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Come posso capire se lo psicoterapeuta da cui vado è quello giusto?

Inviata da stefania il 13 dic 2015 Orientamento professionale

Buongiorno a tutti,
Volevo sapere come si fa a capire se lo psicoterapeuta "è quello giusto ". Sto andando da uno psicoterapeuta da ormai 3 mesi, con incontri settimanali, ed ora sono giunta a un punto in cui credo che non capisca veramente quello che provo. Non mi da consigli su come tenere a bada la mia ansia e mi dice di fare delle cose che io non mi sento di fare e non trovo giuste. Senza contare che mi insinua dei dubbi sulla mia relazione che mi fanno star male. È normale questa cosa, o no? Cosa dovrei fare? Grazie mille

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Gentile Stefania,
tre mesi sono troppo pochi per trarre delle conclusioni sull'efficacia di una psicoterapia e, in più occasioni, ho ribadito che per la mia esperienza occorre almeno una anno per trarre questa conclusione.
Dopo una fase iniziale di aggancio e di inquadramento con passaggio "dal sintomo al problema", in genere inizia la prescrizione di compiti a casa (homeworks) che devono essere ben calibrati per non incorrere in rifiuti e resistenze da parte del paziente come sta capitando a lei per le "cose che non si sente di fare e non trova giuste".
E' probabile che proprio questi compiti che lei non vuole eseguire siano una modalità indiretta per iniziare a tenere a bada la sua ansia.
Anche i dubbi insinuati sulla sua relazione potrebbero avere lo stesso scopo e lei non dovrebbe vivere come insopportabile o offensiva questa cosa ma piuttosto considerarla come una occasione per testare la validità della relazione stessa.
In effetti a volte il paziente non è consapevole del fatto che l'origine della sua ansia sta all'interno della sua relazione sentimentale.
In ogni modo, siccome alla base di ogni buona psicoterapia ci deve essere la fiducia e l'alleanza terapeutica, tutte le volte che le vengono dei dubbi o non capisce il senso di certe cose può porre il quesito direttamente al suo terapeuta che sicuramente le saprà dare adeguate risposte.
In conclusione le suggerisco di non trarre conclusioni affrettate e continuare per adesso ad affidarsi al suo terapeuta.
Cordiali saluti ed auguri per il prosieguo della terapia.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Dott. Gennaro Fiore Psicologo a Quadrivio

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Buonasera Stefania, non credo che uno dei parametri per giudicare un terapeuta siano i risultati. Mi spiego meglio: è chiaro che se una persona soffre, l'obiettivo minimo (dunque un risultato concreto) dovrebbe essere, quantomeno, una diminutio di tale sofferenza ed un contemporaneo miglioramento della sua qualità di vita. D'altronde, i risultati, soprattutto nel contesto psicoterapico, possono arrivare o non arrivare per mille motivi, sia interni che esterni alla relazione terapeutica. Questo perché la psicoterapia offre un contratto più incentrato sui "processi", ovvero si usano le conoscenze, strategie, esperienze e la persona del terapeuta per approntare un setting clinico che comprenda il problema e tenti di arrivare ad una sua risoluzione. In tal senso, dunque, non è un contratto sui risultati, come quelli sottesi a lavori più specifici e concreti. Potrebbe sembrare una "scusa" questa che molti terapeuti adottano quando, la faccio breve, un paziente non guarisce. Ma quando questo avviene, ripeto, vuol dire che sono intervenute cause (tra cui, certamente, una può essere anche il terapeuta) non preventivabili in anticipo. E qui mi aggancio ancora più direttamente alla sua domanda rispondendole non da terapeuta ma da paziente (lo sono stato, e per dovere di formazione e per bisogno personale). Innanzitutto, quando ho cominciato la mia terapia non mi sono fermato al primo collega consultato. Ho fatto tre "primi colloqui" e mi sono fermato al terzo: i primi due, per quanto mi sembrassero bravi tecnicamente, non mi avevano "agganciato" emotivamente. Li sentivo (ma non è detto per loro responsabilità, ma può darsi che le nostre personalità non erano adatte ad intraprendere un percorso tanto delicato insieme) distanti e non compartecipi. Il terzo mi ha agganciato da subito, ma "convinto" veramente nel tempo. E non perché siamo arrivati alla risoluzione di una "eventuale" sintomatologia, quella è ancora "eventualmente" presente...Ma perché mi ha trasmesso, direttamente e indirettamente, un modo di riflessione su come IO potevo arrivare a risolvere o, quantomeno gestire, la mia eventuale sintomatologia. Torno quindi al discorso sui processi: una metafora che noi terapeuti spesso utilizziamo è che la psicoterapia dovrebbe far sviluppare una "cassetta degli attrezzi" da utilizzare sia durante che dopo la psicoterapia e che sia utile alla gestione dei momenti difficili e di sofferenza da parte del paziente. Per rimanere nella metafora, la psicoterapia non costruisce una casetta di legno (perché sarebbe, quasi certamente, più la casetta di legno del terapeuta che del paziente), ma fa in modo che il paziente, con martello, chiodi ed assi (costruiti insieme durante il percorso terapeutico) si costruisca la propria casetta, a proprio uso e consumo. Nel tempo, dunque, ho capito che avevo trovato il professionista giusto quando mi ha fornito gli strumenti per cavarmela da solo (anche perché, prima o poi, il paziente DEVE cavarsela da solo), altrimenti siamo nel contesto per cui l'esterno mi da la soluzione ed io la applico senza essermi esposto, confrontato, senza aver messo niente o troppo poco di mio. Quella sarebbe la soluzione (oggettiva, per quanto giusta, del terapeuta, ma non soggettiva e sicuramente più utile, del paziente). Quel terapeuta, inoltre, mi offriva dei punti di vita alternativi a quelli che utilizzavo da anni per poter risolvere la mia eventuale sintomatologia. In tal senso era, dunque, discrepante (il mio orientamento lo chiama "perturbatore strategicamente orientato"), ovvero creava una frattura, in un setting protetto, che portava movimento (G. Bateson diceva che le informazioni si trovano dove esiste una differenza, non dove c'è uguaglianza), una crisi che, con il lavoro terapeutico, diventava generativa e foriera di ulteriori equilibri, sempre più complessi che generavano una stabilità che rimaneva tale fino ad una successiva sofferenza non gestibile con le risorse attuali, per cui si creava una ulteriore frattura generativa, e così via. Naturalmente non sempre il lavoro terapeutico è filato così liscio (anzi, più no che sì), ma evidentemente, quando le cose andavano bene il mio sistema andava verso una progressione ortogenetica, ovvero evoluzione complessa e giusta per me che mi permetteva di gestire sempre più situazioni critiche e sempre meglio, aumentando così i miei gradi di libertà, ovvero i momenti di buon funzionamento quotidiano. Potrei continuare ancora, ma già sono stato prolisso. Spero, tuttavia, di averle passato il senso della mia risposta ed almeno alcuni ulteriori parametri (i miei) con cui confrontarsi per poter capire se il suo attuale terapeuta sia quello che fa per lei oppure no.
Buona fortuna,
dott. Massimo Bedetti
Psicologo/Psicoterapeuta,
Costruttivista/Postrazionalista Roma

Dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta Psicologo a Roma

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Ciao Stefania, Ti suggerirei di dire al Tuo terapeuta tutto quello che hai detto qui, e magari anche altre cose che, forse per brevità non hai detto. Ma piatto piatto, direttamente. E' precisamente il suo compito quello di accogliere queste comunicazioni e utilizzarle per il bene del suo paziente. Può anche accadere che si senta necessario cambiare terapeuta. Ma prima aspetta per vedere se la relazione di aiuto che hai con lui possa migliorare. Io credo di si.
Con simpatia. Marco Tartari, Asti

Dott. Marco Tartari Psicologo a Roatto

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gentile Stefania,
un criterio per valutare il professionista sono i risultati. Ha chiesto allo psicoterapeuta una ragionevole previsione sui tempi perché si ottengano risultati positivi?
Inoltre se il trattamento le provoca sentimenti di insoddisfazione o irritazione è bene che ne parli con il professionista stesso in modo da valutare anche l'opportunità di cambiare terapeuta, dal momento che una buona relazione terapeutica è un elemento molto importante per la riuscita della terapia.

Si informi anche sull'indirizzo usato, se lo psicologo è anche psicoterapeuta ecc.
Cordiali saluti

Valentina Sciubba Psicologo a Roma

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Cara Stefania
sembra che tu, in questa relazione col tuo psicologo, non ti senta valutata e rispettata, e questo mette in crisi il rapporto.
L' Alleanza terapeutica, che deve essere alla base della relazione terapeutica, può costruirsi solo su delle basi di reciproca stima e considerazione positiva.
Paziente e terapeuta hanno una responsabilità nel costruire questa relazione però il terapeuta (colui che viene retribuito per la sua prestazione) deve essere colui che, per primo, mostra di dare importanza e considerazione ai vissuti del paziente e deve dare la sua stima.
Lei però, a sua volta, deve esprimersi e parlare dei suoi dubbi, quindi dovrebbe, in questo caso, esporre al suo terapeuta queste sue considerazioni, in modo che lui possa comprendere meglio e "calibrare" con maggior attenzione il suo intervento.
Il fatto che lei riesca a parlargli sarà una dimostrazione di fiducia che innescherà una modalita positiva di crescita reciproca per entrambi.
Spero averla aiutata .
Dott Silvana Ceccucci Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Cara Stefania,
il lavoro psicologico è efficace se la relazione tra psicologo e cliente è positiva. E' importante che lei si senta a suo agio ed abbia fiducia. Se alcune cose le hanno fatto emergere delle perplessità, queste vanno comunicate allo psicologo che la segue.
In questo modo valuterete come modellare l'intervento psicologico oppure se fare la scelta di farla supportare da altro professionista.

Un saluto
Dott.ssa Francesca Fontanella

Dott.ssa Francesca Fontanella Psicologo a Rovereto

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Gentile Stefania,
quando si inizia una psicoterapia è probabile che ci possa essere un aumento di malessere interiore ed inoltre tre mesi sono pochi per valutare se il percorso è valido oppure no, ma è importante che lei se lo chieda e sarebbe molto importante che parli apertamente con il suo terapeuta prorpio dei dubbi espressi qui. Se lei sente di non essere capita e compresa forse uno dei suoi problemi è anche questo: il non sentirsi capita e questo può essere accompagnato da ansia. Gli psicologi non danno consigli quanto aiutare la persona ad esprimere con calma, pazienza, tempo, il fulcro del loro malessere, questo comporta un abbassamento dei livelli di ansia.
Spero di averle dato degli spunti di riflessione.
Cordiali saluti
Dr.ssa Anna Mostacci Psicologa Psicoterapeuta Roma

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