ci sono diversi aspetti che è necessario approfondire
La facoltà che la scelta è quella che le piace?
La motivazione: per quale motivo non si sente motivata a studiare sono motivazioni interne, ad esempio passato, autostima poco interesse oppure motivazioni esterne, situazioni impegni che sopraggiungono
È importante comprendere anche il suo metodo di studio: è il metodo corretto? Il metodo più adatto a quel tipo di studio? È il metodo più adatto a lei?
È necessario approfondire tutti questi fattori. Le consiglio di intravedere un percorso psicologico che la possa aiutare a competere meglio ed affrontare la situazione.
20 FEB 2026
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Ciao Lulù
Hai quasi 23 anni. Sei in quella che in psicologia viene identificata come fase di costruzione dell’identità, esplorazione, instabilità, ridefinizione del percorso. Il confronto con gli altri è fortissimo e la percezione di “essere indietro” diventa amplificata. Ma essere in transizione non significa essere fallita.
Il problema non sono i 17 esami. Il problema è il circuito che la tua mente ora sta creando "ansia–procrastinazione–panico–autoaccusa".
Hai bisogno che qualcuno ti faccia uscire da questo vortice. Pensa ad un percorso di coaching, alla tua età penso sia veramente valido per tutti.
Ti aspetto
Lisa Muto - Inside You