Come ritrovare spazio per la mia individualità con una madre complottista?

Inviata da Alessandra · 30 giu 2021

Buongiorno, scrivo qui perché fatico a trovare una via d’uscita alla mia situazione. Sono tanto stanca, non so nemmeno da dove iniziare e mi scuso se sarò prolissa, ma mi servono più parole per descrivere bene la situazione e, al tempo stesso, ho bisogno di sfogarmi. Ho 24 anni e sono alla fine della laurea magistrale, ho finito gli esami e mi mancano solo lo stage e la tesi. Vivo in paesino sperduto nella Pianura Padana dove le possibilità di relazioni sociali sono estremamente limitate (lo sono sempre state anche prima del Covid) e in cui, semplicemente, non c’è nulla. Abito con mia madre, che è una complottista dichiarata e “fiera di esserlo”, oltre che una persona estremamente invasiva e con cui è molto difficile comunicare.
Mia madre ha sempre avuto una propensione a credere a queste “teorie del complotto” e ha sempre cercato di diffonderle tra le persone che la circondano (più o meno strette); le reazioni delle persone a queste sue affermazioni variano: c’è chi inizia a credere a propria volta a queste teorie, quindi le dà ragione e conferma l’immagine che lei ha costruito di sé stessa di una sorta di “eroina anti-sistema” e c’è chi la contraddice. Ma ogni volta che lei viene contraddetta si scalda, inizia a fare discorsi privi di nesso logico e salta “di palo in frasca”; se, quando le viene fatta notare la sua autocontraddittorietà, si sente messa alle strette, passa ad insultare l’interlocutore.
Inutile dire che in questo anno e mezzo di pandemia la situazione si è ulteriormente amplificata. Il Covid ha costituito un bacino immenso dove le teorie complottiste hanno proliferato. E lei ci si è totalmente immersa. Questa volta però, con il sostegno del suo compagno, che condivide le idee di lei e che le ha detto che ogni mia espressione di contraddizione nei suoi confronti sarebbe “una manifestazione di un mio desiderio di competizione con lei”. Insomma, se io affermo, contraddicendola, che non credo che il vaccino sia uno strumento di Bill Gates per il controllo della popolazione mondiale attraverso chip sottocutanei o che abbia lo scopo di rendere sterile gran parte della popolazione ai fini del controllo demografico, non lo sto facendo perché sono sinceramente convinta dell’assurdità di queste teorie, ma per spirito di contraddizione e di competizione nei confronti di mia madre. Questa è l’opinione del compagno di mia madre, ed è tra le opinioni che hanno su di me, quella gentile. Talvolta mia madre mi dice direttamente che sono “schiava del pensiero unico”, “priva di un pensiero critico sulla situazione” (e questa fa male, perché io studio filosofia, quindi il pensiero critico è proprio il mio campo), “fascista, perché voglio che tutti la pensino come me” (questo di solito lo dice interrompendomi nel bel mezzo delle risposte personali che do alle sue domande e parladomi sopra, o sarebbe meglio dire urlandomi sopra), ecc.
Non nego che ci siano stati molti conflitti tra di noi nel corso degli anni, sicuramente il nostro rapporto è ambivalente (come spesso capita tra madre e figlia), ma sono cresciuta, ho bisogno dei miei spazi, fisici e mentali, ho bisogno di poter sostenere il mio pensiero e di vederlo rispettato (non necessariamente condiviso).
In questa casa si genera anche un problema di spazi: la mia stanza è piccola, non ha lo spazio per una scrivania. Ciò la rende inadatta per studiare, perché non ho nulla su cui appoggiarmi per scrivere. Salvo il mio letto. Per questa ragione mi serve il tavolo del soggiorno, ma stare in soggiorno vuol dire essere in sua costante presenza mentre lei si avventura tra i social e guarda video complottisti. Vuol dire essere sempre esposta, come durante i pranzi e le cene, alle sue domande dirette sull’argomento, che inevitabilmente finiscono in litigi e insulti personali. Dove ciò che penso viene sminuito alla luce della mia “giovane età” e alla mia mancanza di informazione e di voglia di informarmi (tradotto: alla mia mancanza di aggiornamento rispetto alle ultime novità complottiste e di voglia di ascoltarmi pretestuosi guru della medicina blaterare di essere a conoscenza delle leggi del mondo, esplicate attraverso ragionamenti senza né capo, né coda). In queste occasioni, estremamente frequenti, mi sento dire che “ho dei problemi”, che sono “deficiente”, che sono “fascista” (perché affermo che tali persone non sappiano ciò di cui parlano, perché indosso la mascherina quando è richiesto o cerco di rispettare le norme anti-covid); ciò che studio viene sminuito, ed anche i professori che mi insegnano (persone che stimo). E poi le cose più classiche, almeno per me: sono immatura, non faccio mai la cosa giusta (che coincide con ciò che invece farebbe lei), sono falsa, mi invento le cose e sono totalmente incapace di capire ciò che dice lei, le metto in bocca parole che non avrebbe mai detto e il mio solo scopo nella vita è ferirla perché la odio. Il tutto in una totale assenza di ascolto e comprensione reale di anche solo una delle frasi che sono riuscita a pronunciare nel corso della discussione. Provo in ogni modo a non alzare a mia volta la voce, ma spesso alla fine crollo. Da queste discussioni esco distrutta: mi sento completamente messa in discussione come persona, involontariamente finisco per assumere ciò che dice di me e disprezzarmi. La mia insicurezza aumenta. A volte cerco degli escamotage per tutelarmi: ad esempio, ho sviluppato una grande memoria, memorizzo le situazioni nei dettagli e posso citare esattamente ciò che le persone dicono in quella situazione, testualmente. Lo ho fatto per tutelarmi dalla costante accusa di falsità e di inventarmi le cose che vengono dette. Il problema è che questo escamotage è inutile: lei non ha problemi a negare di aver detto le parole che ha pronunciato un attimo prima, e lo fa con una sicurezza tale (almeno ostentata) che finisco veramente per mettere in dubbio me stessa e per credere a lei. Il tutto peggiora quando il suo compagno gli dà man forte. Mentre il mio ragazzo, che quando siamo soli mi dice che non sono pazza, che effettivamente lei ha questo tipo di atteggiamenti, di fronte a lei si blocca: è terrorizzato. Non ha il coraggio di dirle nulla ed afferma anche l’inutilità di provare a dialogare con lei. Lo stesso fa mio padre: in separata sede mi dice che mi capisce benissimo, ma fatica a difendermi davanti a lei (“lo sai che non posso dire niente” mi dice), e quando ci prova, lei perde completamente il controllo ed esplode in scenate in cui ci insulta entrambi.
Nell’ultimo anno è mezzo, questo tipo di situazioni hanno luogo quasi tutti i giorni, complici i vari lockdown che ci sono stati e le restrizioni, siamo e continuiamo a rimanere a contatto per la maggior parte della giornata. In più, la sua convinzione di essere “dalla parte giusta” è aumentata e ciò le dà il pretesto per provocarmi continuamente. Mi mordo la lingua tutte le volte che posso, mangio in fretta guardando il cellulare, mi metto le cuffie e accendo la musica ogni volta che sento che sta partendo un discorso o un video complottista, prego che la gatta faccia qualche danno in casa, così da concentrare l’attenzione su di lei, controllo il televideo e cerco di spostare la televisione su canali “sicuri”, di mettere su film che, in teoria, non dovrebbero rischiare di dare l’imput a uno di questi discorsi. Ma non posso vivere così. Ho provato a parlare seriamente di spazi, di necessità. Ho riconosciuto l’impossibilità, per noi, di affrontare pacificamente alcuni argomenti e ho chiesto uno sforzo reciproco per evitarli. Non è servito. Lei si sente davvero come un’eroina che sta combattendo per il futuro dell’umanità, se ciò significa sacrificare il reale rapporto con sua figlia, lo accetta. Perché è sua figlia che “non capisce”. Sono costretta a riconoscere una vera incapacità di dialogo.
Sto con il mio ragazzo da sette anni, stiamo bene assieme (anche se questa situazione di ansia, stress e nervosismo continui sta danneggiando anche noi). Per tutelare me stessa e la nostra relazione, non ho altra scelta che andarmene di casa (magari con lui), una casa che comunque, ogni giorno mi viene ribadito, non essere mia. Il problema sono i soldi: non ne ho e non posso aspettarmi un aiuto da mia madre, la quale invece mi ripete continuamente che non ce la farò e cerca di dissuadermi elencandomi la miriade di problemi che dovrei affrontare se me ne andassi. Il problema è che qui sono in un limbo: con gli esami ho guadagnato una media altissima, ma ora sono completamente bloccata con la tesi. La mia energia è completamente risucchiata dalla situazione, mi sento così stanca e avrei così bisogno di dormire; mi servirebbe un po’ di leggerezza, sento la necessità di vivere almeno un po’ come se avessi i 25 anni che ho. Sono sempre stata una persona creativa, ma negli ultimi anni mi sono del tutto spenta, la mia immaginazione è sparita. Non riesco a lavorare bene alla tesi perché io, qui, non sto bene: la situazione mi sta logorando e ogni giorno che passa, se per sopravvivere in questo ambiente sto spegnendo ogni parte di me che potrebbe creare conflitti, sto sempre di più diventando un guscio vuoto, che si muove tra le esigenze della vita ma che non vive davvero. Anche dalla mia migliore amica non trovo sostegno: la situazione è troppo pensante e lei non vuole saperne. Tant’è che da quasi in un mese si è trasferita nel mio stesso paese, e non ha trovato un’ora per fare una passeggiata insieme (pur non lavorando, né studiando). Al tempo stesso, se non finisco la tesi mi sembra impossibile andare via: vorrei provare a fare un lavoro in cui serva ciò che ho studiato, vorrei fare una cosa che mi piace e che mi fa sentire bene. Ho rinunciato a tanto e fatto tanti sacrifici per arrivare fino a qui, e mi piacerebbe iniziare a cogliere i frutti del mio lavoro. Per tale ragione non vorrei avere semplicemente un lavoro qualsiasi, che rischierebbe di diventare una ulteriore elemento di risucchio di energie, e le mie sono già scarse. Ma se non mi laureo prima di iniziare a cercare questo lavoro, ho davvero possibilità di riuscire a trovare qualcosa che mi piaccia davvero o che riprenda ciò che ho studiato? Se voglio andare via mi servono soldi, e per questo mi serve un lavoro, per trovare la mia strada mi serve una laurea, ma se continuo a rimanere in questo ambiente non mi laureerò mai. E se vado via e trovo lavoro, ciò potrebbe rallentare ulteriormente la mia laurea: cosa dirò alla mia relatrice? Passerò per quella che non è grado di rispettare le scadenze (rischio che corro ugualmente anche restando qui)? E cosa fare con lo stage? Se me ne vado non posso permettermi di lavorare senza essere retribuita. Potrei convertire il mio possibile lavoro in stage, ma risulterei disonesta agli occhi del mio datore di lavoro che potrebbe vedere questo come un “trucchetto” per farmi pagare il lavoro laddove, se mi avesse “assunta” prima mediante stage, avrebbe potuto avere il mio lavoro gratis (non che sia giusto lavorare gratis, ma in un paese che spesso non tutela i lavoratori, ci si deve pure preoccupare di sembrare “ladri” quando si chiede un equo stipendio)? Mi sento in una situazione senza via d’uscita. Non so veramente come riuscire a gestire tutto.

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